EVANESCENCE

Origin

2000 - BigWig Enterprises

A CURA DI
ANDREA AMATA
16/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Se c'è una band per la quale viene ancora molto difficile classificare in un genere o che fa ancora discutere artisti ed ascoltatori di ogni inclinazione musicale, sono gli Evanescence, gruppo del quale mi trovo orgogliosamente a parlare qui, per voi, raccontandovi la sua storia dal principio, e via via percorrendola fino ai giorni nostri. Con le mani sulla tastiera, la testa che riordina tutto ciò che so su questa band e il cuore che rievoca quei nostalgici ricordi che hanno dato vita all'artista, sono felice di presentarvi la band che mi ha introdotto nel fantastico ed emotivamente saturo, coraggioso, impavido oltre che artisticamente travolgente mondo del rock e del metal. Con il loro "un po' metal - un po' rock" molto epico, melodico, talvolta anche sinfonico ed al contempo forte, deciso e maturo, dove la parola chiave è Romanticismo, riescono a distinguersi da ogni scena musicale cronologicamente apparsa nel tempo, puntando tutto sull'originalità e sulla genuinità di ciò che è più insito nelle nostre anime. Band dal passato, dal presente e dal futuro, osteggiato da molti fattori (molto spesso discografici), gli Evanescence hanno sempre combattuto per la purezza del proprio suono, difeso con unghie e denti per preservarne questa, da me tanto ammirata, originalità: un suono ed una struttura musicale che, nel corso degli anni, sono diventati un vero marchio di fabbrica. Molti attribuiscono il loro successo dall'uscita del film Daredevil, oggettivamente vero, ma escludendo i "colpi di fortuna" che investono le persone in quantità più o meno contingenti, vi invito a conoscere più da vicino questa band e soprattutto la sua storia. Una formazione creatrice di proprio pugno di ogni singola traccia, e che non si è mai ritrovata a dover scendere a compromessi (se non poche volte, ma a fin di bene), meritevole di ogni riconoscimento. Inizio io, con questa mia prima recensione, a dare loro riconoscimento. Era nell'autunno del 1995, ed i giovanissimi Amy Lee e Ben Moddy si incontrarono per la prima volta, in un campeggio per ragazzi a Little Rock (capitale dell'Arkansans), città natia del presidente Lincoln. Come racconta Ben a proposito del loro primo incontro, Amy si esibiva al pianoforte proprio in quel camping, intonando alcune canzoni dei Meat Loaf, lasciando parallelamente Ben profondamente ammaliato dalla sua voce: il ragazzo non aveva altra scelta che proporle di comporre musica assieme. I due (ai tempi) quattordicenni, durante gli anni scolastici iniziarono a strutturare molti brani assieme, e notando che il materiale da loro composto era molto valido, presero la questione molto sul serio, impegnandosi quasi ossessivamente nella meticolosa riuscita di questi, cercando di renderli nel tempo sempre più originali e musicalmente migliori. Quando i brani presero forma, Ben ed Amy ne scelsero cinque e li distribuirono presso le radio locali. Nonostante la band non potesse riuscire ad affrontare economicamente un'auto-produzione o affrontare un esibizione, il successo radiofonico fu immediato con la canzone "Understanding",  e le richieste e le disposizioni di esibizioni live lievitarono a dismisura. Amy e Ben decisero, così, di voler dare un nome al loro progetto (tra i nomi scartati troviamo Childish Intention e Stricken), e dopo vari tentativi e cernite, alla fine Evanescence risultò essere il nome più adatto per questo tipo di progetto. Evanescence può essere letteralmente tradotto in Evanescente, ovvero "qualcosa che scompare/svanisce", a parer personale termine molto azzeccato. Concettualmente infatti lo si può ritrovare in ogni loro brano: una vita spezzata, un amore finito, lasciarsi una situazione di disagio alle spalle. Gli Evanescence iniziarono ad esibirsi live in alcuni cafè e locali nel 1998 (uno di questi ripreso e disponibile su YouTube, intitolato Live @ Vino's Bar), mettendo in vendita i loro lavori, raccolti in due CD registrati in maniera casalinga (il primo "Evanescence Ep", uscito  nel 1998, e successivamente "Sound Asleep Ep" nel 1999) i quali vennero stampati soltanto in 100 copie, distribuite dalla BigWig Enterprises. Nel 1999 David Hodges (un vecchio amico di Ben) si unisce a quella che ormai era diventata una Band a tutti gli effetti, divenne il loro ufficiale tastierista, ed il suo ingresso divenne molto importante, soprattutto per la virata definitiva dello stile musicale proprio della band. David raffinò, riordinò e ripulì alcuni vecchi lavori degli Evanescence, composti nella primissima parte di carriera, ed assieme ad Amy e Ben ne compose altri nuovi, "My Immortal" è l'esempio più eclatante delle capacità restaurative di David (ascoltare la versione out-take di "Evanescence Ep" per fare un confronto con quella revisionata dal nuovo membro). Partendo da un suono molto grezzo, molto cupo, triste, angosciante dove i testi si presentano in chiave molto "amichevole", gli Evanescence iniziarono a maturare liriche  molto più romantiche e poetiche, ed un suono molto personale, arricchendolo con delle sfaccettature Metal, melodiche ed elettroniche ben misurate. La scelta non venne imposta da qualcuno, ne tantomeno presa come adattamento all'ascolto di un pubblico: grazie alle capacità di David, i tre ragazzi misero semplicemente a confronto e scoprirono i propri vicendevoli gusti, conoscendo e scoprendo quelli altrui, trovando i punti in comune e strutturando ciò che volevano riproporre nel nuovo (e più personale) sound degli Evanescence, ispirandosi ad alcuni artisti quali ad esempio Tool (da sempre la band preferita di Amy), Bjork e Portishead. Esaltati per questa scoperta, rivelatrice di una nuova esternazione musicale, gli Evanescence iniziarono a rimettere ordine tra i propri lavori, fissandosi un nuovo obiettivo: registrare il loro primo studio Album. Album che avrebbe incarnato l'essenza più intima della band, sia perché i testi raggiunsero la loro forma definitiva (alcuni di questi sono brani precedentemente usati per gli Ep, che revisione dopo revisione divennero pressoché intoccabili) sia per il raggiungimento del suono tanto desiderato che David riuscì ad estirpare dalle più celate interiorità dei ragazzi. A lavoro pronto, gli Evanescence si diressero in studio per registrare il loro primo Album: registrato da Brad Blackwood, aiutati dalla band "Dust For Life" e prodotti da Pete Matthews, il quale decide di seguire gli Evanescence durante tutto il loro processo di promozione (addirittura presentando il lavoro personalmente a tutte le case discografiche disponibili di sua conoscenza) il disco prese man mano vita. Ufficialmente, la BigWig enterprises pubblica Origins il 4 Novembre del 2000, mette a disposizione della band 2500 copie, di cui mille di queste vennero vendute lo stesso giorno. La pubblicazione venne annunciata da molte radio, e "Whisper" fu il brano da presentazione dell'album che attirò molte attenzioni da parte delle etichette discografiche. L'album si presenta con una copertina dall'immagine molto Gothic, in rosso e nero, con scritte confuse, sbiadite, sovrastate dalla foto di una statua, in alto a caratteri grandi troviamo la scritta Evanescence, e in alto, con tratto quasi evanescente, la scritta Origin. Il logo di questo primo disco è molto diverso da quello che conosciamo, probabilmente disegnato a mano, il che conferisce ulteriore misticità alla copertina. Girando il jewel case si ripresenta lo stesso sfondo rosso con le scritte nere, sovrapposte, la tracklist ed altrettante foto di statue (la prima ricorda precisamente la copertina di "Evanescence Ep") . Andando ad aprire il jewel case si presenta un CD nero con inciso sopra una "E" ed il volto sbiadito di Amy che ti invita a sfilare via il booklet. Le nostalgiche foto dell'ancor giovanissima band ti fanno strappare un sorriso, quasi come succede quando sfogli un antico album di famiglia. Ma ora bando ad ulteriori indugi, il booklet è stato aperto, CD nello stereo, tuffiamoci all'interno di Origin.

