EMPEROR

In the Nightside Eclipse

1994 - Candlelight Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
11/07/2020
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Nel corso della sua storia, l'heavy metal ha visto decine e decine di dischi che hanno segnato, hanno evoluto, hanno cambiato, il suo modo di essere e di suonare, più e più volte. Sin dagli anni 70, questo genere ha affrontato una progressione costante, andando a misurarsi con attitudini, interpretazioni e persino stili musicali completamente diversi. D'altronde si sa, quando nasce un filone musicale, è ovvio che questo, prima o poi, vada soggetto a determinati cambiamenti nel corso del tempo, soprattutto al fine di non ripetersi. Nel metal, l'esplorazione di nuovi lidi, ha portato a volte a risultati più che soddisfacenti, altre volte, ha incontrato magari il consenso della massa, di quelle persone che hanno sempre ascoltato la musica "in generale", ma non l'approvazione di chi quella specifica musica, l'ha sempre vissuta sulla propria pelle. Ebbene, lo snodo della questione lo si ha proprio qui, partendo da un confronto che vede: da una parte quell'evoluzione che ha portato il metal destinato alle suddette masse, dall'altra quella predisposizione underground e dedita alla causa di alcuni gruppi (e in particolare di quello che andremo a trattare), i quali hanno continuato sulla strada tracciata da tante band tempo prima. Facciamo un salto indietro nel tempo e giungiamo al 1994, anno importante per la musica metal e in generale per la musica rock: la storia del grunge, dopo circa soli tre anni di gloria, volge al termine, le grandi rock band continuano a vivere grazie ai dischi sfornati 15-20 anni prima, i Metallica e i Guns N' Roses, questi ultimi già in fase un po' calante, sono padroni assoluti della scena hard rock con concerti negli stadi e milioni di copie di dischi vendute. Il metal invece non vive uno dei suoi periodi più floridi, anzi: il thrash, eccetto per gli inossidabili Slayer, è sostanzialmente morto mentre i padrini dell'heavy stesso, quali Black Sabbath, Judas Priest e Iron Maiden, vivono momenti di grande crisi, dovuti a dolorosi split con alcuni membri storici delle rispettive band. L'unico gruppo che, in un certo senso, tiene alta la bandiera del metallo, conquistando l'affetto di migliaia e migliaia di fan, è quello dei texani Pantera col loro groove metal violento e possente. Però, in tale periodo, c'è anche l'avvento di una nuova forma del genere, volta a cambiare la faccia del metallo pesante per sempre: il nu metal. E il 1994, si può dire, è proprio l'anno 0 di questa corrente, in quanto esce il disco omonimo dei Korn, che con quel suo connubio di sonorità metal, funk e hip-hop, fa scalpore, dividendo i metallari di tutto il mondo e dando vita a decine e decine di altri gruppi, formatisi di li a poco. Dunque, questa più o meno è la situazione a livello mainstream. E l'underground? No, lì, nei piccoli locali, nei garage, nei club, non sono stati certo a guardare, o no. Già da qualche anno, l'estremo aveva preso piede nella scena e generi come il death metal negli Stati Uniti e Svezia e il black metal in Norvegia e nella stessa Svezia, stavano raccogliendo il seminato di alcune band fondamentali degli anni 80. Concentriamoci proprio sul black metal, senza dubbio la costola più oscura, malvagia e intrisa di fatti non propriamente nobili, che si sia sviluppata nell'ampio calderone metallico. Musica gelida, scarna, suonata senza grande perizia tecnica e registrata spesso ai limiti della decenza. Nel 1994 il genere era all'apice: c'erano i Darkthrone, che avevano alle loro spalle già dei dischi che erano entrati nella leggenda, i Mayhem sfornavano l'arcinoto "De Mysteriis Dom Sathanas", Satyricon e Immortal si aggiungevano ai gruppi portabandiera del movimento e poi c'era Burzum che faceva parlare di se per via del suo black metal particolare e atipico. Tuttavia, se tutti questi gruppi citati avevano in comune uno stile musicale piuttosto simile, c'era invece un'altra band norvegese, che si presentò con un sound rinnovato, che guardava al di là del black metal puro. Iniziamo