ERIC JOHNSON

Ah Via Musicom

1990 - Capitol Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
30/10/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il panorama del rock solista ha da sempre moltissimi esponenti, ognuno con una precisa identità e un preciso stile. Spesso, quando pensiamo agli artisti rock solisti, i primi che vengono in mente sono ovviamente i cantanti: David Bowie, Elton John, Ozzy Osbourne, Peter Gabriel e ovviamente Elvis Presley. Che abbiano cominciato la loro carriera solista sin dagli albori delle loro attività o che l'abbiano intrapresa dopo che aver lasciato una band che li aveva tenuti impegnati, i musicisti citati sopra (e tanti altri ancora) sono assolutamente tra le voci rock più importanti, testimonianze le loro discografie di grande valore. Volendo fare una riflessione sull'essere solista nella musica rock, va detto che sicuramente il genere in questione è tra i più complessi da interpretare singolarmente. Questo tipo di musica, solitamente, prevede una band dove tutti i componenti si scambiano idee, buttano giù trame strumentali, si spartiscono la stesura dei testi e tanto altro. Il solista invece, deve prendersi carico di tutti questi aspetti e, qualora pur disponesse di una band, è lui a decidere quasi tutto quello che c'è da comporre: le liriche, l'impostazione del sound e quant'altro. Un lavoro sicuramente molto stimolante e che mette alla prova le capacità artistiche di un musicista, però insomma, non è affatto una passeggiata. A detta di chi scrive, questo discorso è sicuramente applicabile più nei confronti dei cantanti, ma non vale lo stesso per i chitarristi. Già, i chitarristi. Coloro che da sempre danno l'impronta definitiva al sound di un gruppo rock. Senza chitarra, il rock e derivati non sarebbero gli stessi generi che conosciamo, forse neanche esisterebbero. Eppure, sono tanti gli axemen che nel corso degli anni hanno abbandonato le loro band originarie per intraprendere la carriera solista, togliendo di fatto, al loro precedente gruppo, quel sound di cui si parlava prima. Uno dei motivi costanti che hanno portato e portano tutt'ora un chitarrista a lasciare una band, è la possibilità mancata di esprimersi. Un esempio limpido di ciò è sicuramente il caso di Steve Hackett, il quale non sempre nei Genesis è riuscito a esprimersi al 100%. E la sua lunga e fortuna discografia solista gli ha dato ragione. Per un axeman infatti, spesso non c'è niente di meglio che lavorare ad un album interamente suo, dove può sbizzarrirsi in tantissimi modi. E c'è chi quest'idea l'ha covata sin da subito, qualcuno che sin dall'inizio della sua attività da musicista ha deciso di mettersi in gioco da solo. Sono tanti i chitarristi che hanno intrapreso tale strada, ma voglio focalizzarmi su uno in particolare: l'americano Eric Johnson. Bisogna partire dal presupposto che questi non è tra gli assi della chitarra più noti nel panorama rock. In tale ambito, i nomi che si tirano in ballo o che generalmente sono più ricordati, sono quelli di Jeff Beck, Steve Vai, Joe Satriani, Eric Clapton, Rory Gallagher e via dicendo. Gente che ha prodotto musica a non finire. Eric Johnson invece è sempre rimasto un po' nell'ombra, forse anche per via di un esordio solista arrivato relativamente tardi: difatti, il suo primo lavoro, "Tones", esce nel 1986, quando Johnson è già 32enne (è nato ad Austin nel 1954). L'artista era si già attivo da una decina d'anni abbondanti, però non era mai riuscito a venir fuori e la sua carriera negli anni 70 è stata caratterizzata per lo più da collaborazioni con altri artisti. Tuttavia, "Tones" permette al mondo di accorgersi di Johnson, il quale incide un bel disco influenzato da sonorità alternative rock con qualche venatura di blues e soft rock. Si, l'approccio di Johnson non è proprio un rock tecnico e roboante, è più una musica estremamente melodica, incentrata sulla chitarra ovviamente, che però mantiene un suono caldo, delicato, oserei dire sottile. Però, in mezzo ad una manciata di pezzi soavi e rilassati, dei quali molti sono anche cantati dallo stesso chitarrista, eccone uno che fa capire di che pasta è fatto Johnson: "Zap". Un pezzo segnato da assurde capacità tecniche e strumentali, le quali valgono a Eric Johnson una nomination ai Grammy del 1987 per la miglior performance rock strumentale. Il mondo quindi è cosciente dell'arrivo di un nuovo brillante performer della chitarra. Ma il salto di qualità arriva nel 1990. Quattro anni dopo "Tones", Johnson incide il suo secondo lavoro, intitolato Ah Via Musicom, ed è qui che le qualità del musicista vengono definitivamente fuori. L'album abbandona le sonorità alternative del disco precedente ed è contraddistinto da un suono più corposo, più rockeggiante, con influenze blues, country, pop e progressive. Un'opera eterogenea all'apparenza, visto che svariati brani si differenziano parecchio tra loro, ma compatta nella sostanza. La cosa che infatti unisce tutti le canzoni presenti in "Ah Via Musicom" è proprio il modo di Johnson di suonare. Uno stile che non a che vedere con quello di altri chitarristi rock. Johnson tocca il suo strumento con delicatezza, raffinatezza, quasi accarezzandolo. Un modo di fare molto probabilmente derivato dal blues, genere che non a caso è presente nelle numerose influenze dell'autore. Eppure, pur suonando così dolcemente, Johnson riesce a dare alle sue composizioni un deciso taglio rock, con improvvisi riff duri che subentrano di tanto in tanto a dare una scossa all'insieme. Il fiore all'occhiello dell'opera è senza dubbio il secondo brano, la strumentale "Cliffs of Dover" che mostra tutto il gusto per la melodia, la pulizia del suono e la tecnica, mai fine a se stessa, dell'artista. Diciamo un'evoluzione più raffinata della passata "Zap", che era impostata più su territori hard rock. Comunque, quell'atmosfera soave e rilassata, non è stata certo cancellata dall'autore, anzi. Semplicemente è stata plasmata ad un nuovo tipo di sound, ma le composizioni suonano lo stesso fresche, fluide, piacevoli all'ascolto, che sia esso anche in sottofondo mentre, ad esempio, si sta con la propria o il proprio partner. Si, perché Eric Johnson attraverso le sue plettrate riesce a trasmettere un curioso e singolare senso di benessere, proprio per via di quel suo modo di fare delicato di cui parlavo prima. Stavolta, il musicista vanta una formazione molto numerosa dietro di lui, tra batteristi, bassisti, tastieristi, arrangiatori, percussionisti e un membro che suona l'armonica. Lo stesso Johnson, oltre la chitarra, suona anche il piano, il sitar elettrico e ovviamente canta. Però, rispetto all'opera passata, "Ah Via Musicom" si concentra più sui brani strumentali che su quelli cantati. Comunque questi non mancano e Johnson ci accompagna con la sua voce calda e suadente, magari non eccelsa, ma tant'è. Su questo disco è la chitarra a cantare. Andiamo ora a vedere come si compone la tracklist di questo gioiello!