Origin

L'album si apre con un introduzione molto travolgente, dal titolo di Origin (Origine) esattamente descrive il tipo di atmosfera che i nuovi Evanescence vogliono proporre: mistica, sofferta, e aggressiva. Inizia tutto con un synth e dei sospiri, confusi, probabilmente pensieri che rievocano l'angoscia che secondo dopo secondo si fa più persistente causando confusione (proposti in chiave sonora con dei disturbi) per poi arrivare al culmine, la rabbia e scoprire che "la risposta si trova dentro la nostra stessa mente" mentre qualcuno risponde che "la morte è tra le più orribili di queste". Dopo di che, si scopre che la confusione (il disturbo) non è altro che una risposta ancora non ben percepita (il disturbo si trasforma in una linea di chitarra), e la prima traccia entra in maniera esplosiva. Gli Evanescence decidono di introdurci al loro mondo, alla loro musica, nel modo più oscuro e darkeggiante possibile; il refrain che si viene a creare fa da collante per tutta la durata di questa manciata di secondi, ed è a questo punto che ci accorgiamo di una cosa, il titolo non è stato messo assolutamente a caso. Origine, l'inizio del filo che ci collegherà a tutto il resto, la pressione del pedale start per addentrarci nella fitta foresta che Amy e soci vogliono farci visitare. Un mondo fatto di grida, sofferenza e dolore, ma anche di candide visioni di quel che è stato e di quel che sarà. La morte è l'unica certezza della vita, questo lo sappiamo tutti, ed i nostri gothic metallers non perdono assolutamente tempo, ricordandocelo già nei primissimi secondi di disco.

