EUROPE

Prisoners in Paradise

1991 - Epic Records

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
19/09/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

A livello musicale il 1991 è un anno storico, perché segna il declino del glam, dell'hair e del pop metal che tanto successo avevano avuto negli anni '80, sostituiti dall'affermazione della musica grunge proveniente da Seattle, con gruppi come i Nirvana, gli Alice In Chains, i Pearl Jam e i Soundgarden, che capovolgono nel giro di pochi mesi il mercato statunitense e in seguito anche quello mondiale. Le uniche eccezioni sono rappresentate dai Metallica con il "Black Album" e i Guns And Roses con il doppio "Use Your Illusion 1 e 2", che riescono ancora a imporsi e a vendere milioni di dischi. Questo è pure l'anno della pubblicazione del quinto platter degli svedesi Europe, che con Prisoners In Paradise cercano di bissare il successo di "The Final Countdown" o di  confermare le vendite del precedente "Out Of This World", ma al contrario, ricevono un'attenzione limitata da parte dei media a causa dell'esplosione proprio del movimento grunge, iniziato dalle band citate in precedenza, soprattutto dai travolgenti Nirvana, che uniscono elementi di hardcore punk ed heavy metal in un suono sporco, ricco di forti distorsioni di chitarra, temi lirici più scuri, e un'estetica ridotta e un completo rifiuto dello stile visivo tipico delle formazioni rock degli eighties. A questo dobbiamo aggiungere onestamente la qualità non eccelsa dei brani proposti in questa nuova fatica discografica, che strizzano l'occhio a un suono commerciale di stampo americano deludendo così la maggior parte dei fans, che si aspettano come promesso dagli scandinavi un album "più heavy" e meno sdolcinato. Credo che questa sia stata la chiave di svolta negativa della loro carriera perché la band perde la faccia, la propria identità artistica, la serenità interna tra i propri membri, ed è frustrata e schiacciata dalle pressioni della casa discografica, la quale impone ai cinque ragazzi di puntare sull'immagine glam e su brani dal facile ascolto, elementi che, almeno in teoria, possono far competere il gruppo con i colossi statunitensi del genere. "Prisoners In Paradise" quindi rispecchia già dal titolo la situazione in cui si trova il gruppo europeo in questo periodo, tra dissidi interni, pressioni esterne da parte della Epic (label controllata dalla Sony) che pretende di imporre le proprie idee per aumentare le vendite, e infine la mediocre produzione di Beau Hill, il quale viene ingaggiato a malincuore in alternativa al produttore Bob Rock,  che a quel tempo ha appena iniziato a lavorare con i Metallica per il  Black Album e non è disponibile. Sono scartate dalla Epic diverse canzoni considerate eccessivamente dure, e sul disco ne finiscono molte con uno stile simile al primo Bon Jovi, come l'opener "All Or Nothing", dal ritmo cadenzato e infarcito di cori, con l'immancabile ritornello catchy. All'etichetta discografica non piace il materiale iniziale, e così fa cambiare non solo il titolo dell'album ma fa anche togliere la title track, intitolata: "Break Free". La stessa cosa avviene per alcune canzoni, come "Here Comes The Night", "Mr. Government Man" e "Yesterday's News", perché non più adatte alla nuova immagine degli Europe; la label chiede dunque di scrivere dell'altro materiale, magari con pezzi da alta classifica in tempi brevi. Come riportano alcune fonti, le demo delle canzoni registrate dalla band nel periodo 1989-1990 sono state raccolte in un bootleg chiamato "Le Baron Boys", che contiene, tra le altre, le prime versioni di "Talk to Me", di "Seventh Sign", di "Break Free" e di "Little Bit Of Lovin", insieme a brani come "Don't Know How To Love No More", "Wanted Man", "Rainbow Warrior" e "Blame It On Me". Tutto questo costa alla band molto tempo, e purtroppo l'album è pronto solo nel settembre del 1991, in un momento storico in cui il vento musicale è cambiato definitivamente verso nuove sonorità. Questa volta gli altri membri del gruppo partecipano maggiormente alla scrittura delle canzoni e, infatti, le uniche tracce scritte dal solo Joey Tempest sono il primo singolo, "Prisoners In Paradise", e la conclusiva "Girl From Lebanon". Collaborano nella scrittura anche lo stesso produttore Beau Hill, Brian McDonald, Andre Pessis ed Eric Martin dei famosi Mr. Big. Il chitarrista Kee Marcello co-scrive ben 5 canzoni su 12, che diventano 11 se si considerano anche i brani che poi non sono stati inclusi nell'album, a dispetto del disco precedente del 1988, "Out Of This World", dove co-scrive solamente 3 canzoni: "Just The Beginning, "More Than Meets The Eye" e "Coast To Coast". L'album va benino in Europa e in Giappone, dove sono molto amati, ma la vera delusione per gli Europe è rappresentata proprio dagli Stati Uniti, al cui stile di hard rock sono stati costretti ad avvicinarsi in un momento nel quale si stava diffondendo un nuovo gusto musicale che spiazza Tempest & company, ma soprattutto disorienta la loro etichetta a stelle e strisce, che ritarda e rimanda l'uscita dell'opera nel momento sbagliato. La colpa di questo fallimento non è solamente del grunge o della casa discografica, ma soprattutto, l'insuccesso è dei cinque vichinghi che per inesperienza, per ingenuità e per paura di perdere il contratto con la loro major, snaturano il loro sound per il "vil denaro". Bando alle ciance, immergiamoci nell'analisi dei brani per vedere e capire i motivi di questo insuccesso che porterà inevitabilmente a gravi conseguenze per il combo.