Ah Via Musicom

Il primo pezzo del platter è proprio la title-track. Più che di una canzone vera e propria, si tratta di un'intro la cui durata è di due minuti. Tale traccia, benché all'apparenza non molto incisiva, ben racchiude in se il titolo del disco, avendo di fatto il compito di introdurre l'ascolto dell'opera in questione. Delle soffuse note di sintetizzatore si ergono sibilanti creando sin da subito un'atmosfera eterea, poi man mano, i suoni sintetici si fanno più marcati mentre la chitarra fa il suo ingresso tramite delicate note. Procedendo, Johnson aumenta i giri del suo strumento, il quale sovrasta il sintetizzatore che però rimane in sottofondo, garantendo quel clima astratto accennato prima. La traccia va snodandosi su un tema che produce quasi tensione, come se l'artista, attraverso questa sorta di antipasto, volesse prepararci psicologicamente all'ascolto dell'album. Dunque, benché, questo brano funga solo da introduzione, risponde in tutto e per tutto al titolo che lo corrisponde, in quanto Johnson vuole farci immergere a tutto tondo nel clima di "Ah Via Musicom". La chitarra procede in crescendo e già possiamo accorgerci di come Johnson tocchi lo strumento in maniera davvero particolare: il suo sound è limpido, pulito ma al contempo genuino, mai patinato. Gli ultimi secondi vedono chitarra e sintetizzatore intrecciarsi andando a sfiorare quelle sonorità prog sognanti tipiche degli anni 70. Poi il tutto svanisce e il disco può realmente iniziare.