Whisper

Un riff di chitarre si scatena all'inizio della seconda traccia: ecco Whisper (Sussurro). La traccia arriva nelle nostre orecchie come per scrollarsi di dosso tutte le tensioni accumulate con Origin, per poi arrivare alla quiete dopo la tempesta. Amy entra in un momento di silenzio, con la voce compromessa dall'ansia, ben accompagnata dai sintetizzatori, i quali vengono poi coperti da un riff simile a quello dell'introduzione. La voce di Amy si fa più sicura e prende coraggio per intonare il ritornello, nel quale chiede di non essere abbandonata. Il suono della canzone unisce bene il concetto "simil-metal" con l'elettronico quasi da atmosfera, mentre dei cori molto leggeri donano un che di "ecclesiastico" al ritornello ed al bridge. La traccia si chiude con i cori del ritornello, questa volta più udibili che, senza la strumentazione, danno un senso più romantico al tutto. A livello lirico la canzone racconta di questa ragazza abbandonata da una figura non molto chiara (conoscendo parte della vita privata di Amy, i soggetti del brano possono essere due: un vecchio amore andato perduto oppure il dolore incontrollabile per la perdita della sorella. Quest'ultimo l'ho sempre trovato più appropriato, visto che vengono usate frasi quali: "non chiudere gli occhi, Dio sa cosa si cela dietro questi (sospiri), non spegnere la luce, non dormire non morire") facendo crescere in lei un senso di solitudine per via della perdita. Nel bridge possiamo anche leggere, in chiave molto simbolista, la consapevolezza che la risposta a questo concetto di una fine (di una relazione/vita) la si può trovare solo dopo aver superato la fine stessa, dove bisogna arrendersi di fronte ad essa "per poter abbandonare tutto ciò che ci ha trascinato in basso e poter risollevarsi ed imbattersi nella fine". Una canzone che, nella tradizione del genere cui gli Evanescence fanno riferimento, punta molto sull'onirico e sulla cadenza delle strutture. Le sinossi della canzone sono pressoché semplici ed immediate, per quanto innalzate e condite dalla voce soave di Amy. Tuttavia, quel che si percepisce fin dai primi accordi e poi per tutta la durata della canzone, è proprio l'angoscia della protagonista, l'abbandono della sua anima ed il dolore che sta provando. È palpabile come la band abbia cercato di dare vita ad un pezzo melanconico, in cui le note gravi la fanno da padrone ed in cui le intere atmosfere vengono permeate da tali sentimenti, in un enorme bagno di solitudine emotiva. Immediatezza e sensazioni, queste le armi vincenti della band, che ha conservato praticamente per tutta la sua carriera.

Imaginary

Parlando di romanticismo incece, passiamo alla terza traccia: Imaginary (Immaginario). Questa si apre con una intro voce-piano dal suono molto dolce, quasi come fosse una ninna-nanna per chi non riesce più a sognare (o per chi ha proprio bisogno di un sogno per scappare, giusto un po', da una realtà opprimente). Dopo di che entra l'intera band, con un loop di batteria elettronica, dal sentore vagamente pop, per quanto non sfoci mai nel commerciale vero e proprio; nel frattempo una dolce nenia di chitarra funge da accompagnamento, andando avanti nell'ascolto la possiamo percepire sempre più grave, sempre più intrisa di varie tipologie di emozioni. Per quanto può risultare molto poco Rock (ed al contempo per niente Metal) questo brano è l'esempio perfetto di come gli Evanescence possano uscire fuori dagli schemi che solitamente adottano le band, comprese quelle che si assestano sui generi paralleli ai loro, dando priorità a quella che potrei definire una descrizione sonora e fedele al concetto del brano stesso. Le impalcature sonore di ogni pezzo sono studiate per suscitare sensazioni discordanti, quasi contrastanti in alcune occasioni, ma allo stesso tempo si rimane sempre colpiti dalle scelte che vengono effettuate. Ribadiamo, non si sfocia mai nel commerciale da classifica, ma piuttosto emerge abbastanza chiaramente l'intento della band di mettere insieme le proprie influenze ed i propri gusti per creare un ibrido dalle molte sfaccettature e rifrazioni diverse. Il bridge prevede un armonioso intrecciarsi di assoli di chitarra e vocalizzi di Amy, un' ottima presentazione della band ed un azzeccatissimo tentativo di dare una forma musicale al concetto di "sogno". Quest'onirica traccia termina con il ritornello che sfocia in una conclusione che, a sentirla, ricorda molto un risveglio non gradito: nostalgica e delusa. In questo brano, nei testi, facciamo la conoscenza di questa ragazza che, per fuggire da un mondo che non sente più suo, si rifugia nei propri sogni ricercando una pace che non riesce a trovare nel mondo "non-onirico". Nel ritornello troviamo la profetica frase "...e guardo il cielo porpora volar sopra di me" , il che può riportare a molte cose: sia il riuscire a vedere il mondo "non-onirico" che va avanti senza cura del tutto, essendo comunque questo ultimo mondo legato in maniera abbastanza indissolubile al primo (quindi comunque sempre presente nonostante si provi in tutti i modi di fuggire da esso), oppure può anche essere una citazione di "Purple Rain" di Prince (uno tra gli artisti più ammirati da Ben ed Amy), e mi permetto di analizzare come "il cielo porpora" (in qualità di mondo non-onirico), faccia capire che in un certo qual senso ci si voglia giustificare utilizzando lo stesso concetto del brano dell'ormai defunto principe del rock, ovvero il chiedere scusa di un dolore inferto nonostante non era nelle sue intenzioni provocarlo.  Ma a questa ragazza non importa ciò che è il mondo "non-onirico" ed elogia, per quasi tutto il testo del brano, ogni singola consolazione che riceve, facendosi cullare da questo mondo immaginario. Svegliati da questo meraviglioso sogno, la nostra attenzione ricade su ciò che alimenta inostri turbamenti, tra i più significativi di ogni altra cosa: i ricordi.