col dire che tutte le formazioni sopracitate suonavano gli strumenti tipici del metal, quindi c'era la voce, una o due chitarre, basso e batteria. Gli Emperor, questo il nome della band innovatrice, invece, introdussero nel freddo e secco black metal, delle tastiere a carattere sinfonico, al fine di rendere la musica più epica, evocativa e anche maggiormente melodica. Ovviamente, nel suo scheletro, la musica suonata dall'"Imperatore", questo il nome tradotto in italiano del gruppo, è black metal al 100%: la voce è in un lacerante e demoniaco scream, le chitarre sono zanzarose come la tradizione del black metal vuole, il basso si ode pochissimo, la batteria è caratterizzata dai tipici blast-beats, la produzione è di bassa qualità e permane quella sensazione di freddo e gelo. Però, quelle tastiere così evocative fanno si che il genere giunga ad un livello successivo. Dunque, dopo un EP, intitolato "Emperor" e pubblicato nel 1993, dove già si intravedevano le potenzialità del gruppo, l'anno seguente questi ragazzi scandinavi si uniscono a tutti gli altri gruppi nominati prima sfornando il solo, unico, trascendentale In the Nightside Eclipse, un disco che ha cambiato, un po' come il nu metal a livello mainstream (scusate lettori per il paragone un po' azzardato, ma a detta di chi scrive, necessario), le sorti del black metal e in generale di tutto il metal underground dal 1994 in poi. Un disco che, come ho accennato prima descrivendo la proposta musicale degli Emperor, va oltre il concetto di black metal, raggiunge un livello superiore e assolutamente migliore rispetto agli schemi standard del genere. Oltretutto, "In The Nightside Eclipse" da vita al cosiddetto black metal sinfonico, genere che sarà poi rivisitato, in chiave più commerciale, pochi anni dopo da altre importanti band, le quali raccoglieranno l'enorme eredità seminata dall'"Imperatore". Ma qui a parer mio, in quasi 50 minuti di musica, si compie ciò che rimarrà poi insuperabile per qualunque gruppo venuto dopo. Le atmosfere, cari lettori, che si respirano in questo full-lenght sono magnifiche, difficilmente descrivibili a parole: si palesano scenari notturni, governati dalle affascinanti e oscure foreste norvegesi, la luna piena si erge raggiante nel cielo e a noi ascoltatori pare proprio di presenziare in tali posti, rapiti da cotanta bellezza ma anche un po' angosciati perché in mezzo a tanta magnificenza, si palesa un'oscurità e una cattiveria raggelanti. Già perché, molto semplicemente, i riff partoriti dalle chitarre sono il male più puro, non importa se a volte ci sono aperture melodiche che sembra vogliano farci respirare un po', no. Ma d'altronde si sa, il male inganna, seduce e poi colpisce nei momenti più improvvisi. Ed proprio quello che fanno gli Emperor, ossia colpiscono, lavorano la vittima, in tal caso l'ascoltatore, con suoni occasionalmente anche più morbidi, e poi la finiscono con una foga ed una violenza tale che del malcapitato astante, dopo, rimane poco e nulla. A proposito, ancora non sono stati svelati i nomi dei quattro baldi giovani che si celano dietro quest'opera così maestosa: il ruolo di cantante, primo chitarrista e tastierista è ricoperto da "Ihsahn", all'anagrafe Vegard Sverre Tveitan, il secondo chitarrista è "Samoth", al secolo Tomas Haugen, il ruolo di bassista è ricoperto da "Tchort", nato come Terje Vik Schei, alla batteria infine, c'è Faust, nome d'arte di Bard Guldvik Eithun. La cosa sbalorditiva è che l'album fu registrato nel 1993, quando i membri del gruppo avevano in media appena 18 anni. Ma quando il talento c'è, ed è inutile negarlo, viene fuori subito. I ragazzi, come noto, non fecero solo cose buone, quali comporre "In The Nightside Eclipse", ma erano anche membri attivissimi del cosiddetto "Inner Circle". Questa, come risaputo, era la famigerata organizzazione norvegese con sede a Oslo, composta da esponenti della scena black metal e da altri seguaci del genere, che, tra il 1992 e il 1993, si rendette protagonista di roghi a chiese cristiane in Norvegia e omicidi. In particolare, degli Emperor, i membri più attivi all'interno di questo gruppo