All Or Nothing

Già dalla prima canzone, All Or Nothing (Tutto o niente) si percepisce da subito la nuova direzione musicale intrapresa dal quintetto scandinavo, che per l'occasione, su imposizione della Sony è costretto a scrivere questo pezzo insieme al compositore André Pesis e al famoso cantante Eric Martin dei Mr Big, i quali si occupano ufficialmente del testo. Il brano inizia con un riff di chitarra elettrica incalzante, e con una sezione ritmica trascinante che apre la strada al cantato melodico e roco di Joey Tempest, che stranamente, rispetto ai lavori precedenti, usa delle tonalità più basse e un tono di voce sporco e rauco che al primo impatto lo rendono quasi irriconoscibile. Il breve assolo di chitarra di Kee Marcello è veloce ma allo stesso tempo potente e la song gira per tutta la durata su un coro continuo, ripetitivo e molto commerciale in pieno stile americano. Il testo è molto diretto ed eloquente sulla situazione attuale della band che si trova a un bivio della propria storia artistica, anche se a tratti questa condizione è camuffata nel testo dalla paura di poter amare qualcuno. "Ho scommesso la mia anima su un lancio di dadi. Ho iniziato con entusiasmo e non ci ho mai pensato due volte". Dalle prime strofe sembra proprio che sulle parole abbia messo lo zampino il cantante, il quale a quanto pare non si è limitato a comporre velocemente la canzone, ma ha trasmesso tutta la sua frustrazione anche nel testo perché cosciente di giocare d'azzardo, e per l'esattezza alla roulette russa, sul proprio futuro e su quello dei suoi compagni di avventura. Per non rendere la cosa troppo evidente e per celare in parte questa scommessa artistica, sono state inserite dagli autori anche delle frasi esplicite sul sentimento dell'amore: "Non mi posso fermare adesso, ho messo gli occhi su di te, dritto al tuo cuore; il mio fine è sincero. Non voglio fare fatica in amore, piuttosto faccio senza". Il ritornello è chiaro e conferma quello che è stato scritto in precedenza: "Tutto o niente. Non starò con le spalle al muro. Troverò la mia strada"! Per gli Europe sta cominciando una nuova avventura, e giacché sono in ballo tanti interessi, questi giovani musicisti non possono fermare il loro destino. "Non posso fermarmi adesso. Una volta che mi hai fatto andare avanti, non mi puoi rallentare".

Halfway to Heaven

Cronologicamente, il terzo e ultimo singolo estrapolato dall'album è rappresentato dall'esplosiva Halfway To Heaven (A metà strada verso il cielo) che ha la stessa gestazione di "All Or Nothing". Anche qui s'inizia con un suono intermittente di chitarra elettrica, seguito dalla batteria di Ian Haugland che, dopo qualche secondo, dà il via a un riff ultra melodico che rallenta all'improvviso dando la possibilità al vocalist di entrare in scena e portare perfettamente la melodia verso un indovinato e facile ritornello. "Siamo a metà strada dal cielo. Giacendo accanto a te in una notte così calma. Siamo a metà strada dal cielo. Ti chiedo se resterai, baby, di' che lo farai". Insomma, un brano d'amore creato in pochi giorni e molto semplice nelle parole e nel suono, partorito dal giovane Joey e dall'esperto compositore Jim Vallance. Il risultato conclusivo è un pezzo energico e romantico che racconta di un colpo di fulmine per una ragazza dagli occhi blu: "Tu mi hai catturato in un folle stato confusionale". In poche parole uno dei brani migliori di "Prisoners In Paradise", dotato d'un ritmo pop molto coinvolgente che strizza l'occhio alle classifiche internazionali, ottenendo così dei buoni consensi, soprattutto nel Regno Unito. Ormai il cambio stilistico è evidente soprattutto nella bravura del guitar hero Kee Marcello, capace con la sua chitarra di spaziare dall'heavy rock, al pop e al blues più intenso con una disinvoltura disarmante. Mitico il video, girato nel 1992 nel famoso Marquee Club di Londra a dimostrazione di com'erano apprezzati gli svedesi nel vecchio continente. La critica metal più ortodossa però continua a snobbarli, bocciando comunque questo singolo perché troppo vicino alle sonorità dei connazionali Roxette, che in quegli anni spopolano nelle classifiche internazionali di tutto il mondo; ma onestamente, credo sia stata solo una cattiveria ed un'esagerazione mediatica.