My Immortal

In una ballad dal suono intimo e semplice gli Evanescence parlano di come i ricordi legati a qualcuno possano essere immortali, My Immortal (Mia Immortale), soprattutto se questa persona è stata molto importante nel corso della propria vita. Quando è difficile ammettere che questa persona non ci sia più, si pensa comunque di averla ancora con se e diventa molto difficile scrivere la parole "fine". Il concetto di abbandono lo troviamo molto spesso nei lavori degli Evanescence, ma questo brano evidenzia ogni singola sensazione e percezione di esso, quasi portandolo all'esasperazione. Il concetto, è vero, è molto semplice, forse anche il modo di esporlo in questo brano è molto pessimistico, quasi frutto di una personalità facilmente influenzabile dalle emozioni e per questo motivo sprofonda in un baratro di vittimismo e pessimismo, ma è un' analisi che viene fatta, nei confronti dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Sfido a conoscere qualcuno che non abbia mai provato, anche per qualche secondo, le stesse sensazioni descritte in My Immortal. È esattamente questo che rende il brano unico: la capacita di aver esposto all'ascoltatore un emozione così intima e personale e soprattutto senza giri di parole. In questa ballad troviamo una Amy dalla voce molto intima, quasi si avvertono i movimenti delle labbra e del volto, il soffiare tra i denti, la lingua che accarezza il palato, ed è esattamente questo ciò che caratterizza la voce di Amy: lo scandire le parole con una dolcezza quasi materna, dolce e confortevole. Il pianoforte, arrangiato con nuovi orpelli da David, descrive precisamente la delicatezza di un animo infranto, un po' come lacrime, un po' come sospiri interrotti, dando il giusto tappeto musicale che serve per colorare di un ulteriore femminilità la voce di Amy esaltandone ancor di più la genuinità. Un po' forzato invece, a mio parere, l'ingresso di una chitarra acustica di Ben nel bridge, la quale si avverte ben poco e che, sinceramente, anche se non fosse stata presente, non avrebbe fatto prendere una piega diversa al brano. Il finale è struggente, si riprende il tema principale e poi viene ripetuto un ottava più sopra, proiettando nella tua testa un immagine ben nitida di questa povera ragazza in lacrime (o se vogliamo buttarla sull'astratto, descrive alla perfezione una lacrima: sofferta, fresca, compatta, che si infrange al suolo come pioggia) chiudendosi con le elettroniche note di un sintetizzatore estrapolato dalla traccia "Give Unto Me", un lavoro precedente contenuto dell'Ep "Sound Asleep". Un'altra canzone che va ad esplorare i meandri più reconditi e melanconici dell'animo umano; la sensazione che si ha ascoltandola è quella di un carnet di emozioni contrastanti, la soave voce della frontman si alterna alle gravi note della musica, creando un duopolio difficile da sciogliere ed al tempo stesso molto affascinante. Ci troviamo di fronte ad una traccia che, nonostante i difetti sottolineati, riesce ben a mantenere l'ascoltatore fermo sul proprio orecchio, trascinandolo dentro un vortice continuo e senza freno, in cui perdersi fin quasi a non veder più la luce. Dopo aver conosciuto quel dolore che, dal nucleo della nostra anima, non ci dava pace, possiamo almeno dire che conosciamo ciò che proviamo, siamo consapevoli di tutto ciò che la nostra psiche è capace di fare. Bene, ma non tutti hanno il coraggio di affrontare questi turbamenti, fuggendo da essi schivando le situazioni poco gradite come se si sorpassasse un'auto lenta in autostrada. È giusto fare così?

Where Will You Go?

Gli Evanescence ci suggeriscono di no, con la traccia successiva: Where Will You Go? (Dove Andrai). Un piccolissimo intro di pianoforte ci accompagna ad una traccia dalle sonorità un po' elettroniche, ispirate da artisti quali sicuramente Portishead e Bjork, ma ben dosate dallo stile Rock e dalla romanticissima voce di Amy. Il ritornello, dal tema molto orecchiabile e quasi pop, ci accompagna ad un verso dove un organo, un loop di batteria elettronica ed un synth ad 8-bit (molto ben utilizzato a mio parere: è quel suono che riprende la linea di basso) trovano una perfetta armonia sonora tipica degli artisti poco prima citati. La voce di Amy, per quanto possa essere singolare, risulta a suo agio anche qui, pur avendo una piccola dose di riverbero. Poi torna Ben con la sua chitarra distorta, che accompagna Amy per tutto il ritornello per poi gettarsi nuovamente nell'abisso del silenzio. Fino a qui il brano prende un tono molto confidenziale, i ritmi e i suono sono piatti ma non noiosi, tipici del Trip-Hop. Nel bridge il tutto cambia, tonalità inclusa, ed Amy alza il tono della voce, come se il suo obiettivo fosse sempre stato quello di rilassarti e poi darti una scrollata portando all'attenzione ciò che si vuole comunicare con il ritornello. Quest'ultimo risulta più accattivante, visto che la tonalità è stata alzata e la voce di David accompagna quella di Amy come per mettere un ulteriore accento ad un concetto che, sembra, gli Evanescence tengano molto a sottolineare. Il brano finisce con un "yhea-yhea" alternato tra Amy e David che mi ricorda quel pop-rock un po' nostalgico che possiamo ascoltare in, ormai vecchie, serie televisive anni '90 o inizi 2000, con quel tono quasi giocoso e pieno di brio.  Questo brano parla del concetto della verità quale unica, indissolubile, ma facilmente accantonabile. In quest'ultimo punto gli Evanescence vogliono soffermarsi maggiormente, analizzando quelle persone che fuggono da situazioni o stati d'animo indesiderati costruendo un Ego ad hoc, invalicabile sia dagli altri che da se stessi. Conseguenza è, però, trovarsi ingabbiati assieme i propri problemi, infatti gli Evanescence ci vogliono far comprendere che nascondere i problemi non porta mai alla loro risoluzione, risultando poco costruttivo per il personale processo di maturità (oltre che risultare ridicolmente evidente, nonostante si faccia di tutto per mascherarli).

