EVELINE'S DUST

The Painkeeper

2016 - Lizard Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
28/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Da sempre, il negozio del barbiere è una sorta di confessionale fortificato, dove oltre a parlare di calcio, l'uomo ama parlare di donne, lontano da orecchie indiscrete, sapendo con sicurezza che tutto quanto detto non uscirà mai da quelle benedette quattro mura. Io quando mi reco dal mio barbiere di fiducia, oltre a questi due irrinunciabili argomenti, ho la fortuna di poter affrontare altre due mie grandi passioni, la coltivazione ed il conseguente consumo delle piante di peperoncino e la musica. Colui che si occupa di curare i miei tre peletti rimasti, oltre a strimpellare come me le quattro corde è un grande appassionato di musica, e nonostante i nostri gusti musicali, al contrario di quelli dei piccantissimi frutti esotici non siano proprio i medesimi, sovente ci piace intavolare discorsi in ambito musicale. L'ultima volta che mi sono recato dal mio coiffeur di fiducia, dopo che un ragazzo era entrato per prendere un appuntamento, una volta uscito, l'addetto al taglio mi disse che anche quel ragazzo suonava il basso, precisamente in una interessante band che ripropone del "progressive rock alla vecchia maniera". Al sentire quelle parole virgolettate, i miei occhi si illuminarono di gioia. Ai giorni nostri, per molti ma non per tutti, progressive rock fa rima con Dream Theater e la maggior parte delle band italiane (e non solo) che riescono in qualche maniera a farsi notare ci propone l'ennesima versione trita e ritrita del Teatro Dei Sogni, ostentando la loro suprema tecnica strumentale e dimenticandosi da dove è partito il tutto. Il risultato spesso è che oltre ai virtuosismi spesso fini a se stessi, fra i solchi dei loro CD non troviamo nulla di nuovo e non riusciamo a captare qualcosa che ci dia una parvenza di emozione. Ecco perché l'idea di una band giovane che suona del sano vecchio progressive rock mi ha stuzzicato e non poco. Una volta raccolte le informazioni basilari ho messo immediatamente in moto la macchina di Rockandmetalinmyblood per poter recensire il loro disco, in modo, nel mio piccolo, di poter dare una mano ad una band proveniente dalla mia città di divulgare il loro messaggio musicale. Ma dopo questa piccola introduzione è giunta l'ora di svelare il nome del combo pisano, che già di per se ha un suo fascino, loro sono gli Eveline's Dust. Una volta avuto il loro "The Painkeeper" fra le mani ero impaziente di scoprire se quanto mi era stato detto era veritiero. Sin dai primi ascolti, i quattro ragazzi toscani mi hanno trasportato indietro nel tempo, a cavallo fra gli anni ottanta e novanta, quando ancora internet non imperversava nelle nostre case, e per scoprire nuove band di neo progressive rock andavamo nei piccoli negozietti specializzati (che purtroppo nel corso del tempo sono scomparsi uno dopo l'altro), magari seguendo qualche dritta appresa da Paperlate, una sorta di Bibbia per chi ascoltava il progressive rock all'epoca, o semplicemente fidandoci di quel che ci trasmetteva una copertina. E' così che ho scoperto band come i Pendragon, gli Spock's Beard e i Porcupine Tree, giusto per citare alcune delle mie scoperte più felici, band non citate per caso ma che assieme ai giganti del progressive rock anni '70 Yes, Genesis e King Crimson sono fra le maggiori influenze degli Eveline's Dust. Infatti i nostri ci propongono un accattivante mix fra il progressive settantiano, il romanticismo del neo progressive del decennio successivo e le oscure sonorità di Steve Wilson e i suoi Porcospini, il tutto variegato da una frizzante spruzzata di jazz. Quello che mi ha colpito maggiormente del quartetto pisano è che nonostante le loro influenze non vengono di certo celate, fra i solchi del disco non c'è la benché minima parvenza di plagio o di qualcosa di "già sentito". Con una ottima tecnica strumentale ed un eccellente gusto nella cura degli arrangiamenti (a mio avviso uno dei loro punti di forza), i nostri hanno costruito un sound originale e raffinato tutto suo, per quanto mi riguarda una rara peculiarità ai giorni nostri. Un altro punto interessantissimo di questo sorprendente "The Painkeeper" sono le liriche. Si tratta infatti di un impegnativo concept album a metà fra il fantasy ed il gotico, ispirato alla poesia "Il Custode Di Dolori" di Federico Vittori, scrittore pisano e caro amico della band.  La cosa nacque quasi per caso, in uno dei tanti bar del centro storico della suggestiva città di Pisa, quando l'eclettico artista incontrò la band, presentandogli la sua nuova poesia davanti ad una birra, cosa che i nostri identificarono immediatamente in ottimo materiale sui cui incentrare le liriche di una canzone. Infatti, originariamente solo la title track doveva essere ispirata alla poesia, poi da cosa viene cosa ed i nostri hanno buttato giù una trama che coinvolge l'intero disco. Teatro della scena è un tranquillo villaggio rurale collocato presumibilmente in un'epoca medievale, avvolto perennemente da una nebbia angosciante. La suggestiva locazione a me ha fatto venire in mente il misterioso paesello sperduto nel tempo della pellicola "The Village" di M. Night Shyamalan. Gli abitanti del deprimente villaggio conducono le loro ordinarie e monotone vite con una inquietante rassegnazione, come colpiti da un virus collettivo che li riduce ad una sorta di morti viventi. La precaria situazione non sfugge al parroco, preoccupato dall'epidemia di depressione che ha contagiato la totalità dei propri fedeli, riducendoli ad una sorta di innocui zombi che vivono per inerzia. Un bel giorno, durante l'uscita da una messa domenicale, fra la folla emerge un inquietante losco figuro. Il sinistro forestiero si presenta come il "Custode di Dolori" (The Painkeeper appunto), una sorta di oscuro profeta, che sostiene di avere il potere di liberare dalla mestizia e dal dolore l'anima degli abitanti, a patto che siano loro stessi a chiedere tale servizio. Con buona pace per il parroco, questa speranza di portare nuovamente la luce al centro del villaggio si trasformò inevitabilmente in una richiesta collettiva. Come per magia, in men che non si dica il Sole tornò a splendere dissipando la nebbia che da troppo tempo oscurava il cielo sopra il villaggio, gli abitanti tornarono pieni di vitalità, dal grigiore autunnale perenne si era passati in un batter d'occhio ai colori ed alla vitalità primaverili. Ma come sempre tutto ha un prezzo, e gli ignari cittadini ben presto si accorgeranno con quale cara moneta avevano pagato a loro insaputa il demoniaco profeta. Una volta formulata la richiesta, l'oscuro Custode Dei Dolori non si è portato via solamente la mestizia ed il dolore, ma anche i loro sogni e le loro ambizioni, impossibilitandoli di immaginare una vita migliore e gettando il villaggio nuovamente nell'oblio. Se pur il concept sia ambientato in un'epoca immaginaria risalente al medio evo, le analogie con i giorni nostri sono molteplici. L'apatia e la depressione che ha colpito gli abitanti del villaggio ci riconduce dritti verso la nostra società, sempre più dipendente da internet ma anche dalla televisione o dagli smartphone, con i valori morali che svaniscono preoccupatamene e le amicizie virtuali sui social che sovrastano per numero minacciosamente le vere amicizie a quattr'occhi. So che questa piccola sinossi ha stuzzicato ulteriormente la vostra voglia di scoprire cosa nasconde il disco, ma dovete pazientare ancora, in quanto mi pare doveroso andare a conoscere più da vicino questi quattro musicisti toscani. La genesi della band ha origine nel 2008 a Pisa, sotto il volere del tastierista cantante Nicola Pedreschi ed il chitarrista Lorenzo Gherarducci. Nicola nasce il primo Gennaio del 1992 a Barga, ridente borgo immerso nel fantastico scenario che ci offre la Garfagnana, nella provincia di Lucca. Inizia a suonare il pianoforte all'età di dieci anni. Due anni più tardi, perfeziona la tecnica sotto l'ala del maestro Piero Frassi, ma il salto di qualità lo fa a diciassette anni, quando si trasferisce per un anno a Boston, studiando con il maestro Otsu Shinichi. Ritornato in patria, si iscrive alla scuola Giuseppe Bonamici di Pisa, dove ritrova il suo primo maestro. Lorenzo, classe 1992 nasce a Pisa, a dodici anni i primi approcci con la sei corde. La passione verso il rock blues lo porta a frequentare i corsi di chitarra presso l'Accademia Musicale Lizard, dove ottiene il diploma. Nel 2014 perfeziona l'armonia, la composizione e gli arrangiamenti presso il conservatorio Giacomo Puccini di La Spezia. Poco tempo dopo ai due si è unito il bassista Marco Carloni, classe 1989, anche lui nato in riva al fiume Arno. I genitori lo avvicinano al mondo della musica, ma solamente all'età di sedici anni si decide di iniziare a studiare da autodidatta il basso elettrico ed il contrabbasso, studiando inoltre la chitarra classica, la fisarmonica e l'armonica a bocca. Nel 2012 partecipano ad un contest sotto il nome "Bella Domanda", mentre gradualmente il loro sound dalla fusion si stava mutando in un progressive rock di settantiana memoria. A questo punto, i nostri si rendono conto di aver composto una discreta quantità di materiale inedito e con il loro sound ormai orientato verso il progressive rock decidono di cambiare nome in Eveline's Dust, prendendo spunto da un racconto di James Joyce intitolato "Eveline" e presente sul volume "Dubliners (Gente Di Dublino)". L'opera è risalente al 1914 ma in Italia viene pubblicata solamente nel 1933. I protagonisti del libro sono comuni abitanti di Dublino, di cui vengono narrate le storie di vita quotidiana, affrontando argomenti incentrati sulla moralità, focalizzando l'attenzione su due aspetti comuni a tutti i racconti: la paralisi e la fuga. La prima è principalmente una paralisi morale, causata dalla politica e dalla religione che da sempre tediano la terra di smeraldo. La fuga è la conseguenza naturale della paralisi, l'unica strada alternativa che si paventa nel momento in cui i protagonisti comprendono la propria condizione, ma che non sempre risulta essere la soluzione vincente. I racconti vengono suddivisi nelle quattro fasi della vita dell'essere umano. Eveline, una ragazza di diciannove anni, è forse il personaggio più fragile dell'intero volume. Nel racconto che la vede protagonista è combattuta fra il seguire il suo fidanzato o tenere unita quel che resta della sua famiglia, come promesso alla madre in punto di morte. Nel racconto la polvere è un elemento simbolico, che copre ogni cosa avvolgendo tutto appunto in una deprimente paralisi. Con il nuovo nome e una discreta quantità di materiale inedito a disposizione, agli inizi del 2013 registrano il loro primo EP intitolato "Time Changes" con il batterista Marco Calafà a completare la line up. Nel 2014 si registra un importante cambio di guardia dietro alle pelli, fa il suo ingresso nella band il batterista Angelo Carmignani, con il quale i nostri avevano lavorato in passato nell'ambito di altri progetti musicali. Come il compagno di sezione ritmica, Angelo nasce nel 1989 nella città che ha dato i natali a Galileo Galilei. All'età di dieci anni inizia a suonare la batteria, frequentando successivamente la Scuola Giuseppe Bonamici di Pisa, dove ottiene il diploma sotto la guida del maestro Luca Brunelli Felicetti. Nel 2013 inizia a prendere lezioni dal maestro Christian Meyer, batterista degli Elio e Le Storie Tese. Il nuovo arrivato porta nuove influenze ed un ulteriore dose di creatività agli Eveline's Dust, è tempo di lavorare su un nuovo album. Nell'autunno 2015 il quartetto pisano entra in studio di registrazione e seguendo l'esperimento vincente dei Marillion, lanciano una campagna di crowdfunding in modo da poter finanziare l'album i cui dettagli anagrafici riprenderemo in conclusione e che ci apprestiamo finalmente ad ascoltare.