I'll Cry For You

Bisogna ammettere che i lenti sono il piatto forte degli Europe, e dopo la mitica "Carrie", pubblicata nell'album "The Final Countdown", e la rinnovata "Open Your Heart" inserita sul disco "Out Of This World", la terza canzone di questa nuova fatica discografica è la superba ballata I'll Cry For You (Piangerò per te), secondo singolo lanciato dal gruppo che si può definire da antologia, perché conferma la vena artistica del biondo cantante. Il singer, aiutato dall'artista Nick Graham (ex Atomic Rooster), riesce a creare una hit melodica e mielosa quanto basta per entrare nei cuori dei supporters. "Il suono della tua voce, il tocco della tua pelle mi sta tormentando. Voglio darti il mio cuore, darti la mia anima, voglio stendermi tra le tue braccia e non lasciarti mai andare". Belle parole e musica stupenda per un brano che si fa amare da subito per il suo carattere prettamente statunitense, i suoi suoni sdolcinati ma sempre energici che riprendono il filone delle prime due tracce appena descritte prima. Una leggera chitarra elettrica con un suono distorto introduce una melodia d'impatto trascinata dalla tastiera del quasi disoccupato Mic Michaeli (in alcuni brani suona addirittura la chitarra) e che in tutto il disco sarà relegato in seconda fila rispetto al passato. Ormai il sound della band è in pieno stile AOR e il vecchio metal è lontano anni luce. Tutto ha quell'atmosfera da focolare domestico che negli anni '80, tutto sommato, non risparmia nemmeno le rockstar più capellone, e se le ballate degli Europe hanno influenzato quelle dei Guns 'N Roses, la nuova estetica degli svedesi, di contro, è chiaramente influenzata dal ciclone di Axl e Slash, come chiaramente emerge dalle scelte stilistiche del video. Il testo è il grido accorato fino alla disperazione di un uomo pazzo per amore, un'anima solitaria che aspetta solamente di unirsi alla sua dolce metà. Insomma, tutto quello che si presume desiderino le fans della band... ma forse c'è di più. L'amore alla fine trionfa, ma c'è una strofa in cui emerge il disagio del leader svedese: "Per una volta nella mia vita il futuro è nelle mie mani. È da tanto tempo che sto cercando una risposta ma ormai è troppo tardi quindi ora sfrutto la mia occasione". Sante e sincere parole, perché ormai gli artisti si sono buttati in una nuova e rischiosa avventura dalla quale non possono più tornare indietro.

Little Bit of Lovin'

La sporca e polverosa Little Bit Of Lovin (Un po' di amore) è una delle canzoni della discordia, sia con il management della label, sia con i fans storici della formazione; un brano che costringe i cinque vichinghi ad accontentare la Sony e ad ammorbidirlo, rifacendolo con uno stile prettamente street. In verità, la traccia è carina per i piacevoli cori e per il semplice ritornello e possiede in alcuni tratti delle piccolissime venature blues che la rendono convincente, anche grazie all'ottimo lavoro compositivo del chitarrista Kee, il quale collabora con Tempest nella stesura del pezzo. Quasi cinque minuti sono però eccessivi, per un pezzo che al massimo potrebbe prefigurarsi come breve intermezzo di pura passione. Invece, la canzone si esibisce in raffinatezze chitarristiche che stridono con l'attitudine stradaiola del ritornello, rallentando e trasfordmandosi in qualcos'altro, quasi a evidenziare l'evidente rimaneggiamento in fase di composizione. Il finale melodico, rumoroso e catartico, è comunque energico e godobile, esemplificazione del talento, della tecnica e del carattere di musicisti capaci di tirar fuori ottima musica anche sotto pressione, anche quando costretti a rivedere il proprio sound e a riscrivere i propri pezzi... e non è cosa da poco. L'ugola del biondo frontman si scurisce di nuovo ritornando bassa e roca ma il testo del ritornello delude per la spaventosa semplicità: "Dai un po' di amore e ti tratterò bene. Dai un po' di amore e io resterò la notte". Sicuramente si poteva fare di meglio per un testo legato ai sentimenti: "Non ho bisogno di nessuno, sono da solo ma c'è una donna che mi possiede, mi piace dire che sia mia. Non ho denaro per conquistarla ma ho un sacco di altri modi per farla mia". Il primo pensiero al termine dell'ascolto è di un piccolo incidente di percorso e negli anni successivi, giustamente e a mente fredda, i vichinghi preferiscono suonarla durante alcuni concerti solo in versione acustica. "Little Bit Of Loving" è solo una discreta canzone, suonata troppo americana e non degna del nome Europe.

