EVERSIN

Trinity: The Annihilation

2015 - My Kingdom Music

A CURA DI
MARCO PALMACCI
11/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Torniamo a parlare di acciaio tricolore: "Rock & Metal in my Blood" è lieto di presentarvi i siciliani Eversin, navigati thrashers attivi sin dal 2000 e giunti nel 2015 alla pubblicazione del loro ultimo full-length. "Trinity: The Annihilation", licenziato dalla "My Kingdom Music" e proposto (per ammissione della band stessa) come il lavoro forse più pesante mai concepito nella loro storia. Quest'ultima, sicuramente ricca di episodi e pubblicazioni. Quel tanto che basta a rendere questa realtà della Trinacria come una delle più interessanti, a livello nazionale. Torniamo un secondo indietro nel tempo, ripercorrendo dunque le tappe salienti del loro cammino. A.D. 2000, nascono ufficialmente i Fuoco Fatuo, ovvero la prima incarnazione dei "saranno" Eversin. A bordo, troviamo quello che possiamo definire il nucleo centrale dei siculi: ovvero, Ignazio Nicastro al basso, Giangabriele Lo Pilato alla chitarra ed Angelo Ferrante alla voce. La line up viene completata con l'ingresso di Danilo Saccottelli e Giuseppe Crapanzano, rispettivamente batteria e tastiera. Siamo nel 2001, ed i Fuoco Fatuo rilasciano dunque la prima demo: "Tenebra's Dream". Un episodio licenziato in maniera totalmente indipendente, il quale mostra una spiccata vena Thrash assai ben amalgamata con una forte anima Power. Più tutta una serie di innesti Prog., atti a rendere il sound vivace ed anche discretamente ricercato, non banale o troppo immediato. Passano tre anni, ed il 2004 è l'anno di una nuova demo; sempre immessa nel circuito in maniera indipendente, "..of Light and Dark.." continua il discorso di "Tenebra's..", sempre proponendo un sound particolarmente pesante ma anche sui generis, discretamente differente da ogni tipo di cliché. Tuttavia, l'anno della consacrazione definitiva risulta il 2006. L'esatto momento in cui i Fuoco Fatuo rilasciano il loro primo full-length, "Our Elegy", questa volta supportati da un'etichetta discografica. Il prodotto viene infatti distribuito dalla ravennate "New LM Records", la quale assicura ai nostri una copertura di certo maggiore, rispetto a quella garantita dalla circolazione indipendente. Nonostante il bel traguardo, tuttavia, la formazione entrò in un periodo di stallo: il subentro, nel 2007, di Sergio Calì e Mimmo Petrella (rispettivamente batteria e tastiere) confermò l'aria di cambiamento che iniziava prepotentemente a spirare; stravolgimento avvenuto in maniera definitiva nel 2008, quando il progetto Fuoco Fatuo viene ufficialmente accantonato, per lasciar spazio ai neonati Eversin. Ignazio, Gian ed Angelo decidono inizialmente di continuare sui binari già percorsi e rodati. La nascita di "Divina Distopia" (2010, "My Kingdom Music"), in questo senso, sembra confermarlo. Gli espedienti più tipicamente Power sono ancora assai presenti, ben spalmati su di accelerazioni Thrash di notevole caratura. Al loro fianco, in virtù di "special guest", troviamo poi gli ex Fuoco Fatuo e già citati Calì e Petrella, sempre intenti a ricoprire i loro ruoli. Già nel successivo "Tears on the Face of God" (2012, "My Kingdom Music") qualcosa sembra cambiare: a cominciare dalla formazione, la quale vede l'abbandono di Calì e Petrella, più l'avvicendamento di Giuseppe Campisi (batteria) e Simone Mularoni (seconda chitarra, special guest). Niente tastiere, quindi. Il sound si fa più di conseguenza più sanguigno e meno melodico, intento a far male, ad aggredire. Certo continuando a sfruttare situazioni Hard n'Heavy (soprattutto in fase di assoli), tuttavia mostrando una particolare attenzione / predilezione per frangenti più estremi. Il tutto, condito da una tecnica strumentale impeccabile, mai fine a sé stessa ma anzi arricchente, capace di donare al sound un decisivo quid in più. Grande estro ed energia, gli Eversin continuavano inarrestabili la loro evoluzione, sino a giungere nel 2015, anno della pubblicazione di "Trinity..", l'oggetto della nostra odierna disamina. Un disco che permette al combo siciliano di compiere il definitivo balzo in avanti, mutando la loro proposta in un oscuro Thrash di matrice Slayer. Più tecnica à la Annihilator / Megadeth, immediatezza à la Testament.. insomma, stilemi tipici di un gruppo che vuol risultare estremo. E ci riesce benissimo, nemmeno a dirlo. Del resto, è proprio la band stessa a chiarire definitivamente il concetto unico e fondamentale, posto alla base di "Trinity..": "un suono devastante e potente quanto un Panzer. Una corsa a perdifiato che vi condurrà in un'avventura attraverso i campi di battaglia, di ieri e di oggi. Il suono della Guerra: questo è ciò che gli Eversin hanno messo in musica". Dichiarazioni di un certo peso. Un concept, a dire il vero ad a voler essere pignoli, di sicuro usato ed abusato all'interno del panorama Thrash ed estremo in senso lato. Eppure, determinate prese di posizione lasciano presagire un qualcosa di sicuramente interessante, per non dire sui generis. Parlando più tecnicamente, l'album presenta un'ulteriore novità a livello di line-up. Fuori, infatti, Campisi e Mularoni. Dentro, il drummer Danilo Ficicchia. Ad avvicendarsi come special guest, inoltre, due autentici veterani. Alla chitarra ed al microfono, nelle tracce 4 e 2, troviamo infatti Glen Alvelais (Forbidden) e James Rivera (Helstar). Due personaggi sugli scudi, militanti (ex, nel caso di Alvelais) in due band dal peso assai rilevante. Per quel che concerne l'aspetto delle registrazioni e della produzione, voce e basso sono stati registrati presso i "Mono Studios", a differenza della chitarra e della batteria, "ospitate" presso i "Kammermuzak Studios" ed i "Magazzini Sonori". Questi ultimi, anche luogo del mixing, curato personalmente da Francesco La Spina. Mastering, a sua volta, avvenuto ai "Frontier Mastering" ed appannaggio totale di Stu Marshall (già collaboratore di formazioni come i Dungeon, dei quali è stato anche chitarrista. Un occhio da buttarsi, necessariamente, sull'artwork posto in copertina. Una città in rovina, desolata, abbandonata, dominata da toni di nero e di grigio. Il silenzio angosciante, rotto dal vento che soffia fra le macerie. Un quadro apocalittico, ad opera sempre di Francesco La Spina. Il quale ha saputo rendere perfettamente l'idea che gli Eversin vogliono trasmettere; prima di tutto graficamente, successivamente in musica. Non ci resta altro da fare, dunque, che tuffarci in questo Armageddon sonoro. Fra spari, esplosioni e proiettili vaganti. Let's have a War!