Awake

I nostri ci introducono al concept con una breve intro strumentale intitolata "Awake (Risveglio)", a simboleggiare il risveglio domenicale degli abitanti del villaggio, che in maniera apatica compiono i loro monotoni gesti quotidiani privi di vitalità prima di recarsi alla Santa Messa. Il brano inizia con un sinistro ritmo stoppato dove tutti gli strumenti viaggiano all'unisono. Successivamente Nicola Pedreschi ci incanta con funambolici passaggi di organo che rievocano le frizzanti sonorità delle barbe vulcaniane. Repentine corse sulle pelli dei tom tom e grintosi power chord distorti che lavorano sulle toniche rendono il tutto più epico. Successivamente l'organo si prende qualche secondo di gloria rimanendo in solitario, poi dopo un breve ma potente e caustico interludio all'unisono, Lorenzo Gherarducci inizia a seguire in maniera omofona le trame dell'organo, dando vita ad un vischioso intreccio ripreso poi anche dalla sezione ritmica. Sin dai primi secondi del brano si capisce che abbiamo a che fare con dei musicisti di prim'ordine, dotati di tecnica, creatività ma soprattutto passione per la musica. Il timer segna 00:55 ed il brano cambia veste in maniera repentina. I grintosi passaggi in simultanea lasciano il campo ad un sognante tema di chitarra che ci apre scenari epici. La sezione ritmica accompagna con raffinati passaggi dai sentori jazz, mentre il pianoforte evidenzia i momenti cruciali con cristallini accordi. I melodiosi fraseggi di chitarra decisamente settantiani ci accompagnano dolcemente verso l'epilogo di questa interessantissima introduzione strumentale che possiamo considerare un gradito e raffinato antipasto.