Talk to Me

Il quinto passo in scaletta è l'ex ballata semi-acustica Talk To Me (Parla con me) reduce, come il brano precedente, da un rifacimento del sound per le note pressioni della casa discografica. La prima versione di questo lento è inserito nel bootleg non ufficiale intitolato: "Le Baron Boys", che ancora oggi circola su internet.  Questa nuovo arrangiamento inserito nell'album è stato invece indurito nei suoni, e trasformato in un brano di puro glam metal dalle venature AOR, dai due autori Joey Tempest e Mic Michaeli, con un ritornello super orecchiabile e con la guitar di Marcello sempre in evidenza che trascina il pezzo dall'inizio alla fine. Anche qui l'inizio del brano si apre con dei robusti riff di chitarra elettrica che introducono la voce melodica di Joey ("Non è come prima, baby; non puoi tornare indietro correndo"), che lo accompagna, insieme a dei cori indovinati, a un ritornello facile da ricordare e, come scritto prima, in un suono influenzato dallo stile AOR di stampo californiano. "E parla solo con me, quando taglia come un coltello devi solo parlare con me. Quando senti che non è giusto, chi pensi di ingannare? Non me". Il contenuto è interessante perché parla dell'infelicità mascherata di un ex amante, che è invitata dal vecchio fidanzato a sfogarsi e sputare fuori i propri sentimenti e il proprio stato d'animo: "L'inferno è quello che hai passato, non avrei mai pensato di rivederti qui ancora". L'uomo cerca di aprirle il cuore perché in fondo la ama ancora e vuole riconquistarla: "Ti vedo in strada che stai passando e anche se le tue labbra stanno sorridendo, posso vedere il gelo nei tuoi occhi. Non avrei mai pensato di rivederti qui ancora.  Adesso hai bisogno di qualcuno con cui parlare proprio come prima". L'ex non nasconde le difficoltà della fine di questo rapporto: "La parte più difficile è stata cambiare. Mi stavo aggrappando ai sogni del passato ed ero sempre qui ad aspettare". Anche questa è una canzone lontana dal vecchio stile della band perché anche se molto orecchiabile, delude i supporters più fedeli che non apprezzano questa trasformazione così radicale da parte dei propri beniamini. Con "Little Bit Of Lovin" e la successiva "Seventh Sign", questa traccia (la prima resa in versione ballata è sicuramente più intrigante) segnerà una frattura definitiva con il vecchio stile di metal melodico europeo di cui i nostri paladini erano diventati, negli anni '80, i migliori rappresentanti.

Seventh Sign

La sesta traccia è Seventh Sign (Settimo segno), che dal titolo avrei messo come settimo brano in scaletta, ma a parte gli scherzi, anche questa è una canzone rifatta all'ultimo istante dagli svedesi e addolcita nei suoni; la prima resa, decisamente più heavy, è stata inserita sempre nella raccolta non ufficiale "Le Baron Boys". Questo nome provvisorio nasce per caso quando nel settembre del 1989 gli Europe tengono un concerto nel mitico club Whisky a go-go, a Hollywood in California. Dato che non hanno chiesto nessun permesso, si presentano nel locale sotto falso nome in modo da poter provare i pezzi del nuovo platter. Tra questi c'è Seventh Sign, un'altra traccia melodica e con un lavoro chitarristico pregevole di Marcello, che con queste ultime sonorità made in USA si sente più a suo agio e dimostra di essere più tecnico rispetto al precedente e storico chitarrista John Norum. L'inizio colpisce per la voce filtrata di Tempest e dal riff di chitarra in sottofondo, che sono il preludio per sprigionare un buon ritornello spinto dalla leggerissima tastiera e dove ancora prevale l'estro del bravissimo chitarrista, che è protagonista di un assolo potente e velocissimo. "Ho aspettato un avvertimento mentre guardiamo il cielo adesso. Ora sembriamo tutti perduti". Il testo sembra un presentimento per quello che succederà con l'uscita di questo lavoro e sul futuro dei ragazzi. Memorabile una frase di Joey raccontata dall'amico batterista Ian durante il tour promozionale: "Mi ricordo un giorno che ero in taxi con Joey e disse: "quando il tour è finito, noi siamo finiti". Il testo continua con queste parole: "È il settimo segno. Guardate il cielo rosso sangue stanotte. C'è una voce lì fuori nel deserto, dice che stiamo terminando il tempo. Pensavo che il mondo si potesse cambiare. Dio devo essere stato cieco"! In effetti, le registrazioni del nuovo materiale non cominciano con il verso giusto, tra pressioni esterne, ricatti, ritardi e inesperienza che si ripercuotono purtroppo negativamente come un masso sull'intera opera. Seventh Sign ha un sound più pesante rispetto alle ultime due tracce appena descritte, ma non è una canzone particolarmente solenne e memorabile.

