ENVY

The Fallen Crimson

2020 - Sonzai Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
28/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Una tempesta di pioggia che spazza via ogni cosa, e poi il vasto oceano piatto come una macchia d'olio e calmo come un neonato che dorme nella sua culla. Nuvole, fulmini e saette che diventano un arcobaleno dai mille colori adagiato su un cielo sgombro e cristallino. Forte e piano. Pieno e vuoto. Contrasti in musica, contrasti umani, contrasti di una nazione intera. Un disagio profondo, che si scontra con la dolcezza dei sentimenti. Un disagio emotivo, psicologico e sociale, il disagio di una società alienata, divisa tra tradizione e modernità, tra masse informi di persone per le strade e isolamento degli hikikomori chiusi tra le loro quattro mura. È quel disagio di sentirsi frustrati, di non poter esprimere le proprie emozioni in una società che di fatto te lo impedisce. Ma allo stesso tempo, attraverso forme d'arte come il cinema, il fumetto e la musica, quella stessa società ti dà la possibilità di farle esplodere, quelle emozioni. Di riversare nelle tue creazioni tutto ciò che provi, che il mondo esterno ti costringe a soffocare, e che tu senti pulsare con violenza in ogni angolo del tuo cervello e nel tuo cuore.

Non sono mai stati una band normale, gli Envy. Come non è mai stato normale il Paese da cui provengono, il Giappone. Ma che cos'è la normalità, in fondo? Come possiamo noi occidentali arrogarci il diritto di definire cosa è normale e cosa non lo è, solo perché guardiamo il mondo attraverso i nostri filtri e non riusciamo a immedesimarci in una cultura che è quanto di più distante ci possa essere dalla nostra, pur cercando in continuazione di tenderci la mano e di avvicinarsi a noi? Il Giappone è un paese di fortissime contraddizioni, talvolta estreme, inglobato in una società ipertecnologica che da un lato aliena le persone e dall'altro le spinge a mostrarsi in tutta la loro umanità. È questo ciò che mi ha sempre calamitato così tanto della cultura del Sol Levante, esercitando su di me, come un vero e proprio canto delle sirene, quel fascino irresistibile che è lo stesso che proviamo per ciò da cui siamo attratti e che temiamo allo stesso tempo. È il fascino dei loro radicali contrasti, del loro essere timidi fuori e vulcanici dentro, della loro capacità di esprimere emozioni travolgenti nell'arte e di reprimerle poi nella vita sociale e quotidiana, della loro pudicizia che li porta a censurare i porno ma anche a generare frustrazioni sessuali che si rendono così autrici delle peggiori perversioni. Provate adesso a immaginare cosa possa venir fuori da una band proveniente da Tokyo, cuore pulsante del Paese dei contrasti per eccellenza, che suona principalmente un incrocio tra screamo/post hardcore e post rock atmosferico, ovvero i due poli opposti e contrastanti delle emozioni umane racchiuse nelle quattro note.

No, gente, gli Envy non sono una band normale. Non lo sono mai stati, e questo ormai era chiaro come il sole già prima che rilasciassero quel quasi-capolavoro in musica che è "A Dead Sinking Story", dove l'emotività parossistica, sanguigna e travolgente di brani devastanti come la meravigliosa "Chain Wandering Deeply" e la viscerale "Colors of Fetters" si scontrava con la pacata dolcezza post rock di "Go Mad And Mark" o "A Will Remains In The Ashes", dense di arpeggi delicati che sarebbero potute uscire anche dalle penne dei nostri amati Giardini di Mirò. Era chiaro già da album come "All The Footprints", che con la sua "Farewell To Words" mostrava a noi occidentali un modo nuovo e dirompente di suonare lo screamo, piegando totalmente la violenza sonora alle esigenze emotive della propria anima tormentata dal disagio. Un disagio totalmente autentico e, lo ripeto ancora una volta, tipicamente giapponese, non per niente da sempre cantato (e urlato) in lingua madre nipponica, sotto la maschera dei titoli in inglese. Una sofferenza interiore che non si può simulare in alcun modo, e che con gli album successivi della band ha preso sempre più forma, attraverso un approccio musicale trasversale che, partendo dallo screamo e dal post hardcore iniziali, andava ad abbracciare il post rock nel già citato "A Dead Sinking Story", poi il post metal ambientale nel bellissimo "Insomniac Doze" e persino l'emocore dell'altrettanto splendido "Recitation", fino a un ritorno alle origini con l'ultimo "Atheist's Cornea" che, forte delle lezioni apprese negli anni, ha cercato di riportare in auge l'intensità dei primi album attraverso il filtro delle ormai mature influenze melodiche apprese dal post rock più mogwaiano. Ma è proprio quella sofferenza di cui parlavamo prima, quella devozione senza compromessi alla causa del cuore, che di fatto ha reso negli anni gli Envy una vera e propria garanzia, una band su cui si può contare a occhi chiusi quando si cerca una musica sincera nel senso più profondo del termine, al totale servizio della propria sofferta emotività.