The Painkeeper

La prima portata ad essere servita è l'oscura title track, quella "The Painkeeper (Il Custode Di Dolore)" da cui è partito tutto. Nonostante l'elevata durata che va ben oltre gli otto minuti, i nostri hanno girato anche un video che li riprende durante l'esecuzione del brano in studio, con l'unica variante dell'aggiunta dei rilassanti rumori di una giornata piovosa a fare da apripista al brano, che lascia trasparire decadenti atmosfere Wilsoniane dettate magistralmente dalla chitarra. Lorenzo Gherarducci ci introduce alla storia con un avvolgente arpeggio di chitarra che emana forti note di mestizia. Dopo una ventina di secondi circa arriva Nicola Pedreschi che ricamato da tetri accordi di pianoforte e sinuosi fraseggi di basso dipinge magistralmente la vita del villaggio. Con una calda voce floydiana ed una decadente linea vocale che trasparisce tristezza e rassegnazione, il Cantastorie Di Barga ci illustra tutto lo sgomento del parroco, che con uno sguardo colmo di disperazione vede rientrare i fedeli verso le loro umili case, camminando per inerzia, avvolti da una terribile apatia. L'intera vallata che accoglie il villaggio sembra essersi addormentata, la nebbia opprimente attutisce perfino i rintocchi delle campane domenicali. Gli abitanti camminano in un assordante silenzio, come un caracollante gregge di zombi. Il pianoforte comanda una decadente progressione di accordi eseguiti all'unisono che ci separa dalla seconda strofa, impreziosita stavolta dall'apporto della sezione ritmica. Le pastose note del basso incupiscono ancor di più l'atmosfera, Lorenzo continua a dipingere con opprimenti sfumature di grigio il villaggio, ormai popolato da fantasmi viventi. Neanche la fede sembra essere in grado di risollevare il morale dei paesani, giorno dopo giorno l'angoscia aumenta in maniera esponenziale, come diminuisce la vitalità di tutta la vallata, che sembra essere caduta in sotto una tremenda maledizione lanciata da chissà chi. Arriva l'inciso, le vetuste trame dell'organo sembrano riversare fiumi di lacrime sugli abitanti del villaggio, ricamate da preziosi intarsi di pianoforte che ravvivano leggermente il brano. La sezione ritmica scandisce con colpi stoppati la linea vocale di Nicola, che pare aver trovato l'unica soluzione possibile per liberare il villaggio dalla terribile maledizione, ovvero un miracolo che porti via il dolore dai cuori degli abitanti del villaggio, in modo che la vitalità scomparsa misteriosamente torni a rifiorire. A seguire incontriamo un interludio strumentale dove il pianoforte disegna arabeschi che emanano sentori di tristezza ad ogni singola nota, replicando la mestizia che alberga nelle anime dei villici. Fai il suo ritorno la strofa, dove ostentando una forte padronanza della lingua inglese, Lorenzo ci informa che le preghiere del parroco e degli abitanti del villaggio forse sono state ascoltate. Fra la folla si erge un oscuro figuro dai grandi occhi scintillanti, la sua voce eterea somiglia ad un'ombra che si perde nell'oscurità. Egli si presenta come il Custode Dei Dolori e se gli verrà richiesto, potrà salvare il paese dalla maledizione che da tempo si è impossessata della vallata. Come un'orda di zombi si riversa verso una preda umana, seguendo un riflesso condizionato, tutti gli abitanti del villaggio si riuniscono attorno all'oscuro predicatore, la cui sola presenza riesce a riaccendere il sangue nelle loro vene. L'inciso successivo viene impreziosito dai controcanti eterei di Carolina Paolicchi, che insieme a Nicola Pedreschi ci narra il momento cruciale in cui gli abitanti del villaggio si preparano a formulare la richiesta al sinistro forestiero, che ha il potere di assorbire le agonie e la mestizia che alberga nelle anime dei paesani, riempiendole con una nuova vitalità. A questo punto il brano si anima improvvisamente, come l'anima dei paesani. Angelo Carmignani alza l'asticella dei BPM propri quando un "si" collettivo richiede in maniera ufficiale i servigi dell'oscuro profeta.  Il Misterioso Custode assorbe tramite il suo colorato acchiappasogni tutte le pene degli abitanti del villaggio, nei loro occhi torna a scintillare la luce della vita, i loro cuori tornano a battere, pieni di vitalità. Come per magia scompare anche la nebbia e torna a splendere il Sole nella vallata che da troppo tempo non veniva riscaldata dai raggi solari. La felicità che invade il villaggio viene celebrata da Lorenzo Gherarducci con un bellissimo assolo di chitarra. Le trame della sei corde sembrano spazzare via l'angoscia che permeava nel villaggio, con caustici fraseggi e funamboliche scale, precipitando poi verso una rapida sfumatura in fader, lasciando solo un sottile e solenne tappeto di organo. Ma non preoccupatevi, il brano non è per niente finito, siamo solo giunti verso la metà. Come una fenice dalle sue ceneri, nasce un tetro arpeggio di chitarra di Wilsoniane memorie, le inquietanti trame della sei corde ci lasciano presagire che c'è qualcosa che non va. Come tutte le cose, anche i servigi del Custode Dei Dolori ha un prezzo, un prezzo che in maniera demoniaca non era stato messo in luce durante la stipulazione del contratto, ma ben presto i villici scopriranno con quale cara moneta hanno pagato le loro richieste. Un inquietante effetto sporca leggermente la linea vocale di Nicola. Lorenzo, con un melanconico arpeggio accompagna il Cantastorie Toscano, che con una linea vocale inquietante scopre finalmente l'inganno. Il Demoniaco Custode, non si è preso solamente i dolori e le pene dei villici, ma insieme si è portato via anche i sogni e le ambizioni delle quali lui si nutre. Nella seconda strofa, la sezione ritmica torna a pieno regime, i colpi del basso riecheggiano minacciosamente, oscurando nuovamente il villaggio ed i suoi abitanti. Ora le loro vite sono precipitate nuovamente nell'oblio, prive di ambizioni, tornate nuovamente piatte e colme di apatia come quando la misteriosa nebbia avvolgeva il villaggio. E' questo il caro prezzo con cui hanno pagato la prestazione del demoniaco Custode Dei Dolori. Una lunga coda strumentale ci accompagna verso l'epilogo. Gli accordi del pianoforte riecheggiano minacciosi, rafforzati dalle pastose note del basso. I nostri ricreano magistralmente un'opprimente atmosfera che rispecchia perfettamente quello che sta accadendo nello sperduto villaggio rurale. Nelle battute finali, gli accordi vengono ripresi dalla chitarra elettrica e dall'organo, dando vita ad un oscuro unisono che si lascia dietro una scia di terrore. Il Drummer Pisano riempie con una serie interminabile di filler, mentre la chitarra con caustici fraseggi emula i lamenti strazianti dei villici, precipitati nuovamente nell'oblio, privi di una delle cose più belle che può avere un essere umano, i sogni. La situazione che sta attraversando lo sperduto villaggio rurale si identifica facilmente in quello che accade ultimamente nel Bel Paese. Il popolo riversa tutti i suoi sogni e le speranze in un fantomatico custode, che prontamente, dopo averli illusi, li getta nuovamente nell'oblio. Ecco che il Painkeeper accende una sorta di Sindrome Di Stoccolma negli abitanti del villaggio lui è il salvatore, ma allo stesso tempo è il boia.

