ENSLAVED

Vikingligr Veldi

1994 - Deathlike Silence

A CURA DI
TOBIA DE SIATI
01/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

La fine degli anni ’80, e l’inizio degli anni ’90 segnarono la nascita della scena Black norvegese. Sappiamo tutti quanto fosse una scena viva, piena di collaborazioni e di controversie. E’ proprio in questo periodo (1991) che Grutle Kjellson ed Ivar Bjørnson, dopo aver deciso di rimmettersi al lavoro su un nuovo progetto (entrambi militavano nei Phobia), chiamano a sé Trym Torson per formare un gruppo. Questo gruppo verrà chiamato (sotto un’idea di Demonaz degli Immortal) Enslaved. Long story short: Dopo aver registrato nel 1993 il primo loro demo “Yggdrasil” vengono immediatamente notati da Euronymous (chitarrista storico dei Mayhem) e dalla sua Deathlike Silence Production, che propongono un contratto al gruppo, contratto, ovviamente, firmato senza indugio. Subito dopo il contratto Euronymous propone il gruppo per uno split con gli Emperor per la Candlelight Records e quindi sempre nel ’93 viene pubblicato “Hordanes Land / Emperor”. Ancora, sempre nello stesso anno, la band entra in studio per le registrazioni del loro primo full-length, supportato dal lavoro di Pytten e dal contributo di Hellhammer (anch’egli un membro dei Mayhem). Ma, terminate le prime fasi della produzione dell’album, la Deathlike Silence si ritrova dispersa a causa di un infausto evento: la morte di Euronymous. Nonostante ciò la Voices of Wonders (che pubblicava gli album per la Deathlike Silence) decide di ignorare l’accaduto pubblicando comunque nel 1994 il primo album degli Enslaved: Vikingligr Veldi (titolo che dovrebbe significare “Gloriosa Piazza Vichinga”). L’album si dissocia dalle produzioni precedenti degli Enslaved, ed anzi, va oltre anche alla scena Black norvegese, dimostrandosi qualcosa di completamente nuovo e valido. Grutle sceglie di affidarsi all’Islandese come lingua dell’opera per la sua somiglianza all’antico Norreno, e, per questo ed altri motivi, gli Enslaved si avvicinano al cuore degli ascoltatori, creando un vero e proprio Masterpiece.