Flagellum Dei

Inizio a dir poco tellurico, grazie alla open track "Flagellum Dei (Il Flagello di Dio)". Un titolo che già di per sé non lascia certo presagire un approccio molle o comunque contenuto: infatti, partenza a razzo, con un bel riffone a motosega, pesante ed energico quanto serve. Ogni membro della band sembra voler tirar fuori da sé il massimo della crudeltà, della cattiveria, sporcando il proprio sound di quel groove tipico del Thrash più moderno; pur non perdendo di vista la nobile lezione dell'America più estrema e vecchia scuola. Questo è ciò che notiamo, lungo il dipanarsi del breve minutaggio qui presentatoci. Attitudine tradizionalista ma comunque appesantita da quei moderni "macigni" sonori. Una trovata vincente, atta a rendere il sound più corposo, robusto e meno "lacerante" di un classico dei Morbid Saint, giusto per dire. Niente suoni squillanti o rasoiate; gli Eversin vogliono semplicemente mettere in musica ciò che il testo narra. Liriche colme d'odio, di rabbia. Un esercito scalpitante, già schierato, pronto per la battaglia campale. Non c'è tempo per le strategie, né tanto meno vi sarebbe modo o maniera di prendere le misure. Quel che i soldati vogliono è unicamente schiacciare il nemico senza pietà. Sembra quasi che ad ogni battito delle pelli, ad ogni plettrata, corrisponda uno schiocco di zoccoli. I cavalli corrono all'impazzata, incitati dai loro guidatori. Le linee avversarie si stagliano all'orizzonte, ma per quanto imponente possa risultare lo schieramento opposto, nulla fermerà la carica dei Nostri. Gli Eversin e le loro armate si ritrovano dunque a combattere al fianco nientemeno che di Attila l'Unno, al quale questo brano sembrerebbe "dedicato". In effetti, la ferocia del conflitto (il quale viene ufficialmente "aperto" mediante un urlo di Angelo, dopo una trentina di secondi) sembrerebbe richiamare le gesta dello spietato condottiero. Seppur solo figurativamente, visto che il mondo, nei versi che leggiamo, viene messo a ferro e fuoco anche grazie all'ausilio di mezzi corazzati. Prende comunque corpo l'idea che Attila possa essere un universale simbolo di guerra, dato che il titolo fa riferimento all'appellativo con il quale il barbaro era universalmente conosciuto ("il flagello di dio"). Mostruosamente malvagio, privo di scrupoli, proprio come chi ora si trova sul campo di battaglia. Signori della guerra interessati a collezionare le teste dei propri nemici, che non si fidano di nessuno se non della propria capacità di dispensare morte. Gli eredi spirituali di un conquistatore sanguinario, intenti a seguire il suo esempio, anche a distanza di secoli: giurando fedeltà alla causa dell'odio e della guerra, in un impeto di Marinettiana estasi. Caricando all'impazzata ed uccidendo tutto ciò che ha la sola colpa di muoversi, i moderni condottieri non sembrano far altro che accontentare l'uomo moderno. Affamato, quest'ultimo, di violenza. Una violenza che dunque gli viene servita in pompa magna. Bramiamo e vogliamo il sangue.. ma cosa succede, quando veniamo accontentati? Il massacro ha quindi luogo, ed il pezzo prosegue sulle seguenti coordinate: un brano a dir poco Slayeriano, soprattutto grazie alla voce del cantante, di per sé molto simile (per timbrica) a quella di Tom Araya. L'idea, in effetti, è quella di trovarci in uno degli episodi maggiormente "moderni" del quartetto californiano; diciamo, da "God Hates Us All" in poi. Solamente, come dicevamo, notiamo quanto il sound sia reso più carico di groove e notevolmente più "appesantito", rispetto alla più classica scuola Thrash. Un connubio di elementi che non mina di certo il risultato finale: la carica prosegue, i "figli di Dio" vengono schiacciati e ridotti in montagnole d'ossa spolpate. Questa è la furia degli Eversin, i quali piazzano anche un bell'assolone degno del miglior Kerry King a metà dell'esecuzione. Preferendo, successivamente nella seconda porzione, rallentare i ritmi, dando modo al cantante di lanciarsi in veri e propri slogan guerreschi. Come un generale che urla gli ordini ai suoi condottieri, veniamo come colpiti dagli effetti eco e dalle grida di Angelo, quasi aizzati, bramosi anche noi di cantare in coorte con lui nonché di scendere in campo. I militari marciano ora compatti, su tempi molto più dilatati e cadenzati. Si ri-accelera verso il finale, per l'ultima carica, ma si rallenta nuovamente in conclusione. La battaglia è finita, i cadaveri dei nemici, straziati e dissanguati, giacciono ai nostri piedi. Abbiamo vinto, non resta altro da fare che abbeverarci con il sangue rivale.