Venticinque anni. Questo l'arco temporale che ci ha consegnato gli Envy dagli esordi ai giorni nostri. Anni in cui la band ne ha viste di tutti i colori, in cui le chitarre sono aumentate fino a tre come gli Iron Maiden (con il terzo chitarrista Yoshi che va ad aggiungersi all'ascia storica Nobukata Kawai, mentre Yoshimitsu Taki sostituiva già il defezionario Masahiro Tobita), ma anche anni che hanno rischiato di vedere l'abbandono del cantante fondatore Tetsuya Fukagawa nel 2016, prima del suo rientro nei ranghi nel 2018 dopo un temuto, e per fortuna scampato, scioglimento della band. Ma cosa aspettarci oggi, nell'anno domini 2020, dalla band di Tokyo? È questa la domanda che mi ha tormentato prima di acquistare con spasmodica trepidazione il loro nuovo album, "The Fallen Crimson". Ed è questa la domanda a cui, dopo svariati ascolti assorti in quel mondo emotivo che solo gli Envy riescono a creare, cercherò di dare una risposta con questa recensione. Una risposta che non è così scontata come si potrebbe pensare.

Statement of Freedom

Sono bordate metalliche di una violenza che oramai non eravamo più abituati ad ascoltare dagli Envy, quelle che aprono le porte a "Statement of Freedom - Dichiarazione di libertà", opener dell'album e forse una delle tracce più "metal" che la band abbia mai composto. Un titolo tra l'altro non casuale, che richiama quella libertà compositiva che gli Envy hanno sempre considerato come il valore fondamentale su cui basare la loro musica, così fortemente trasversale e non etichettabile. Kawai e Taki squarciano l'aria, le loro distorsioni sono realmente graffianti, sono artigli affilati che ti raschiano la faccia, e le urla di Fukagawa accompagnano i riff come stilettate di un coltello dritte al petto. Ben lungi dall'essere come quello che animava i brani di "A Dead Sinking Story", stavolta il grido del cantante giapponese dall'inconfondibile cappellino è compatto, preciso e ragionato, non si lascia andare a un bieco sentimentalismo animalesco, ma sembra invece più umanamente vicino a una riflessione filosofica che, per colpire nel segno, deve essere esternata dalla giusta passione e dal giusto esuberante entusiasmo.

Una serie di parole in giapponese, come sassi lanciati sui nostri sensi, ci colpiscono con quell'irruenza tipica dello screamo che gli Envy sanno come modellare a loro piacimento. "Oscurità, libertà, il mondo un ordine / La fine, una ragione, gioia, il tempo / Solitudine, sfinimento dichiarazione, rispetto". La lingua nipponica sa essere più efficace di ogni altra quando si tratta di racchiudere un mondo in una sola parola. E per quanto questo assalto squisitamente metal sembri di primo acchito una novità nel loro modo di suonare, gli Envy non hanno dimenticato la loro maestria ed eleganza innata nel trasmettere emozioni dirompenti, e anche in "Statement of Freedom" non fanno eccezioni, consegnandoci melodie malinconiche da pelle d'oca e tipicamente "envyane", con un finale di ispirazione emocore che è quanto di più perfetto i loro cuori pulsanti potessero concepire. Gli Envy sono di nuovo con noi, non hanno perso un milligrammo del loro smalto e sono più ispirati e carichi che mai. Bentornati ragazzi.

Swaying Leaves and Scattering Breath

Sono timide suggestioni post rock quelle che, tra un arpeggio di chitarra e una spazzolata di batteria, irrorano le prime note di "Swaying Leaves and Scattering Breath - Foglie ondeggianti e respiro diffuso", titolo che tradisce quell'intrinseca poeticità che gli Envy non si decideranno mai ad abbandonare. Suggestioni che dal post rock si avvicinano pericolosamente all'emocore quando densi e imponenti riffoni di chitarra fanno poi la loro comparsa, lasciando ondeggiare il brano in una culla sospesa nel vuoto tra epicità e dolcezza. Laddove l'opener aveva mostrato subito gli artigli, ricordandoci che gli Envy sono prima di tutto una band che picchia duro e che fa del disagio esistenziale la sua primissima ragion d'essere, il secondo brano dell'album ci tranquillizza e ci ricorda che i sei giapponesi sanno anche essere amabili, e riescono a plasmare la dolcezza con mano soave e sorriso sulle labbra.