Prisoners In Paradise

La title track e primo singolo estratto, Prisoners In Paradise (Prigionieri in paradiso), scritta a piene mani dal leader e vocalist del gruppo, è una delle canzoni più amate dell'intero lavoro. Si tratta di una malinconica semi ballata di epic rock molto coinvolgente a livello emotivo e angosciosa nella scrittura, e che rispecchia in pieno lo stato d'animo e la frustrazione dei cinque musicisti. Il brano inizia con la soave tastiera di Mic che fa da sottofondo a voci di uomini, donne e bambini provenienti dalla nostra quotidianità che reclamano ognuno qualcosa: "Voglio imparare a volare. Voglio essere rispettato. Voglio avere fortuna. Voglio uscire da questo schifo. Io voglio solo guardare la tv. Voglio essere amato. Voglio essere diverso. Voglio un fratello e una sorella. Preferirei semplicemente essere dimenticato. Voglio salvare il mondo. Voglio essere capito. Voglio essere ricco. Amico, voglio solo essere qualcuno". Un riff melodico, che sembra quasi un inno alla gioia, introduce un ritornello ultra orecchiabile per una canzone di puro AOR, dove il piano di Mic Michaeli e i riff di Marcello fanno un grandissimo lavoro, con sottofondo una storia d'amore tra Jimmy e Julia, ahimè, finita male. Quest'ultima si ritrova sola e disoccupata, mentre l'ex fidanzato è prigioniero dei ricordi per un sentimento che ancora lo tormenta. "Lo so che a volte baby non abbiamo affrontato le cose faccia a faccia ma ho solo una domanda. Eravamo obbligati a dirci addio"? Le frasi del ritornello nascondono anche la rabbia degli Europe che in un certo senso si lasciano andare a uno sfogo e aspettano il loro destino perché inermi e impossibilitati a tornare indietro: "Proprio come prigionieri in paradiso, ancora lontani dalle porte del cielo, avevamo tutto ma volevamo ancora di più. Adesso capisco che non posso tornare indietro. Il futuro è qui per rimanere ma hey noi eravamo solo figli del domani che si aggrappavano a ieri". Indicativa una strofa della song che spiega in poche parole la situazione e la consapevolezza della band sul momento difficile che sta passando: "Jimmy (che potrebbe essere benissimo Joey) ancora ripensa a quella notte quando ha preso la sua chitarra e se n'è andato fuori a cercare il grande momento che era il suo sogno. Si è lasciato il passato alle spalle e ha fatto bene, ma c'è qualcosa che manca stasera nel suo cuore. A volte quello che vuoi non è ciò di cui hai bisogno"! Il pensiero e la consapevolezza della situazione sono sinceri e i cinque ragazzi sono veramente prigionieri di un presente che, per quanto ricco di soddisfazioni emotive ed economiche, gli ha tagliato le ali della libertà artistica di cui andavano fieri; ed è evidente, se si pensa che partiti da un piccolo sobborgo alle porte di Stoccolma, Upplands Vasby, sono diventati famosi in tutto il mondo e hanno avuto persino la possibilità di registrare questa nuova fatica agli Enterprise Studios a Burbank, in California. Una cosa impensabile, fino a qualche anno prima!  Il tema della song è molto attuale e azzeccata perché in una società consumistica come quella occidentale, dove gli ideali principali sono solo la fama e i soldi, noi tutti siamo prigionieri e schiavi di qualcosa che spesso è superfluo e porta all'infelicità. Crediamo di stare in paradiso ma in realtà bruciamo tra le fiamme delle nostre illusioni e dei nostri vizi.

Bad Blood

La grintosa e inquietante Bad Blood (Sangue cattivo) è una traccia street metal che mostra, per quanto eseguita magistralmente dal gruppo, un'atmosfera anonima e diversa dallo stile Europe al quale eravamo ben abituati in passato. La voce di Joey si camuffa di nuovo per adeguarsi alle nuove sonorità statunitensi, ma si capisce che il singer è ancora una volta alla ricerca di una sua identità che invece sembra aver trovato il compagno Kee, il quale, con la sua chitarra elettrica, si trova a proprio agio con questi suoni prettamente glam. Un riffing azzeccato, vitalità, ruvidezza, non riescono tuttavia a nascondere una certa piattezza, un generale anonimato che nel 1991, per questo genere di sonorità, è ormai la regola più che l'eccezione. Nonostante tutto, la catarsi chitarristica è immancabile e precisa, unico, reale momento di piena goduria del brano. Rafforzato da un ritornello molto orecchiabile, il testo è particolarmente allegorico, perché camuffa la storia di un amore ossessionante e avvelenato con la metafora del successo, che spesso fa male quando lo si raggiunge e non lo si sa gestire. "Sempre alla ricerca di divertimento, lei arriva come un uragano. Amico lei è troppo bollente da toccare, come combattere il fuoco con la benzina". La canzone ha un grande groove, con dei cori tipicamente californiani, con un grande assolo di Marcello e dei cambi di tempo attraenti: "il sangue cattivo scorre attraverso le mie vene. Il sangue cattivo mi sta facendo impazzire". La tensione del frontman scandinavo è alle stelle e si manifesta nella penultima strofa, dove grida al mondo intero tutto il suo disagio: "hey sono diventato scatenato. Non sono più l'uomo tranquillo che ero, proprio come vivessi su una lama di coltello, quella donna ha messo un incantesimo su di me". La collera di Tempest si percepisce nel cantato e la cosa non stupisce più di tanto, perché il brano non è altro che l'amara realtà di un disagio con il quale tutti i membri della formazione si stanno confrontando e di cui sono pienamente coscienti.