Cliffs of Dover

La seconda traccia del platter è senza dubbio il fiore all'occhiello del disco ed è intitolata Cliffs of Dover (Scogliere di Dover). Il titolo è un riferimento alle scogliere bianche di Dover, le quali si affacciano sul Canale della Manica. Tali scogli sono noti proprio per il loro colore bianco, di derivazione calcarea. La canzone è un eccezionale brano rock strumentale dove l'artista mette in mostra, in modo completo, la sua abilità alla chitarra, dando prova del suo modo unico di suonarla. Johnson attacca immediatamente con un sinuoso fraseggio di elettrica, producendo un suono pulito e fluido. Diciamo che tale sound potrebbe, alla lunga, ricordare un po' quello di Eddie Van Halen, ma molto, molto meno stridente. Nella sequenza successiva, Johnson ripropone ancora fraseggi che vanno a farsi via via sempre più tecnici e melodici, dando vita ad un suono unico, cristallino, squillante. Passata questa magnifica introduzione, un colpo secco del batterista Tommy Taylor da il via al groove dinamico che caratterizzerà tutto il pezzo per i restanti tre minuti (in tutto il brano dura poco più di quattro primi). Prima però, è ancora Johnson il protagonista: il chitarrista imprime un tema squisitamente catchy che darà poi l'impronta alla canzone. A dirla tutta, non si tratta manco di un riff vero e proprio, ma di una rapida sequenza di fraseggi e partiture che fuoriescono con raffinatezza dalla Stratocaster del musicista. A seguire, la sezione ritmica prende finalmente corpo e, con fare snello ma dinamico, accompagna il chitarrista che si diletta nel tema centrale del pezzo. La canzone va snodandosi lungo una melodia dal retrogusto decisamente pop, in quanto il motivo suonato da Johnson è orecchiabile, di quelli che si stampano subito in testa, eppure mantiene un'anima puramente rock. Esempio di come l'artista riesca a far confluire più influenze nel suo inimitabile sound. Un nuovo rallentamento proietta il pezzo allo step successivo, dove Johnson  continua a tessere pregiati fraseggi di Stratocaster mentre Taylor scandisce il tempo dando semplici colpetti sui piatti, in attesa si riprendere le danze. Ciò avviene subito dopo: la sezione ritmica riprende la stessa marcia di prima mentre Johnson, benché mantenga intatta la melodia precedente, colora l'insieme con fraseggi stavolta più rockeggianti, ma sempre di una pulizia ed eleganza unica. Il pezzo procede e vediamo come il chitarrista tessa più o meno le stesse trame udite prima, però qui e lì inserisce dei miniassoli o comunque dei patterns brevi, però esaustivi, che modificano la canzone nei dettagli. Scelta assolutamente vincente, in tal modo l'ascolto non diventa prolisso ma ad ogni passaggio c'è sempre qualcosa di nuovo che Johnson immette. Il ritmo rallenta di nuovo e il chitarrista, seguendo ovviamente una linea musicale ben chiara, cambia le carte in tavola suonando quello che stavolta è un riff vero e proprio, seppur sempre molto delicato. Ma non dura per molto. Difatti, mentre la sezione ritmica sorregge il tutto con fare più blando rispetto a prima, Johnson si diletta in una bella alternanza tra il riff di cui abbiamo parlato poco prima e dei nuovi fraseggi, sempre votati alla più melodia più limpida e ricercata. Tutto questo passaggio confluisce in una splendida amalgama di finezze strumentali d'alta classe, dove tutto si snoda e riannoda in un vortice di gusto e tecnica. Il ritmo cambia nuovamente e torna ad essere quello più dinamico udito nei frangenti precedenti ma è lo stesso Johnson che stupisce ancora una volta, cimentandosi in quello che forse è il momento migliore del brano. Dapprima il chitarrista delizia ancora con i suoi fraseggi sinuosi, i quali però sono diventati improvvisamente più veloci e scattanti, le sue mani scorrono vellutate sul manico della Stratocaster. A seguire, un vero e proprio assolo: tecnicamente sopraffino, ma anche dotato di una vera anima, non solo una rappresentazione di bravura da parte del musicista. Il solo si slega tra melodie già udite durante il corso della canzone e soluzioni sempre stimolanti, rifacendo nuovi i padiglioni auricolari dell'ascoltatore. Passato ciò, il brano va avviandosi verso la conclusione, ed ecco allora che la melodia simil-pop ritorna per accompagnarci in queste battute finali. Gli ultimissimi secondi sono affidati ad un ultimo fraseggio melodico di chitarra, segue una rullata di Taylor alla batteria e il brano termina. In soli quattro minuti, Johnson realizza un gioiello strumentale davvero singolare, che si contraddistingue da tutti gli altri brani strumentali usciti nel corso degli anni passati. Classe, eleganza, tecnica, propensione per l'armonia più ricercata e un certo gusto pop, sono gli ingredienti chiave di "Cliffs of Dover", pezzo che resterà negli annali del rock e della musica strumentale.

Desert Rose

La terza traccia è Desert Rose (Rosa del deserto) ed è la prima della tracklist risultante anche cantata da Johnson. Le influenze prog qui prendono piede, anche se il chitarrista mantiene intatto il stile melodico e ricercato. Un leggero riff di chitarra apre il pezzo, supportato subito dal lento ma saltellante drumming di Taylor e dal possente basso di Roscoe Beck, che in questa canzone fa la sua parte in maniera impeccabile. Johnson si cala quasi immediatamente dietro il microfono, sfoderando una voce sicuramente non cristallina, ma comunque calda, leggera e avvolgente. Le liriche si sposano perfettamente col tema quasi da serenata del brano ed infatti parlano di questa "rosa del deserto", la quale altri non è che una ragazza. Se poi è quella di Johnson, non lo si sa con certezza. Ad ogni modo, il dolce testo descrive questa giovane che danza nel calore del cielo; il chitarrista si rende conto che la ama talmente tanto che deve modellare la sua vita su di lei. Abbastanza criptico è il verso che recita: - "Puoi ottenere il massimo quando le acque si prosciugano. Guarda nel pozzo dentro di te."-. Ciò, a detta di chi scrive, potrebbe essere inteso che, quando sarà il momento giusto, quando tutti i dubbi saranno sciolti, allora la relazione amorosa tra loro due potrà realmente decollare. Ma è solo una supposizione. Le prime fasi vedono dunque il brano procedere in un andamento piuttosto trattenuto, poi però giunge il ritornello e la musica è come si distendesse, abbandonandosi ad un bel tema molto soft, quasi romantico. La chitarra di Johnson infatti, supportata ora da una sezione ritmica più fluida, suona tenera, languida, forse anche un po' sdolcinata, ma è lo stile proprio dell'artista. La voce segue la melodia dettata dallo strumento, risultando distesa e fina nell'esecuzione delle linee vocali. Liricamente, il ritornello recita che di rose del deserto ne sono nate poche e che l'autore ha sempre con se una visione di questa ragazza. Parte la seconda strofa e il groove ritorna ad essere più lento ma sempre preciso. Il testo vede ora l'autore osservare un riflesso acrolico fluttuante nei suoi sogni, poi in lontananza intravede qualcosa, forse un miraggio; E' probabilmente ciò che l'artista desidera vedere. L'ascoltatore, tramite tali versi, si rende dunque conto che, allo stato attuale del brano, l'artista è solo e mantiene i propri pensieri costanti su questa amata figura della "rosa del deserto". Torna a far capolino il zuccheroso ritornello, il quale devo ammettere ha un effetto davvero rilassante sul nostro udito. Successivamente, spazio al virtuosismo (mai fine a se stesso) del chitarrista, il quale si lancia in un passaggio condito da trame, assoli e fraseggi musicali di derivazione prog rock, ma comunque molto moderni ed orecchiabili, malgrado la loro complessità. In particolare, è meritevole l'ultima sezione di questa fase strumentale, dove Johnson si lancia in un bellissimo assolo dove spiccano, ancora una volta, i sofisticati, ma al tempo stesso fluidi, arrangiamenti e lo squisito senso melodico. A seguire, una lunga serie di ritornelli, colorati però da ulteriori spunti chitarristici e dalla voce dell'artista che man mano sale di tono e di enfasi. Dopo questi chorus in successioni, arrivano anche le parole conclusive del testo, le quali recitano semplicemente come questa "rosa del deserto" possa non svanire mai - Don't fade away -. Ma la canzone non è ancora finita, affatto. A seguire una lunga coda strumentale dove Johnson si diletta in una splendida sequenza di fraseggi e assoli, sempre molto ariosi, cristallini e supportati dalla fida sezione ritmica che per tutto il tempo è rimasta invariata. Johnson gioca a far cambiare tono alla sua chitarra, facendole assumere a volte contorni più propriamente rock, intercalati ad altri passaggi dove il musicista sfoggia tutta la sua classe. Le ultime fasi, quelle che portano dirette alla conclusione, culminano con un meraviglioso assolo, lungo, articolato, tecnico e fluido. Si percepisce in tal caso come le dita del chitarrista corrano sul manico della chitarra, imprimendo uno stile inconfondibile e inimitabile. A tal punto il pezzo termina, confermando la brillantezza dell'opera in questione, su tutti i fronti.