"Swaying Leaves And Scattering Breath" è proprio questo, un brano soave che subito ci riconsegna gli Envy più poetici e timidamente romantici che ci avevano fatto innamorare con le note suadenti di "Recitation" e "Insomniac Doze", quelli in grado di adattare riff e ritmiche di scuola post hardcore a un contesto che richiama invece da vicino il post rock mistico e ovattato di Ef ed Explosions In The Sky. L'uso del parlato è emblematico in tal senso, e l'assenza di urla da parte di Fukagawa è paradossalmente un mezzo espressivo che sa rendersi ancora più forte e penetrante per chi sa abbandonare i sensi al flusso delle note. "Un mondo creato da un cuore senza sangue / La prima parola fu l'addio". Le malinconiche parole di Tetsuya, qui incarnate in clean vocals mai così pulite e in una melodia dolceamara che sembra provenire direttamente dalla sigla di un anime giapponese tra i più sentimentali che possiate trovare in giro (ascoltate il brano dal minuto 1:56 e ditemi se non vi sembra la colonna sonora ideale per un film di Makoto Shinkai, tipo "Your Name" o "5 centimetri al secondo"!), altro non sono che un fondamentale marchio di riconoscimento per quello che potremmo definire un brano "necessario" a confermare l'identità degli Envy, band profondamente nipponica che fa dell'emotività la sua forza primaria, che sia aggressiva, che sia espressa con pacata dolcezza.

A Faint New World

Non so se avrei scelto anch'io "A Faint New World - Un fievole nuovo mondo" come singolo di lancio per il nuovo album. Sarà forse che lo ritengo uno dei brani meno rappresentativi dell'opera nel suo insieme, quasi un episodio a parte in cui gli Envy hanno deciso di concentrare tutta la malsana negatività che attanagliava i loro animi durante la stesura. Resta però il fatto che il videoclip che accompagna il pezzo, con il suo bianco e nero opaco e melanconico, spezzato solo a sprazzi da intervalli cromatici di viola per una ragazza che balla (che francamente non sono riuscito a capire cosa c'entri nel contesto del brano) e di luci artificiali per la band che suona nella notte urbana, o alle prime luci dell'alba in cui ancora tutt'intorno è buio, sembra piuttosto ben fatto e riesce a colpire le emozioni di chi lo guarda, consegnandogli l'immagine di una band che sa il fatto suo e perfettamente conscia dei suoi mezzi espressivi.

Brano forse tra i più canonici dell'intero album, "A Faint New World" è quello che resta più fedelmente ancorato alla matrice post hardcore della band, irradiata però da una spiccata sensibilità post metal nei riff che accompagnano le sue melodie languide e tristemente ombrose, in una perfetta rappresentazione di un disagio interiore che è come una giornata uggiosa in cui fuori piove, sei chiuso in casa, immerso nella tua solitudine e ti sembra che tutto faccia schifo. La voce di Fukagawa, che qui più che altrove sembra cercare di sputare con violenza l'ugola sul microfono, altro non è che il grido disperato di chi non ha più nulla da perdere e canta come fosse l'ultimo desiderio di un condannato a morte. "Il domani è finito" dice Tetsuya, e le sue parole non lasciano spazio ad alcuna speranza: "Mi sono reso conto del finto pianto dopo il sorriso alla fine / La storia che volevo se n'è andata con la mia voce". Se la maggior parte dei brani dell'album si concentrano su sentimenti positivi e sulla risalita dal fondo del proprio animo sporco di feroce consapevolezza, "A Faint New World" resta un vero pugno nello stomaco, un concentrato di disagio emotivo e di assenza di luce, in cui tutto il malessere del disco è stato raccolto e chiuso a chiave in una stanza di arpeggi grigi e distorsioni in Re minore. Ma, soprattutto, ed è questa la cosa più importante al di là di qualsiasi altra considerazione, è una canzone bellissima, che vi farà amare ancora di più gli Envy e chiedere come facciano, come dei Re Mida dell'animo umano, a trasformare in pura emozione ogni cosa che toccano. Chapeau.

