EUROPE

Last Look at Eden

2009 -

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
15/09/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"Penso che Last Look At Eden sia un buon esempio di dove siamo diretti come musicisti. È davvero fantastico; è un po'più blues ... e questo è un buon esempio di quanto possiamo essere bravi".
(Joey Tempest - comunicato stampa sulla nuova uscita del disco "Last Look At Eden").

Quando la follia della routine quotidiana ti assale, è facile perdere di vista quanto possa essere magica la vita, ma basta poi poco con la nostra musica preferita sognare ad occhi aperti e fermarci per qualche minuto a rigenerarci. Quest'anno credo che sia fondamentale dedicare del tempo a concentrarsi su se stessi e su ciò che è veramente importante nella vita. Mancano i concerti live e allora non rimane altro che ascoltare della buona musica a casa, magari su un vecchio lettore cd, su un vintage giradischi o su internet in streaming. Certo non è la stessa cosa perché andare ai concerti, è un'esperienza profondamente personale ed emotiva, e quei meravigliosi momenti di vulnerabilità rafforzano la mente e lo spirito di ognuno di noi. Per fortuna l'ascolto della buona musica entra nel cuore e nell'anima e lascia che i ricordi e le emozioni prendano il sopravento. Ecco perché sono mesi che penso mi manchi qualcosa in questo periodo di emergenza sanitaria, restrizioni e di crisi economica. Tutto questo riflettere mi ha portato a ricordare nostalgicamente, all'incontro casuale alla fine di uno show suonato dagli Europe a Roma nel lontano 2010 per promuovere l'album Last Look At Eden, con l'umile Joey Tempest, che sorridendo, mi firmò un autografo intrattenendosi per qualche minuto a parlare con i fans e con i giornalisti che lo aspettavano fuori dal palazzetto dello sport. Non so per quale strano arcano, ma questa immagine mi è rimasta fissa nel cervello e in questo strano periodo mi è ritornata in mente prepotentemente facendomi stare bene e dandomi quell'energia che solo il rock and roll può trasmettere. Sarà stato il lookdown e il tanto tempo a disposizione ma questa bella immagine è riapparsa portandomi ad ascoltare, questo sottovalutato disco di hard rock and blues, uscito il 14 settembre del 2009, che al contrario merita più attenzione rispetto alle maggiori asperità delle opere più recenti degli svedesi. Platter che ha sollevato molte sopracciglia mentre si diffondevano le voci sul ritorno dei convertiti Europe con il loro terzo disco dopo la reunion avvenuta nel nuovo millennio. Ma come fa una band che ha quasi definito un'epoca con una canzone come "The Final Countdown" negli anni '80, a cambiare rotta e genere e perdere la popolarità acquisita? La risposta è più semplice di quanto si creda: i cinque ragazzi, oggi uomini, sono maturati umanamente e artisticamente; le prospettive e le ispirazioni sono cambiate ma soprattutto le pressioni del successo sono definitivamente finite. Purtroppo molte persone conoscono gli Europe solo dal disco "The Final Countdown", il che è una sfortuna perché c'è di più nella loro musica di quanto sembri. Fino al 1992, le vendite mondiali dei loro lavori in studio hanno superato i venti milioni di copie vendute, assicurandogli senza dubbio il loro posto nella storia come una delle rock band di maggior fama emerse dalla piccola e fredda Svezia. Con "Last Look At Eden" e con il nuovo corso intrapreso l'aspetto generale dei vichinghi ha subito una radicale metamorfosi. Eliminata l'estetica glam rock / metal e il suono hair metal commerciale con cui sono diventati famosi, gli scandinavi si sono concentrati a favore di un sound più classico ma anche moderno e a un'immagine sobria, ristabilendo la propria rilevanza all'interno di una sopraffollata scena internazionale. Adesso c'è più attenzione nei loro confronti rispetto agli anni '90, dove non sono stati meno menzionati e gettati nel dimenticatoio. Queste dodici song infarcite di un potente hard rock contemporaneo ma legato profondamente alle sonorità settantiane e al blues, sono abilmente composte e trovano un perfetto equilibrio tra il retrò e il contemporaneo. La voce di Joey Tempest è forte ed emotiva e John Norum è a briglie sciolte, perché sinceramente con le sue sei corde si esprime e suona come vuole e quello che si sente, dando così molto carattere e varietà all'album. La sezione ritmica di John Leven e Ian Haugland fornisce sempre una precisa e una solida garanzia per ogni canzone e le note della tastiera di Mic Michaeli nascono senza sforzo dall'intimo dell'artista, completando pregevolmente l'atmosfera generale della raccolta. Ebbene, nel 2009, gli Europe suonano ancora qualcosa di nuovo e diverso aggiungendo esperienza e onestà. I giorni del glam rock, del metal sdolcinato, dell'eccessivo utilizzo della tastiera, dei capelli esageratamente cotonati lasciano il posto a un taglio moderato, sempre da rock star e a una sonorità molto più sporca rispetto al periodo di massimo splendore delIa band. I testi vanno migliorando perché prima Tempest si aggrappava a cliché già fatti, non avendo l'inglese come prima lingua, ma ora vivendo fuori dalla amata e odiata Svezia, le cose da vent'anni ormai sono cambiate. In particolare il leader degli Europe abita a Londra e dopo tanti anni di residenza in Inghilterra i testi sono migliorati e sono scritti con consapevolezza e con un'altra ottica.