High Landrons

È il turno di High Landorns, seconda traccia del platter dove Johnson presta nuovamente la sua voce; è il pezzo più lungo del disco, quasi sei minuti. Ad introdurre la canzone ci pensa subito Johnson con uno dei suoi sinuosi fraseggi, anche se stavolta il musicista adotta sin da subito un taglio decisamente rock; la sezione ritmica è più muscolosa rispetto al brano scorso, con la batteria di Tommy Taylor in primo piano. Altra particolarità che si riscontra in queste prime note, è l'utilizzo del sitar elettrico, suonato dallo stesso Johnson, il quale in tal modo imprime al brano una certa atmosfera sospesa a metà tra la psichedelia e il western. Dopo un'introduzione già ricca di particolari, ecco che il musicista attacca a cantare e così inizia la prima strofa: essa si sviluppa semplice e orecchiabile, con l'artista che sovrappone chitarra e sitar elettrico, mentre adatta la sua calda e melodica voce su linee vocali vellutate. Nel mentre, la sezione ritmica mantiene un andamento energico, che però non intacca la tela di soavi melodie tessuta da Johnson. Malgrado l'atmosfera del brano sia calda e tipicamente americana, le liriche sono l'esatto opposto: queste infatti, paiono incentrate su un'ardua ma eccitante avventura via terra per le Highlands scozzesi. L'autore ci racconta uno scenario freddo, dove la neve impera e il vento geme; il protagonista del brano riesce a superare con non poca fatica le avverse condizioni meteorologiche e si incammina diretto dove suonano le "campane della libertà"; arrampicandosi lungo le highlands, comprendiamo che l'avventuriero in quel posto ci è già stato ed ora è tornato, per riassaporare, probabilmente, vecchie sensazioni. Il protagonista prosegue, cercando di raggiungere il punto successivo del suo percorso. Sfortunatamente però, l'uomo si rende conto di non avere con sé un guida che possa aiutarlo a proseguire sulle colline al fine di continuare la sua strada. Arriva il ritornello, caratterizzato da una melodia soffice, data dal sitar, e dalla voce di Johnson che si fa ancora più delicata e armoniosa, mentre canta che finalmente è riuscito a trovare qualcuno che possa mostrargli la strada e portarlo al posto dove l'uomo è già stato una volta. Segue un brevissimo assolo di chitarra di stampo blues, poi Johnson procede con la seconda strofa che mantiene intatta la sua incisività, accentuando se possibile i richiami country e blues. Le liriche proseguono con l'avventuriero cosciente dell'interrompersi, più avanti lungo la strada, del sentiero e che da quel punto lì volano solo le aquile; bruciano, nel cielo orientale, alcune visioni in riferimento ad una qualche persona che sta a cuore al protagonista mentre una stella cadente, nel frattempo, illumina il cielo. Questa stella illumina tutta la strada della montagna, fino a raggiungere, con la sua abbagliante luce, la persona amata dall'autore. Segue il ritornello che apre ad un passaggio strumentale: la sezione ritmica mantiene sempre la stessa andatura mentre Johnson, dopo una breve e rapida serie di plettrate, si lancia in un assolo dei suoi, fluido, tecnico e melodico. Oltretutto, il solo è impreziosito dall'uso in sottofondo del sitar che ben si fonde nell'arrangiamento complessivo. Sopraggiunge un nuovo ritornello, ma è solo una parentesi, in quanto a seguire c'è un altro passaggio strumentale che sarà protagonista fino alla fine del pezzo. Tale sezione è caratterizzata dapprima dalla chitarra distorta di Johnson, poi questi, sempre supportato dall'andamento incalzante della sezione ritmica, dà nuovamente sfoggio delle sue doti lanciandosi in un estenuante e pulitissimo fraseggio di chiaro stampo blues, come sempre fluido e cristallino. Man mano, i patterns di Johnson divengono un assolo vero e proprio, molto lungo e tipicamente "blueseggiante". La canzone è oramai prossima alla conclusione, difatti c'è giusto il tempo per delle ultime e avvolgenti note di chitarra, poi il tutto svanisce silenziosamente. Altro brano di grande impatto dove più generi quali rock, country e blues trovano un equilibrio perfetto.