Rhythm

Un eco lontano, un coro senza tempo. Una voce lontana che pian piano illumina la stanza in cui stiamo spaparanzati ad ascoltare il disco, assumendo sempre più i contorni di una figura eterea che, dopo aver riempito l'aria della sua presenza, si materializza pian piano di fronte a noi. È l'inizio di "Rhythm - Ritmo", senza dubbio uno dei brani più atipici nella storia degli Envy, che tira fuori il loro lato più atmosferico e ambientale per intingerlo in una melodia sognante che richiama memorie proustiane sepolte chissà dove nella nostra coscienza. in Ricorda un po' quello che fece Alcest con il sottovalutato "Shelter", quando si assunse la responsabilità di un esperimento che uscisse fuori dai canoni a cui il pubblico era ormai abituato. E sicuramente una buona parte di chi conosce gli Envy resterà stupito da una scelta che, nell'economia generale dell'album, appare come incredibilmente vincente.

Gli arpeggi di chitarra, liquidi e dal marcato approccio post rock, si sviluppano piano piano insieme al brano, e con loro aumenta pian piano l'intensità vocale di Achiko, cantante nipponica dotata di una voce gelida che negli acuti si colora di una sorprendente elegiaca teatralità. Le stesse parole di Fukagawa, richiamando a sé colori e immagini naturali, si adattano alla perfezione a quel suono così cullante e profondamente ancestrale: "Il mondo che non conosco mi ha perdonato / La tua forma indossa la luce del crepuscolo / Il sorriso riflesso sulla superficie dell'acqua". E queste sensazioni procedono indisturbate fino al muro di chitarre innalzato da Kawai, Taki e Yoshi a metà canzone che, come ragazzi che sollevano sulle proprie spalle una fanciulla per farla arrivare al cielo, innalzano la voce di Achiko sempre più su, sopra le nuvole, man mano che questa si fa sempre più acuta e distante. Almeno finché quelle stesse chitarre non si ingrossano e rallentano la loro corsa, in un finale da brivido in cui quella voce sempre più eterea si fa coro, diventa un tutt'uno con l'elettricità delle tastiere, e le nuvole si diradano tra accenni soffusi di chitarra e suggestioni post rock mai così sentite ed efficaci. Più di vent'anni di carriera alle spalle, e gli Envy riescono ancora a stupirci.

Marginalized Thread

È la batteria in quattro quarti di Watanabe ad aprire "Marginalized Thread - Filo Emarginato", prima che distorsioni di chitarra acide e acute penetrino nelle nostre orecchie e una melodia maliziosa e falsamente ottimista si insinui a sorpresa nel nostro cervello. Le urla di Fukugawa danno il via alla corsa, Watanabe preme di scatto sull'acceleratore, ed ecco partire in quarta la consueta cavalcata screamo a cui la band di Tokyo ci ha ormai abituato. Eppure stavolta c'è qualcosa di diverso, come un velo di speranza adagiato su quelle note che però, paradossalmente, ci inquieta e ci fa chiedere quale sarà la prossima mossa e cosa ci sia sotto tutto questo. "Trattenendo il respiro, la calma continua silenziosamente" dice Tetsuya, e la cosa non ci rassicura affatto.

Gli Envy non sono nuovi a questo furbo giochino. Lo fanno apposta. Le melodie in maggiore, gli intrecci di note che si accavallano e dipingono quadri grondanti colori accesi e vivaci, ventate di una positività tipicamente giapponese che sarebbe forse impossibile trovare al di fuori di quei confini, radioso come il sorriso kawaii  e innocente del puccioso personaggio di qualche anime. Eppure gli Envy riescono a presentarti questo tipo di approccio con una ferocia fuori dal comune, con una violenza quasi brutale, sbattendoti in faccia accelerate parossistiche e assalti sonici al limite dell'aggressione. Anche qui però i nipponici non perdono d'occhio la loro natura intima e riflessiva, e rallentano un po' il ritmo per far prendere fiato all'ascoltatore, coccolandolo con mid-tempo di batteria e clean vocals dolci e zuccherose. Ma le chitarre restano sempre all'erta, con le loro distorsioni sempre più sferzanti e taglienti come rasoi, l'assalto finale al fulmicotone non fa che portare all'estremo quella tensione accumulata per tutto il brano, che così esplode nell'urlo liberatorio di un Fukugawa afflitto, provato e stupito quanto noi di come anche le emozioni più positive possano penetrarci i sensi con così tanta violenza e incontrollabile passione.  

HIKARI

Timidi suoni ambientali, il richiamo di una chitarra in lontananza e in sottofondo l'acqua di un fiume che continua a scorrere. E poi ancora quella chitarra, delicata, soffusa e zeppa di riverbero, così dilatata che sembra provenire da chissà quale eco remoto. Inizia così, in modo sommesso e pacato, una delle tracce più quiete di tutto l'album, la bellissima "HIKARI" (scritto in maiuscolo). Fukagawa si fa attendere, nascondendosi in un introverso parlato dietro le chitarre di Taki e Kawai, autori di soffici arpeggi che pian piano diventano riff possenti, per tornare poi solo verso la fine del brano con urla brevi e ben assestate che, nella loro irruenza, sono come l'esplosione di una diga che per troppo tempo aveva racchiuso in sé la forza brutale delle emozioni.