Homeland

La meravigliosa e nostalgica Homeland (Patria), scritta da Tempest, Michaeli e Marcello, è un lento molto intimistico ancora una volta in pieno stile americano, un pezzo che riporta le nostre rock star indietro nel tempo quando nella loro Svezia, prima della popolarità, erano dei ragazzi spensierati, senza pressioni o compromessi e liberi di divertirsi. "Mi sentivo così libero, dove volevo essere. Quei giorni sono passati così velocemente. Come vorrei durassero per sempre". Il brano inizia con una leggera chitarra elettrica che emana un riff assai dolce, e la tastiera soft di Mic in sottofondo e la voce triste di Joey proseguono su questa linea per tutta la durata del brano e con un sound che purtroppo non riesce a decollare ma che, per fortuna, è alla fine ben interpretato dai cinque. Credo che questo sia uno dei pezzi più sentiti dai musicisti in quest'opera, come si evince dal testo: "C'era un posto che potevamo considerare nostro. Eravamo soliti pensare al domani. È stato un lungo, lungo tempo ma la tristezza ha riempito il mio cuore quando ho saputo che era giunto il momento, quando ho dovuto lasciare quei giorni alle spalle". Le successive strofe danno sempre più la consapevolezza che qualcosa non sta andando per il verso giusto e l'unica cosa da fare per andare avanti è quella di aggrapparsi ai bei ricordi trascorsi nella lontana patria: "Così lontano dalla terra natia mi sono perso nel tempo e la mia anima sta ancora cercando la pace interiore. Ricordi quando i nostri cuori erano pieni di gioia ma non importa dove sono oggi o cosa potrà portare il futuro. Signore, lo so che quei giorni sono passati, mi sentivo così libero. Quei giorni sono passati così velocemente, come vorrei durassero per sempre". L'infelicità e l'onestà sono le chiavi per la riuscita di Homeland, che non è in assoluto la migliore ballata dei vichinghi ma riesce a trasmettere emozioni e speranza nell'andare avanti, ripescando dal passato la voglia di divertirsi, di essere liberi dalla schiavitù dell'affermazione e della ricchezza a tutti i costi come unico scopo della vita.

Got Your Mind in the Gutter

Il punto più basso del platter è rappresentato dalla mediocre Got Your Mind In The Gutter (Hai una mente contorta) che inizia con un leggero ritmo di rock and blues per poi accelerare con dei riff più hard e con un ritornello sempliciotto da canticchiare, molto catchy ma onestamente lontanissimo dal sound dei vecchi Europe che in questo pezzo, pur suonando e cantando bene (Joey è sempre il numero uno nonostante l'ennesima voce graffiante e rauca), sembrano imitare gli statunitensi Poison, deludendo ancora i fans più ortodossi, fatta eccezione per l'assolo di chitarra dell'amatissimo guitar hero del gruppo, come sempre da applausi. Nonostante il ritmo del pezzo all'inizio sia movimentato e dalla tendenza a stelle e strisce, perde nel corso dei minuti mordente, diventando prevedibile e non entusiasmante come sembrava in principio. Almeno, la storia scritta dal vocalist e dal produttore Hill è un poco più stimolante, perché parla di un presunto tradimento dal quale deve difendersi un uomo accusato dalla propria ragazza: "dici che hai trovato un numero su una scatola di fiammiferi nel mio cappotto e macchie di rossetto sulla mia camicia. Mi hai spinto in un angolo e mi hai messo con le spalle al muro". Nella strofa del ritornello il ragazzo respinge prontamente la tesi dell'infedeltà e va oltre, accusando la donna di essere impazzita: "Hai una mente contorta, salti subito alle conclusioni ed è facile capire che hai una mente contorta. Non prendertela con me"! Anche la difesa da quest'accusa è molto forte e in cerca di spiegazioni: "Come posso dimostrare che non ho fatto niente di male"? Tu sei veramente passionale, solo un pochino troppo assillante. Ora, piccola cosa ti posso dire, semplicemente hai torto"! Alla fine, quello che dispiace è che la band aveva a disposizione trenta brani validi da inserire in "Prisoners In Paradise", e all'ultimo momento, invece, Tempest si riduce a scrivere quasi completamente tutto e i risultati sono insoddisfacenti, come in questa riempitiva traccia. La domanda nasce spontanea: la storia di questo presunto tradimento amoroso è autobiografica, o Joey si riferisce al tradimento nei confronti dei fans per il cambiamento stilistico? Forse la verità sta nel mezzo, ma questo non toglie che la song non incide minimamente sulla buona riuscita del cd e, da filler qual è, poteva essere esclusa benissimo dalla scaletta.