Steve's Boogie

La quinta traccia è un nuovo strumentale, piuttosto breve, in quanto non raggiunge i due minuti di durata. Il brano è intitolato Steve's Boogie è dedicata a Steve Hennig, chitarrista di Austin, il quale figura proprio come chitarra ospite. Musicalmente la canzone, si tratta di un allegro rockabilly dalle influenze bluegrass e western e, diciamo, spezza l'andamento raffinato che fino ad ora il disco ha tenuto. Il brano inizia subito con la chitarra di Johnson sfoderante un incalzante riff a metà tra il rock 'n' roll e il blues, supportato da una sezione ritmica piuttosto scattante. Immediatamente, pare di ritrovarsi nello scenario di un film western, magari umoristico, visto che il pezzo è molto allegro, quasi scherzoso. Johnson è disinvolto come non mai, le sue dita scorrono veloci sul manico della chitarra. Verso la fine del primo minuto, la melodia cambia leggermente, favorendo l'avvento di sonorità più vicine al country, seppur sempre infarcite dall'andatura tipicamente rockabilly. Verso le battute finali, il brano ritorna alla sua melodia centrale, intercalata da alcuni veloci ma funzionali fraseggi di Johnson, che danno colore alla composizione. Il pezzo alla fine termina di colpo, così com'era cominciato. Un episodio arioso e leggero, che dona freschezza e versatilità al platter. 

Trademark

Ancora un brano strumentale, anche se stavolta le sonorità sono quelle delle prime canzoni. Trademark (Marchio), è un tranquillo pezzo dalle influenze country, molto rilassato. Una pacatissima melodia di chitarra, di vaga ispirazione country/blues, apre le danze, supportata da una lenta e quieta sezione ritmica, accompagnante nel più classico dei mid-tempo. L'atmosfera che si respira sin da questi primi secondi è quasi marittima, calda, avvolgente. L'ascoltatore è subito rilassato, quasi si lascia trasportare dal riffing così posato del chitarrista. Successivamente Johnson inizia a compiere i suoi tipici fraseggi, pur rimanendo ancorato alla melodia di fondo. A seguire, dapprima il musicista esegue note stoppate, intercalate dagli interventi del poderoso basso di Kyle Brock, poi subentra un delicato arpeggio che man mano si fa sempre più marcato, anche per via di alcuni effetti sonori e di distorsione che operano in sottofondo. Alla fine, l'arpeggio esplode in un meraviglioso fraseggio, caratterizzato da una melodia oserei dire quasi celestiale, che rapisce immediatamente l'ascoltatore, stampandosi in testa. Ritorna la melodia iniziale, stavolta, possibilmente, ancora più delicata, quasi arpeggiata da Johnson. Non mancano neanche qui effetti sonori chitarristici di sottofondo, i quali danno colore all'insieme. Seguono poi, sempre appoggiati su una sezione ritmica che da inizio canzone segue lo stesso andamento, dei nuovi fraseggi chitarristici, stavolta impostati su una melodia più blues ed in un certo senso più "liquidi", più scorrevoli, più lisci. Successivamente, Johnson ripropone la stessa splendida melodia di prima, la quale sfocia poi in un fantastico assolo, tra i migliori del platter. Questo è così bello proprio perché si origina dalla melodia precedente, di conseguenza alle orecchie dell'ascoltatore risulta veramente straordinario. Oltretutto, si tratta di uno fra gli assoli più rock del disco, molto tecnico, articolato, a tratti veloce e se vogliamo pure un po' più stridente. Siamo alle battute finali ed il brano va esaurendosi su un sound che è diventato definitivamente rock: la sezione ritmica è divenuta più sostenuta mentre il riffing di Johnson si fa più corposo ed elettrico. La chiusura è affidata ad un altro breve assolo, sempre pulitissimo e melodico, il quale di fatto mette fine ad un'altra canzone riuscita in tutto e per tutto. 