Apre le danze per questo album il brano Lifandi Liv Undir Hamri (“Vivendo la Vita Sotto il Martello”). Veniamo introdotti alla canzone da una stridula chitarra e da una curata tastiera, che prenderà una parte fondamentale del sound del pezzo in questa intro. Dopo poco tempo si unirà al sound iniziale anche il resto degli strumenti, seguendo la linea melodica già eseguita dalla tastiera. Vediamo come si noterà subito l’imporsi del suddetto strumento sul brano: difatti, è proprio quando essa riprende il tema dell’intro che sentiamo la voce di Grutle emergere con delle stridule urla, contribuendo all’atmosfera che già veniva migliorata dall’arrivo del tappeto di doppio pedale, nel creare un suono più completo. Vengono riprese le linee melodiche già testate fino ad arrivare ad un vero e proprio cambiamento di riff. Ora veniamo ad udirne uno lievemente più aggressivo, ma che risente comunque dello stile altamente melodico del gruppo. Anche in questa sezione vediamo Grutle destreggiarsi con urla in scream acute e laceranti, in pieno stile norvegese. Terminata questa sezione del brano arriviamo nuovamente alla ripresa dei due riff dell’intro, ancora una volta accompagnati dagli scream del cantante. La struttura rimane ancora una volta invariata nella riproposta di un riff che abbiamo già udito, che tuttavia non stanca, né rende la canzone noiosa; infatti, i nostri musicisti non mancano di introdurre nuovamente il tappeto di doppio pedale di Trym Torson, insieme a lievi note di chitarra nel sottofondo. Dopo di che un un nuovo riff che cambia la struttura del pezzo, una fuga dalla sezione precedente del brano, ancora una volta estremamente armoniosa e curata nel dettaglio, nei piccoli suoni acuti che si percepiscono leggermente ma che migliorano l’impatto sonoro di un brano che si sta dimostrando estremamente valido. Subito dopo gli strumenti si fermano, per permettere al basso di emergere in tutta la sua forza, alternandolo alle note di Ivar, che vedremo, condurrà ancora una volta al tema principale del brano. Una volta ripreso, dunque, il secondo riff, notiamo come il leggero cambiamento nelle note della chitarra rendano ancora una volta nuovo un riff già proposto, dandogli nuova carica melodica. Viene riproposta dunque la parte più lenta del brano, adornata adesso da una nuova sezione melodica, che va poi a chiudere il brano. Provvisti, quindi, di traduzione del testo originale in Islandese, veniamo a conoscenza di immagini di natura desolata e cupa (che riporta alla mente quasi i dipinti di Friedrich) che sono punti di riferimento per chi vive la vita “sotto il Martello”: vediamo all’inizio le immagini di un regno coperto di neve, sino a giungere poi alle ultimi immagini, quelle di uomini che percorrono Midgard e riescono a vedere la costa ad ovest, costa ove i primi uomini presero il largo per il nord. Il testo rende ancor più simbolica, quindi, la canzone, che diventa in un certo senso espressione del luogo di provenienza degli Enslaved e dell’oscurità intrinseca in quei luoghi (ricordiamoci dove nacquero il Dark Ambient e il Depressive), nonché della lunga storia che vibra nelle terre scandinave, una storia lontanissima, caratterizzata da miti e leggende che i musicisti in questione non esitano a riportare alla mente di chi ascolta. Terminata “Lifandi…”, ci approcciamo ad ascoltare Vetrarnótt (“Notte d’Inverno”), la seconda traccia del disco. Il brano inizia in maniera molto differente da quello precedente: la rapidità dei movimenti e dei colpi di batteria la fa infatti da padrona. Sui movimenti melodici di questo riff si alza poi la voce di Grutle, furiosa e lacerante. Al termine di questa sequenza facciamo il nostro primo incontro con una nuova parte del brano, sensibilmente più melodica, che riempie le orecchie di chi si accinge ad ascoltare il pezzo. La struttura quindi si ripete, per permettere all’ascoltatore di apprezzare maggiormente le componenti iniziali del brano che precedono un rallentamento del ritmo stesso. E’ proprio con questo rallentamento che viene dato spazio a sonorità più ampie, accompagnate da una tastiera che sembra voler catturare l’attenzione, incuriosire chi ascolta il brano. Viene ripreso quindi per un breve tempo il riff iniziale, per poi passare ad un momento dove la chitarra di Ivar si muove in maniera più veloce e tagliante e dove il basso di Grutle si fa più carico di intensità, per costruire le basi che andranno a reggere la rapidità di batteria e chitarre. Silenzio, una pausa di 3 secondi che lascia poi posto ancora al riff che la precedeva, riff che esce dalla pausa arricchito e carico di nuova intensità. Ancora un momento di silenzio in cui si muove la voce del cantante, distruttiva, per permettere al brano di riprendere parti più melodiche e armoniose già ascoltate in precedenza. La sezione più lenta della traccia, riemerge anch’essa migliorata e rinnovata, grazie all’introduzione di nuove sezioni di tastiera, che rendono il brano sempre fresco, anzi, freddo, visto che stiamo parlando di una notte di Inverno. Vengono quindi ripresi i suoni più violenti del brano, che assottigliano quindi la canzone stessa, concludendola in una maniera certamente più dura, e rendendo la conclusione improvvisa stessa più d’impatto. Affidandoci nuovamente alla traduzione, sembra, dalle descrizioni, di percepire l’oscurità e il freddo delle notti invernali, sembra quasi di vedere i morbidi raggi lunari e le stelle, sembra di trovarsi nella “cerimonia” descritta, dove nove torce e nove corpi, nove ombre e nove anime ammirano l’altare degli elementi che cattura lo sguardo di chi è lì. In poche parole, riallacciandosi a quanto detto per il pezzo precedente, anche questo è un brano che rimanda all’amore per la propria patria da parte dei musicisti, nonostante la natura fredda dei luoghi della Norvegia. Un amore che si rafforza pensando proprio al glorioso passato e alle tradizioni dei popoli norreni. La canzone successiva è dunque Midgards Eldar (“Fuochi di Midgard”), che si apre in una maniera incredibile. Sentiamo infatti le chitarre acustiche emergere e lasciarsi accompagnare da lunghe note di quello che sicuramente è uno strumento a fiato. Quindi emergono le chitarre, il basso e la batteria, che seguono la melodia già creata dai precedenti strumenti, per caricarli di nuova enfasi e rabbiosa forza. Riemergono, ancora, gli strumenti a fiato già sentiti in precedenza, per farcire e migliorare il brano, rendendolo sensibilmente più apprezzabile nella sua bellezza unica. Questo riff quindi si interrompe per lasciare spazio al basso, il quale crea uno splendido suono a cui si aggiungono successivamente le chitarre e la batteria, creando un riff carico di tensione e, ovviamente, aggressivo, ma che non perde quella natura melodica che l’album sta mettendo in mostra. Terminata la sequenza si propongono le chitarre con movimenti veloci, raggiunte poi dal resto degli strumenti e, quindi, dalla voce di Grutle, che distrugge e logora, come si è visto anche nei brani precedenti. Quindi una