'Til My Heart Beats Down Your Door

Una canzone che invece riesce a decollare è l'hard rock, questa volta di stampo europeo, di 'Til  My Heart Beats Down Your Door (Finché il mio amore non butterà giù la tua porta). Con la musica scritta dai vichinghi Tempest e Michaeli, con le parole scritte da Brian McDonald e da Fiona, il pezzo parte con le magnifiche tastiere di Mic, il quale, messo spesso in disparte, ritorna protagonista con il suo strumento e riesce così a far uscire dal cilindro un'interessante ed oscura atmosfera. I riff iniziali e cadenzati della chitarra sono il trampolino di lancio per il singer che esprime, con la sua possente voce, un'ottima interpretazione del brano, ma il ritornello melodico del pezzo fa il resto, coinvolgendo l'ascoltatore quanto basta per stamparselo in mente e fischiettarlo in qualsiasi momento della giornata. La song vive di una luce propria e il suono delle sei corde di Marcello, dapprima offuscato dalle tastiere, si trasforma in seguito in pura energia che solo il rock melodico può emanare. A questo punto del disco sembra di essere catapultati nell'AOR di stampo europeo che i nordici ci avevano così bene abituati ad ammirare nel precedente ''Out Of This World'' e che si riconcilia finalmente al vero sound "made in Europe". Il testo, neanche a dirlo, è amoroso e di conquista: "Ho preso la mia decisione. Non mi piacciono gli altri. Vengo per farti mia! Continuerò a bussare. Bussare come prima, finché il mio cuore butterà giù la tua porta". Parole indovinate, che esprimono il grande cuore dei cinque artisti che per qualche minuto si liberano delle catene portate nelle tracce precedenti. Qui la parola d'ordine è amare e farsi amare: "Piccola lo sai che mi ami, allora perché fai finta quando potrei farti felice. Se solo mi lasciassi entrare ti terrei al caldo per sempre".

Girl From Lebanon

Se volete provare la libertà di sognare, di fantasticare o volete solo della pura adrenalina, dell'energia positiva che vi rimetta in sesto, o ancora sentire un'ottima performance artistica, allora dovete ascoltare e amare per forza l'ambiziosa e creativa hit finale, Girl From Lebanon (La ragazza del Libano), contrastata e non poco dalla persecutrice Epic Records, che non ha mai digerito il testo scritto dal vocalist perché troppo provocante e a tratti esplicito su quello che stava subendo la band. "È il momento di evadere dalla gabbia. È il momento di cambiare la tua strada. È il momento di trovare quei sogni infranti che sono svaniti nella foschia. È il momento di gettare quelle scarpe di cemento. Ti hanno trattenuto troppo a lungo perché i giorni di tormento sono andati e venuti". Si può affermare che questo brano conclusivo è il meno radiofonico del lotto ed è quello che riesce a colpire di più per la sua epicità, per il ritmo e la profondità che riesce a creare. La superlativa chitarra di Kee Marcello è sempre in grande spolvero, la sezione ritmica di Levén e del batterista Ian Haugland è precisa, e l'ammaliante tappeto tastieristico del geniale Mic colpisce nel segno, soprattutto durante il ritornello della traccia.  Gli Europe dimostrano come non fossero una band di facciata, composta solo da dei bei ragazzi, ma una formazione tecnica e di classe che meritava il successo avuto fino a quel momento per lo stile, che la distingueva dalla marea di gruppi AOR e di hard rock melodico presenti in quel periodo. Indicative le parole, che manifestano la consapevolezza di cambiare e di trovare quella libertà persa per strada: "È il momento di andare incontro ai cambiamenti che provengono da ogni parte. È il momento per te di comprendere che la libertà è stata trovata. È il momento di andare incontro al futuro e dimenticare il passato". Joey non contento continua a mettere il dito sulla piaga nelle successive parole: "È il momento di tagliare il filo spinato e camminare per strada. È il momento di stare svegli tutta la notte e perdere ogni traccia di sonno". Naturalmente la casa discografica si lega al dito questo sgarbo, e quest'accusa degli svedesi sarà pagata a caro prezzo con la perdita del contratto discografico e con l'inevitabile scioglimento, ma ormai il conto alla rovescia è cominciato: "La notte è appena iniziata. Una nuova alba sta per sorgere. Vai avanti mia piccola ragazza del libano"!