Field of Innocence

Segue Field of Innocence (Campo di Innocenza), un brano dal suono elettro-acustico, introdotto da una chitarra accompagnata da campane e cori, i quali ti avvolgono candidamente dentro un atmosfera velata Gothic-Romantica molto coinvolgente ed appassionante; poi un altro loop "Trip-hop" si fa strada per il primo verso. La voce di Amy, dolce come al solito, ti racconta con il proprio timbro e con i testi, un'innocenza imbattibile e serena all'apparenza, ma tradita da ogni singolo colpo assestato dalle contingenze della vita. Il gioco di vocalizzi in questo brano è molto ben pesato, quasi "New-Age" stile Enya, ma dai sapori molto diversi, più sofferti, più delusi, meno ingenui. Il piano nel verso segue la traccia vocale, dando l'impressione che la voce legga una melodia accennata dalla musica. Ad un certo punto la voce di Amy acquista del riverbero e si mischia con i cori sottostanti, dando spazio ad una sessione corale, la quale, se venisse tolta dal brano, toglierebbe l'essenza più intrinseca della canzone stessa. Il coro recita una frase in latino, accompagnato da un piano e da archi, seguito da parole sospirate molto confondibili. Ecco questo passaggio rivela un'altra sfaccettatura degli Evanescence, un lato mistico, etereo, quasi magico, poi ricaricato dal precedente loop di batteria: come se i nostri gothic metallers volessero donarti qualche secondo di pace, facendoti galleggiare immerso in una dimensione di puro suono, e poi riportarti alla realtà. Il brano si conclude con un ultimo ritornello ed un finale con le stesse chitarre e stessi suoni dell'intro, per poi terminare in un suono di campana. Si parla durante questi minuti di un' innocenza andata perduta, ma non dimenticata: infatti la protagonista del brano riosserva con nostalgia la purezza dell'innocenza che fu tempo addietro ormai "catturata dagli occhi di uno straniero", volendo ritornare indietro e ricominciare "a credere in tutto". Si avverte questa fievole rimembranza di integre emozioni, adesso oscurate dal progredire del tempo. Come abbiamo sottolineato più volte, il testo ben si integra con la musica; la capacità della band di incastrare fra loro i concetti e le note suonate, fa sì che l'intero ascolto risulti un enorme viaggio all'interno delle emozioni, un trip oscuro e dalle tinte notturne delle sofferenze e delle analisi più profonde che si possano fare. Questa suite ne è l'ennesima prova, e fornisce dati ancor più concreti sulle potenzialità che questa band aveva già durante i primi vagiti di carriera.

Even In Death

Finisce la pregna Field of Innocence ed inizia quella che sembrerebbe "Ratfinks, Suicide Tanks and Cannibal Girls" dei White Zombie, ed invece si tratta di Even In Death (Anche Nella Morte). Inizia con un estrapolato dalle sonorità un po' creepy, per poi adottare un nuovo loop di batteria elettronica ed un sintetizzatore di basso. Questo brano, rispetto agli altri, adotta un atmosfera un po' macabra, nascosta però da un concetto di base molto romantico. Il ritornello prevede tre tracce vocali sovrapposte e ben equilibrate tra loro, accompagnate da una semplicissima chitarra elettrica. Va avanti così Even in Death, molto rilassata, fino a quando non entra (finalmente) una strumentazione organica: basso e batteria. Il bridge decide di cambiare completamente l'andazzo del brano, caricandolo un tantino con un rif dai lontanissimi sentori metal per sfociare in un romanticissimo assolo di chitarra che rievoca le melodie del ritornello, e la canzone al contempo viene addolcita da un pianoforte semplice, ma molto d'effetto. Si chiude con l'ultimo ritornello questo brano dalle sonorità nostalgiche, piene d'amore. Qui troviamo una ragazza ancora follemente innamorata di un ragazzo morto, così tanto innamorata che decide di dirigersi verso la lapide di questo (e probabilmente riesumare il corpo) per poterlo rivedere e stare al suo fianco anche dopo la morte. Per la prima volta dall'inizio del disco, gli Evanescence si buttano su temi macabri e quasi occulti; la necrofilia amorosa, se vogliamo usare un neologismo, è il motore trascinante di tutta la suite. La sensazione che si ha ascoltando le note, brevi e concise, che si susseguono, è quella della sofferenza atavica di chi ha perso l'amore, ma non il sentimento. Traspare bene da ogni singola nota quanto la protagonista si senta ampiamente perduta senza il suo vero amore, l'unico uomo che la facesse sentire bene, l'unico cuore che lei desiderava. Ed è per questo che la litica lapide del suo amato diventa un macabro teatrino di morte e di sentimento, con la nostra donna che affonda le mani nella terra nel vano tentativo di raggiungere ciò che ha perso, e ciò che la sua anima brama. Nuovamente ci troviamo anche di fronte all'ennesimo incastro quasi perfetto fra musica e testo, un enorme mareggiata di vari topic che si susseguono come impazziti, senza mai lasciarci andare, ma anzi, avvolgendoci dolcemente. Da sottolineare anche come il brano si chiuda con una profetica frase del film "The Crown": "le persone muoiono, ma il vero amore è eterno".