Fire Walk With Me

i giunge lesti alla seconda traccia, "Fire Walk With Me (Il Fuoco cammina con me)". A differenza del brano precedente, più immediato e diretto, questo nuovo episodio punta tutto su stilemi maggiormente cadenzati. Non abbiamo infatti una partenza a tutta velocità, bensì un inizio scandito a mo' di marcia; un riff pesante, roboante, splendidamente sorretto (ed arricchito) da un basso magistralmente pesato e calibrato. Le note procedono dunque in coorte, compatte in falange. Quasi come le truppe di Alessandro il Macedone, gli Eversin vogliono procedere implacabili ed ordinati, schiacciando comunque ogni cosa si trovi sul loro cammino. Sempre di guerra parliamo, dopo tutto.. anche se, in queste liriche, troviamo una maggiore attenzione per lo spirito di rivalsa. "Fire.." è una traccia che dà voce agli ultimi, ai calpestati, a tutti coloro i quali sono costretti a subire senza la facoltà di poter reagire. Quante volte, e la storia ce lo insegna, il potente di turno ha dovuto fare i conti con l'improvvisa rabbia degli oppressi? Quante volte, chi non aveva nulla da perdere, ha effettivamente vinto? Impossibile contarle tutte. Marciando compatti con i nostri thrasher siculi, sentiamo ardere in noi il sacro fuoco della reazione. Come posseduti da una forza immane, percepiamo distintamente un qualcosa di diverso nel nostro profondo. Siamo coraggiosi ed impavidi, volenterosi di farci valere. Non temiamo nulla, il nostro cuore arde come un tizzone. Come una colata di lava lungo la schiena, sentiamo il coraggio pervaderci ma non corroderci, motivarci ma non consumarci. Pronti a combattere, ad imbracciare le armi, per poter finalmente mostrare al mondo la nostra presenza. Per troppo tempo schiacciati, per troppo tempo considerati meno di zero. Il popolo prende coscienza e si ridesta dal suo torpore. Le pesanti chitarre che udiamo in sottofondo (un po' Annihilator, un po' Tourniquet per certi aspetti), il basso a supporto, l'incessante batteria.. tutto scandisce il pestare dei nostri stivali. Proseguiamo impavidi come santi in processione, liberi come aquile, fieri come Re. I portatori di distruzione cambiano volto, e per una volta indossano maschere con su impressi i nostri visi. Menzione d'onore per la voce, appannaggio totale di una special guest a dir poco d'eccezione: parliamo infatti di James Rivera, nientemeno che il frontman degli Helstar. Qui grandioso nel conferire alla base musicale un che di melodico. Linee vocali potenti e ruggenti, perfettamente in grado di amalgamarsi allo stile estremo proposto dal combo siciliano.  Minuto 2:15, abbiamo un bell'assolo anch'esso assai melodico, il quale non arresta comunque la nostra inarrestabile marcia. Continuiamo ad avanzare, implacabili, con il fuoco nel cuore e nelle mani. Fiamme e scintille, lingue ardenti, vapore emesso dalle nostre pelli; finché la furia si scatena. Siamo pronti per partire all'attacco, ed ecco che al minuto 3:11 la nostra carica ha inizio. Corriamo a perdifiato, il nemico è dinnanzi a noi. Gli Eversin accelerano, le vocals di Riviera si uniscono ad altre ben più acide ed urticanti. Si procede spediti, a ritmo di Thrash. Distruggiamo, dilaniamo, bruciamo, ci sfoghiamo; per una volta siamo noi, ad impugnare la spada. Ci temono, la paura è nei loro occhi. Come dei leoni improvvisamente liberati dalle loro gabbie, ci avventiamo sui nostri aguzzini. Le nostre zanne sulle loro giugulari, i nostri denti pronti a strappare le loro carotidi. A lacerare le loro carni, a spolpare le loro ossa. L'impeto è stato tale che pervasi dal furore, nemmeno ci siamo resi conto di cos'abbiamo appena combinato. Un orgasmo guerresco, soddisfacente quant'altri mai. E' finita, abbiamo vinto. Un terribile Sturm und Drang che non ha lasciato scampo ad alcunché di sopravvivere.