Nrem

Andando avanti incontriamo una traccia strumentale, il cui titolo "NREM" parla quanto basta per illustrare la situazione in cui sono precipitati gli abitanti del villaggio. Infatti "NREM" o meglio ancora "Non REM" è la fase del sonno che precede lo stadio di sonno "Rem", ovvero quello dove la mente dell'essere umano crea un fenomeno psichico creando una serie di immagini e suoni definiti "sogni", riconosciuti apparentemente reali dal soggetto sognante. I sogni sono una delle cose più belle che Madre Natura ha donato all'essere umano, in quanto durante un sogno, chiunque è in grado di ottenere tutto ciò che la vita reale non gli permette, anche di volare. Ma i sogni dell'essere umano non si limitano solo a quelli generati durante il sonno, i sogni sono le ambizioni e gli obbiettivi che ognuno di noi si prefissa, cercando di raggiungerli in modo da migliorare il proprio stato di vita. L'oscuro Custode Dei Dolori, in cambio dei suoi servigi si è portato via tutti i sogni dei villici, che ora sono costretti a vivere perennemente in una sorta di fase Nrem reale, dove non gli è permesso di sognare, nemmeno ad occhi aperti. Un sorta di maledizione che suona come una tremenda punizione infernale. Immaginatevi quale tremenda punizione biblica sia il non poter più assaporare la piacevole sensazione che ci lascia un sogno appena svanito poco prima del risveglio. Il brano viene aperto da una inquietante babele di voci ricamata da sottili cori dai sentori gregoriani, che sembra recitare un oscuro rito satanico che ci trasmette ansia ed angustia. A riportare la tranquillità ci pensa Lorenzo Gherarducci con un cristallino e sognante arpeggio di chitarra, ricamato da preziosi interzi di pianoforte. La batteria accompagna con classe e raffinatezza, mentre il basso diventa subito determinante al pari della chitarra. Le dolci trame degli strumenti hanno il potere di farci sognare, evidenziando con quale cara moneta gli abitanti del villaggio abbiano pagato il Custode Dei Dolori. Al minuto 01:27 entra in scena Federico Avella, sassofonista di origine salernitane ma che da tempo vive in pianta stabile nella città di Pisa. L'ospite d'onore, con suo il sax soprano dona un tocco di classe al brano, disegnando trame oniriche che vanno a rispolverare le influenze jazz-fusion che aveva la band alle origini. Il combo pisano accompagna con grazia, lasciando il campo libero all'ospite, che con le sue dolci trame soffuse ci porta lentamente verso l'epilogo di questo raffinato intermezzo strumentale.

Clouds

Nonostante il titolo ispiri qualcosa di soffice, "Clouds (Nuvole)" perlomeno nei primi minuti, è il brano più duro dell'album, grazie ai caustici inserti della chitarra che si intersecano con il disorientante giro di basso disegnato da Marco Carloni. I nostri creano un nevrotico wall of sound che rievoca i fasti di "Discipline" del Re Cremisi. Dopo circa un minuto, Angelo Carmignani ingrana la quarta, Lorenzo Gherarducci si dimostra un chitarrista eclettico, disimpegnandosi in un acido assolo ricco di graffianti scale che va a toccare i confini del metal. Dopo circa novanta secondi, questo micidiale e travolgente attacco sfuma lentamente in fader. Dalle sue spoglie rinasce un meraviglioso arpeggio dall'aria barocca con la sei corde acustica. Il tocco passionale sullo strumento e la invidiabile tecnica di Lorenzo mi hanno ricordato lo Steve Howe dei tempi d'oro, e questo, per chi scrive è il più grande complimento che si possa fare ad un giovane chitarrista. Il bellissimo arpeggio viene ricamato con classe da delicati tintinnii del pianoforte, che anticipano di qualche istante la strofa. Nicola Pedreschi si lascia trasportare dalla fragile armonia degli strumenti, come le nuvole si fanno trasportare da un alito di vento, iniziando a riportare in vita i sogni rubati agli abitanti del villaggio. La protagonista di questo sogno è una avvenente donna la cui bellezza sovente si manifesta nei viaggi onirici dei suoi compaesani. Nelle liriche incontriamo le parole "Crimson Sky's (Cielo Cremisi)", piccolo tributo dei nostri ad una band a cui devono molto in quanto ad influenze. Con l'avvento del bridge il brano cresce grazie ad un raffinato lavoro della sezione ritmica, le pungenti note del basso si incastonano perfettamente fra gli spazi lasciati dal magico intreccio della chitarra con il pianoforte, impreziosendo il tutto, come delle pietre preziose incastonate in una scintillante corona d'oro. Il brano cresce portandoci in maniera naturale verso l'inciso, di una dolcezza disarmante, dove durante la notte, lei si lascia trasportare dal vento, usando le nuvole come mezzo di trasporto occasionale per andare a stuzzicare le fantasie oniriche degli uomini, per poi scomparire proprio sul più bello, nel bel mezzo di un bacio passionale, lasciando il campo ad un nuovo sorgere del Sole. A seguire incontriamo un meraviglioso interludio strumentale, dove Nicola Pedreschi è il protagonista assoluto, disegnando fragili trame di una delicatezza disarmante con il pianoforte. Al minuto 03.50 viene fuori l'anima progressive della band, il brano cambia completamente atmosfera. Le magiche trame del pianoforte vengono spazzate via dall'organo, supportato da una martellante figurazione sul charleston. E' il preludio ad un disorientante assolo di chitarra. In pieno stile Hackettiano, i frastornanti fraseggi di Lorenzo ricordano gli starnazzanti richiami dei volatili da cortile. Organo e chitarra si fondono insieme creando una babele disorientante di suoni che si insinua prepotentemente nel nostro cervello. Nella parte finale una caustica seconda traccia di chitarra distorta rende il sound ancora più disturbante tingendolo di un pastoso color cremisi, scomparendo poi improvvisamente come sono scomparsi i sogni. Io nella figura femminile del sogno, ho intravisto una seconda possibilità, identificandola nella speranza, che era tornata rigogliosa nel cuore e nella mente dei villici, per poi scomparire improvvisamente come si era paventata, riportando l'Inferno al centro del villaggio.

