ENSLAVED

RIITIIR

2012 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
02/03/2013
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Gli Enslaved sono un esempio di come l'evoluzione abbia sempre dietro di sé risvolti positivi anche nell'ambito della musica. Partiti da un grezzo connubio di viking e black metal, nel corso degli anni hanno mantenuto sempre un occhio di riguardo per l'avanguardia, cosicché album dopo album il suono forgiato dalla band ha sempre fatto un passo avanti con qualche piccolo accorgimento in più, album dopo album. L'ultimo (per ora) stadio di questa metamorfosi prende il nome di "RIITIIR", primo platter della band rilasciato via Nuclear Blast dopo alcuni anni vissuti sotto l'ala della Indie Recordings. Forti di una line up ormai consolidata -gli ultimi avvicendamenti risalgono addirittura al 2004, ai tempi di "Isa"- i quattro vichinghi hanno ribadito per l'ennesima volta di poter stravolgere le regole del black metal aggiungendovi una buona dose di personalità e di eleganza, che negli utimi dischi ha finito per raccogliere al suo interno sonorità progressive.  L'aggiunta alle tastiere (presenti sin quasi dagli albori) di organo e synth non ha assolutamente stravolto il sound degli Enslaved, anzi, proprio questi accorgimenti hanno contribuito a conferirgli una "cornice" ancora più evocativa ed atmosferica. La produzione é pressoché ineccepibile, dato che riesce a fare in modo che tutti gli strumenti si sovrappongano l'uno sull'altro in maniera estremamente calibrata e precisa, senza elementi fuoriposto e riuscendo così a renderli tutti e sottolineo tutti con un proprio spazio netto e definito.

Un intro caotico e vorticoso apre "Thoughts Like Hammers", lunga suite che si snoda per quasi dieci minuti all'interno della quale vigorose parentesi black metal vengono inframezzate da intermezzi atmosferici ed evocativi. L'acido e tagliente screaming di Grutle Kjellson, che dimostra di avere ancora lo smalto di un tempo, si alterna alle poetiche clean vocals dell'eclettico tastierista Herbrand Larsen. Ma le vere protagoniste del brano sono le chitarre, che alternano parti graffianti ad interventi più delicati con grande naturalezza e fluidità (da sottolineare il chirurgico assolo situato a 3/4). I minuti conclusivi sono un tripudio di progressive metal nei quali balzano all'orecchio sonorità affini ai padrini svedesi del genere, gli Opeth. Anche il buon Cato Bekkevold merita di essere citato per un pattern estremamente variegato ed un'esecuzione precisissima dello stesso, confluendo influenze provenienti da diverse matrici in una performance impeccabile ed assolutamente convincente. A giudicare da questa eccellente opening track viene proprio da dire "se il buon giorno si vede dal mattino...", e "Death in the Eyes of Dawn" ci dà subito una conferma di come in fondo Opeth ed Enslaved abbiano percorso un tracciato parallelo con l'unica differenza della matrice (death nel caso della band di Mikael Åkerfeldt, black nel caso invece della band di Bergen). Gli stili appaiono infatti molto vicini per le atmosfere retrò generate dalle trame di chitarra e per i fade-out che trovano largo impiego in questo sublime brano, da annoverare indubbiamente fra i capolavori del disco. Se il progressive black metal lascia il segno dispensando mazzate con grande classe, le parti in clean (dove ovviamente Grutle lascia spazio a Larsen ed alle sue melodiche linee vocali) rimangono praticamente marchiate a fuoco nella mente. L'assolo e la successiva strofa sono qualcosa di indescrivibile: le chitarre dipingono con rapidissime pennellate tratti vorticosi dinanzi ad i nostri occhi, mentre la batteria picchia duro ed a frequenze elevatissime originando un trascinante ciclone sonoro, il quale traghetta il brano verso i minuti finali, dapprima caratterizzati da un'inserzione melodica e poi da un'outro acustico dove si fa spazio una profonda malinconia. "Veilburner" si apre con un bell'intro in cui gli strumenti lasciano dietro di sé un'accentuata scia dal sapore prog, e strutturalmente rimarca i pezzi precedenti dividendosi fra energiche strofe all'insegna del black metal e le sonorità eteree del refrain, in cui trova nuovamente spazio la meravigliosa voce di Larsen. Egli e Grutle si trovano addirittura a duettare in maniera molto sentita nella seconda parte di esso, ed é proprio qui che epicità e pathos raggiungono uno degli apici del disco, per la moleplicità di sensazioni che i due vocalist riescono ad emanare attraverso la combinazione di due stili diametralmente opposto, e che riescono a far coesistere con grande naturalezza. La lunghissima "Roots of the Mountain" parte mostrando evidenti reminescenze degli Emperor accompagnate da una marcata componente prog che si manifesta nel massiccio lavoro sotto l'aspetto acustico.Tutto sommato resta in linea con il trademark dei brani precedenti, ma grazie al personalissimo songwriting si marchia a fuoco nella mente dell'ascoltatore, letteralmente rapito dall'ennesimo sentitissimo duetto alla voce fra Grutle e Larsen, i quali danno vita ad un contrasto di emozioni indescrivibile. Il meraviglioso outro di Roots of the Mountain ci traghetta direttamente nella track omonima all'album, un brano molto tirato contraddistinto da eccellenti linee di chitarra, le quali si destreggiano con classe ed eleganza e che sembrano volteggiare graziosamente nella densa ed eterogenea atmosfera generata dalla sezione strumentale.  La trascinante "Riitiir" lascia spazio all'atmosfera ultraterrena ed al pattern di "Materal", brano meno tirato del solito che lascia spazio a ritmiche più lente pur mantenendo un retrogusto black metal, soprattutto nel suono delle chitarre, per l'ennesima volta, ispiratissime. Un altro riff vorticoso ed elaborato apre la meravigliosa "Storm of Memories", da annoverare senza dubbio fra gli episodi più riusciti del platter (anche se escluderne alcuni non é affatto semplice). L'intro arzigogolato si protrae per diversi minuti sino a quando sfocia in una ferocissima cavalcata black metal imbastita dalla sempre presente sezione ritmica e dalle chitarre. Le tonalità "aspre" non impediscono comunque agli Enslaved di rivelare ancora una volta quanto la loro musica sia fortemente influenzata dall'essenza prog e quanto siano in grado di dare nuova linfa al black metal grazie a sperimentazioni mai fuori posto o forzate, ma che compiono con professionalità ed in maniera sempre scrupolosa. L'ottavo ed ultimo brano é "Forsaken", introdotto da un ispirato loop di tastiera, che si tramuta presto in un atmosferico black metal dove il tappeto sonoro dei sintetizzatori e gli effetti degli strumenti risultano essenziali al fine di rendere questo stile musicale feroce etereo, per non dire mistico. Questa suite di oltre undici minuti ci presenta la moltitudine di faccie dell'entità Enslaved, un'entità personalissima che spazia fra generi diametralmente opposti ma che grazie alla genialità dei suoi membri dà vita ad uno stile praticamente inconfondibile nell'attuale panorama musicale a livello planetario.


1) Thoughts Like Hammers 
2) Death in the Eyes of Dawn
3) Veilburner 
4) Roots of the Mountain 
5) Riitiir
6) Materal 
7) Storm of Memories
8) Forsaken