Anywhere

Di amore si continua a parlare anche nella traccia successiva: Anywhere (Dovunque), un romanticissimo duetto, ballad in tre quarti. La traccia inizia con un fade che si allaccia al loop della batteria, dal suono questa volta più organico, accompagnata da un semplice arpeggio di chitarra elettrica. Questa volta Amy si presenta con una voce molto docile e speranzosa, anche se il timbro vocale è sempre lo stesso viene, questa volta, adattato alla perfezione in un soggetto "non tormentato", differente dal resto dell'album. Sembra quasi di vedere Amy cantarti questa melodia guardandoti dritto negli occhi, tenendoti per mano, lontano dal frastuono della città. Nel ritornello abbiamo un perfetto gioco di voci (non saprei perfettamente dirvi numericamente quante) molto simile a quello adottato in Even in Death, ma questa volto dai toni molto dolci (anche se comunque un po' nostalgici) arricchiti da una nota di speranza che la voce di David dona accompagnndoa quella di Amy, come un cavaliere gentiluomo che accompagna la propria dama. Il bridge si carica in un crescendo che ti prende per mano e ti accompagna di fronte ad un assolo di chitarra strappalacrime (e per mantenere il concetto di duetto, Ben fa duettare la propria chitarra con una chitarra adiacente). Qui si arriva all'esplosione più esasperata di romanticismo, con un ritornello che preve linee vocali che adottano note molto più alte, invertendo i ruoli delle tracce vocali, ovvero Amy canta la traccia precedentemente cantata da David e viceversa. Finiscono le linee vocali ed un piccolo passaggio strumentale ti accompagna alla fine del brano, come una rincorsa per l'ultimo grande salto per poi spiccare definitivamente il volo. Sospesi per aria, potrete ascoltare un tema precedentemente usato in Where Will You Go, questa volta dando una paradisiaca sensazione di tenerezza scambiata dai due innamorati da languidi sguardi, adesso più rilassati, una volta sfuggiti da una realtà che non gli apparteneva più. Questi due ragazzi, come si può evincere dai testi, potremmo paragonarli a Romeo e Giulietta versione rock, ma a lieto fine: consapevoli che il loro grande amore viene ostacolato da molti fattori (tra i quali l'appartenenza a famiglie rivali) e riconosciuto da ben pochi (se non solo da loro due), decidendo quindi di fuggire da questo posto dirigendosi da tutt'altra parte "dove il loro amore vale più dei loro nomi", liberandosi da ogni paura ed affrontare un nuovo futuro assieme "dimenticandosi della loro vita" passata.