"HIKARI" è un brano elegante, dal portamento signorile, venato di sottile epicità che avvolge finemente le sue note e la sua melodia portante, con un riff di chitarra che si ripete pian piano e massaggia i sensi dell'ascoltatore trasportandolo lontano, verso altri mondi e dimensioni. Anche qui gli Envy fanno sfoggio della loro intima natura post-rock, ma senza cedere alle solite tentazioni ambientali come già si era visto fin troppe volte in passato. Al contrario, quelle distorsioni così imponenti nella loro lentezza, che avanzano indolenti un passo alla volta come un soldato ferito, appoggiandosi sulle spalle di Fukagawa e delle sue urla, sono la dimostrazione più pura della straordinaria abilità degli Envy di raccogliere la loro materia screamo, comprimendo la sua violenza sonora e compattandola in un brano che, proprio attraverso essa, raggiunge picchi di poesia che è difficile trovare altrove in chi suona questo genere di musica. Ennesima dimostrazione della classe sopraffina di una band unica nel suo genere.  

Eternal Memories And Reincarnation

E dopo le divagazioni post rock racchiuse nell'imponenza della traccia precedente, arrivati ormai al cuore dell'album, è il momento di un breve interludio per rilassare i sensi prima di ripartire. Sembra questo lo spirito che muove i passi della "quasi strumentale" "Eternal Memories And Reincarnation - Ricordi eterni e reincarnazione", probabilmente il tiolo più misterioso ed evocativo dell'intero album. "Quasi" perché, in effetti, la voce di Fukagawa c'è eccome, ma compare soltanto sul finale, facendo capolino timidamente, come fosse un semplice sottofondo ad accompagnare le note, in un parlato denso di riverbero che assume la forma di una vocina interiore che ci parla dal profondo, la confusa registrazione del nostro inconscio, o come dice lo stesso Tetsuya, "le voci legate di uno specchio perdonato".

L'intero corpus di "Eternal Memories And Reincarnation" si muove lentamente su coordinate pacifiche, dall'indole sognante ed estremamente rilassanti nel loro incedere pacato e avvolgente. Proprio come una coperta calda e morbida che ci attende una volta tornati a casa, il brano ci accoglie dopo la pioggia incessante di emozioni che il resto dell'album ci ha fatto piovere addosso, una dopo l'altra. E così, con la dolcezza tipica di chi vuole prendersi cura di noi, ci culla, ci vizia, asciuga le lacrime dalle nostre gote con i suoi arpeggi di chitarra soffusi, la sua batteria appena accennata, la sua melodia che scorre in loop massaggiandoci le tempie e la sua atmosfera poetica che pian piano si dilata sempre più fino ad avvolgerci in una grande nube densa di rasserenante tepore sonoro. Appare ormai chiaro come la lezione post rock dei giganti già citati (e nel mezzo ci metterei anche i Goodspeed You! Black Emperor) sia stata assorbita e digerita dalla band nipponica, che ormai è in grado di piegare tale influenza al suo personalissimo sound e al suo tipico approccio spiccatamente emotivo. Tanta, tanta roba.

Fingerprint Mark

Finalmente! Ecco che riassaporiamo qui gli Envy dei fasti passati, quelli più puri e genuini, che ti assalivano con la loro carica post-hardcore gonfia di emozioni compresse e lucida passionalità. "Fingerprint Mark - Impronta digitale" è un delizioso pugno in pieno volto, è l'esplosione di quelle nocche contro la nostra pelle che ci fanno sputare sangue come Tetsuya sputa le sue tonsille sul microfono, un concentrato di sensazioni viscerali che si insinuano sotto pelle e, prese dalla loro velocità, non ci danno il tempo di scappare, né di riflettere. Ritroviamo qui quella passione dannatamente hardcore che animava la rabbia dell'ormai vecchio "All The Footprint?", ma anche quel raffinato senso del pathos che impregnava ogni nota del bellissimo "A Dead Sinking Story", il tutto però rivisto secondo l'ottica moderna entro cui è stato suonato e concepito un disco come "The Fallen Crimson".