Chaosborn

Proseguiamo con un altro brano decisamente tirato, "Chaosborn (Nato dal caos)". Riff veloce e ricco ancora una volta di groove, si picchia decisamente sodo e si torna a farlo rendendo il sound particolarmente oscuro e scalcinato. "Oscuro", perché sembra quasi che ogni nota emessa da Gian sia ammantata di nera nebbia; scalcinato, perché possiamo udire, in questi frangenti, un'attitudine "chiassosa" per certi versi simile a quella degli inglesi Venom ed affini. Più quel piglio più moderno, che non guasta mai. Si continua così a proporre un qualcosa che poggia le sue radici nello Speed più maleducato: sottofondo ideale, per narrarci la genesi del Messia della Guerra. Un'entità la quale sembra incarnare ogni peculiarità infernale. Al suo cospetto stridono le mitragliatrici, esplodono le bombe, fischiano i missili e suonano i fucili. Il dio della distruzione è qui per noi, pronto per inaugurare il suo Reich di morte e terrore. Marciano i carri armati ed ogni mezzo corazzato. Dove il verde dominava, è ora il rosso sangue a rivendicare. Corpi straziati e mutilati, il Flagello è ormai libero. Un flagello generatosi dalle nostre stesse mancanze ed inadempienze, per di più. Pazzo e guerrafondaio, l'umano non può lamentarsi, quando viene messo al cospetto della sua brama incarnata. Volevamo la violenza, ed ora l'abbiamo dinnanzi agli occhi. Nato dal caos, il pazzo Juggernaut è qui per diffondere un unico verbo, quello della morte. Battaglie su battaglie, conflitti su conflitti. Uccidere, sgozzare, disseminare cadaveri lungo ogni pianura, montagna e foresta. In virtù di questo scenario da Kali Yuga, gli Eversin continuano a macinare riff maleducati ed a tratti punkeggianti, arrivando ad una sezione strumentale (1:39 - 2:02) in cui la batteria rasenta quasi il blast beat. Sei corde vorticosa e basto frastornate, arriviamo quindi ad un cospicuo rallentamento in cui Angelo e company riprendono appieno stilemi Slayeriani. Un refrain da manuale, cantato col sangue e la violenza del Dio della guerra. Possiamo ammirare in questo momento la creatura in tutto il suo macabro splendore. Nato dal caos, forgiato dal dolore: un'entità che non riusciamo a decifrare, costruita dalla paura stessa, da quanto di più abietto e sadico alberghi nei nostri cuori. Che aspetto ha, il nostro lato oscuro? Esattamente quello che ora stiamo osservando. Ad un certo punto, sembra addirittura che il brano sia finito; una serie di frenetici battiti di rullante vogliono di fatti decretare il termine del brano. Tutto un espediente per trarci in inganno, tuttavia. Una chitarra stoppatissima lascia presto posto ad un solo di forgia Hard n' Heavy, al termine del quale possiamo riprendere a correre. Corriamo, cercando di fuggire dal Juggernaut, il quale ha ripreso il suo terribile operato. Mai sazio di vittime, continua a far si che i cannoni sparino ancora, che il cielo si illumini grazie alle esplosioni da lui stesso generate. La band corre, e lo fa decisamente bene, accelerando e dando una mano ad Angelo in sede di cori. Fino a sfociare in un nuovo refrain, il quale segna il ritorno ai momenti più Slayer dell'album. Nato dal caos, nato dal dolore: parole che riecheggiano nelle nostre menti e ci portano, mestamente, ad inginocchiarci dinnanzi al sadico cospetto del Messia. Carponi strisciamo verso di lui, implorandone la pietà. Il tempo che rallenta è indice di questa nostra resa. Altro splendido assolo, melodico ed accattivante, che addirittura cozza leggermente con il riff di chitarra ritmica. Ma proprio questo connubio fa si che lo scenario finale venga dipinto con maestria. Strisciamo come vermi, implorando pietà. Rassegnati, ormai pronti ad accettare il triste destino. La pioggia batte sulle nostre teste, il fango accoglie le nostre membra. Non ci resta altro da fare che sdraiarci nel pantano, sperando di morire quanto prima.

We Will Prevail

Giro di boa compiuto con la quarta "We Will Prevail (Noi ce la faremo)". Inizio insolitamente melodico, con un riff a tratti sornione, presto destinato ad irrobustirsi ed a sfociare in una robusta cavalcata dal sapore rugginoso e massiccio. Un riff a vortice, che sferraglia come i denti di una motosega intenti a consumare un tubo d'acciaio. Notiamo come gli Eversin vogliano in questo senso affidarsi ad una forte coralità, dal punto di vista del cantato. Una scelta decisamente azzeccata, che rende esattamente l'idea di un esercito pronto a lanciarsi contro il nemico. Quel "We Will Prevail!!" urlato in coorte, del resto, farebbe emozionare il più pavido fra gli uomini. A velocità sostenuta (ma ben scandita da un tempo chirurgico), dunque, i Nostri tornano a parlare di rivalsa e di lotta per la sopravvivenza. Le loro grida sono tutte indirizzate alla falsità ed alla codardia di determinati governanti. Imperatori fasulli, Re privi di spina dorsale.. loro, sono i nemici contro i quali doversi scagliare. Chi ci ha privato di speranze e dignità, e che non merita pietà alcuna. La giustizia di Kenshiro: in un mondo in rovina, l'aguzzino ha unicamente la possibilità di pentirsi delle sue malefatte, poco prima d'essere irrimediabilmente ucciso. Difatti, il gruppo non vuole concedere sconti. Un War Thrash Metal, potremmo definirlo, compagno ideale di questa voglia di riscatto, di prevalere contro ogni avversità. Ferrea volontà di schiacciare le false corone, di ridurle in pezzi sotto la nostra inarrestabile marcia. Esattamente dopo un minuto, si torna a correre alla maniera dei Venom. Basso e batteria pestano duro mentre la voce del cantante sembra quasi riprendere alcuni stilemi vocali assai cari al più recente Tom G. Warrior. Un basso straripante dona quel tocco in più, giusto qualche rallentamento in occasione del refrain anche se l'andatura è ormai precisamente stagliata su tempi Speed-Thrash maleducati e fracassoni. Una crescita non indifferente, che di pari passo aumenta con la nostra rabbia. Stiamo continuando a fronteggiare il nemico, ormai siamo ad un palmo dal suo naso. Il passo diviene sempre più frenetico, la voglia di uccidere aumenta a dismisura. La guerra della quale siamo profeti sta finalmente per scoppiare, in tutta la sua brutale foga: sguainiamo le spade, sfoderiamo i fucili, gli esplosivi sono pronti a detonare. Presto, l'apocalisse si abbatterà su chi per anni ha cercato di annegarci in un mare di menzogne. Noi prevarremo, non importa come. Ci riusciremo, e ne siamo pienamente consapevoli. Le fauci della morte stanno per stringersi attorno a chi merita di finire dritto all'inferno. Minuto 2:30, rullata velocissima, segnale di "via": la battaglia ha inizia, i tempi accelerano copiosamente ed una vera e propria valanga umana si abbatte sui malcapitati. Scalpitiamo, distruggiamo, mentre gli Eversin si tramutano definitivamente negli Slayer e decidono di omaggiare in tutto e per tutto il combo californiano. Sempre rallentamenti in vista dei refrain successivi, anticipati da un rapido assolo di ottima fattura. Solo ad opera di Glen Alvelais, come già anticipato nella intro. La fine è giunta, per chi se la merita. Cumuli di macerie e polveroni, strepiti, urli. Non abbiamo paura della morte, ci sentiamo come dei incapaci di tirar le cuoia. La nostra immortalità è la nostra forza. Il nostro spirito va oltre il nostro corpo, spingendoci a lottare sino allo stremo delle nostre forze. E' così, dunque, che ci avviamo verso la fine. Ancora grondanti di sangue, ma volenterosi di tagliare qualche testa in più. Ancora. Ed ancora.