Joseph

La successiva "Joseph (Giuseppe)" è la mia traccia preferita dell'album, un brano che farà impazzire i nostalgici del progressive rock, ricco di cambi di tempo e sbalzi atmosferici, con un incredibile parte centrale strumentale da brividi, nel vero senso della parola. Dopo una manciata di blandi accordi di chitarra, Lorenzo Gherarducci ci incanta con un articolato arpeggio con la chitarra acustica, dimostrando che il tempo passato al Conservatorio non è stato sprecato. Le fragili trame della chitarra danno l'idea di potersi frantumare da un momento all'altro, ma all'interno hanno una robusta struttura che le rende indistruttibili. La calda voce di Nicola viene catturata dalla scintillante ragnatela di note, mentre ci canta dei sogni di Joseph, un abitante del villaggio particolarmente ammaliato dalla figura del Custode Dei Dolori, che forse come altre creature soprannaturali ha il potere di crearsi dei succubi da poter utilizzare a proprio favore. Celandosi dietro una maschera, cerca di convincere i paesani più titubanti ad accettare l'offerta dell'oscuro profeta. Il secondo bridge è seguito da un'appendice, dove il Cantastorie Toscano inizia a folleggiare alla Peter Hammil, cantando di Joseph che ha i suoi scheletri nell'armadio, scheletri fatti di menzogne. Andando avanti incontriamo nuovamente i caldi fraseggi sentiti nei primi secondi del brano, che poi si trasformano in un gelido arpeggio di chitarra che sarà la colonna portante di un prolungato ritornello. Marco Carloni tesse una ragnatela di note che si fondono perfettamente con i decisi battiti della gran cassa, ricreando uno spettacolare contrasto con le note della chitarra. L'organo apre la strada a Nicola, che in maniera epica ci canta di come Joseph vede sfumare il suo sogno preferito, quando nella realtà onirica si vede con la sua ex amante. Lui, come del resto tutto il paese, ha assolutamente bisogno di tornare a sognare. La notte perde il suo senso se priva dei sogni. Immaginatevi quale infernale punizione possa essere quella di coricarsi, senza avere la libertà di fantasticare ovunque ci pare prima di cadere nel sonno, quando poi sarà la nostra mente a decidere in quale dimensione proiettarci.  Le stelle che erano tornate a splendere nel cielo vengono inghiottite dalla notte, riportando le tenebre a regnare nella vallata. Joseph è vinto dallo sconforto, vede i suoi sogni scomparire lentamente, è come se perdesse la sua amante per una seconda volta, e questo non può permetterselo, deve assolutamente trovare la forza per lottare e far sì che non gli sfugga ancora una volta. Un arpeggio di chitarra leggermente sporcato dal distorsore apre i cancelli ad un assolo di basso. Marco Carloni ci graffia con un articolato giro di basso che poi viene ripreso all'unisono dalla chitarra. Minacciosi accordi di pianoforte tentano di farsi largo fra il caustico wall of sound ricreato dagli strumenti a corda. Arriva l'assolo di chitarra, seguendo il tortuoso percorso disegnato dalle quattro corde, Lorenzo disegna lisergici arabeschi mischiando il rock con la fusion, portandoci verso la chiusura della prima parte del brano. Al minuto 04:28 arriva quello che per chi scrive è il momento migliore del platter. Il brano cambia totalmente atmosfera. Nicola Pedreschi si siede dietro al pianoforte e disegna inquietanti trame che non sfigurerebbero all'interno della colonna sonora di un film horror degli anni '80 o in uno dei primi capitoli della saga Capcom di Resident Evil. I pesanti accordi gravi del pianoforte aumentano la tensione, crescendo gradualmente d'intensità fino all'ingresso della sezione ritmica, che accompagna con una decadente marcia funesta. A rendere ancora più terrificante l'atmosfera da survival horror ci pensa Lorenzo Gherarducci, con disturbanti fraseggi con la sei corde. Sembra di essere inseguiti da una mostruosa creatura, che ormai giunta a pochi passi da noi sfrega i suoi taglienti artigli su una superfice metallica, inondandoci di quella paura di cui ama nutrirsi. Sotto i colpi cadenzati della sezione ritmica, gradualmente i terrificanti fraseggi si trasformano in un lisergico assolo. Le note ronzanti e pungenti sparate dalla sei corde svolazzano intorno alle inquietanti trame disegnate dal Pianista Di Barga come mosche sulla carne morta. Brividi. Se i nostri volevano farci rendere conto dell'oscura e malsana nebbia che ha nuovamente avvolto il villaggio, ci sono riusciti in pieno. Ma le sorprese non sono ancora finite, il brano cambia nuovamente veste. Un cristallino fraseggio di pianoforte annuncia un travolgente assolo di organo di Wakemaniane memorie. E' uno dei rari momenti dell'album in cui, se pur con classe e senza esser tediosi, i nostri si lasciano cadere in una breve crisi di autocelebratismo, dimostrando che se vogliono, di tecnica ne hanno da vendere. Progressive, jazz e fusion si fondono insieme, fino al ritorno dell'arpeggio che annuncia un ultimo passaggio del folleggiante chorus, che ci accompagna magicamente verso l'epilogo di questo strabiliante brano. Chapeau. La voglia di ritornare al minuto 04.28 è tanta, ma il dovere chiama e bisogna proseguire oltre.

A Tender Spark of Unknown

Seppur assai più breve anche "A Tender Spark Of Unknown (Una Tenera Scintilla Di Sconosciuto)" è un altro brano progressive ricco di cambi di tempo e sbalzi atmosferici, dove nella prima parte i nostri rispolverano il sound delle origini, dando vita ad una travolgente mix esplosivo di frizzante funky-jazz-fusion. Ad aprire le danze stavolta è il Bassista Pisano, con uno zoppicante giro di basso dai sentori funky. Dopo circa dieci secondi il ritmo sincopato ed il martellante pianoforte di Nicola fanno riemergere prepotentemente l'anima fusion della band, ricreando l'habitat naturale peri nevrotici schiamazzi del sax di Mr. Federico Avella. Successivamente irrompe Lorenzo Gherarducci, con un graffiante assolo di chitarra ricco di scale eseguite ad una velocità disarmante. Nella strofa, la sezione ritmica nata in riva all'Arno si prende una meritata porzione di gloria, accompagnando con una caracollante figurazione di basso e batteria il Cantastorie Di Barga, che si cala perfettamente nella parte con una folle linea vocale che possiamo collocare a metà fra Serj Tankian e Les Claypool, cantando dei sogni rubati ai contadini, i quali dopo giornate passate nei campi all'insegna della fatica fra rastrelli, zappe e aratri, la notte  si scrollano le scorie della giornata sognando. I contadini comunque tendono a precisare che loro lo fanno per vivere, non per sopravvivere, la loro, dura che sia, è una vera e propria passione. Dalle mie parti si dice "l'orto vuole l'omo morto" a sottolineare quanto sia dura la vita nei campi, ma la fatica viene ricompensata da fantastiche soddisfazioni, che vanno dall'ammirare la crescita delle piante all'assaporare le delizie al momento della raccolta. Le frenetiche ritmiche funky dipingono alla perfezione la dura giornata tipo di un contadino, fatta di fatica e senza un attimo di pausa. E' soltanto durante la notte che possono riposare le loro membra, fare evaporare il dolore che martella le ossa e curare le mani sanguinanti, e una volta caduti nelle mani di Morfeo, si lasciano trasportare dai sogni, sovente sognano di volare, come quegli uccelli che durante il giorno gli donano una bellissima colonna sonora. E con l'avvento della notte, ecco che magicamente il brano indossa l'abito da sera, cambiando totalmente veste. Nicola Pedreschi pone fine alla giornata stressante con un rilassante e mellifluo tema di pianoforte, trasportandoci letterarmente nel mondo dei sogni. Ma il tocco di classe lo porta Federico Avella, con una dolcissima partitura di sax che si sposa alla perfezione con le sognanti trame del pianoforte. I delicati sospiri del sassofono volano leggiadri come uno sciame di delicate effimere intorno ad una fonte di luce, toccando momenti in cui è impossibile non avere brividi. Come sul dirsi, la classe non è acqua. Dopo questo emozionate interludio strumentale, arriva l'ultima parte del brano. Con grazia e raffinatezza, la sezione ritmica trasporta Nicola Pedreschi, guidato dall'articolata partitura di chitarra e ricamato da preziosi fraseggi di pianoforte. Ai contadini ora è stata tolta anche la soddisfazione di poter sognare, la loro dura vita non ha più senso, anche se le ossa possono sopportare il doloro durante il giorno, la notte non è più la stessa senza poter sognare. Durante il giorno, il loro disappunto è impresso nei loro volti. Con un prolungato filler sulle pelli dei tom tom, Angelo Carmignani annuncia il finale, una eterea armonia vocale apre le porte al ritorno del Sassofonista Di Salerno. Ancora una volta il nostro dimostra di saperci fare, incantandoci con una trama romantica d'altri tempi. Successivamente il sax cede il campo ad un grintoso unisono degli strumenti guidato dalla chitarra elettrica distorta. Il sete dei piatti viene investito da una tempesta di colpi, in pieno stile anni '70. Alla trascinante cavalcata guidata dagli strumenti a corda si unisce anche il sassofono, replicandone perfettamente i passi e accompagnandoci verso il rocambolesco gran finale.