Nothing Can Keep From You

La traccia successiva è la soft Nothing Can Keep From You (Nulla può tenermi lontano da te), brano dove Eric Johnson torna a prestare la sua voce dietro al microfono. Un leggero arpeggio di chitarra inaugura subito la prima strofa, accompagnata dall'incidere quasi minimale della batteria e dal pungente basso di Roscoe Beck. La voce di Johnson irrompe quasi subito, calda e pacata, a dettare i primi versi, incentrati ancora una volta su un amore tenero e romantico, ma, come nel caso di "Desert Rose", distante tra i due protagonisti. La donna trattata nelle liriche è un riflesso costantemente presente nella mente dell'autore, il quale ha ben compreso i suoi sentimenti, in quanto vede nell'amata la sua stella splendente. Giunge il ritornello e il brano si fa più disteso: la batteria di Tommy Taylor diviene più sostenuta, seppur sempre leggerissima, la chitarra si impegna in un arpeggio romantico e arioso che fa da tappeto alla suadente voce di Johnson, calibrata su linee vocali molto tenere. Nei versi del chorus, l'autore dice alla donna di chiamare il suo nome e, quando lei lo farà, lui gli risponderà a tempo debito. Ora l'attenzione dell'uomo è riposta solo su di lei e, se prima lui si sentiva a terra, adesso non vuole più pensarci perché nulla lo separerà dalla sua metà. Parte la seconda strofa e l'atmosfera torna a farsi quasi sospesa, con l'arpeggio di chitarra e la voce di Johnson in primo piano. Nei nuovi versi, si legge che è passato tanto tempo per ottenere il ricevimento, ossia, con tutta probabilità, l'unione in matrimonio tra i due protagonisti, e che il sorriso di lei è sempre tenuto piacevolmente d'occhio da lui. L'amore e il dolce affetto della donna fanno sentire l'uomo vicino a lei, lasciando dunque intendere che, come accennato prima, il legame tra queste due persone possa essere a distanza, o addirittura immaginario. Giunge il chorus, il quale apre ad un breve ma limpido assolo di chitarra, poi è nuovamente il turno di una serie di ritornelli, i quali si strutturano costantemente sullo stesso arpeggio. A seguire, una coda strumentale dal sapore decisamente rock: la sezione ritmica esplode in un andamento più portentoso mentre Johnson si lancia in bel solo eseguito sempre sulle stesse note per tutta la sua durata. Successivamente, spazio ad alcuni effetti della stessa chitarra del musicista mentre anche Tommy Taylor si prende parte della scena dietro le pelli eseguendo dei bei patterns. Un altro assolo di chitarra, stavolta più vario e sinuoso, conduce il brano fino al suo termine. Non una delle punte di diamante del disco, ma senza dubbio una canzone molto piacevole e ben strutturata nella sua relativa semplicità.

Song for George

Arriviamo ora a Song for George (Canzone per George), altro brano strumentale molto corto (meno di due minuti), intitolato così in quanto dedicato ad un amico chitarrista 80enne di Johnson. Il pezzo, interamente acustico, si sviluppa su un arpeggio dal sapore country-blues, che subito evoca i paesaggi desertici e selvaggi dell'America. La prima fase è quasi tutta incentrata su questo arpeggio ripetuto, colorato da asciutte ma veloci divagazioni blues che rubano l'attenzione dell'ascoltatore. La seconda invece è caratterizzata da qualche virtuosismo in più, mostrando come le dita di Johnson corrano veloci anche sul manico della chitarra acustica. Un piacevole intermezzo che, nella sua striminzita durata, da prova delle ulteriori qualità dell'artista nello scrivere pezzi corti ma funzionali.

Righteous

E' il turno di uno degli episodi più rock di questa eclettica release, Righteous (Giusto), pezzo strumentale di tre minuti e mezzo dove l'anima più rock 'n' roll dell'artista esce fuori. Il brano inizia subito rombante, guidato da una sezione ritmica vivace e da un riff di chitarra di stampo quasi hard rock. In queste prime fasi del brano, sale in cattedra il basso di Roscoe Beck, il quale opta per un sound marcato al fine di dare un'impronta più massiccia. Successivamente, Johnson inizia ad intercalare al riff portante una serie di fraseggi, donando quindi varietà all'insieme e donando un certo tocco anni 70. A proposito di ciò, si noti in tale frangente la presenza dell'armonica a bocca, suonata da Wee Willie, presenziante solo su questa traccia. A seguire c'è un bell'assolo di Johnson, figlio dei numerosi patterns compiuti prima dal chitarrista, poi la canzone riparte col riff principale, il quale però non perdura molto. Infatti Johnson poco dopo modifica la melodia del suo riffing, rendendola, se vogliamo, più aspra e vagamente ispirata a Jimmy Page dei Led Zeppelin. Ma lo stile del musicista deve ancora emergere. Il momento propizio arriva in questo passaggio: irrompe un nuovo assolo, ma stavolta come Johnson ci ha abituati, pulito, cristallino, tecnico e dotato del solito gusto per la melodia più ricercata. Il tutto poggiato su una sezione ritmica che continua la sua marcia vivace ed energica. Ma non è finita, difatti dopo l'esecuzione di Johnson tocca a Wee Willie eseguire un fantastico assolo dal sapore tipicamente western con la sua armonica, la quale successivamente va ad intrecciarsi con la chitarra di Johnson dando così vita ad un virtuoso turbinio di stampo blues rock. Mancano poche battute al termine del brano che riprende il suo sound originario, guidato sempre dal riffing di Eric. Ma c'è ancora tempo per un ultimo cambio della melodia principale, seguito da qualche altro fraseggio e dall'armonica di Willie che riecheggia in sottofondo, come se non volesse discostarsi dall'insieme principale. Dopo ciò il pezzo termina. Benché questo si tratta di un episodio molto vicino al rock classico, ne va comunque riconosciuta l'originalità all'interno di una tracklist variegata e composta, fino al brano precedente, da pezzi più eterei e influenzati anche da altre sonorità.