Crown of Nails

Seconda metà del disco aperta da "Crown of Nails (Corona di chiodi)". Apertura affidata nuovamente ad una chitarra solista assai melodica, supportata da un riff di ritmica decisamente arpeggiato. Preludio ad un inasprimento successivo, il quale permetterà agli Eversin di sfogarsi subito con un rapido e sferzante assolo. Pioggia di note, presto seguita dalla prima strofa. Un cantato che alterna clean a growl (quest'ultimo ad opera di Ignazio, qui come in ogni brano) assai gutturali, ben dosati e mai invadenti. Una velocità senza quartiere, un brano tiratissimo, violento, degno compare di quel sentimento le cui liriche vogliono in effetti provocare. Cos'è, la corona di chiodi? Il triste ornamento che noi tutti siamo costretti ad indossare, quando concludiamo la nostra esistenza. Protagonista di questi versi, difatti, è un soldato tristemente caduto in battaglia; il quale, come punizione ultima, viene preso d'assalto da una sorta di entità giudicatrice. La quale dovrà valutare la sua vita, sino a quel momento votata all'uccisione del prossimo. L'uomo vede la sua vita scorrergli innanzi agli occhi: tutti gli orrori commessi, le atrocità delle quali si è reso protagonista. Da efferato cacciatore, a preda braccata ed inerme. Violentissime chitarre e riff ultraveloci fanno dunque da compagni alla paura che galoppa, e cresce attimo dopo attimo. Il viscido di un passato terribile, ora materializzato. La corona di chiodi fende le carni del malcapitato, costringendolo ad espiare. Preda di un pavor notturno di durata infinita, il protagonista perde dunque il suo sangue, rendendosi conto dei peccati commessi. Dal primo, all'ultimo. I Nostri siculi continuano intanto a picchiare senza sosta, correndo all'impazzata ma mia rinunciando alle ritmiche / al sound a tratti grooveggianti che tanto gli stanno recando fortuna, sino a questo momento. Rallentamento in vista del minuto 2:38. Uno scampolo di melodia sembra insinuarsi soprattutto nelle linee vocali, le quali divengono inaspettatamente drammatiche, leggermente "teatrali". Un bel modo per narrare il proseguo della vicenda, se non altro. La nostra Corona di Spine, infatti, ben si compiace del destino che sta riservando alla sua vittima. La indica altezzosamente, ridendogli in faccia, invitandola a pregare. Per quanto implorerà e piangerà, nulla potrà salvarla dall'inferno che in quel momento sta vivendo. Una giusta punizione, da infliggersi nel mezzo di una scorribanda di carri armati, sotto piogge di gas nervino. "Brucia, nelle tue lacrime, sarai il mio schiavo.. io sono la Corona, la corona di spine!!". Il tristo Minosse decreta la sua condanna: tutti coloro i quali cadranno fra le sue spire finiranno col servirlo, per l'eternità. Una parentesi che rende il brano più variegato e si esaurisce dopo poco, nella ripresa di un riff 100% groove presto sfociante in una sezione Thrash n'Heavy venata di Death (fortissime le eco dei tedeschi Debauchery), stoicamente cantata in growl. Si torna a correre all'impazzata, la paura galoppa nei nostri cuori. Cerchiamo di immedesimarci nel protagonista, temendo anche noi di fare la sua fine. Sgomento e terrore.. saremo mai più quelli di un tempo? Il finale sembra proprio non donarci scampo: tornano i rallentamenti e le vocals istrioniche e teatrali, la Corona ribadisce i suoi intenti. Saremo suoi, per sempre. Si termina, quindi, in maniera mesta e madida di pianto, con la ripresa di riff melodici e vagamente arpeggiati. A capo chino, il soldato accetta la sua condanna. Lacrime di sangue rigano il suo volto. Ormai, la sua vita è giunta al termine.