Vulnerable

Dopo l'adrenalinica traccia appena ascoltata, troviamo la dolcissima "Vulnerable (Vulnerabile)" dove in neanche quattro minuti i nostri riescono a mettere in mostra tutta la loro classe. Ci pensa Nicola Pedreschi a riportare la calma nel villaggio, con un incantevole fraseggio di pianoforte che va a braccetto con la sua calda voce, cantandoci dei sogni di una giovane coppia di innamorati, il cui amore non può più continuare a consumarsi la notte, attraverso quei sogni che purtroppo il Custode Dei Dolori si è portato via inaspettatamente ed in maniera sibillina. Ma il Demoniaco Custode si è portato via anche i desideri, le speranze ed i programmi per costruire una futura vita all'insegna dell'amore. Dopo una serie di licenze poetiche atte a dipingere l'amore che il ragazzo ha nei confronti della sua amata, arriva l'inciso, con una manciata di accordi di pianoforte e poche parole, i nostri riescono a fare aprire il brano. Angelo Carmignani accarezza il set dei piatti per enfatizzare i momenti salienti del ritornello, dove viene evidenziato il forte legamene emotivo che unisce la coppia, pronta a lottare affinché i sogni, le speranze ed i desideri tornino a fortificare il loro amore e a scaldare la pagine del loro splendido romantico libro che giorno dopo giorno continuano a scrivere. Nella strofa successiva è la ragazza ad esternare tutto il suo amore nei confronti del compagno, interpretata magistralmente da Carolina Paolicchi. Accompagnata dalle melliflue trame del pianoforte che si intrecciano con i blandi accordi della chitarra, la sua fragile voce da fata dei boschi ci apre davanti agli occhi scenari Disneyani. Con grazia e raffinatezza entra in scena anche la sezione ritmica, ben attenta a non rompere la fragile atmosfera ricreata dai colleghi. Dopo aver cantato una strofa ciascuno, Nicola e Carolina si uniscono nel chorus finale, dando vita ad un magico intreccio guidato dal pianoforte che squarcia un cielo apparentemente vulnerabile, pelle d'oca. I due amanti sono sempre più ostinati a difendere i loro sogni d'amore, a voler tornare a fare i programmi, a prefissarsi obbiettivi da coronare insieme. La storia dei due amanti finisce qui, ma non il brano. Al minuto 02:11 inizia una seconda parte strumentale. Nicola Pedreschi ci incanta con un epico assolo di tastiera, le note arpeggiate della chitarra scendono giù come luccicanti glitter, cospargendo di scaglie dorate il sinuoso serpente di note che fuoriesce dal castello di tastiere. Seguendo i delicati passi della batteria, Marco Carloni fa un grande lavoro alle quattro corde, accompagnando con un articolato giro di basso ricco di spunti che non si limita ai soli compiti ritmici. Un sussulto della tastiera sembra porre il sigillo a questo sorprendente brano, ma i nostri hanno ancora qualcosa da dire. La loro anima progressive li porta a sconvolgere completamente la fatata natura del brano con un aggressivo riff all'unisono guidato da una acida chitarra distorta e da una incessante marcia sulla pelle del rullante. E' il preludio ad un funambolico assolo di organo, fortemente ispirato dagli Dei della tastiera Emerson e Wakeman. La cavalcata della sezione ritmica viene sporcata da una serie di power cord che donano ulteriore epicità all'assolo, dove Nicola Pedreschi ostenta classe, tecnica ed una disarmante velocità d'esecuzione. Sulla scia di un accordo distorto che evapora lentamente in fader, la tastiera va a chiudere il brano cono scintillanti note che sembrano uscite da un carillon.

HCKT

L'acronimo "HCKT" sta per "He Can Keep Them (Lui Può Prenderli)", altro brano di puro e genuino progressive rock settantiano, ricco di cambi di tempo e una considerevole variabilità di atmosfere. All'interno del villaggio sembra regnare una grande incertezza, se da un parte c'è chi rivuole indietro i sogni, dall'altra c'è chi è grato al Custode Dei Dolori per avergli donato un perenne cielo azzurro, sgombro dalla nebbia e dalle nuvole. Il brano si apre con un arcano arpeggio di chitarra, ricamato da felpate note di basso. Con un climax di gran classe la batteria ed un vetusto tappeto di organo Hammond ci accompagnano in maniera inquietante verso l'esplosione vera e propria del brano. Gli acidi accordi della chitarra si intrecciano con i ruggiti dell'organo, simulando un epico duello fra due creature soprannaturali. Ma il duello ha vita breve, cala nuovamente la tensione con l'avvento della strofa, introdotta magistralmente da Marco Carloni con un articolato giro di basso dal frizzante retrogusto funky, di quelli che ti fanno esclamare, "ammazza che groove!". Basso e batteria vengono affiancate dalla chitarra, che con caustici riff segue le orme lasciate delle quattro corde. Nicola Pedreschi, in pieno stile anni settanta, viaggia simultaneamente con gli strumenti a corda, disorientandoci con una linea vocale nevrotica, che emana sentori di indecisione, sottolineando come alcuni abitanti del villaggio, nonostante tutto, siano a favore dell'oscuro Custode Dei Dolori. Loro amano il cielo che nuovamente è tornato di un azzurro raggiante, amano il calore del Sole che con i suoi raggi ravviava il verde della campagna, ultimamente oscurato dalla persistente nebbia che avvolgeva la vallata. Per i contadini, un tempo senza nuvole, senza vento e senza pioggia è l'ideale per ravvivare i loro raccolti. In molti si chiedono perché mai rivolere i sogni indietro, l'Oscuro Custode può tenerseli pure, una mente libera da pensieri può sopportare tranquillamente la fatica dei campi. A seguire incontriamo un interludio strumentale, dove l'intreccio fra la chitarra distorta e l'organo tinge di color cremisi il brano. Successivamente ritroviamo la strofa, stavolta impreziosita dall'apporto della chitarra, che si sdoppia, seguendo da una parte i passi del basso e dall'altra pungendosi con un inquietante lamento. La farneticante linea vocale di Nicola, coadiuvata da inquietanti contro canti continua a portare la voce della frangia pro-Custode. Ritroviamo il caustico bridge strumentale, che si alterna con un deciso assolo di organo, dove gli strumenti danno vita ad un vorticoso intreccio all'unisono che trasuda progressive rock da tutti i pori. Il giochino si ripete più volte, con una grande prova di Angelo Carmignani dietro alle pelli, che alterna incisivi ritmi a infiniti filler sulle pelli dei tom tom. Poi il brano cala precipitosamente d'intensità. Una stanca chitarra riprende il main theme del bridge. Il basso e delicati tocchi sul ride ricamano il tutto, seguiti poi da tintinnanti accordi di pianoforte che donano un'aura inquietante. Successivamente un melodico tema di chitarra apre scenari epici. Il tranquillo accompagnamento della sezione ritmica ed i preziosi ricami del pianoforte ci portano indietro nel tempo, rievocando la magia con cui molti anni fa ci hanno conquistato Genesis e Yes. Ora, la linea vocale è assolutamente più rilassata, e seguendo le orme del bellissimo giro di basso, porta la voce della parte del popolo che rivuole indietro i propri sogni. Chi semina menzogne raccogli bugie, la fatica della ruotine quotidiana può essere tamponata solo dai sogni, dà i desideri di costruirsi un futuro migliore. Il sonno silenzioso e privo di emozioni non può continuare in eterno, meglio pioggia e vento che notti in colori. Ecco che nell'inciso, Nicola Pedreschi viene spinto in alto dagli strumenti, e toccando la sua massima escursione vocale canta a gran voce la voglia del popolo di riavere indietro le proprie visioni oniriche. Possano ancora i sogni essere la vita e la vita degli abitanti del villaggio i sogni. Durante l'inciso, pianoforte e chitarra s'intrecciano magicamente, ma ad emergere è l'incisivo giro di basso di Mr. Carloni, le cui note vanno prepotentemente ad occupare i giusti spazi, rievocando il Dio delle quattro corde Chris Squire. Il brano sembra evolversi naturalmente verso l'estinzione, ma dopo un secondo di silenzio assordante i nostri tornano a sorprenderci. Nicola Pedreschi ci terrorizza con un inquietante giro di pianoforte, ricamato poi da minacciosi accordi distorti. Angelo Carmignani accompagna con una inesorabile marcia sulla pelle del rullante. Il brano torna nuovamente a crescere. Gli accordi distorti della chitarra si fanno più presenti, fondendosi con l'arcana partitura di pianoforte. Si ha l'idea che ce ne sia ancora per molto, ma gradualmente il brano cala d'intensità, sfumando lentamente verso l'estinzione.