Forty Mile Town

Siamo quasi arrivati alla fine di questo bel viaggio condotto da Eric Johnson e la prossima e penultima tappa è Forty Mile Town (Città di quaranta miglia), il brano più leggero del disco. Un suono assimilabile ad un battello introduce il pezzo, a seguire si fanno strada rumori tipici della foresta come il cinguettio degli uccelli e l'acqua di un ruscello che scorre. Ed è qui che Johnson scocca il primo arpeggio, delicatissimo e soave, con la chitarra, dando il via ad una canzone che si assesta subito su ritmiche molto pacate, quasi da ballad. Successivamente, la melodia della chitarra cambia il sound ma non la sostanza, risultando estremamente morbida e dando in tal modo il via alla prima strofa. La voce di Johnson giunge quasi di soppiatto, poggiata su delle dolci e melodiche linee vocali che vanno a plasmare un insieme orecchiabile e distensivo, oserei dire quasi rilassante. Il pezzo si sviluppa dunque lungo un tema armonioso, molto soft ma genuino, brillante, mai melenso. Le liriche si concentrano ancora una volta sua donna; non si sa con certezza se sia sempre la stessa dei brani precedenti. Johnson narra che lui ha un modo per trovare la sua amata, in quanto lei si trova nel "melody ranch", quasi tutti i giorni, a passare del tempo da sola. Ma l'autore sente il bisogno di parlare con la ragazza, deve dirle cosa prova per lei, la quale è come un incantesimo che fa girare il cuore dell'uomo. Arriva la seconda parte della strofa, la quale funge come una sorta di ritornello, in quanto si mantiene sulle stesse ritmiche ma l'arpeggio risulta leggermente diverso. Cambiano anche le linee vocali che ora seguono la melodia dettata dalla chitarra e sono interpretate benissimo dal musicista, il quale mantiene sempre alta la carica emozionale della canzone. I nuovi versi recitano che secondo l'autore, la sua vita e quella della donna di cui è innamorato stanno passando troppo velocemente e che forse dovrebbero semplicemente lasciare che la loro storia duri, senza fissare dei programmi. Poi però, l'artista dice che lui a volte vorrebbe solo andare alla deriva verso una città di quaranta miglia. Onestamente, questi ultimi versi non appaiono di facile interpretazione; l'unica spiegazione logica che riesco a contemplare, è che l'autore non riesce a dire quello che prova alla ragazza del "melody ranch", dunque in preda forse a delle crisi depressive, si lascia andare senza meta verso una città qualsiasi. Parte la seconda strofa e il brano torna alla sua melodia iniziale con l'avvolgente voce di Johnson a "riscaldarci" i padiglioni auricolari. Nei nuovi versi sopraggiunti del testo, l'autore canta che ha un altro modo ancora per vedere la sua donna: chiudere gli occhi e guardare l'antica acqua scorrere come se fosse una danza di cristallo. Si può dunque evincere come la ragazza sia paragonata a tale immagine. Quest'ultima oltretutto è, secondo Johnson, il modo in cui i re continuano a sognare. In più, Johnson canta anche i criptici passi: - "Tieni la testa alta e vivi sotto i cieli di quaranta miglia, come può essere nelle città oceaniche" -. Giunge la seconda parte della strofa, cambia dunque la melodia centrale e pure le parole del testo, per questo che tale passaggio non può essere considerato un ritornello vero e proprio. In questi versi, Johnson proferisce alla ragazza protagonista che loro non posseggono mai veramente le cose di questo mondo e che da esso dovrebbero cercare di trarne il meglio, provare a scappare e, una volta abbastanza lontani, lavorare verso una città di quaranta miglia. Visti anche sotto un'altra ottica, tali passi potrebbero anche essere interpretati come dei pensieri sulla vita in generale. Il brano si avvia verso la conclusione e a questo punto un breve passaggio strumentale irrompe: sugli scudi c'è sempre l'arpeggio centrale, però impreziosito da alcuni effetti di delay e riverbero in sottofondo della chitarra stessa. Ciò introduce l'ultima strofa dove la tanto bella melodia della sei corde ci accompagna un'ultima volta. Gli ultimi versi cantati dall'autore narrano che lui e la sua amata hanno bisogno di sentire davvero l'amore, come se fosse una cosa ordinaria. E a volte tutto quello che il musicista vuole fare è sognare lontano e svegliarsi in una città di quaranta miglia. Anche in questo caso si possono scorgere, secondo il mio punto di vista, dei vaghi riferimenti alla vita in generale e su quanto noi umani in generale dobbiamo essere più amorevoli nei confronti del prossimo. A tal punto, un'ultima sequenza di arpeggi conduce la canzone fino alla sua conclusione. Un pezzo molto semplice ma al tempo stesso funzionale, dotato di una melodia accattivante.

East Wes

Siamo giunti ormai alla fine del viaggio e l'ultima tappa prima della conclusione è East Wes, un delicato strumentale di tre minuti e mezzo che, per certi versi, segue le orme del brano precedente, in quanto non presenta particolari tecnicismi ma una sequenza di arpeggi molto tranquilli e minimali. Un colpo sul charleston da parte del drummer Tommy Taylor da il via al brano, che si snoda subito su un leggero riffing simil-blues di chitarra, quasi centellinato. La sezione ritmica, in questa prima fase, è molto blanda e non fa altro che sorreggere la chitarra di Johnson, il quale, man mano, inizia a far assumere al brano un sound ancora più vicino al blues grazie a dei raffinati fraseggi sovrapposti al riff centrale. L'atmosfera è molto rilassata, la canzone, come detto prima, procede sulla falsariga della precedente, come se Johnson avesse spremuto tutte le sue idee migliori nelle canzoni precedenti e, nelle due restanti, avesse deciso di inserire due canzoni soft  per dare una conclusione più tenue e versatile all'opera. Riprende il tema centrale ma solo per pochi secondi, in quanto poi, sullo stesso, viene sovrainciso un pregiato quanto sottilissimo assolo di chitarra, vera delizia per le orecchie. A seguire, ritornano prepotenti le sonorità blues, con tanto di immissione di note di organo, dando in tal modo un'atmosfera molto anni 70. Il songwriting, benché piuttosto semplice nella sostanza, continua a regalare soluzioni vincenti, difatti ora si intercalano fraseggi di chitarra ma ciò che è tenuto sempre in primo piano è l'arpeggio centrale. Il tutto è accompagnato da un basso sempre presente e una batteria che adesso, a brevi tratti, si anima un po' di più, con Taylor che esegue delle efficaci rullate per dare quel carattere in più al pezzo. Siamo alle battute finali della canzone e di conseguenza del disco e allora, Johnson decide di concludere il tutto con delle note quasi eteree della sua chitarra, scandite al secondo dalla batteria, poi cala il sipario. Un brano intelligente, ben scritto e suonato che chiude in maniera adeguata questo "Ah Via Musicom".