Prelude

Questa corta introduzione è inquietante e spettacolare. La ricerca ritmica è curata nei dettagli, e si sente subito dopo il minuto scarso dell'inizio della sinfonica, brevissima e strumentale Prelude (Preludio), che introduce e aggancia la successiva ed esplosiva titletrack dell'album. Un'atmosfera misteriosa ci immette così nella nuova raccolta d'inediti della band vichinga.

Last Look at Eden

Un suono di tastiera leggero e cadenzato introduce Last Look At Eden (Ultimo sguardo all'Eden) e quando un secondo dopo il primo riff prende il via, non si può fare a meno di saltare dalla sedia e alzare i pugni in segno di vittoria. Si! Scelta intelligente e astuta di inserire questa traccia come primo singolo perché rappresenta il momento clou dell'album, dove la melodia e i cambi di tempo la fanno da padrone con un eccellente John Norum che suona divinamente la linea melodica per l'assolo del pezzo. Song pomposa e con tastiere molto simili ai mitici Led Zeppelin di John Paul Jones. Il riff è memorabile accompagnato da un'alternanza tra il dramma orchestrato dalla keyboard di Mic e l'ugola rilassata dello straordinario Joey. La titletrack introduce magnificamente quest'ottavo lavoro in studio degli svedesi e conferma le buone attese che già si erano avute con il precedente "Secret Society" sul ritorno dei nuovi e reinventati Europe. Tuttavia, il quintetto svedese si discosta dall'ultimo disco e come in "Start From The Dark", che è stato abbastanza pesante nei suoni, questa volta si dedica ancora di più ai propri idoli giovanili aggiungendo un pizzico di blues, cercando così di provare a creare un nuovo stile. La radiofonica "Last Look At Eden", però non riesce del tutto in quest'intento per via dell'esagerata orchestrazione e per la sua tristezza di fondo, influenzata dall'infiltrazione di suoni modaioli e malinconici. L'aspetto positivo è nel ritornello ossessivo e ripetitivo che risente di un'atmosfera un po' decadente, che ne fa sicuramente alla fine uno dei brani più alternativi ma allo stesso anche più tradizionale della storia del gruppo nordico per via della bella melodia. Il testo è un monito a non adagiarsi e ad andare avanti nonostante il passato ci abbia regalato delle gioie e delle soddisfazioni. Il mondo attuale ci prospetta spesso situazioni paradisiache ma ogni cosa ha un prezzo: "Un ultimo sguardo all'Eden. Smettila di credere e vai via. Questo potrebbe essere il nostro momento. È ora che lo possediamo, voglio sentirtelo dire". Pezzo sincopato, accattivante che non manca, con il suo ritmo di deliziare gli show dal vivo. Ritmo lento che crea un paesaggio deprimente con una sorta di bel ritornello e un normale assolo di chitarra, dove John con la sua guitar, bleffando, sembra orientarsi all'inizio del brano verso il power metal. Un grande primo brano, che intitola l'album, confermando così un hard rock di classe che non teme pregiudizi di alcun genere. Sonorità che talvolta ricordano vaghe atmosfere blues, intrecciate nella ormai famosissima voce di Joey Tempest che, pur facendo sentire tutta la sua saggezza vocale, non delude nemmeno per una strofa e per un attimo. Scelta sicuramente azzeccata per iniziare bene con un suono più retrò. Il bassista John Leven e il batterista Ian Haugland afferrano il riff della song e lo trasformano in un incisivo capolavoro melodico con una linea di ritornello che rifiuta di lasciarti la testa, per un bel modo di iniziare. La classe degli Europe è riuscita in quella rara impresa rock di scrivere una canzone che sia un inno melodico, da stadio, non nostalgico sui trionfi del passato ma con lo spirito giusto per andare avanti e non guardare indietro. Il resto del full lenght ha anche molti altri elementi e delle novità che lo rendono piacevole e variegato.

"Con i due primi album dalla reunion: Start From The Dark e Secret Society, eravamo molto concentrati sul tentativo di modernizzare il suono. Questa volta abbiamo seguito i nostri cuori e la nostra anima. Ha un suono molto classico e melodico. È quasi come se avessimo chiuso il cerchio." (Joey Tempest - intervista rilasciata al British Classic Rock Magazine)