È proprio questo che rende "Fingerprint Mark" un vero e proprio gioiellino nella ricca tracklist dell'album, la sua commistione di passato e presente, di emozioni mai sopite che riemergono dalla memoria e di una personalità ormai ben più matura e ragionata, che sa come far male e non fa prigionieri. E così Watanabe picchia come un ossesso su quelle pelli, Fukagawa vomita urla lancinanti che colpiscono le orecchie come coltelli, e le tre chitarre cavalcano come surfisti quest'onda impazzita, contorcendosi tra note in minore e in maggiore, fino a rallentare la propria corsa in arpeggi tesi e melanconici. E come sempre succede in casa Envy, la canzone evolve insieme a quella melodia di chitarra che sembrava così rassicurante, ne aumenta esponenzialmente il ritmo, fino ad una nuova, esasperata e ancor più veloce cavalcata in cui il parlato di Tetsuya, tremendamente nervoso e inquieto, sguazza come fosse accecato nel buio, alla ricerca di una luce che sa già di non poter ritrovare mai più: "Nessun presente / Nessun passato / Nessun significato / Nessuna benedizione". Emozioni a fior di pelle che crescono sempre più, in misura direttamente proporzionale a quei minuti che scorrono, inesorabili, verso la fine della canzone, una fine violenta, dolorosa e straziante. L'autenticità del passato, la classe del presente.

Dawn And Gaze

I più attenti e affezionati alla band tra voi se li ricorderanno ancora. Quei tocchi leggeri sulle corde della prima chitarra, suonata in finger style, mentre la seconda vibrava sempre più forte, scossa da plettrate di scuola post-rock che ondeggiavano vigorose e raschiavano l'aria prima che la distorsione comparisse dal nulla in un'apertura melodica epica e terribilmente sentita. Già, perché la qui presente "Dawn And Gaze - Alba e sguardo" gli Envy l'avevano messa in giro già nel Novembre del 2018, in quel piccolo EP chiamato "Alnair In August" con in copertina lo sguardo vitreo di una bambina in bianco e nero e quel rosso acceso sulle labbra che ricordava l'inquietante sorriso del Joker di ledgeriana memoria. Una canzone bella e dannatamente evocativa, che era prevedibile ritrovare anche nella tracklist del nuovo album.

Così è stato e, avvicinandoci sempre più alla fine del disco, possiamo di nuovo assaporare questa perla della band di Tokyo. Anche qui le suggestioni post rock dei precedenti brani fanno capolino, soprattutto nella prima parte sospesa tra arpeggi circolari, eco elettrici di tastiera e un parlato sommesso e appena accennato, ma quando Fukagawa inizia a urlare e le tre chitarre intrecciano riffoni su riffoni sono le influenze post hardcore ed emocore quelle che vengono fuori, in uno stile particolare che personalmente mi ha persino ricordato qualcosa degli Hopesfall del fenomenale "The Satellite Years". La band è coesa alla perfezione, dagli inizi atmosferici fino a un finale di sorprendente intensità e, pur suonando un brano che non ritengo tra i migliori o tra i più emotivi del disco, riesce senza dubbio ad esprimere lo spirito più creativo della band, quello che mette sul piatto influenze molteplici e perfettamente coordinate tra loro in uno stile unico e coinvolgente. Un gran bel pezzo.

Memories And The Limit

L'ultimo barlume di luce prima della fine. Il penultimo brano di "The Fallen Crimson" è proprio questo, è una riscoperta dell'anima più romantica degli Envy, quella che guarda con tenerezza ai sentimenti autentici e che vuole cullarci con riff e strutture melodiche colme di speranza e ritrovata freschezza. "Memories And The Limit - Ricordi e il limite" inizia con plettrate radiose, che esprimono positività da tutti i pori, atmosfere elettriche che ricordano tantissimo l'Alcest di "Shelter" e delle sue composizioni più colorate, e ascoltare quelle note apre davanti a noi un cielo sgombro da nubi in una giornata di sole e di brezza primaverile.

Anche stavolta la voce di Fukagawa cerca il parallelismo tra il suo tipico parlato e le note urla belluine. Eppure stavolta mentre il cantante "parla" sembra esserci qualcosa di nervoso nella sua voce, una punta di eccitazione che lo spinge a sputare parole con un'intensità sempre crescente, come rapita dal flusso etereo delle chitarre, dai loro arpeggi mogwaiani che pian piano nelle nostre orecchie si trasformano in pennellate di acquarello di una poeticità toccante. Le loro note si librano nell'aria sotto la voce di Tetsuya come fossero un elegiaco sottofondo per un solenne reading di poesia giapponese, ma quando poi puntano il piede sulle distorsioni ci rendiamo conto che quello altro non era che un presagio del climax, una calma prima della tempesta, un'onda che procedeva dolcemente nella nostra testa, impossessandosi dei nostri sensi e preparandoci alle emozioni che sarebbero arrivate dopo. Emozioni che stavolta, lungi dall'essere malinconiche o disperate come in passato, ci travolgono con il loro entusiasmo e la loro positività, ci stampano un sorriso sulle labbra e ci fanno provare sensazioni come la tenerezza e l'abbandono ai nostri sentimenti. È l'anima più dolce e carezzevole degli Envy quella che ci si stende davanti, eppure non risulta mai mielosa o stucchevole ma, al contrario, condivide con le loro canzoni più amare e dolorose, quelle che provengono dritte dai loro demoni interiori, la stessa intensità, la stessa passionalità, la stessa autentica devozione emotiva. E questo si dimostra uno dei punti di forza più importanti nella musica della band di Tokyo: la loro innata capacità di colpirci dritto al cuore, non importa se con le lacrime della pioggia o con il sorriso del sole.