We Won't Regret

E siamo magicamente arrivati all'ultima traccia del platter, quella "We Won't Regret (Noi Non Ce Ne Pentiremo)" che ci dirà se a spuntarla sarà il demoniaco Custode Dei Dolori o la voglia di tornare a vivere e sognare degli abitanti del villaggio. Il brano vien aperto sapientemente da Lorenzo Gherarducci con una articolata escursione sulla sei corde acustica che a me fa venire in mente ancora una volta lo Steve Howe dei tempi d'oro. Nella prima strofa Nicola, avvalendosi del solo accompagnamento del Chitarrista Di Pisa porta il messaggio del popolo del villaggio, che convinti gli ultimi scettici rivuole a gran voce indietro i suoi sogni ad unanimità. Gli abitanti del villaggio pregano l'Oscuro Custode, preferiscono riavere giorni piovosi e notti piene di sogni invece di giornate soleggiate ma notti piatte ed inerti. Un breve bridge strumentale ci separa dalla seconda strofa. Lo spensierato tema di pianoforte si intreccia con un sognante tema di chitarra, il tutto supportato da una raffinata figurazione sulle pelli dei tom tom, che continua nella strofa successiva. Trasportato dalle trame di chitarra e pianoforte e dal ruggente giro di basso, Nicola riporta in auge un vecchio concetto dei Jethro Tull, sottolineando che "la vita facile" è solo una menzogna. Come cantava Ian Anderson in "Nothing Is Easy", la vita dell'uomo è piena di ostacoli, spesso bisogna far buon viso a cattivo gioco ed affrontare gli ostacoli più insormontabili con una buona dose di positività, positività che non può esserci se si è stati privati dell'opportunità di poter sognare. Senza sogni è impossibile vivere, meglio sognare e poter meritare di morire, questa è la lapidaria sentenza che emerge a gran voce dalla piazza del villaggio. Successivamente Lorenzo Gherarducci ci conquista con un melodico tema di chitarra di SteveHowiane memorie, un vero e proprio hook che ci cattura all'istante. I preziosi fraseggi della sei corde si intersecano con i tentennanti accordi del pianoforte, trasformandosi lentamente in un assolo ed esplodendo in una e vera e propria bomba melodica. Le note della chitarra rimangono impresse nella nostra mente, lasciandoci una piacevole sensazione. La raffinatezza certosina e l'accuratezza con cui i nostri hanno arrangiato questo bellissimo interludio strumentale l'avevo sentita solo in "Brother Of Mine" degli Anderson, Bruford, Wakeman, Howe, a mio avviso uno dei punti massimi nella storia della musica in quanto ad arrangiamenti. Chapeau. Dopo questo indescrivibile momento che ci ha inondato di emozioni, arriva la strofa conclusiva, dove voce e controcanti rievocano l'incontro fra gli abitanti del villaggio ed il Custode Dei Sogni. Come all'inizio della storia, l'Oscuro Profeta ha bisogno che il popolo faccia esplicitamente la sua richiesta, solo allora potrà riavere indietro i suoi sogni, anche se con essi, torneranno a tormentarli anche pene e dolori. Ma in fondo, i sogni sono l'unica medicina per poter alleviare il dolore, ed il Custode Dei Dolori accetta la controfferta, donando nuovamente i sogni agli abitanti del villaggio, stavolta in maniera gratuita, senza ingannevoli duri prezzi da pagare. Con energia, i nostri ci portano verso l'epilogo, suggellato da un enigmatico accordo di pianoforte che lascia ad ognuno di noi la possibilità di interpretare come meglio crede il finale della storia, a me piace pensare ad un lieto fine, con i sogni e i desideri che tornano nella mente e nell'anima degli abitanti del villaggio.