Gonna Get Ready

Presentata in anteprima durante un live in Norvegia nel maggio del 2009 Gonna Get Ready (Mi preparo) è una traccia esplosiva che infiamma il cuore dei vecchi rocker del gruppo, grazie ad una superlativa esibizione ritmica, sovraccarica di riff di chitarra e con la voce roca di Joey che ricorda i giorni migliori della band. Rock spensierato imperniato da tocchi moderni e da una struttura classica tipica degli anni '70, per un incrocio tra i mitici Whitesnake e i leggendari Rainbow, che mostra come gli Europe siano a proprio agio con le sonorità settantiane. I riff di Norum sono struggenti con sporche venature blues che scivolano su un groove molto accattivante. Il norvegese domina per tutto il pezzo ma la song, a un certo punto, si ferma per un intermezzo più melodico, dove la melodia stessa sembra quasi in contrasto con il resto della canzone, lasciando Tempest libero di cantare dolcemente, accompagnato da una leggera chitarra acustica. "Gonna Get Ready" da una sensazione pop, nonostante i robusti riff e un testo semplice ma battagliero, dove il leader della band continua a condurre il suo gruppo e a riportarlo a quella visibilità che merita. Niente nostalgia per l'illustre passato ma tanta voglia di continuare a suonare e a divertirsi data la tanta esperienza artistica accumulata: "Sarò il capitano della nave perché sono già stato qui, quando il mio cuore era malato. Ora sono tornato per saperne di più. Ci prepareremo! Tutto quello che ho avuto era la voglia di vincere. Chiamatemi e ci preparemo!" Suono vintage con riff sporchi che scivolano sottili per rievocare lo spirito dell'hard rock classico che non muore mai. Questa canzone, e la successiva in scaletta, "Catch That Plane", sono pezzi rock corpulenti e funky ispirate agli anni '70, sicuramente sconvolgenti per l'ascoltatore più scettico che ama ancora il vecchio stile della band di Upplands Vasby. Rock and roll schietto e sincero, ma non il punto saliente dell'album e sicuramente non quello più adatto alle classifiche. Il ricordo piacevole della song è sempre la parte centrale del brano, dove la band si ritira completamente, lasciando l'ottimo vocalist da solo a cantare dolcemente, accompagnato da una delicata chitarra acustica. Interpretazione eccellente e sorprendente!

Catch That Plane

La quarta traccia Catch That Plane (Prendi quell'areo) è un'ottima traccia multi tempo, che si apre con un riff di chitarra blues, per proseguire con un groove ben riuscito e robusto da far ricredere i detrattori di turno. Il pezzo rappresenta perfettamente la differenza con i due precedenti album perché questa song, come le altre di "Last Look At Eden" ha un impatto immediato che si sente già dal primo ascolto, cosa che era mancata, in generale, nei precedenti lavori del nuovo corso artistico. Joey Tempest descrive la sua nuova creatura in questo modo: "Last Look At Eden è più un album europeo che Secret Society o Start From The Dark. Abbiamo dovuto fare quegli album per farlo e questo è un modo perfetto per descrivere questa versione." Il rock costante di "Catch That Plane" ha nell'organo hammond di Mic Michaeli la ciliegina sulla torta e la forza trainante in questo divertente pezzo. La chitarra cadenzata di Norum sembra figlia dell'abilità del mitico Blackmore, dando un'atmosfera melodica alla canzone e diventando poi più heavy con l'assolo robusto dello scandinavo. "Rilassati e divertiti per un po'", canta a ben ragione Joey Tempest cercando di non prendersi sul serio: "Sta diventando difficile, molto difficile. Avrò bisogno di un po' di attenzione: "Semplicemente rilassati". Puoi scommetterci Joey perché i tempi non sono dei migliori e la musica che è vita, è diventata una delle poche cose dove prendere forza e allegria. Un pizzico di funky ispirato agli anni '70 è l'ingrediente in più che il vocalist svedese mescola saggiamente al rock classico e tradizionale. I richiami ai Deep Purple o a Jimi Hendrix sono evidenti e il bravissimo John Norum domina con il suo stile sulla sua sei corde scansando i pensieri negativi sulla poca originalità dei riff. "Catch That Plane" riporta l'ascoltatore a "Secret Society", con delle chitarre massicce ma con la differenza di una presenza più corposa della tastiera che incide positivamente sul risultato finale. Non ci sono variazioni strumentali sofisticate, il song-writing risulta riempito da linee melodiche e vocali piuttosto statiche, e si intuisce che forse si potrebbe curare meglio questo aspetto. 