A Step In The Morning Glow

E cosa non dire di superfluo su di un piccolo capolavoro come "A Step In The Morning Glow - Un passo nel bagliore del mattino", che va semplicemente assaporato e adorato nella sua interezza? Scelto come anteprima dell'album insieme a "Faint New World", l'ultimo brano dell'album, di durata superiore ai sette minuti, è un concentrato di pura raffinatezza compositiva e di maestria nel gestire i flussi emotivi che la musica è in grado di sprigionare nelle sue note. A cominciare dalla scelta del titolo, mai più azzeccata se pensiamo che i suoni iniziali, tra chitarre languide e cori elettronici di vocoder, ci fanno davvero immaginare il colore dell'alba, quel lontano bagliore che si insinua nei nostri occhi e il sole che pian piano si alza nel cielo. Occhi socchiusi, i nostri, che si aprono di scatto non appena la distorsione delle chitarre ci viene detonata in pieno volto e ci travolge con tutta la sua epica irruenza.

È un brano profondamente evocativo, "A Step In The Morning Glow", sia nella musica che nelle parole di Tetsuya, anche qui timidamente introdotto da un tenue parlato che in seguito si farà grido disperato: "Sento la solitudine non appena arriva il mattino / Quella purezza ricercata e strappata che ho raggiunto". È un brano dominato dai contrasti, dai chiaroscuri, dai pieni e dai vuoti, da cambi di ritmo e di atmosfera. Un brano disegnato da atmosfere soffuse che si dilatano pian piano dai riverberi delle chitarre e che, quando esplodono, sorrette dal devastante grido di un Fukagawa coinvolto fino all'ultimo atomo del suo corpo, non possono lasciarci indifferenti e ci fanno diventare un tutt'uno con la loro pesantezza esistenziale e la loro greve emotività.  È l'anima più introversa della band di Tokyo, quella che si tiene tutto dentro per poi urlare al mondo il proprio feroce e insopportabile dolore. È la degna conclusione di un viaggio che solo il delicato animo nipponico degli Envy poteva servirci in tutta la sua complessità, e in un modo così sentito ed elegante.

Conclusioni

Togliamoci il dubbio: se solo "The Fallen Crimson" fosse uscito una ventina d'anni fa sarebbe stato un capolavoro assoluto. Perché si tratta di un album che davvero riesce a fondere al suo interno il meglio della produzione envyana e che, non fosse per l'effetto sorpresa venuto ormai a mancare, avrebbe elevato ancor di più i giapponesi a maestri assoluti di queste sonorità così emotive e dirompenti. Eppure, è anche vero che vent'anni fa i brani di questo album non avrebbero potuto vedere la luce, e che senza le sperimentazioni post rock, post metal e persino emocore di album come "A Dead Sinking Story", "Insomniac Doze" e "Recitation", quello scremo viscerale che ammantava le note di "All The Footprints?", poi ripreso in "Atheist's Cornea", non sarebbe riuscito ad arrivare a noi in una forma così tanto evoluta e matura. Del resto c'è anche da dire che "The Fallen Crimson", lungi dall'essere solo una sterile riproposta di sonorità già ascoltate in passato, possiede una sua lungimirante personalità, che prende nota del passato della band e lo rimodella, lo riadatta ai giorni nostri, per scriverne, si spera, il suo miglior futuro.