sequenza meno aggressiva e più melodica, accompagnata dalle parole urlate dal cantante, che migliorano l’impatto sonoro della traccia. Il ritmo poi si fa più lento, sentiamo il tempo scandito dai colpi di Trym sulla batteria, e i movimenti lenti, che in un certo ci ricordano il doom, di Ivar sulla chitarra, a cui poi si aggiungerà la tastiera e il tappeto di doppio pedale sempre di Trym; un insieme che rende l’impatto della sequenza più incisivo. Ancora una volta emergono i suoni della chitarra che andranno quindi a delineare un riff più rapido, dove tutte le componenti del brano, quindi si riuniscono insieme, in questo impeto di aggressività e forza. Ancora un riff di una melodiosità unica già udito, che però si trova comunque ad essere fresco e rinnovato. Dopo questa sequenza i suoni del vento la fanno da padrona per un breve periodo, per poi essere sostituiti dal riff proposto per l’introduzione, nel quale tuttavia, questa volta, vediamo alzarsi anche la chitarra solista sulle altre componenti del brano, con suoni alti, fino al momento in cui il riff si fa più acceso, grazie alla batteria rapida, per poi riprendersi e riempire, sempre con suoni alti queste ultime parti del pezzo, che si chiude sfumando. Il testo del brano è ancora una volta molto suggestivo nelle immagini che riesce ad evocare: la chiamata del Gjallarhorn (corno il cui suono preannuncia l’inizio del Ragnarok, l’apocalisse della mitologia norrena) fa tornare gli uomini nei luoghi degli Dei degli antenati, dove i fuochi di Midgard e l’antico misticismo sono ancora presenti e vivi; l’abbattersi della Caccia Selvaggia su un villaggio, il martello di Thor che viene agitato causando fulmini e lampi nei luoghi dei vichinghi, sorvegliati da lupi e corvi. Un testo quindi, che rimanda ad una vitalità delle tradizioni norrene che vanno oltre ai semplici libri di mitologia. Una tradizione che viene portata all’interno delle anime di molti, e, in particolare, degli Enslaved, che professano in un certo senso un ritorno al passato ed ai culti dello stesso. Terminata la terza canzone dell’album iniziamo ad approcciarci alla penultima traccia, la più corta dell’album: Heimdallr. Una prima scarica sulle percussioni anticipa l’inizio di un riff violento, scatenato da un urlo cieco ed aggressivo. Questo riff, incalzante e dinamico, mette in risalto la violenza del cantato di Grutle. La batteria si fa quindi meno rapida ma più incalzante per un breve cambio di riff, che riporterà poi immediatamente al riff precedente, questa volta migliorato dalla presenza di una componente solistica che prende note alte. La sequenza si ripete in modo identico a quello precedente, solo che quello che prima era un riff di passaggio viene riproposto dandogli una maggiore importanza, supportato dall’entrata in scena delle tastiere. Quindi la canzone cambia registro, rallentando e prediligendo dei suoni più cupi, fino al momento in cui emergono tutti gli strumenti per dare più carica al brano, conducendo poi ad uno dei migliori riff ascoltati nell’opera del gruppo norvegese: Un riff intenso e carico che spinge l’ascoltatore a muovere la testa a tempo, un riff che viene addirittura quasi migliorato grazie a delle piccole sfumature che permettono un apprezzamento maggiore. Quattro colpi sul charleston quindi determinano la fine di un riff e l’inizio di un altro, il riff iniziale, ancora una volta vivo e furioso, che lascia lo spazio ad una sequenza già udita in precedenza che infine porterà alla chiusura del brano, con un lungo accordo. La canzone, come suggerisce il nome, parla di Heimdallr, un dio della tradizione norrena, descrivendone tutte le caratteristiche: il suo soprannome (“Dio Bianco”), il nome del suo cavallo (Gulltopp) e la sua importanza e utilità proprio grazie al precedentemente citato Gjallarhorn. Per entrare nel dettaglio, dunque, la canzone si incentra su una divinità protettrice, infatti Heimdallr è il guardiano del ponte Bifröst, che collega Asgard a Midgard, e sarà proprio lui, soffiando nel corno Gjallarhorn ad avvisare il mondo intero (perché come viene anche detto nella canzone il suono del Gjallarhorn raggiunge le orecchie di tutti i viventi) della venuta del Ragnarok. E’ inoltre il dio che proprio durante il Ragnarok ucciderà Loki. Un brano quindi, dedicato ad un Dio particolare per gli uomini, essendo infatti egli padre di tutti gli umani; un ideale elogio del padre (e quindi del passato) da parte dei musicisti norvegesi. Arriva quindi il momento dell’ultimo brano dell’album, Norvegr (“Norvegia”), una strumentale che andrà quindi a chiudere l’opera degli Enslaved. Questo ultimo brano viene aperto dalle chitarre, che vengono raggiunte da lenti colpi di batteria di Trym, che contribuiscono a caricare di valore l’intro di questo pezzo, intro che lascerà spazio ad una sezione incredibilmente meliodiosa e di una fattura davvero pregevole. Questa seconda sezione del pezzo abbraccia le orecchie dell’ascoltatore con un suono pieno e armonioso, e con tante piccole cose che contribuiscono a dare l’idea di un pezzo scritto con estrema meticolosità ed attenzione nel dettaglio. Gli arpeggi di chitarra in sottofondo, il contributo all’impatto sonoro della tastiera, la bellezza dei lenti movimenti di batteria che non stridono, né tendono ad inquinare il sound, ma anzi, contribuiscono ad amalgamare tutte le componenti del brano che si uniscono e si scontrano fino al momento di un cambiamento di impatto sonoro che avviene all’inizio della seconda metà del brano: dei movimenti studiati di chitarra, che cambiano il registro del brano, rendendolo così più godibile e carico. Poi il riaffiorare del riff precedente, che, tra l’altro, è fatto riaffiorare con una certa calma armoniosa, riporta il brano alla tendenza che dimostrava durante la prima parte, riporta il brano a quel dettaglio che rende il suono più raffinato e morbido. Le componenti del brano ancora una volta si uniscono in una maniera che definirei quasi poetica. Neanche l’emergere di strumenti che vanno poi a sovrastare sul resto della composizione potrebbe rovinare questa magica unione di suoni, frutto della scrittura di Ivar Bjørnson, creata (riprendendo l’ambient) proprio per tributare alla Norvegia la magia che, per i componenti del gruppo, è insita nel suolo del suddetto paese. Questo pezzo conclude perfettamente l’album, che si chiama proprio “Gloriosa Piazza Vichinga”. Il gruppo mette in risalto un certo patriottismo, un amore per la patria puro e genuino, un amore che si estende dalle tradizioni, alla storia, fino anche alla natura del paese stesso, natura in realtà ostile all’uomo norvegese, che però, nel suo estremo amore per la terra natia, non può che apprezzarla in tutte le sue sfumature: Dal freddo della notte alla desolazione dei campi. Vikingligr Veldi è quindi un album che esprime amore per un luogo, per una cultura, per un mondo che è perfettamente legato alla terra norvegese, è che vorrebbe riportare la mente dell’uomo che abita queste regioni a quel glorioso passato vichingo.