delinquenziale, erano "Faust" e "Samoth", mentre il cantante "Ihsahn", ad esempio, non prese mai concretamente parte ai terribili atti che si consumarono in quel periodo. Ora, senza scendere troppo affondo nella questione, primo perché se ne è parlato in tutte le salse ovunque e secondo perché il fine di questo scritto è quello di analizzare della grande musica e basta, va detto solo che tali eventi sono totalmente estranei al concetto di musica heavy metal e che chi li ha compiuti, lo ha fatto per evidenti problemi esistenziali, uniti all'odio verso la religione cristiana. I fatti dell'"Inner Circle" non sono nemmeno attribuibili al famigerato satanismo come tanti invece dicono o pensano, non c'è mai stato nulla di vero in quanto a questo. E' bene sapere che "Faust", scontò 9 anni di carcere (su 14 iniziali) per l'uccisione di un omosessuale mentre "Samoth", venne arrestato e condannato per reati sempre legati all'organizzazione, quali probabilmente la complicità nei roghi di alcune chiese, profanazioni di cimiteri e quant'altro. Stessa sorte toccò a "Tchort". D'altronde, c'è da fare un'importante precisazione: nel 1994, quando "In the Nightiside Eclipse" fu pubblicato, 3 membri su 4 del gruppo erano già in carcere, in quanto gli eventi criminali ebbero luogo solo l'anno prima, quando il disco era ancora in fase di registrazione e ai loschi fatti era ancora stato dato un colpevole. Ad oggi, della formazione che compose questo full-lenght, sono rimasti solo "Ihsahn" e "Samoth", il quale ha suonato la chitarra in tutti gli altri dischi degli Emperor. Gli altri due ragazzi hanno preso le distanze dalla band dopo i fatti avvenuti, ma sono comunque rimasti attivi nel mondo della musica. Detto questo, andiamo ora a vedere nel dettaglio cosa rende questo album così meraviglioso!

Intro+Into the Infinity of Thoughts

Questo concentrato di epica oscurità, è aperto da un'intro senza titolo di circa 50 secondi, rappresentata nella tracklist solo con il segno di un trattino. Nelle versioni più recenti poi, questa breve traccia introduttiva è stata accorpata direttamente al primo vero brano del disco che tra poco andremo ad analizzare. Per quanto riguarda questa introduzione, si tratta essenzialmente di un brano atmosferico, volto ad incutere timore nell'ascoltatore. Il suono prodotto dalle cupissime tastiere, rimanda al gelido vento nordico che scuote le fitte foreste scandinave; l'ascoltatore percepisce un brivido freddo lungo la schiena, capendo sin da subito che, quello che andrà ad ascoltare, è quanto di più oscuro e glaciale si possa udire. E infatti, detto fatto: uno dei riff di chitarra più malvagi e taglienti che siano mai stati scritti apre Into the Infinity of Thoughts, in italiano Nell'infinità dei pensieri, che ci immerge a tutto tondo nell'ascolto del disco. Le chitarre di "Ihsahn" e "Samoth" sono accompagnate dal furibondo drumming a base di blast beat di "Faust", donando così al brano sin da subito un'atmosfera selvaggia. Le tastiere per ora ricoprono un lavoro di sottofondo, anche se già comincia a farsi strada un certo climax evocativo, elemento che sarà poi determinante per la riuscita dell'intera opera. La prima strofa accoglie anche lo scream di "Ihsahn", ferocissimo e demoniaco, da il tocco oscuro finale che mancava per lanciare definitivamente il pezzo sui binari per gli inferi. Abbiamo una variazione: il ritmo cala un po' di intensità, con "Faust" che ora si mantiene più controllato dietro la batteria, le chitarre si defilano un po' per lasciar spazio alle tastiere, le quali adesso invece si sentono parecchio. In questo passaggio si percepisce chiaramente come l'atmosfera del brano si faccia più solenne e maestosa. Anche le linee vocali di "Ihsahn" si modificano, divenendo anch'esse più epiche, andando quasi di pari passo con le tastiere. La cosa interessante di queste ultime, è che non sono implicate in parti soliste o barocche, ma fungono più da costante tappeto a tutta la canzone, mantenendo dunque sempre intatto quel climax così caratteristico. Intanto, nella mente dell'ascoltatore, cominciano a palesarsi scenari notturni tenebrosi e