Lies

Dopo avervi riempito il cuore con un romanticissimo amore, gli Evanescence cambiano quasi completamente registro, decidendo di schiaffarvi infaccia la crudissima Lies (Bugie), traccia dal sound più gotico, grezzo e tenebroso di tutto l'album. Amy intona un canto dalle sonorità mistiche, romantiche ma allo stesso tempo quasi "ecclesiastiche", per poi esplodere nel tema principale. Qui troviamo batteria, basso e chitarra che ci presentano un sound quasi Metal, il che ci ricorda molto Whisper. Un riff molto semplice ma dall'ottima musicalità. Il tema si ferma in un passaggio  in cui troviamo un testo recitato da Ben ed un loop di batteria elettronico, il tempo giusto per dare  spazio al primo verso. Il brano è tutto un susseguirsi di tematiche musicali molto Rock, ma allo stesso tempo dal sentore Metal quasi accennato, spazi gotici con giochi di voci, sintetizzatori e disturbi di chitarre qui e lì per dare la giusta inclinazione mistica al brano senza fargli perdere aggressività. Tutto ad un tratto, dopo un ritornello, si resta in sospeso come per riprendere fiato, in un passaggio dalle sonorità nettamente barocche: si può ascoltare l'arpeggio della chitarra elettrica ed i vocalizzi di un soprano (Stephanie Pierce), poi un crescendo di campane che ti riaccompagna dal tema che ha aperto il brano, ma questa volta con l'intera band. Il brano si incattivisce subito dopo per qualche battuta con il growl di Bruce Fitzhugh, accompagnato da chitarre più incisive e rabbiose, per poi ritornare al ritornello e chiudersi, a mio parere prematuramente, riprendendo il gioco di voci che abbiamo ascoltato in precedenza all'apertura e prima del bridge con Bruce. Il brano si rivolge a Dio con tono un po' scontroso e spavaldo, accusandolo di non "esser stato forte e buono abbastanza" rimproverandolo, quasi, di questa percezione della "rabbia che brucia" dentro se stessi alimentata da tutte le menzogne che fluttuano attorno le persone, rendendo queste incapaci di comprendere appieno l'essenza del tutto. Come abbiamo sottolineato in apertura, ci troviamo di fronte alla traccia più aggressiva di tutto Origin; la disamina che i nostri rockers mettono in piedi risulta un vero pugno allo stomaco, pur conservando tutto quegli elementi Goth che caratterizzano il loro sound in maniera completa. Si ha l'impressione, sempre e comunque, di una rabbia repressa e schiumante che esce fuori dalla bocca dei protagonisti, pronti a prendere a schiaffi perfino il creatore del mondo, pur di far valere le proprie idee.

Away From Me

Gli Evanescence, dopo aver esposto tutte queste teorie chiude con un ultimo pensiero questa volta più maturo, con Away From Me (Lontano Da Me). Qui incontriamo gli Evanescence incarnati in una singola figura, proiettata in Amy, com'è usuale e facile trovare in quasi ogni loro singolo brano, ma questa volta ancor più analitica e rivolta a se stessa. Osserva ciò che è il proprio passato vissuto da un vecchio "io", ormai non più proprio, giudicando il proprio operato, come se fosse completamente un'altra persona rispetto a prima, scrutando i propri ricordi quasi come una spettatrice. "Mi sono svegliata, adesso, per trovare me stessa nell'ombra di tutto ciò che ho creato" è esattamente una presa di coscienza del fatto che ognuno è causa dei propri mali e che spesso ci si ritrova a sistemare i propri errori, alimentando il proprio bagaglio quantitativo di esperienze e trovandosi così costruita una personalità più matura e responsabile. Il tutto si conclude con un "non vuoi portarmi via da me?", come richiesta di aiuto ad una controparte che è comunque stata una delle tante cause della creazione di questo "mondo morente", che questa figura, adesso, si trova a fronteggiare. La traccia si apre con un sintetizzatore ed un loop di batteria elettronica attribuibili a dei lavori vecchio stile sempre di "Bjork", che ormai risulta essere una vera ispirazione per gli Evanescence. Nel ritornello il loop adotta suoni più organici e troviamo anche una semplice chitarra elettrica, poi un passaggio di pianoforte riammorbidisce l'atmosfera per ritornare al verso. Nel successivo ritornello possiamo sentire anche la voce di David rendendo tutto un po' piano-rock ricordando un suono molto simile agli attuali "The Fray". Nel bridge ritroviamo il loop di batteria elettronico, ma con l'aggiunta di cori, il che rende tutto molto intimo, intimità esaltata dalla scelte delle note (basse) di Amy che sembrano quasi accarezzarti amorevolmente. L'ultimo ritornello rientra imperterrito, questa volta da una scelta di note più libera rispetto ai ritornelli precedenti, come se i cantanti volessero liberarsi da ogni tipo di schema prima di dover dare una conclusione al loro Album.

Eternal

La traccia si chiude, ma non del tutto: dopo la nota finale il loop di batteria continua ed in fade iniziamo a sentire un effetto sonoro nuovo, molto elettronico, la traccia si collega con la traccia strumentale Eternal (Eterno). Un po' come dire "non siamo strumentisti che accompagnano una front-woman" un po' come per esporre il senso musicale più puro e vero degli Evanescence, Eternal è la traccia più azzeccata per farci intendere gli Evanescence come un gruppo unito, collaborante, creato da artisti che non vogliono limitarsi a farti ascoltare una bella voce o a raccontarti delle storie, ma ti consegnano in mano un prodotto artistico, si acerbo, ma non scontato, dalle sonorità ricercate e originali. Ad ogni traccia viene molto facile attribuire una sensazione o un emozioni, non sono riuscito ancora ad attribuire nessuna di queste ad "Eternal", probabilmente perché mi piace pensare che questa traccia voglia simboleggiare la musica stessa, niente di più. L'incrocio di due diversi sintetizzatori ed un pianoforte aprono questa traccia strumentale, poi seguiti da un loop di batteria molto disturbato ma gradevole all'ascolto. Dopo di ciò, una chitarra fa la sua apparizione, con un assolo dalle sonorità un po' videoludiche, mentre altri sintetizzatori di uniscono alla traccia di cui uno non è altro che una traccia di chitarra elettrica tagliata e modificata, come se Ben si divertisse nel giocare con un programma per l'editing musicale, poi pioggia e tuoni. La pioggia continua a scrosciare ed a scorrere su noi ascoltatori, mentre un arpeggio in chitarra elettrica richiama la tua attenzione da lontano, ed un pianoforte prende delle note che ricordano molto il cadere delle gocce. Sembra di stare in un posto abbandonato (mi piace pensare ad un cimitero per via della copertina dell'Album), di sera, durante un acquazzone, e tu sei lì, ad ascoltare il freddo che batte inesorabile sulla tua pelle, mentre il tuo fiato denso come fumo ti acceca per qualche secondo prima di osservare tutti i ricordi e le scene vissute da questo album svolazzare per aria e dissolversi evanescenti nel nulla. Dopo di che sei solo, con la pioggia, ed attendi. Nella traccia viene inclusa anche la linea musicale di "Demise", una traccia che faceva parte delle prime stampe di Origin come traccia fantasma, non altro che il verso strumentale di Field of Innocence riprodotta a rilento. L'album è finito e adesso abbiamo una conoscenza degli Evanescence molto più profonda, si presenta con quest'album come gruppo ancora immaturo ma dalle idee originali ed innovative.

