ETRUSGRAVE

Tophet

2010 - My Graveyard Productions

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
24/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Ero quasi certo di cosa sarei andato incontro ma, la mente annebbiata non rendeva tangibile la forma che avrei rivisto calarsi, come una grossa montagna che risucchia attenzioni e percezioni da gente incuriosita dall'immensità di grosse spalle intente a respingere la luce e dilatarne l'oscurità sul vasto territorio, ricamano indiscrezioni e innalzano mormorii, sollevano dicerie e originano leggende... si, leggende,perchè inconsapevolmente nel suo piccolo di leggenda si tratta, un personaggio che ha dedicato la maggior parte della vita all'amore per la musica,a sviluppare sogni e a far sognare un'intera generazione sino ai giorni nostri in un'età non più giovane ma con uno spirito fresco da far invidia, colui che già negli anni 70 ha messo in motto un processo che nelle primavere successive marchieranno a fuoco una scena italiana in pieno sviluppo... ecco a voi il chitarrista Fulberto Serena, master mind con Gianni Nepi (vocals) e Paolo Ninci (batteria) dei monumentali Dark Quarterer, gruppo epic metal progressive che avanzò negli anni 80 e che passò quasi inosservato nonostante l'importanza storica di tutto riguardo da tenere ben saldo in testa.

Partiamo con calma e osserviamo brevemente come prende forma tale progetto perchè bisogna risalire agli eighties, quando i primi passi dei Dark Quarterer con l'omonimo album del 1987 e The Etruscan Prophecy del 1989 erano impostati su un sound molto affine ad act quali Omen, Manilla Road e Cirith Ungol col termine “prog” a indicarne le impostazioni articolate delle songs,quindi da prendere con le pinze e cancellarsi ciò che potrebbe far annuire a tastiere e cambi di tempo a go go. La presenza di Fulberto nella stesura dei brani rimane racchiuso in questi due lavori poiché da lì a poco lascerà il posto a Sandro Tersetti, la band a questo punto vira su sentieri marcatamente progressive distaccandosi dal passato a cominciare da Violence del 2002.

Negli anni 90, il nostro chitarrista tra impegni personali e il lavoro in fabbrica continua a imporre la sua natura di musicista in studi ed esercitazioni sino all'incontro con Luigi Paoletti, unione perfetta per un'altrettanta alchimia che darà vita e conformità alla nuova creatura... gli Etrusgrave. Come possiamo intuire, Fulberto riprende da dove ha lasciato iniziando dal monicker, rendendo omaggio il popolo etrusco che “condiziona” la sua esistenza sin da piccolo,coltivando curiosità e attrazione verso coloro che in assoluto hanno trasmesso le basi della civiltà italiana e contemporaneamente dispensando un mistero irrisolto sulla loro reale provenienza, dividendosi in diverse teorie contrastanti.

Siamo così a inizio anno 2000 e ci si rimette in gioco per la gioia dei nostalgici, dopo due demotape e alcuni cambi di line-up, nel 2008 esordiscono col primo full lenght Masters of Fate a dir poco ottimo, la chitarra del nostro amico è bella reboante e macina riff degni dell'heavy metal, riconoscibile tra mille simili è, insieme al vocalist Tiziano Sbaragli, il muro portante della band anzi, mi permetto di aggiungere a non farsi sfuggire un artista simile, senza nulla togliere al fantastico contributo dei restanti membri, sfornano un prodotto epico ed energico, medesime caratteristiche che si ripetono nel successivo album intitolato Tophet (2010) di cui andremo ad analizzare. Che dire della loro ultima fatica? Beh, di sicuro si avverte un'alchimia rafforzata all'interno del gruppo e si continua a portare avanti il discorso sonoro intrapreso su Masters of Fate, l'epicità rimane sempre il punto cardine, la potenza e la grinta contagiosa fa di questo cd una piccola perla circondata da emozioni, da calore, da entusiasmo, forti brividi che per quanto è genuino, è riuscito a conturbarmi, a estrarre luccichii che si son ripetuti in altri ascolti, pensavo fosse dipeso da particolari miei stati d'animo e invece, la magia di farti scuotere è insita tra le note di codesto fenomenale disco.