New Love in Town

"Nulla sembra come prima. Vedo persone e luoghi in una nuova luce. C'è una grazia che sale dal cielo violato. Ora so che c'è un motivo del perché mi sento così vivo", scrive Joey nella prima strofa della canzone dedicata gioiosamente al figlio e suo nuovo amore. Il neo papà riflette che senza questa nascita non avrebbe mai saputo fino a che punto fosse stato possibile amare un altro essere umano. Un amore spontaneo, che mette le esigenze del bambino davanti a qualunque cosa possa succedere durante il giorno, anche quando sei stanco; anche quando stai male; anche quando ti svegli di notte e non vorresti alzarti per tutto l'oro del mondo, anche quando vorresti fare tutt'altro e invece senti una forza sovraumana che guida istintivamente la tua mente e il tuo corpo a prenderti cura di lui. Un amore con la "A" maiuscola, che ti fa sentire che per lui potresti sacrificare la tua vita in qualunque momento. Finalmente con New Love in Town (Un nuovo amore in città), tornano gli Europe che tanto abbiamo amato in passato perché questo pezzo trasuda melodia da tutti i pori con un ritornello davvero ben costruito e molto ammaliante. Ballata introdotta dal piano e da un canto sottile che esplode in gioia accompagnato dalla sottile chitarra di John. L'allegro coro porta poi all'ascolto a occhi chiusi, sognando il nascere di nuove emozioni e soprattutto di nuovi amori. Il biondo svedese scrive e offre la song al suo primo figlio James Joakim: "A parte gli Europe, mio ??figlio Jamie e la sua mamma, tutto il resto per me ormai è una perdita di tempo totale, non conta più nulla. Quando diventi padre tendi ad allontanare dalla tua vita un sacco di cose inutili". "New Love In Town" è l'hit del disco che era mancata negli ultimi due platter e una dei più bei lenti dell'intera produzione degli scandinavi. La traccia ha un sound dal sapore californiano, dedicata, come scritto prima, alla nascita di Jamie e se fosse uscita negli anni ottanta, sarebbe stata in cima alle classifiche dei singoli per almeno qualche mese. Ottimo esempio di moderna ballata rock, dove Joey Tempest e John Norum dimostrano qui, come nel resto dell'album, che sono semplicemente una grande squadra e tra i migliori nel loro mestiere. Per l'esperto vocalist questo evento è una rinascita umana e artistica ma soprattutto uno slancio emotivo importante per la propria vita e per ciò che lo circonda. Responsabilità, novità e felicità s'intrecciano in un vortice di entusiasmi che Tempest non ha mai provato: "Perché stanotte c'e' un nuovo amore in citta'. Risveglia emozioni che non avrei mai pensato di provare. Come hai cambiato le cose! lo voglio dire al mondo intero che c'e' un nuovo amore in città". Semplicemente classico e con una melodia incantevole, che non punta solo ai sentimenti, ma pur non essendo una nuova "Carrie", spezza l'atmosfera rock dell'opera e concede un momento di pausa all'uditore. 

The Beast

Dopo il zuccheroso "New Love In Town", il platter continua con un diversivo di tre minuti, intitolato The Beast, (La bestia), dove l'energico John Norum cerca di recuperare il tempo perduto della song precedente. In poche parole, una canzone da urlo, che va sentita alzando il volume degli altoparlanti e sbattendo la testa in modo forsennato al ritmo veloce del riff principale. Puro hard rock dannatamente geniale, per via di una sezione ritmica martellante guidata da Leven e Haugland, dalla voce perfetta e a tratti filtrata di Joey Tempest e dal lavoro stellare di John Norum alla chitarra, che trasmettono un falso senso di ottimismo ai fans più incalliti. Con "The Beast" e qualche altro brano dell'opera siamo vicini agli anni '80, con un ritmo rock di vecchia scuola, che lancia questa traccia come una delle migliori dell'intero lavoro. "The Beast", coinvolge senza i fastidiosi mid tempo, fin troppo frequenti nell'intero lavoro, grazie alle solide bordate di un heavy rock legato a certe atmosfere quasi post-grunge e comunque che sanno molto di anni '90. Tempest sfodera un'ugola particolarmente tesa sulle sfumature del pezzo, accompagnato dai riff pesanti dall'amico John, che dominano in lungo e in largo l'intera fatica discografica. Questa nuova formula sembra funzionare se si pensa che lo svedese, fosse legato a una voce pulita e nitida indispensabile per il successo commerciale dell'epoca d'oro del gruppo, ma l'età e il perfetto esercizio vocale hanno messo il singer sotto una luce davvero straordinaria. I suoi testi in realtà hanno un significano profondo, sincero e ribelle soprattutto per quanto riguarda il successo dei primi anni di carriera, peri quali il cantante non ha rimpianti: "Oh mio Dio, ci stiamo divertendo più di quanto meritiamo. Il caos regna dentro la mia testa. È stato un lungo viaggio sulla strada sbagliata. Ho avuto tutto tranne un'anima distrutta. Oh mia cara!  Allaccia le cinture perché siamo fuori di qui". Il ritornello poi sbatte in faccia tutta la rabbia di essere usciti da un circuito infernale che i cinque artisti vogliono dimenticare suonando in libertà ciò che desiderano di più e dimostrando la grande forza che li unisce ancora. Purtroppo la song, nella sua brillantezza e velocità di esecuzione, è un'isola deserta in mezzo alle successive e finali tracce, che sono a tratti incerte, alcune riempitive e costituiscono per i fan storici una grande delusione. Con quest'ottima composizione la miccia è stata accesa ed è supportata da una fantastica e mortale raffica di piombo proveniente dalla chitarra infuocata di Norum.