Beneath the Atomic Sun

Cadenza a dir poco omicida per il brano numero sei, "Beneath the Atomic Sun (Al di là del sole atomico)". Un brano che nelle sue battute iniziali non punta sulla velocità, ma anzi fa dei tempi marziali e massicci il suo punto forte. Se c'è una cosa in cui gli Eversin si stanno dimostrando imbattibili, di fatti, è la capacità di innalzare autentici muri sonori a tratti invalicabili. Un sound così corposo, denso e roccioso da farci credere di essere seriamente alla guida di un Panzer, fra accelerate improvvise e rallentamenti in grado di schiacciare qualsiasi cosa. Siamo, naturalmente, al cospetto del secondo aspetto citato. Almeno per ora, dato che alla cadenza si sostituisce presto un doppio pedale pigiato con foga, lasciando comunque le chitarre pregne di groove. Piccolo momento di foga subito dopo, fra picchi di velocità e tempi martellanti.. piccolo preludio in vista di una ripresa totale della cadenza assassina. Si procede lenti ed in maniera militaresca. La voce à la Tom G. Warrior di Angelo prende dunque a narrarci versi atipici, almeno se messi in relazione con ciò che abbiamo sino ad ora udito. A parlare, incredibilmente, è la volta celeste. A muoversi, a gettare su di noi il suo sdegno. Da dove siamo giunti, come siamo nati? A quanto sembra, nessun Dio ha fatto in modo che noi fossimo ciò che siamo. Dalle stelle, difatti, proveniamo: da quell'immensa volta celeste, la quale ci ha generati e dunque messi in condizione di esistere. Di evolverci, di divenire sempre più forti e capaci. Aspettiamo che i nostri padri "spaziali" tornino a prenderci, a portarci con loro alla volta di mondi nuovi e sconosciuti. Sino a quel momento, tuttavia, non stiamo certo facendo in modo di meritarci la nostra permanenza su questo pianeta. Le galassie ci accusano, lingue di fuoco nel cielo dipingono le nostre colpe, dinnanzi ai nostri occhi. Tempeste solari che gettano anatemi contro l'umanità. Come possiamo non sentire il richiamo dei saggi? E come possiamo rimanere indifferenti, dinnanzi alle urla di chi è scomparso? Di chi ancora fa in modo che i suoi lamenti riecheggino nell'eternità? Eppure, sembriamo così sordi e ciechi. Nonostante i segnali siano più che chiarissimi. Si accelera al minuto 1:25, quando il brano prende tutt'altra piega e veniamo infatti messi dinnanzi agli sfaceli da noi compiuti. Davvero, non ci rendiamo conto di nulla? Vorticosi accenni di soli e bassi potentissimi ci fanno da compagni, mentre cerchiamo di barcamenarci fra questi pensieri. Lesti giungono refrain che si stagliano su rallentamenti consistenti, sempre urlanti Slayer da ogni solco. Proprio nel refrain è situata la chiave di volta: proveniamo dal nulla, e nulla torneremo ad essere. Inutile credere d'essere immortali, o d'esser dominatori dei proverbiali "questo è quello". Siamo una delle tante casualità generatesi nell'infinito universo, né più né meno. E come tali, scompariremo molto presto. Si rialza l'asticella della velocità in concomitanza di un assolo melodico ed ispiratissimo, situato verso l'ultimo minuto di brano, consistente anche nella fine della narrazione. Una fine amara, nonostante la musica sia incalzante e capace di coinvolgere. Guardiamoci intorno, rendiamoci conto di cos'abbiamo creato. Inquinamento, rifiuti tossici scaricati senza ritegno fra bellezze naturali di inestimabile valore; armi di distruzione di massa.. è ora che la corsa si interrompa di nuovo, per sfociare in un ritornello chiarificatore: siamo il NULLA. Ed il NULLA torneremo ad essere. Corsa sfrenata successiva al refrain, dominata da una voce in growl; altro rallentamento, voce da telegiornale intenta a parlare per qualche istante. Refrain ripreso ma questa volta in maniera molto più concitata e dinamica. Cosa siamo? Ormai lo abbiamo capito. Il nulla, il niente. Non cerchiamo di strafare.. gli errori di programmazione non dovrebbero avere l'ardire di avanzare chissà che pretese, nei riguardi della vita.