Conclusioni

Quello che facciamo con l'ascolto del primo studio album degli Evanescence è esattamente venire a conoscenza del passato di una personalità della quale, dopo aver conosciuto così intensamente il suo passato, comprendi il motivo per il quale affronta la vita adottando certi comportamenti, certi valori, certe debolezze e certe qualità. Cosa sarebbero adesso gli Evanescence senza Origin? Probabilmente una band che non avrebbe mai sfornato "Bring me to Life" e le mie preferite, "Weight of the Wold" e "Your Star", una band che non affronterebbe mai la composizione dei brani come ha fatto con i lavori successivi ad Origin, lasciando quindi un impronta nell'early nu-metal con "Fallen" o regalarci l'album capostipite del romanticismo nella musica quale "The Open Door". Origin è per l'appunto l'origine degli Evanescence, il bocciolo di rosa che prende colore per sbocciare, il bruco di una Vanessa Cardui che diventa bozzolo, il piccolo di un Quetzal Splendente appena uscito dall'uovo: è sicuramente un album che viene difficile da ascoltare se non si pone come obiettivo l'intenzione di conoscere al meglio questa band, dopo di che scoverete dentro i loro lavori tutte le qualità di un grande gruppo, pronte a schiudersi alla luce del sole, solo con la giusta quantità di tempo e con le giuste attenzioni. Se dovessi valutare l'album dal punto di vista tecnico, probabilmente, il voto non sarebbe molto alto, neanche il ritmo che acquisisce con il susseguirsi delle tracce non è ottimale. È comunque sbagliato usare termini come "mi sarei aspettato" perché nel 2000 non ci saremo aspettati niente da una band agli esordi, sconosciuta, con un suono ancora da definire, mi viene anche difficile dare un etichetta a questo lavoro, perché è un intruglio di pop, rock, atmosfere gothic, elettronica e qualche poco accennate sonorità Metal, ma anche Trip-hop. Dal suono disomogeneo, Origin risulta più una raccolta di vecchie fotografie e vecchi ricordi che un album stilato di tutto punto, ma va bene anche così, d'altronde una personalità non è mai omogenea, anzi, è piena di tante singolarità e spesso l'una diversa dall'altra, ed è questo che mi piace e caratterizza Origin: riesco a trovare in un album una persona in carne ed ossa, ed è proprio per questa capacità di esternare una personalità in un album che, per il sottoscritto, gli Evanescence recuperano punti persi per la valutazione precedente per arrivare ad un complessivo di 6 punti su 10. Rimane comunque un album imprescindibile per chiunque ami questa band; se volete andare a scavare nel passato del gruppo, se volete conoscere tutti gli elementi che hanno portato Amy e soci a sfornare quel che sono riusciti a produrre, allora bisogna partire da qui. E' un album che si gode appieno nel suo essere un calderone di suoni diversi, ed è anche un disco che, pur non essendo esente da difetti, come abbiamo sottolineato più volte durante il track by track, si lascia amare quasi al primo ascolto. E si lascia amare non perché contenga elementi così particolari o eterei, ma semplicemente perché si ha la netta e cristallina percezione di quel che gli Evanescence sono. Una band che non ha mai accettato compromessi, che non si è mai prostrata di fronte ai meccanismi dello star system, né tantomeno del mercato musicale, e questo Origin, col suo carico di dissonanze, l'autoproduzione quasi marcata che risulta in alcuni punti, e la sua distribuzione privata, ne sono l'ennesima conferma. Un disco che chi ama questa band adora già, quasi sicuramente, ma che invito caldamente ad ascoltare anche a coloro che degli Evanescence conoscono poco e niente. Vi addentrerete in un mondo oscuro, fatto di emozioni e sensazioni, di sentimenti contrastanti, melanconia e gioia che si fondono assieme in una unica chimera volante nel cielo, ed avrete la percezione chiara e limpida di quel che sono alcune sfaccettature della nostra anima.

Recensione

1) Origin
2) Whisper
3) Imaginary
4) My Immortal
5) Where Will You Go?
6) Field of Innocence
7) Even In Death
8) Anywhere
9) Lies
10) Away From Me
11) Eternal
12)
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