inquietanti, molto simili a quelli dell'artwork dell'album, e sono passati giusto poco più di due minuti. A tal punto, il brano riprende l'andatura iniziale, quindi ritorna il blast beat e il lacerante riff introduttivo, che stavolta possiamo gustare in tutta la sua luciferina bellezza in quanto gli Emperor, prima di attaccare con la seconda strofa, si cimentano in un breve passaggio strumentale avente come protagonista il suddetto riff. "Ihsahn" riprende a cantare, con le tastiere che continuano a farsi sentire, emulando quasi dei cori, che non fanno che accrescere l'aura solenne del pezzo. Arriva adesso una nuova, significativa, sterzata: "Faust" continua imperterrito a martellare col suo blast beat da antologia, mentre le tastiere, ora, si defilano lasciando la scena alle chitarre affilate dei due axemen, i quali si lanciano in un nuovo riff, stavolta violentissimo, spietato, malefico. L'aria ora è cambiata, le tenebre hanno preso definitivo possesso di tutto ciò che ci circonda e davanti ai nostri occhi si palesa il male in tutta la sua essenza. Tutto questo passaggio, come se non bastasse, è accompagnato dalle raggelanti urla di "Ihsahn" che non si risparmia affatto dietro il microfono. Un altro appunto doveroso da fare lo troviamo proprio in quest'ultima parte descritta: è da notare come gli Emperor, anche a livello di songwriting, fossero decisamente avanti rispetto alla media dei gruppi black metal, in quanto in circa quattro minuti, ci sono stati ben due cambi di tempo studiati e piazzati benissimo. Fattore questo qui assolutamente unico per l'epoca, l'abilità di modellare il proprio brano pur restando saldamente ancorati ad uno schema di base fisso. Successivamente, tornano in auge le tastiere che formano il tappeto ideale per le nuove linee vocali di "Ihsahn", in quello che si rivela essere un passaggio estremamente simile alla seconda parte della prima strofa. A questo punto, c'è un'interruzione, la quale, fa da ponte alla seconda parte di questa meravigliosa canzone. La sezione ritmica si interrompe, lasciando spazio solo alle chitarre e alle tastiere. Le prime suonano una sinistra melodia interlocutoria, evidenziando una fase di stallo del brano, mentre le tastiere accompagnano con tetri fraseggi. "Ihsahn" si fa risentire dietro il microfono, quasi parlando i nuovi versi. Nel frattempo, le chitarre iniziano a farsi più corpose nella loro melodia, pronte a esplodere, mentre in sottofondo, si odono le rullate di "Faust". Dunque, ecco arrivare la parte che, personalmente, più adoro di questo brano: si riprende in un'attitudine più "tranquilla", con una batteria abbastanza lineare ma sempre di impatto e chitarre suonanti un riff black quanto basta. La vera differenza, in quella che potremmo definire quasi una "fase 2" del pezzo, la fanno le keyboards: "Ihsahn" infatti, suona un meraviglioso ed atmosferico fraseggio caratterizzato da una splendida melodia, dando nuova linfa alla canzone. E' un passaggio che dura pochissimo, ma tanto basta per far venire letteralmente la pelle d'oca, tanto che l'ascoltatore si chiede se sta ancora ascoltando un disco black metal o della musica sinfonica. Ma non è finita qui. Il brano prosegue, impostato su un andamento che continua ad essere in mid-tempo, con le chitarre che adesso tirano fuori una melodia quasi malinconica, seguite dalle vocals di "Ihsahn", anch'esse dotate di una velata malinconia, seppur caratterizzate dall'onnipresente scream. E sono ancora una volta le tastiere a fare la differenza, le quali ora riproducono, molto fedelmente, dei cori operistici femminili, producendo delle atmosfere difficilmente descrivibili a parole. L'ascoltatore, dopo aver superato l'inferno scatenatosi nei minuti precedenti, si ritrova ora steso su un prato, in mezzo a qualche foresta norvegese, con la luna piena che trionfa in cielo e una serie di strane e mitologiche creature che emettono sinistri, e al contempo affascinanti, versi, i quali quasi portano ad uno stato di, passatemi la definizione, "trance uditiva". Un successivo passaggio, riporta di nuovo il bellissimo fraseggio di tastiera udito poco fa, poi si ripete nuovamente