Mojito Girl

Mojito Girl (Ragazza del moijto) è la traccia numero sette dell'album e sinceramente sembra che Joey Tempest l'abbia scritta in un momento di ubriacatura, dato che questo pezzo non ha nulla di particolare e stona con tutto quello che fino ad ora è stato inserito in scaletta. Il ritmo cadenzato non è male, anzi riesce a creare una certa atmosfera grazie anche a una chitarra con piccoli tocchi country-blues, i quali addolciscono la canzone nella parte centrale della composizione. L'effetto è strano perché da subito la song sembra scuotere i timpani, con un John Norum in ottimo spolvero, mentre si è ancora persi dalla carica della precedente traccia che aveva delle solide bordate heavy. Un sound quasi post-grunge anni '90 che strizza l'occhio anche agli anni '70 e sembra uscire da "Start Of The Dark" o in piccola parte dal successivo "Secret Society". Tempest è comunque bravo a scrivere un testo con un doppio senso per una canzone che grida vendetta sulle critiche ricevute dal combo svedese negli anni '80. I metalheads ortodossi non li hanno mai visti di buon occhio e adesso Joey, lontano dai riflettori dei trionfi passati, scrive e suona ciò che vuole con rabbia e cattiveria proprie di una rock star che non ha paura di nulla: "Hey, lei ha un'anima a 18 carati e ha perso la sua aureola molto tempo fa. Oh, sta per perdere il controllo! Andiamo. Ti comporterai male? Andiamo, che il divertimento inizi. Il nostro amore può essere la cosa più dolce. Hey, a lei piace che il suo dolce mojito uccida quel poco che rimane della sua modestia. Andiamo e comportiamoci male adesso". Addio alle facce pulite e ai capelli curati di una volta e via a suonare con passione e attitudine un sano e puro rock an roll, che in questa traccia sembra più un'occasione perduta e un filler che non giova, nel complesso, alla riuscita finale dell'opera.

No Stone Unturned

L'Adorabile orchestrazione e l'intensità di No Stone Unturned (Niente di intentato) è un mancato singolo perché affascina per il suo suono epico e sinfonico, dominato dalle tastiere di Mic Michaeli e che vede perfino la partecipazione della Czech National Symphony Orchestra. La mistica "No Stone Unturned" ha un ritmo interessante con Michaeli e Norum che si divertono moltissimo a suonare i loro assoli a vicenda in questa stupenda song. Il robusto riff lineare fa da base per tutto il pezzo, con le corde vocali del singer che si distendono sulla vivacità del brano, e con le mani magiche di Mic che lo rendono arioso e nel finale anche progressive. Può sembrare difficile al primo ascolto, ma poi conquista per la sua originalità e per delle aperture melodiche di grande effetto e classe. Anche in questo caso sembra che la band voglia allontanarsi a tutti i costi dall'ingombrante passato pur mantenendo qualche cosa di riconducibile ai famosissimi eighties. Il ritornello è lento e orientaleggiante ma è anche un inno con molto mordente che dimostra come la tecnica dei cinque musicisti sia eccellente. Canzone sinfonica illuminante, audace con un arrangiamento ambizioso, un suono metal moderno e una lirica speranzosa sui sentimenti: "Dicono che siamo stanchi dell'amore, che stiamo scappando. Non lasciare nulla di intentato. Credici e arriverai. La fiducia è andata via perché hanno distorto la verità ma la nostra pelle è troppo spessa". Questo è il suono di una band viaggiante che entra con forza nel mondo del prog-rock attuale, mantenendo ancora i piedi nel mondo del rock melodico e un pizzico di groove orchestrale che risultano la ciliegina sula torta per un suono indovinato. "Mi piace molto. E' quasi come la colonna sonora di un film: una canzone epica e maestosa ma lo è l'intero disco. Il precedente Secret Society è stato un grande album per noi perché volevamo imparare a realizzare un album mono rock. Avevamo davvero una buona squadra intorno a noi. Avevamo Stefan che ha mixato i Rammstein e abbiamo imparato da questo. Abbiamo lavorato molto duramente per assicurarci che le persone sappiano che sappiamo davvero cosa stiamo facendo. È stato un lavoro davvero duro, mentre in "Last Look At Eden", ci siamo divertiti molto e abbiamo lasciato trasparire le nostre influenze. Penso che ci siamo innamorati di nuovo del rock classico e dei grandi ritornelli e dei riff. Fondamentalmente non avevamo paura di mostrarlo. Quando abbiamo fatto il tour di Society Secret, siamo andati in concerto con band come i Whitesnake, Chris Cornell, Robert Plant e gli ZZ Top. Eravamo in festival con queste band e ci siamo innamorati di nuovo dell'intera cosa e di quella sensazione spontanea degli album rock. (Joey Tempest - intervista rilasciata per Uber Rock)