Conclusioni

La prima cosa che viene in mente, dopo aver ascoltato tutte le canzoni, è la grande occasione perduta dal quintetto di poter fare qualcosa di meglio e di veramente creativo, perché nonostante il discreto risultato finale, i vichinghi hanno tecnica e tanta voglia di continuare a stupire con la propria musica. Il problema principale del platter, seppur interessante, sta nel fatto che il gruppo svedese ha snaturato troppo il proprio suono, portandolo verso un AOR ancora più commerciale e radiofonico del solito, allontanandosi così definitivamente da quelle origini heavy che li aveva fatti conoscere al grande pubblico. Questa è l'opera più triste e demoralizzante della prima parte della carriera degli Europe, ma di contro, rispetto ai precedenti, è anche uno dei dischi migliori a livello di produzione. Hill è un grande professionista ma è mediocre negli arrangiamenti, e questa pecca l'ha già sperimentata in alcuni album del passato, ove s'era calato bene nei panni degli artisti, ma senza mai risultare incisivo e innovativo nel sound delle formazioni rock per cui aveva lavorato. Purtroppo non è neppure un produttore fortunato perché anche lui, quale figlio degli eighties, è travolto dall'ondata assassina e suicida del grunge che non risparmia nessun addetto ai lavori. A questo bisogna aggiungere come il capolavoro della band, "The Final Countdown", risulti ancora agli inizi dei nineties un boomerang che ritorna indietro con forza, riprendendosi in breve tempo tutto il successo e la popolarità che i cinque ragazzi di Upplands Vasby avevano conquistato meritatamente e velocemente. Potreste mai credere che la prigione da cui fuggire fosse veramente quell'inaspettata e ricca fama che era stata sognata dai giovani svedesi fin da piccoli? Sinceramente no, ma alla luce dei fatti il loro trionfo era diventato un macigno insormontabile per via di vari fattori. La casa discografica vuole un altro disco di successo con tante hit da scaraventare nelle classifiche di tutto il mondo e vendere sempre più dischi; i fans, nel frattempo, si aspettano un altro "Conto alla rovescia 2"; il fisco svedese perseguita la band per le tasse non pagate negli ultimi cinque anni; e infine, la critica li ferisce sicura che siano solo una meteora di passaggio, che non lasceranno alcuna traccia sul Pianeta Metal. Come scritto, il platter non vende quanto sperato e gli Europe, dopo una serie di concerti in giro per il mondo, alla fine del tour del 1992 decidono di sciogliersi e di prendersi una pausa, con Joey Tempest e Kee Marcello che negli anni successivi intraprendono delle carriere soliste, mentre gli altri membri entrano a far parte di altre band rock. Però non tutti i mali vengono per nuocere, perché il fiasco del disco e il successivo break riportano i nostri eroi nella direzione giusta, finalmente liberi dalle catene del business che li aveva imprigionati in un limbo infernale senza via di scampo. Dalle ceneri, gli Europe risorgeranno con il primo concerto ufficiale, tenutosi a Stoccolma il 31 dicembre del 1999 nella notte del nuovo millennio, con una formazione a sei che vede protagonista anche il vecchio dissidente Norum, che in una successiva intervista manifesta tutto il suo consenso per l'iniziativa: "Non abbiamo nulla in mente, ma spero davvero di ritrovarci a suonare insieme". Da qui comincia un processo di riavvicinamento avallato dal leader Joey Tempest che dichiara la sua stima per il chitarrista: "In fondo sapevamo che un giorno ci saremmo riuniti, quando facevamo le prove per il concerto del millennio, ci rendemmo conto che la magia e l'alchimia era ancora tra noi". La reunion sarà formalizzata solo nel 2003 senza purtroppo il bravissimo Kee Marcello, che fa causa al gruppo sentendosi tradito dai suoi ex compagni perché è sostituito da John Norum senza una valida spiegazione. L'artista chiede pure un risarcimento danni, ma questa è un'altra storia e gli attuali Europe, oltre a scaricare Marcello, getteranno per sempre nell'oblio i brani di "Prisoners In Paradise", che non saranno più riproposti nei live perché non rappresentativi del nuovo corso musicale intrapreso dalla band.

1) All Or Nothing
2) Halfway to Heaven
3) I'll Cry For You
4) Little Bit of Lovin'
5) Talk to Me
6) Seventh Sign
7) Prisoners In Paradise
8) Bad Blood
9) Homeland
10) Got Your Mind in the Gutter
11) 'Til My Heart Beats Down Your Door
12) Girl From Lebanon
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