Conclusioni

In questa sua seconda opera solista, Eric Johnson ha idee ben chiare: imprimere appieno il proprio stile, farsi conoscere, comunicare la propria idea di musica, differenziarsi da tutti gli altri chitarristi rock. Dopo tutti i buoni presupposti espressi col disco d'esordio "Tones", l'artista lancia in maniera definitiva il suo raffinatissimo stile, fatto di fraseggi cristallini, assoli ariosi e tecnici, ma mai fini a se stessi e trame musicali semplici ma allo stesso tempo articolate. Difatti, e non di rado, nel corso dell'opera sono riscontrabili influenze prog, anche se non derivate con certezza da uno o un altro gruppo. Semplicemente Johnson riarrangia con precisa identità e propria poetica diversi stili musicali, tra cui appunto anche il progressive, non facendo mai risultare il proprio operato troppo derivativo. Anzi, Johnson, attraverso le sue note, riesce in qualche modo ad aggiornare lo stile rock strumentale e solista, dando un'impronta che nessuno fino al 1990 è riuscito a dare. Uno stile così pulito, così elegante, così ricercato, è davvero merce rara. Ma uno degli elementi che più danno profondità al disco, è che questo stile così cristallino non risulta mai forzato o esasperato, si sente che Johnson suona con disinvoltura, esprime quello che sente e trasmette ciò con incredibile semplicità all'ascoltatore, il quale coglie al volo lo stile e la poetica dell'artista. Comunque, è impossibile non scorgere tra le note degli undici brani della tracklist influenze provenienti da generi esterni al rock (ma che comunque ne hanno forgiato i parametri nel corso del tempo), quali il blues, il country e persino il pop. Ad esempio, la strumentale "Cliffs of Dover", fiore all'occhiello della release, ha una melodia, a detta di chi scrive, molto pop. Dopo un paio di ascolti entra in testa e non esce più. Ed è proprio questo uno degli elementi vincenti di "Ah Via Musicom", ossia quello di tessere melodie e riff leggeri e orecchiabili, combinandoli però all'estetica rock. Si pensi sennò al rockabilly di "Steve's Boogie" o alle distensive melodie di "Nothing Can Keep me from You". Questo è sintomo di completezza dell'artista, di consapevolezza dei propri mezzi e di certezza su quello che si vuole trasmettere al pubblico. Magari qualcuno potrebbe accusare quest'album di eccessivo eclettismo, visti i diversi generi che l'artista affronta, ma invece Johnson riesce a dare all'opera una direzione ben definita, non c'è mai qualcosa fuori posto, è tutto perfettamente amalgamato. Ovviamente, vanno sottolineate anche le prove dei musicisti di cui Erico si è circondato per la realizzazione di questo disco. Sicuramente spicca la performance del bassista Roscoe Beck, non uno qualunque, conosciuto difatti con la reputazione di "a solid bottom-liner" (una solida fodera di fondo). Infatti, l'operato di Beck si riversa proprio nella profondità del sound generale dell'opera, le sue dita pizzicano con veemenza le corde del suo basso, dando così un robusto tappeto ritmico sul quale Johnson può orchestrare il suo songwriting. Il drumming di Tommy Taylor è variegato, molto snello e soprattutto molto preciso. Oltretutto, il batterista dimostra estrema facilità nel passare da ritmi lenti e leggeri a grooves più sostenuti, si veda ad esempio il brano "Righteous". In più, vari altri strumenti come tastiere, armonica a bocca, sitar elettrico e quant'altro, impreziosiscono l'insieme. Le liriche sono un po' come la musica, ossia fruibili ma allo stesso tempo velate da una certa vena criptica, specie in certi passaggi. Ad ogni modo, Johnson si concentra in testi riguardanti l'amore, anche se scritti in un'ottica mai melensa o eccessivamente romantica. Mentre l'ascoltatore legge i testi dei brani cantati, nella sua mente si fanno strada paesaggi di svariato tipo, desertici o montuosi. Insomma, a conti fatti "Ah Via Musicom" è disco che testimonia l'enorme capacità di Johnson nel suonare la chitarra elettrica in maniera unica e di fondere più generi all'interno dell'estetica rock. Non è un album propriamente virtuoso, ma una messinscena di raffinatezza ed eleganza musicale, prestate ad un'attitudine ben delineata. Un'opera completa, assoluta, che da nuova linfa al vasto panorama del rock strumentale.

1) Ah Via Musicom
2) Cliffs of Dover
3) Desert Rose
4) High Landrons
5) Steve's Boogie
6) Trademark
7) Nothing Can Keep From You
8) Song for George
9) Righteous
10) Forty Mile Town
11) East Wes
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