Only Young Twice

Only Young Twice (Solo giovani due volte) è un punto intrigante del disco, con un riff di apertura che ricorda immediatamente il suono sporco e polveroso dei Guns N 'Roses o dei pazzi  Red Hot Chili Peppers dei vecchi tempi. Un rock'n'roll che ritorna subito in evidenza con una scanzonata traccia di puro rock, dove il singer scandinavo esalta, dopo la reunion, la seconda giovinezza che sta vivendo la band. Questi cinque artisti sono cresciuti anche umanamente e vogliono continuare a volare alto perché il tempo della pausa artistica è stato rigenerante e fortificante: "Volevo dirti che questo ragazzo sta crescendo. Volevo dimostrarti che non sono sempre sfortunato. Volevo darti solo un barlume di speranza. Io e la mia anima voliamo ma sono tornato giusto in tempo". Il ritornello sale di tonalità, per merito dell'ottimo Tempest e si colloca benissimo su una colonna sonora di un vecchio film di spionaggio o poliziesco, ma con un tocco contemporaneo nel sound. L'inizio californiano di "Only Young Twice", è solo un attimo, perché poi il nuovo e classico marchio di fabbrica degli Europe emerge, prepotentemente così come le belle e brillanti orchestrazioni della keyboard di Michaeli. Canzone perfetta per la rinascita e l'orgoglio dei bistrattati vichinghi che sono ancora lì, a riprendersi il terreno perduto, dimostrando tutta la loro dignità nel proporre in musica la maturità artistica acquisita: "Beh, sei giovane solo due volte. Beh, volevo dirti che non è un cuore vuoto. Volevo mostrarti che c'è ancora un posto. Volevo stare fermo abbastanza a lungo ma sono tornato giusto in tempo". Naturalmente, in questo pezzo, i supporters più sensibili al pop rock ottantiano della prima era della band troveranno difficile digerire in questa song la mancanza di un coro memorabile e ultra melodico. La nostalgia potrebbe prendere il sopravvento e la consolazione potrebbe arrivare dal micidiale e tellurico assolo dell'abilissimo e funambolo Norum che non si risparmia neppure per un minuto. Invece chi è partito da "Start From The Dark" e "Secret Society" riconoscerà una progressione naturale e una crescita evidente, per l'influenza sonora dei propri beniamini a band fondamentali, come i mitici Thin Lizzy e i leggendari Rainbow. "Only Young Twice" è comunque una canzone adorabile perché miscela la luce della rinascita e il buio della ridotta popolarità del gruppo, che ne esce lo stesso vincitore. Il pizzico di funky dato dal pedale wah wah di Norum e l'hammond di Mic fa il resto e si aggiungono in generale al buono sound del pezzo. Brano che dovrebbe essere spesso proposto dal vivo per l'ottimo riff e per l'apprezzabile ugola di Joey che dà il massimo nella parte centrale e dimostra ancora una volta di essere il trascinatore, insieme all'amico e guitar hero del combo nordico.

U Devil U

Quando sembrava che l'album fosse pronto a decollare, arriva l'irritabile U Devil U (U Diavolo U) che francamente è il secondo punto più debole della raccolta. Una chitarra e un ritmo modulato, con la dolce voce di Joey, fanno partire il pezzo che nonostante tutto ha un coro e una melodia accettabili ma sempliciotte che sono poi indeboliti da un intermezzo ancora più lento e melodico, dove le corde vocali del vocalist diventano rauche, seguite dall'assolo veloce e fumoso di Norum, "U Devil U" continua quindi la sensazione del grande ritornello, con un verso semplice e contagioso, che non riesce purtroppo a far decollare la simpatica composizione. La forza dell'amore, unita alla passione e al sesso, è il tema della song e la conferma che possono cambiare in meglio gli uomini, anche quelli più duri: "L'unica cosa che mi fa andare avanti e il modo in cui mi guardi. Mentre io faccio rock con te, tu diavola u. Mi fai andare avanti ancora per un altro giorno. Sì, l'amore ha colpito, la spina è diventata una rosa e non riesco proprio a credere alla mia fortuna". Il brano suona in un modo classico difficile da immaginare per questa band fino a vent'anni fa. L'artefice di questa svolta è principalmente John Norum che ha inserito prepotentemente nel dna della band tutto il suo amore per l'hard and blues tipico dei seventies, genere mai suonato dagli Europe negli anni '80 e '90. L'orecchiabilità è sempre il punto di forza degli svedesi, che li contraddistingue da anni, ma la chicca della traccia è l'assolo fantastico di chitarra alla Michael Schenker. Ovviamente, anche lo stabile supporto di John Leven al basso con il suo sporco groove e quello di Ian Haugland con la sua tecnica alle pelli sono fondamentali per la riuscita del pezzo, diventando funky dove necessario e possente un minuto dopo. Il composto Tempest stupisce questa volta in un verso della canzone: "Sono tutto solo in vivavoce, con entrambe le mani libere ... non ci vorrà molto", canta Tempest, e credo che queste parole dicano tutto. No comment please!