C'è sempre stato qualcosa di criptico e nascosto negli album degli Envy, qualcosa che li ha resi dischi di non facile ascolto, che andavano assimilati per bene, lentamente, poi ripresi e riassorbiti fino a comprenderne l'essenza. Bene, non è questo il caso del nuovo "The Fallen Crimson". La band di Tokyo rimescola stavolta le carte in tavola, e consegna alle nostre orecchie un lavoro travolgente, affilato come un rasoio, che taglia e fa sanguinare, ma che poi cura le sue stesse ferite con un bacio, e tutto all'istante, nel nome della pura immediatezza e di un'emotività fulminea, che non fa prigionieri. Ce ne accorgiamo già nei riff ferali dell'opener "Statement of Freedom", uno dei pezzi più smaccatamente "metal" che Fukagawa e soci abbiano mai composto, dove chitarre ruggenti in palm-mute, coadiuvate dalle urla belluine di un Fukagawa in piena forma, ci graffiano come gli artigli affilati di una tigre, prima di trasformarsi in ambasciatrici di melodie malinconiche e toccanti che, nella loro straziante velocità, ci colpiscono al petto lì, dove fa più male. Ma ce ne accorgiamo anche nelle spettacolari aperture melodiche di "Swaying Leaves And Scattering Breath", vera dimostrazione di maestria sonora ed eleganza emotiva, in un brano dove la velata epicità delle sue chitarre imponenti e la sensibilità dei suoi arpeggi appena sussurrati riescono a convivere in modo più che convincente con armonie che sembrano provenire direttamente dalla sigla di qualche anime giapponese, e mi sembra già di vedere le foglie di ciliegio del film "5 centimetri al secondo" che cadono intorno a me, senza alcuna concessione al patetismo ma, anzi, con una stretta al cuore che riesce, in tutta la sua dolcezza, a stringere con tutte le sue forze.

È così che "The Fallen Crimson", per tutti i suoi 54 minuti di durata, si dimostra come l'opera forse più completa nella discografia degli Envy, sicuramente quella che più di ogni altra riesce a mettere in musica quei contrasti e quelle contraddizioni che sono proprie anche del loro popolo e della loro millenaria e meravigliosa cultura. In uno stesso album i giapponesi sono riusciti a fare quel salto di qualità che mancava in passato, quello di riuscire a nuotare tra le diverse influenze senza mai perdere di vista le loro esigenze emotive da un lato e riscoprendo una nuova immediatezza dall'altro, riuscendo a coinvolgere l'ascoltatore e a sballottolarlo in un mare di sensazioni ed emozioni diverse. L'impatto violento di bordate metalliche come "Statement of Freedom" o di assalti screamo come "Fingerprint Mark", come anche la malinconia di "Eternal Memories?" o il profondo disagio di "A Faint New World", convivono alla perfezione con la positività e l'ottimismo, per quanto aggressivo, di brani come "Marginalized Thread", "Dawn And Gaze", "Memories And The Limit" o la già citata "Swaying Leaves?", finendo infine per incastrarsi in una sorta di abbraccio magico con la dolcezza elegiaca e densa di lirismo di un brano come "HIKARI" o come quel meraviglioso esperimento che è "Rhythm", costruito su un'eterea voce femminile che si perde in note rarefatte di chitarra che poi esplodono in un coro di frammenti d'anima lanciati a galleggiare nel cosmo. E tutto questo va poi a concludersi in un brano degno dei fasti di "Insomniac Doze", quel singolo di lancio chiamato "A Step In The Morning Glow" in cui gli Envy ci dimostrano che non hanno dimenticato la loro vena più atmosferica e che sanno ancora come plasmare la materia post rock a proprio piacimento, coadiuvandola con ritmiche post hardcore, voci parlate appena accennate, cori elettronici ammiccanti e rallentamenti al limite del parossismo sentimentale, in un'orgia di stimoli emotivi e sensazioni contrastanti che è come una piccola summa di quello che il disco rappresenta, e che alla fin fine è il suo punto di forza più peculiare e dirompente: riuscire ad esprimere i profondi contrasti del cuore umano. E chi può farlo al meglio, se non qualcuno che proviene da una società e da una cultura così ricche di contraddizioni come il tanto amato/odiato Giappone?

Gli mancherà di sicuro qualcosa per essere un capolavoro, a questo "The Fallen Crimson", come anche gli mancherà una certa dose di freschezza per chi già conosce la band di Tokyo. Ma senza dubbio è un disco splendido, che saprà stringervi a sé e riflettere nelle sue note l'immagine della vostra umanità dimenticata nella frenesia della vita quotidiana. Come uno specchio ritrovato per caso in cantina, che ci ricorda, almeno per un istante, com'è fatto il nostro volto quando piangiamo e quando sorridiamo.

1) Statement of Freedom
2) Swaying Leaves and Scattering Breath
3) A Faint New World
4) Rhythm
5) Marginalized Thread
6) HIKARI
7) Eternal Memories And Reincarnation
8) Fingerprint Mark
9) Dawn And Gaze
10) Memories And The Limit
11) A Step In The Morning Glow