Litanies of War

Penultima track, "Litanies of War (Litanie di Guerra)" viene aperta da un giro di basso à la Megadeth, ricordando molto da vicino l'intro della celeberrima "Peace Sells..". Sorprendente notare come la produzione riesca a rendere ogni suono praticamente perfetto: dalla chitarra al basso, passando per la voce e la batteria. Soprattutto il quattro corde non risulta MAI penalizzato, ma anzi continuamente esaltato e valorizzato. Il brano, seguendo quindi coordinate Mustainiane, prosegue nella sua marcia. Notiamo come l'andatura dettata dal basso renda il tutto ben cadenzato; se ci aggiungiamo velleità chitarristiche per certi versi debitrici all'esperienza di Jeff Waters (alcune sviate / sfoggi di tecnica niente male), allora possiamo ben comprendere come il tema centrale risulti essere quello classico del Thrash: la guerra intesa come orrore da condannare. "Litanie di guerra", canti luttuosi e lamenti che ancora riecheggiano, fra le macerie. Quante vite spezzate, quanta sofferenza, esistenze spazzate via senza un perché. Chi ha deciso, tutto questo? Naturalmente, la nostra cupidigia. Il nostro amore spasmodico per la prevaricazione, per la violenza. Cosa siamo diventati, e cosa siamo mai veramente stati? Tiranni ed egocentrici, in grado di ridursi a brandelli con le proprie mani. Guerre, intraprese per i più disparati motivi. Razza, religione, politica.. tutto fa brodo. Purché si combatta, ogni motivo risulta buono. La morte in canna, che corre sul filo della lama. Che attende, pazientemente, l'inizio di un'altra guerra. La quale è lì, pronta a palesarsi.. pronta a trascinar seco uno stuolo innumerevole di cadaveri. Fra i quali, inutile dirlo, incalcolabili percentuali di innocenti. Muore non solo chi imbraccia il fucile. A perire, è chiunque abbia la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Dopo gli slanci simil futuristi d'altre liriche, dunque, una ferma quanto disillusa condanna ad un sistema marcio sino al midollo. Si accelera considerevolmente in procinto del refrain, sparato in volto senza pietà alcuna; tuttavia, la cadenza killer e dominata dal basso risulta principesca, dominatrice di tutto l'apparato sonoro. Le chitarre, dal canto loro, ci tengono ugualmente a far sentire la loro presenza. Mai esagerando, ma attente a rimanere toste e maschie anche quando non c'è da correre poi troppo. Il vero momento clou rimane comunque il ritornello, anticipato da un piccolo accenno di melodia e di seguito pronto a deflagrare come una testata nucleare. E' in esso, dopo tutto, che si concentra il succo del discorso: i richiami disperati di chi non c'è più, i pianti degli innocenti, le urla dei caduti. I rombi delle esplosioni, dei carri armati, lo scoppio delle granate. Suoni che, uniti in una triste sinfonia, donano la vita alle litanie del titolo. Suoni di morte e devastazione, emessi di continuo, ormai divenuti il tetro sottofondo della nostra quotidianità. E' proprio sul refrain che i Nostri decidono di far leva, sino alla fine, reiterando il concetto da esso espresso in ogni seguito, Minuto 3:41, breve solo stile Annihiliator e ritorno della cadenza subito dopo. Possiamo dunque capire? Possiamo dunque renderci conto? Difficile a dirsi. Quel che sembrerebbe un concetto facilissimo da afferrare, diviene paradossalmente la regina delle utopie.

Trinity

Ultimo (ahinoi) brano del lotto, "Trinity (Trinità)" risulta anche il pezzo più lungo dell'intero album, dall'alto dei suoi quasi sette minuti di durata. Una fine, un principio. In quanto se da un lato il pezzo è posto come ultimo della scaletta, da un altro può considerarsi (tematicamente parlando) l'incipit d'ogni disastro bellico oggi riconosciuto come tale. Versi, infatti, incentrati sulla detonazione di un'arma nucleare compiuta dal governo U.S.A.; la prima in assoluto. Anno domini 1946, 16/07: il progetto "Trinity" ha luogo in un deserto del New Mexico, denominato paradossalmente Jornada del Muerto ("giornata del morto"). Un test che segna un macabro successo nonché un passo avanti verso una nuova forma di conflitto, quello nucleare. Lo spauracchio dei nostri tempi, la minaccia incombente sulle nostre teste. Ogni minuto, ogni secondo delle nostre vite. E' un riff che molto ricorda i Pantera, a dare il via alle ostilità: ed anche il proseguo, in effetti, sembra riprendere a piene mani dall'esperienza dei texani. Senza scordarsi degli Exhorder, qui assai presenti. Si continua su tempi più dritti e meno cadenzati, non si rinuncia alla melodia (la quale risulta assai drammatica, nel suo incedere), fino alla corsa definitiva. Minuto 1:02, la considerevole impennata ci narra dunque il mostruoso antefatto. Gli imperi del sangue stanno per avere a loro disposizione una nuova, micidiale arma. Come se i grattacieli costruiti d'ossa non fossero sufficienti, e nuovi, tristi monoliti dovessero essere innalzati, equipe di luminari stanno portando a termine il passo definitivo. Sfruttare l'energia nucleare, per creare nuovi elementi di distruzione. Sembriamo, tramite la velocità qui espressa, percepire appieno i fremiti orgasmici dei folli sanguinari. Hanno fra le mani un nuovo modo per uccidere quante più persone possibili, contemporaneamente. Si pesta durissimo e veloce, fra chitarre sospese a metà fra Megadeth e Testament, con piccoli momenti di cadenze alternati a vere e proprie sfuriate. Eccitazione allo stato puro, esaltazione della violenza. Bearsi della capacità di poter ridurre il mondo in ginocchio, semplicemente premendo un pulsante. Queste sono le sensazioni magistralmente espresse da una corsa così frenetica, così incontrollabile, così a perdifiato. Polmoni che annaspano per la troppa gioia, la Morte che danza sulle nostre teste, in onore degli dei nucleari. Particolarmente singolare il frangente che si estende dal minuto 3:05 al minuto 3:27, nel quale la chitarra preferisce tenersi in sottofondo, ed un chirurgico tempo di batteria scandisce le urla corali che gli Eversin, da consumati hooligans, emettono con foga marcata. "We are the nuclear gods!", ci ritroveremo tutti a cantare questo verso ad un loro live, più che garantito. Un urlo di Angelo si prolunga lungo la sezione successiva, cadenzata e presto sfociante in un assolo dai toni drammatici e particolarmente mesti. Si torna a correre: perché la disperazione dell'umanità non può lasciare la l'eccitazione dei guerrafondai cessi anche solo per un momento. Dal cielo, pioverà la nostra definitiva condanna. La maledizione alla quale siamo nostro malgrado incatenati. Sudati e boccheggianti, i Signori della guerra non attendono altro che sganciare il loro primo parto. Ridere delle grida, dei morti carbonizzati. Orgiastiche celebrazioni di malsani rituali di morte. Si corre sino alla fine, si pesta, si strepita.. tutto è perduto. E niente, niente sarà mai più come prima. Il brano sarebbe quindi finito, e notando il suo minutaggio, ci stupiamo quindi della chiusura anticipata. Dopo qualche istante di silenzio, però, la rivelazione. Ovvero, un terribile fragore, un rimbombo soffuso. Inquietante, capace di scuotere le nostre viscere. "This is a red alert..", ripetuto in loop. Allarme rosso, dunque? rosso, come il sangue. Cremisi, come i corpi straziati dagli olocausti nucleari.