la sezione appena descritta. Non c'è davvero nulla da dire, più che una canzone, "Into the Infinity of  Thoughts" è un vero e proprio viaggio. All'orizzonte, si inizia ad intravedere il finale di quest'epopea musicale, ma gli Emperor vogliono concludere con intelligenza: si odono ora solo le chitarre che, attraverso un riff minimale ma ideale, danno il via all'ultimo frangente del brano. Si riprende col devastante tema iniziale, del quale francamente non se ne ha mai abbastanza, poi si sfocia in un passaggio di nuove keyboards iper-atmosferiche, ancora una volta imitanti un coro di voci femminili, con le chitarre in sottofondo e con un "Ihsahn" che, nuovamente, parla, in voce quasi pulita anche se carica di epicità, pochi versi. Gli ultimi secondi sono terreno per un'ultima cavalcata in blast beat sulle ali del demonio, con "Ihsahn" che fino alla fine ci intontisce col suo scream ossessivo. Poi, quasi di colpo, ma al contempo in modo estremamente preciso, la canzone, dopo nove emozionanti minuti, termina. Un capolavoro, non c'era modo migliore di aprire un disco del genere. Tutto è perfetto, tutto funziona, neanche la più piccola sbavatura. Solo ammirazione per dei ragazzi di appena 18 anni. Le liriche di questa canzone introducono al meglio l'ascoltatore nella comprensione dei testi di "In the Nightside Eclipse". In uno scenario notturno, molto simile a quello dell'artwork e a quello immaginato dall'ascoltatore, governato dalle montagne e dalle distese di foreste, uno strano individuo si sveglia e inizia a camminare nell'oscurità che, nel frattempo, ha preso possesso di tutto l'ambiente circostante. Costui, come già ha fatto molte notti prima, inizia a vagare in questo buio infinito, andando oltre la luce del giorno, oltre la luce di un sole ormai morente, dando l'idea quindi che tutto il creato sia oramai pervaso dalle tenebre e che non ci sia più traccia di vita e felicità. Mentre il vento sussurra e le ombre chiamano, il soggetto è morbosamente attratto dalla luna, la quale gli concede delle visioni, le quali rendono la mente pura come laghi di cristallo, mentre gli occhi, seppur freddi, iniziano a covare al loro interno una fiamma. Ad una prima interpretazione, parrebbe sembrare che gli Emperor descrivano la metamorfosi di un uomo in lupo mannaro, che non è neanche un'idea da escludere completamente, ma il testo in realtà è più profondo e, se vogliamo, anche più maligno. La fiamma, guida l'individuo nell'infinito dei pensieri, i quali sono di una realtà imminente. Questa, è quanto di più inquietante si possa pensare: infatti, si scopre che il soggetto del testo è un servo di un onnipotente imperatore, il quale non viene mai esplicitato chi sia, può trattarsi di Satana come di un altra figura mitologico-religiosa o addirittura, può anche trattarsi della band stessa. Ad ogni modo, si tratta senza dubbio di un essere agghiacciante, inumano, che si serve del male per vivere. Il soggetto protagonista giura fedeltà a tal figura, promettendo di spargere morte e terrore, annullare la felicità e la vita in ogni posto dove essa prospera, fare in modo che nessuna alba possa penetrare nelle terre oscure, radunare legioni nere al fine di propagare solo odio, paura e disperazione. L'individuo prega che questi momenti sotto la luna siano eterni, che l'infinito lo perseguiti nell'oscurità. Liriche a parer mio di una bellezza disarmante, meravigliosamente agghiaccianti. Un'analisi interessante e del tutto personale, può essere fatta prendendo in considerazione gli ultimi versi: a quanto si capisce, l'individuo protagonista del testo è servo di questo imperatore e, per lui, è pronto a compiere atti malvagi di ogni tipo. Però, tutto questo, potrebbe in realtà essere solo frutto della sua testa, in quanto tali visioni gli vengono date dalla luna piena. Lui infatti, prega che tali momenti sotto la luna piena possano essere eterni. Su questo punto, c'è sicuramente il beneficio del dubbio ma ad ogni modo, vanno solo fatti i complimenti a questi ragazzi scandinavi per aver partorito un testo così bello. E ora andiamo avanti, ci sono tanti altri pezzi splendidi da scoprire.