Run With The Angels

Run With The Angels (Corri con gli angeli) inizia con un tocco molto atmosferico ma pieno di sentimento per poi trasformarsi in modo pesante nel ritornello. Il fascino di questa song è il suono sporco e funky del rock del sud degli USA che gli Europe hanno aggiunto sapientemente al loro stile. Certo, in quest'opera ci sono ancora alcuni elementi degli anni '80, con alcune melodie scontate e dei lenti avvincenti ma il vero charme è il sound polveroso e funky che si sente in prevalenza su tutti i solchi del disco. In verità "Run With The Angels", nel complesso non è eccezionale ma mette in mostra la bravura del basso nervoso di John Leven, replicata dal riff malinconico di John Norum e completata dal suo sempre meraviglioso assolo eseguito in wah. Le liriche sono profonde e vertono sul senso della morte che non può essere l'ultimo atto della nostra esistenza: "Ti incontrerò dove non ci sono addii. Niente abito nero, niente cravatta. Incontriamoci dove sei sano e salvo. Lontano dal campo di battaglia". La speranza nel cuore di Joey è quella che le nostre anime siano immortali e che un giorno in un'altra vita, possa rivedere i parenti e gli amici che hanno lasciato questo mondo: "Mi rompo quando sento la tua voce. Mi abbatto perché non ho scelta. So che corri con gli angeli, dove nessuno può abusare della tua fiducia. T'incontrerò, dove esiste una fede restaurata e dove sarai sempre adorato". La sonorità heavy del pezzo risente enormemente delle influenze dei seventies e quelle degli anni novanta, che si fondono con grande disinvoltura. Al primo impatto sembra in contrasto stilistico con il resto dell'album ma poi ci si accorge della continuità con il grande ritmo dato dalle quattro corde e dall'ottimo drummer. Il basso scivola in un confortevole territorio blues ma con dei riff pesanti e inquietanti nei ritornelli che vede la band virare di nuovo verso il tipo di musica che gli Audioslave avrebbe voluto continuare a suonare. Per molti fan "Run With The Angels" sarà uno dei punti più mediocri dell'album ma in realtà va sentito e gustato attentamente perché la struttura classica, fatta da un inizio acustico e da un ritornello più duro segna un'importante continuità con il passato. La voce espressiva di Joey Tempest, ottimo nell'interpretazione di una lirica triste e fiduciosa, subisce un mutamento positivo per un cantante nel pieno della sua maturazione artistica. Song sufficiente per scuotere i capelli e divertirsi dal vivo, grazie soprattutto al perfetto basso di Leven e all'ottimo assolo in wah-wah eseguito dal maestro Norum.

In My Time

Gli Europe chiudono in bellezza commuovendo con la finale In My Time (Al mio tempo), bellissimo lento scritto da Tempest per l'amico Norum e dedicato  proprio alla moglie di John, Michelle Meldrum, deceduta l'anno prima a causa di un tumore al cervello. Più che una lettera d'addio questa è una dichiarazione d'amore per la bellissima Michelle, chitarrista dei Phantom Blue e dei Meldrum, morta prematuramente e nel pieno della sua vita a soli trentanove anni: "Ho trovato la forza per respirare ancora e mi sono detto sono ancora un uomo fortunato. Perché quando penso che non avrei potuto ricominciare da capo, nel buio una luce brilla. Nella mia vita ho avuto modo di amarti". Gli Europe sono cattivi quando serve, e malinconicamente adulti quando è più opportuno, stringendosi attorno al compagno colpito da questa tremenda disgrazia. Il brano è prevalentemente acustico ma impreziosito da un magnifico lavoro finale di John Norum alla chitarra elettrica, con tocchi di blues e con influenze Zeppaliane e di Gary Moore per un "ultimo sguardo al Paradiso", prima di chiudere degnamente il disco. Joey Tempest è molto scosso e provato durante il canto ma l'assolo passionale di Norum è qualcosa di straordinariamente toccante e liberatorio. Il lento blues di "In My Time" ha stile, pacatezza, un dolore dignitoso e tante emozioni che emergono da ogni accordo, ma testimonia anche l'indipendenza del combo dalle mode attuali e dalle aspettative della critica e dei fan: "Andrò avanti. Sai che farò del mio meglio e dopo aver passato tutto questo so di essere benedetto. Perché nella mia vita ho avuto modo di amarti. Non ho mai avuto bisogno di qualcuno come ho bisogno di te adesso". John si affida nella scrittura all'amico e compagno d'avventura, Joey, per salutare Michelle, dimostrando con le sue sei corde tutto l'affetto e la sofferenza di un uomo impotente davanti al destino. Il guitar hero ha però ancora un altro grandissimo amore per il piccolo figlio Jake: "Mi prendo cura di quello che è rimasto. Spero che questo ti dia un po' di serenità. In questo momento è difficile ma giuro che io sono sempre stato felice che tu fossi mia".  Il lavoro acustico e il sound della band mostrano ancora un altro aspetto positivo degli scandinavi che forniscono un finale dolce e malinconico per un platter riflessivo e maturo. Il blues della song è capace di allontanare la paura dell'ascoltatore e il pregiudizio su un sound classico e superato. Pura atmosfera blueseggiante che mette in mostra la chitarra colta e ricca di sentimento dell'abilissimo e sottovalutato John Norum, la cui importanza su questo disco è gigantesca.