Conclusosi questo viaggio musicale tra le terre del nord, sentiamo un leggero sconforto causato da un solo fattore: è già finita. L’album norvegese, pur contando un minutaggio molto esteso, presenta solo cinque brani che scorrono davvero piacevolmente per le orecchie di chi lo ascolta, lasciando una poesia nel cuore e nelle orecchie di chi si approccia al primo full-length di un promettente gruppo. Per carità, l’album risente di pecche, ma queste non toccano la composizione quanto la fattura in sè dell’album, prodotto in un momento ed in un luogo in cui non vi era la stessa perizia nei confronti del dettaglio che c’era in altri posti ed in altri tempi. Sicuramente, però, proporre un album così ha tirato fuori qualcosa di nuovo dal panorama musicale al tempo. Un’unione ideale degli strumenti, una coesione intensa tra tema trattato e melodia ed un utilizzo impeccabile di uno strumento quale la tastiera e il sintetizzatore hanno creato qualcosa che tarderà a lasciare il corpo di chi ascolta. Il primo album degli Enslaved dice una cosa: “amiamo la musica, amiamo farla ed amiamo farla a modo nostro”. Gli Enslaved con questo album hanno creato davvero qualcosa di fantastico, qualcosa che è indebolita solo dalla vecchiaia del prodotto. I meriti, al compositore del full-length (Ivar Bjørnson) e al gruppo intero DEVONO essere riconosciuti, per un’opera che ha spessore da vendere.


1) Lifandi Liv Undir Hamri
2) Vetrarnótt
3) Midgards Eldar
4) Heimdallr
5) Norvegr (Instrumental)