Conclusioni

Che dire, sono rimasto letterarmente ammaliato da questo sorprendente "The Painkeeper", è la seconda volta che mi capita di essere sorpreso in maniera decisa da una band nostrana, la prima volta era stata con i bresciani Kezia ed il loro frizzante "The Dirty Affair", altro grande album di progressive rock made in Italy. Il Mondo intero è avvertito, come negli anni '70, l'Italia ha le potenzialità per tornare ad essere protagonista in ambito del progressive rock. Ma se da una parte abbiamo un folto esercito di talentuosi musicisti, l'ostacolo più grande da sormontare per le band emergenti è la pessima cultura musicale che domina nello Stivale e la diffidenza verso i prodotti musicali nostrani che esulino dai soliti Vasco Rossi e Ligabue, che lasciatemelo dire hanno portato a livelli di guardia il mio grado di sopportazione. Ma i nostri se ne infischiano, decisi a diffondere il loro messaggio musicale, suonando ciò che gli viene dal cuore e puntando a conquistare il mercato straniero, sicuramente molto più accondiscendente verso il genere. Gli Eveline's Dust hanno dato vita ad un incredibile concept album, guidato da un filo conduttore lirico che ci tiene inchiodati all'ascolto e legato magistralmente da quarantacinque minuti di grande musica da ascoltare tutto d'un fiato. Infatti, ogni singola canzone, pur bella che sia, perde parte del suo fascino se privata delle tracce che la precedono e la seguono. E' doveroso precisare che non si tratta di un album "facile" e per essere assimilato ed apprezzato in pieno va ascoltato più volte e approfonditamente, magare con l'ausilio di ottime cuffie, in modo da assaporarne tutte le essenze. Le sorprese sono sempre dietro l'angolo, canzone dopo canzone, e mai vi capiterà di incontrare qualche passaggio "già sentito" o altri scimmiottamenti vari. Le influenze ci sono e si sentono, ma il sound ed i brani sono originalissimi, tanto per usare un eufemismo. Sembra facile a dirsi, riprendere il vecchio progressive rock cercando di renderlo attuale al passo con i tempi, ma per farlo come si deve ci vogliono dei grandi attributi, e i nostri hanno dimostrato di averli. Il tutto prende ancora di valore se contiamo il fatto che è opera di un combo composto da ambiziosi ventenni. La cosa che più mi ha colpito, oltre alla tecnica strumentale che al giorno d'oggi ormai non fa più notizia, è la notevole capacita nel songwriting ma soprattutto l'accuratezza degli arrangiamenti, raffinati e certosini. Oltre le liriche, che se pur ispirate ad una poesia possono considerarsi del tutto originali, ho trovato azzeccata anche la scelta dei titoli dei singoli brani, ma banali e lontani dai soliti cliché, titoli spesso esplicitativi quanto i testi. La mia sincerità mi porta ad evidenziare che ad un primo ascolto, e sottolineo "ad un primo ascolto", la cosa che ci lascia perplessi è la voce di Nicola Pedreschi, molto lineare alla David Gilmour, tanto per fare un esempio calzante, senza tante escursioni vocali e gorgheggi. Ma ascoltando attentamente l'album, ci accorgiamo che il Cantastorie Di Barga non è affatto male, il nostro utilizza nel migliore dei modi le proprie capacità vocali, ostentando una grande padronanza con la lingua inglese e trovando spesso linee vocali vincenti e mai banali che si fondono magicamente con la musica. Non dimentichiamoci che poi, che Nicola, oltre a cantare suona le tastiere, e lo fa da Dio, dispensando avvolgenti atmosfere quando il brano lo richiede e ipnotizzandoci con funambolici assoli o inquietanti partiture di pianoforte, confermandosi la vera e propria anima della band. L'altra anima della band è il chitarrista Lorenzo Gherarducci, eclettico e versatile, in grado di suonare qualsiasi genere. Il meglio di se lo dà comunque nelle escursioni con la sei corde acustica, lasciando un segno indelebile con l'assolo nella traccia conclusiva. Non da meno sono i compagni di sezione ritmica, due vere e proprie granitiche colonne portanti. Sono rimasto sorpreso quando ho scoperto che il bassista Marco Carloni è un autodidatta, a conferma che il talento non è in vendita. Il nostro non si limita ai soli compiti ritmici, ma il basso sovente è lo strumento principale in molti brani, fondendosi magicamente con le raffinate ritmiche di Angelo Carmignani, che invece fa se emergere la fatica degli studi, trovando sempre la soluzione giusta con classe e raffinatezza, sapendo essere incisivo e trascinante quando gli viene richiesto. Infine un plauso anche ai due ospiti, la voce fatata di Carolina Paolicchi e le trame del sax di Federico Avella donano quel tocco di classe in più all'album, confermando che i nostri non lasciano nulla al caso. Nel combo toscano la tecnica quindi non manca, ma ad emergere è l'affiatamento e la passione per la musica, lo dimostra l'alta qualità degli arrangiamenti in fase di produzione. Il sorprendente "The Painkeeper" è venuto alla luce il 28 Febbraio del 2016, sfruttando i proventi della campagna crowdfunding e distribuito dalla label Lizard Records, nell'occasione appoggiata GDC Rock Promotion per la promozione del platter. Le registrazioni si sono tenute presso gli studi Red Room Recording Studio di Nodica (Pisa). La produzione è tutta opera del quartetto toscano, mentre per la masterizzazione del disco, i nostri si sono rivolti ad un professionista di prim'ordine, consegnando il materiale ad Andrea Pellegrini, rinomato fonico che nel suo curriculum vanta collaborazioni con Adrian Belew, Gavin Harrison, King Crimson, Elio e Le Storie Tese e che recentemente ha portato in alto il vessillo tricolore sedendosi dietro all'imponente mixer che ha orchestrato il Celebrating David Bowie, grande show di beneficenza nato da un'idea dell'attore Gary Oldman. Anche per l'artwork i nostri hanno guardato nella storica Città Della Torre Pendente, andando a scovare Francesco Guarnaccia, giovanissimo e talentuoso fumettista, che con il suo stile colorato e rotondeggiante ben presto si è ritagliato uno spazio importante nel fumetto che conta. Il Disegnatore Pisano, ha illustrato splendidamente la confezione in digi pack, riproponendo alcuni punti cruciali della storia, secondo il suo inconfondibile stile. In prima di copertina troviamo il protagonista, il Custode Dei Dolori, raffigurato con una lunga tunica color verde scuro, con una maschera che ricorda vagamente quella degli untori, se pur in versione "fumettizzata" e con in mano un lungo bastone dalla cui estremità pende un acchiappasogni. Al centro, con un font bizzarro, il nome della band in un celeste opaco, e appena sotto, leggermente più grande il titolo dell'album, di colore bianco. Se apriamo il CD, troviamo altri momenti salienti della narrazione. Per primi troviamo i tristi abitanti del villaggio che si dirigono verso la santa Messa, in colorazioni anni'80-90 che variano dall'arancione, al lilla e al celeste, mentre il villaggio viene rappresentato usando diverse sfumature di marrone. Subito dopo troviamo il popolo attorno al Custode Dei Dolori, le loro espressioni felici lasciano presagire che è il momento della richiesta collettiva. Stavolta le colorazioni degli abitanti ruotano attorno al marrone, mentre il custode indossa il suo abito verde, ma a spiccare sono le variopinte sagome delle pene e dei sogni attirate dall'acchiappasogni, con un celeste, un arancione ed un lilla in risalto sulle colorazioni tenui del resto del disegno. Infine troviamo ancora il Painkeeper, che con un sogghigno beffardo ruba i sogni degli abitanti durante il sonno. Girando ancora troviamo uno scorcio del villaggio con alcuni abitanti che girovagano con mestizia per le vie, illuminate da fiaccole color arancione. Infine, sul back, troviamo la continuazione del disegno del front di copertina, con la coda del lungo abito verde del custode seguita da una folta schiera di uomini. Racchiusi in una sfera color blu scuro, i titoli della track list. Tirando le somme, un album assolutamente consigliatissimo, in special modo a nostalgici che come me sentivano la mancanza di un di progressive rock che dicesse finalmente qualcosa di nuovo. Acquistatelo seguendo i canali ufficiali della band e di certo non ve ne pentirete.

1) Awake
2) The Painkeeper
3) Nrem
4) Clouds
5) Joseph
6) A Tender Spark of Unknown
7) Vulnerable
8) HCKT
9) We Won't Regret
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