Partiamo quindi dalla copertina composta da Margherita Bonivento che ritrae immagini enigmatiche non coglibili a primo impatto, a sua volta catturato da un dipinto creato da una loro cara amica, si denota la figura scarna di un cavaliere col suo destriero inghiottiti dall'oscurità di un ricordo lontano sbiaditosi nel tempo, solerte a stendere il tappetto rosso alle 8 tracce presenti che liricamente ripercorrono tematiche antiche di arcaiche battaglie ed epopee del periodo andato smuovendo il terreno e accendendo il fervore già con la prima in scaletta “Nothung Schwert”, intro strumentale dedicato all'eroe epico Sigfrido citato nella letteratura nordica/scandinava e ripreso nell'800 dal musicista e direttore d'orchestra Richard Wagner nell'opera drammatica L'anello del Nibelungo su cui sono estrapolate piccoli frammenti musicali attraverso una marcia solenne scandita dalla batteria di Francesco Taddei che accompagna un eccelso Fulberto, desto a scaldare la chitarra con una pronuncia graffiante e passionale, la conclusione dettata da spoken words presumibilmente in latino (le lettere B, D e O nella lingua etrusca non esistevano) arricchisce di fascino e mistero un buon inizio che tiene conferma nel seguente pezzo da novanta “Angel Of Darkness”, arpeggi di elettrica alternate a ragionate sfuriate celano quello che a breve si tramuterà in una sei corde infuocata, sfoderando un refrain da paura in chiave Iron Maiden per intenderci, che come una molla stirata e tesa, si lancia in una cavalcata mozzafiato, fremiti che corrono in tutto il corpo, migliaia di spille che pungono e riscaldano, emozioni senza tregua per un brano superbo che avvalora le indubbie doti vocali del singer, versatile e sicuro di sé nel spingersi in alte tonalità, la mia preferita, anthemica sino al midollo e ideale da proporre in sede live, massacro assicurato. Stordito e sperduto, si rincara la dose con “Return From Battle”, ancora arpeggi e altresì scorribande di Fulberto che si mantiene protagonista assoluto, l'andamento “allegro” della canzone avvolge l'ascoltatore di energia ferrosa, melodie convincenti e ardenti ricche di pathos si sposano perfettamente con i pregiati solos, asso nella manica che enfatizza un estratto intenso, fraseggi abrasivi che ammaliano, l'anima epica che fluisce tra gli spartiti rende il tutto vincente con l'ugola di Tiziano Sbaragli per nulla impaurito nel finale incendiario.

“The Silent Death” si avvia cauta e sognante, vocals espressive abbinate anche da innesti flautistici s'indirizza in un crescendo sonoro che sfocia in un possente wall of sound, metal track ritmata e decisa viaggia mediante una struttura variegata e intricata dall'impeccabile esecuzione, diversi passaggi elaborati che tengono forte l'interesse snodandosi in intense armonie... pura goduria. La cadenzata “Tophet” si dimostra rocciosa e arcigna, caratterizzata da chorus alla Domine, inalbera un leit motiv trascinante, autentica power metal song da cantare con l'intero fiato nei polmoni,assoli che cesellano una prestazione travolgente in un misto di virtuosismo e vigore, non c'è nulla da obbiettare, squisita in tutti i particolari presenti... rimango estasiato. “Subulones” offre imminenti riff poderosi, apparentemente innocua, riesce a insidiarsi nella mente creando un vuoto di pensieri e rimanere l'unica preferenza esclusiva, la dolcezza delle melodie iniziali approfondite da modulati vocalizzi lasciano nel giro di poche battute a riffing serrati e a ritmiche accelerate per l'ennesima folgorante traccia, la trasudazione di eroiche note sazia e incita l'animo ad affrontare conflitti con la massima aggressione, la sua forza d'urto annienta ogni timore di sorta... rigoroso nel suo intento. Un basso sinistro e truce introduce “Hastings”, nasce rilassata ma cresce in pura dinamite, guitars ruvide si lanciano in refrain portentosi e devastanti in una canzone dall'andatura rapida e gloriosa, l'ardore che issa spade al cielo e libera l'ossigeno per un sanguinoso combattimento, i brividi scaturiti da questo motivo non lascia scampo, le sue armonie invitano alla lotta e il mood epico la rende una cavalcata trionfale, irruenta e autoritaria brandisce cori di tutto rispetto... micidiale. Giungiamo così, alla bonus track e ultima “Colussus Of Argil” e signori miei, forse esagero ma il plauso per tale pezzo non sono mai abbastanza, non si tratta d'inedito poiché lo ritroviamo nell'album omonimo dei Dark Quarterer, per cui ripescata e riarrangiata, si mostra nella sua totale bellezza, episodio extralong toglie il respiro e basta, oltre 10 minuti di grande musica, un colosso nel vero senso del termine che si distingue in svariati passaggi d'irriducibile metal classico, trame sapientemente create con passione, variegate e intrecciate in maniera puntigliosa trasmettono fervore e mordente, inutile... l'espressività scagionata fanno volare in un batter d'occhio quel minutaggio e mi costringono a cliccare ripetutamente il tasto repeat del lettore cd... non ho altre parole, l'album si chiude come mai avrei pensato.

Il platter è da fare assolutamente vostro, non c'è scusante che tenga, non vi deluderà per nulla, ha tutte le carte in regola per spaccare, se amate il classic epic metal, potete andare sicuri, non inventano nulla chiaro ma, affermo cari miei che stiamo parlando di Fulberto Serena, colui che ha arricchito in modo personale e unica la musica heavy italiana, non c'è proprio altro d'aggiungere. God Save The Etrusgrave!


1) Nothung Schwert (Intro)
2) Angel of Darkness
3) Return from Battle
4) The Silent Death
5) Tophet    
6) Subulones    
7) Hastings

Bonus Track:
8) Colossus of Argil