Conclusioni

"La copertina del disco è nata dal titolo - Last Look At Eden ... come una mela, e poi il nostro designer si è semplicemente divertito! Ci ha inviato questo suggerimento e ci è piaciuto molto. Pensiamo che sia iconico e crediamo che le persone lo ricorderanno. Ha causato un po'di chiacchiere e, sì, ci piace davvero".

È una mela borchiata tagliata a metà a rappresentare l'artwork di questa fatica discografica degli odiati e amati Europe, capitanati sempre dal combattivo Joey Tempest, che riesce a sfornare alcune canzoni sensazionali ma allo stesso tempo anche dei riempitivi con poco mordente. Il singer, da questo punto di vista, continua ostinatamente per la sua strada proponendo brani evitabili che abbassano l'apprezzamento generale dell'opera. In generale, il disco è figlio di un istinto compositivo pensato in modo più naturale con suoni contemporanei e rivestito da armonie classiche e blues: "È stato tutto davvero naturale, organico. È avvenuto in modo molto fluido, senza pensare o analizzare eccessivamente, quindi le canzoni sono andate come sono andate, il che in realtà è un vantaggio. In realtà è una buona cosa per quest'album. Brilla? ha dei legami con le influenze degli anni settanta, le nostre influenze degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta.  Quest'album è in realtà più simile a un album di puro rock 'n' roll, nel senso in cui lo abbiamo scritto quando eravamo ancora il tour di Secret Society, quindi tra un concerto e l'altro siamo tornati a casa e abbiamo tratto ispirazione dagli spettacoli. Abbiamo suonato con varie band in quel tour. Abbiamo suonato con Robert Plant; Chris Cornell e altre band, e la cosa t'innesca davvero. Se sei sempre in tour e scrivi in ??tour, puoi scrivere un grande album di rock classico, credo". (Joey Tempest - intervista rilasciata a Metal Discovery). Gli Europe saranno sempre ostacolati dall'eredità di "The Final Countdown"? Forse si, ma, a differenza di molte band degli anni '80, non si sono fermati al loro glorioso passato. In questa nuova fatica discografica ci sono più punti in comune con le sonorità hard rock che hanno reso famosi gli Europe negli eighties, anche se sono presenti una propria identità e una certa pesantezza di suoni attuali (soprattutto nella registrazione delle chitarre) che segnano un passo in avanti rispetto alle produzioni patinate di fine anni '80. "Last Look At Eden" è quindi un naturale seguito di "Start From The Dark" e "Secret Society", ovvero un hard rock classico e contemporaneo caratterizzato dalla voce unica di Tempest e dalle chitarre stridenti di Norum. Insomma un disco coerente e con pochi filler che collega meglio il passato e il presente degli svedesi. Il giusto equilibrio tra un trascorso scomodo e trionfale e un presente che li vede dare giusto sfogo alle passioni che li avevano portati, quasi trent'anni fa, a inseguire un sogno. Oggi è impensabile che i vichinghi possano ripetere i successi raggiunti nei fertili anni ottanta, ma è anche vero che sono comunque ancora una tra le migliori band hard rock del mondo! Fantastica è poi la produzione, l'ambizioso arrangiamento e il buon mixaggio dal suono retrò e moderno grazie anche all'aiuto in co-produzione di Tobias Lindell per una raccolta tanto complessa quanto senza tempo. Grande groove ed esperta attitudine per delle sincere composizioni che strizzano l'occhiolino agli anni '70, farcite da belle orchestrazioni e da suoni blueseggianti. Questa è la prova che il successo iniziale di Tempest&soci non è stata una coincidenza e che la loro popolarità è frutto delle loro capacità artistiche e dall'onestà di seguire le proprie ispirazioni piuttosto che le tendenze, continuando sempre a stupire con lavori sempre diversi. Anziché riprendere un suono pop-metal che li ha resi famosi, i cinque musicisti affrontano un'abbondanza di stili musicali, che vanno dal rock classico al metal e al rock progressivo per provare a produrre un suono originale. La loro storia è servita nel tenerli in vita ma senza nessuna nostalgia, continuano a evolversi e a sperimentare cose nuove: "Ora abbiamo molta esperienza e abbiamo deciso di fare qualcosa per capriccio, di fare qualcosa che ci piaceva davvero. Con Secret Society e Start From The Dark volevamo davvero trovare un buon mix e fare un album rock moderno ed era qualcosa che stavamo cercando di fare consapevolmente. Con Last Look At Eden abbiamo semplicemente lasciato andare tutto e inconsciamente abbiamo lasciato trasparire le nostre influenze e abbiamo anche avuto collegamenti con i nostri album degli anni '80, ma in modo moderno con un giovane e incisivo produttore". (Joey Tempest - intervista rilasciata per Metal Discovery).

1) Prelude
2) Last Look at Eden
3) Gonna Get Ready
4) Catch That Plane
5) New Love in Town
6) The Beast
7) Mojito Girl
8) No Stone Unturned
9) Only Young Twice
10) U Devil U
11) Run With The Angels
12) In My Time
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