Conclusioni

Siamo dunque giunti alla fine di questo viaggio, con la mente ancora sconvolta dalla potenza messa in campo nostri Eversin. Sanguigni e diretti, ma anche bravi strumentisti, professionisti da non sottovalutare. Evoluzione compiuta, nel migliore dei modi. Non certo dei picchiatori della domenica, chiunque se ne accorgerebbe. Numi tutelari, profeti di questo violento War Thrash Metal. Piccola licenza poetica, quest'ultima, che il vostro affezionatissimo ha deciso di concedersi, per descrivere appieno quanto udito lungo i solchi di "Trinity: The Annihilation". Un disco incredibilmente valido, per via di svariati motivi. Primo fra tutti, il modo in cui è suonato. Un sound improntato sulla devastazione, sulla nuda e cruda brutalità. La band ha voluto ad ogni costo (e ce ne siamo ben accorti) suscitare nel nostro animo le sensazioni provate da un soldato od un civile, immersi loro malgrado in un conflitto truculento ed orribile. Sensazioni oggettivamente provate e riprovate, degne di un concept di fondo che è riuscito nei suoi intenti, poiché sviluppato in maniera sapiente e soprattutto coerente. Dopo tutto, l'intento di "Trinity.." era quello di portare in musica le atrocità della guerra. Atrocità che possiamo tranquillamente udire e palpare, udendo brani come l'ultimo, o magari "Chaosborn". In Il lavoro svolto in fase di registrazione e cura del sound è stato in questo senso perfetto, per le orecchie di chi vi scrive. Da tempo non si sentiva una band Thrash suonare così schietta e genuina. Così piena, violenta, sferragliante. Così VERA. Se nel panorama odierno poche sono le realtà di tal forgia (leggasi Sofisticator, Violentor e pochi altri), gli Eversin dimostrano con quest'ultimo lavoro di poter tranquillamente far parte dell'élite, pur concedendosi ad un groove più moderno e legato a stilemi post-ottantiani. Per molti aspetti. Non un aggravante, anzi un quid in più che di sicuro rende la proposta dei siculi più varia ed interessante. Agli occhi dei puristi ed anche delle nuove leve. Dunque, dal punto di vista più materiale, il quartetto è promosso; un disco da otto pieno, che merita comunque un qualcosa in più per via di un fattore non trascurabile. Abbiamo parlato, pocanzi, di concept. Nel determinato caso di "Trinity..", il tema fondamentale è quello della guerra. "Sai che novità..", esclameranno i più pignoli. Eppure, la novità c'è. Intendiamoci: il Thrash ha ampiamente snocciolato tale plot, creando diramazioni su diramazioni. Fra i fili di questa enorme ragnatela, però, gli Eversin hanno dimostrato di sapersi districare più che bene, evitando di rimanere incastrati fra le pericolose spire del "già detto". La Guerra, narrata dai Nostri, è difatti un'entità quasi inconcepibile, sfuggente. Tanto considerata uno strumento per vincere l'oppressione, quanto posta come la nostra peggiore nemica. Un'opposizione democritiana. Esistere in virtù del proprio contrario. E' qui, che il discorso diviene interessantissimo, aperto a numerosi dibattiti. Il conflitto, di per sé, genera orrori. Chiunque siano le vittime, avranno luogo barbare uccisioni, esecuzioni forse sommarie. Nessuno avrà pietà: che si sia nel giusto, come i soldati di "We Will Prevail" o nel torto più marcio, come gli dei nucleari di "Trinity". Ogni combattente, però, è convinto di avere la ragione dalla propria parte. Chi può giudicare, alla fin fine? Messi dinnanzi a ciò che tutto realmente E', ognuno trarrà le sue definitive conclusioni. La narrazione di questi testi, fra slanci marinettiani e condanne più marcate, altro non è che la visione asettica e tristemente veritiera di quel che accade ogni giorno. Guerre per la pace, guerra per la guerra. Combattendo per la nostra libertà e dunque imbracciando quelle armi che condanniamo, ci porremo forse sullo stesso piano dei nostri aguzzini? Dopo tutto, non è possibile combattere la tirannide con la non violenza. E qualora non ne avessimo effettivamente bisogno.. perché, comunque, combattiamo? Perché ci armiamo? Perché sentiamo questa urgenza? Forse, il campo di battaglia è il luogo ove siamo, definitivamente, tutti uguali. Perché in un modo o nell'altro, quello sembra essere il nostro destino. Quello che indirizza verso di noi le condanne del cielo. Quello ben descritto dai cupi e violenti suoni degli Eversin. I quali non cadono nella trappola del "peace and love" o degli sterili attacchi verso questo o quel sistema, verso questa o quella nazione. Semplicemente.. LA GUERRA. Priva di connotazioni politiche o sociali. Solo, esclusicamente.. LA GUERRA. 

1) Flagellum Dei
2) Fire Walk With Me
3) Chaosborn
4) We Will Prevail
5) Crown of Nails
6) Beneath the Atomic Sun
7) Litanies of War
8) Trinity