The Burning Shadows of Silence

Il nostro viaggio nelle tenebre, prosegue con un altro bellissimo brano, che risponde al titolo di The Burning Shadows of Silence, ossia Le brucianti ombre del silenzio. Ad aprire le danze, un violentissimo riff di puro black metal, subito sostenuto da un drumming veloce ma molto quadrato di "Faust", il quale in questi primi frangenti si rifà un po' a stilemi thrash/death. In sottofondo, si ode "Ihsahn" pronunciare, nel modico scream, parole incomprensibili, poi, un prepotente cambio di riff delle chitarre da il via ad una nuova sezione, accolta da "Faust" col più tipico dei blast beat e dalle tastiere che assumono, come nel brano precedente, le sembianze di inquietanti cori femminili provenienti dall'ignoto. Ma, pure in questa occasione, gli Emperor danno prova del loro songwriting articolato e infatti, i due chitarristi estrapolano un nuovo riff dalle loro chitarre che, cari lettori, è quanto di più malvagio e meraviglioso, al tempo stesso, si possa immaginare. "Ihsahn" e "Samoth" ci fanno assaporare queste maledette note in tutta la loro oscura bellezza, in quanto, al momento, tutti gli altri strumenti sono fermi. Ad ogni modo, questo riff è quello che da anche il via alla prima strofa, supportata come sempre dal blast beat mentre, per ora, le tastiere appaiono defilate. Le vocals di "Ihsahn" sono dannate, il suo scream si sposa perfettamente con il motivo suonato dalle chitarre, permettendo in tal modo la creazione di un'atmosfera subito lugubre e sinistra. Rispetto al brano precedente, questo pezzo appare decisamente più violento, stavolta il gruppo si affida ad un black metal più classico anche se, il potere evocativo della musica che tanto abbiamo elogiato, rimane, grazie soprattutto alla abilità dei due axemen. Le liriche riprendono da dove si erano interrotte quelle della prima canzone, quindi ritroviamo il nostro strano individuo che continua il suo cammino nei boschi norvegesi, i quali, man mano, si fanno sempre più oscuri mentre un'ombra silenziosa accompagna nel suo percorso, lo strano soggetto. A questo punto, il brano, dal nulla, cambia registro, divenendo più lento, con le chitarre che modificano nuovamente il loro riff, il quale ora si fa più tetro e vagamente melodico, ma sempre portatore di quell'atmosfera cupa e solenne. Entrano in scena anche le tastiere, le quali si limitano a costituire un tappeto sinfonico che va ad intrecciarsi con le chitarre nel mentre "Ihsahn" canta, quasi sussurrando, i versi successivi. Diciamo che rispetto alla canzone precedente, qui l'ascoltatore non percepisce, forse, ambienti particolari intorno a se, ma non è affatto un male, anzi. In questo brano, come detto, gli Emperor preferiscono virare su sonorità vicine al black metal classico, lasciando le tastiere in secondo piano; quindi, di conseguenza, si ha meno potenza evocativa e più violenza sonora. Ma i giovanotti scandinavi riescono, come detto anche prima, a non far perdere alla loro musica, un grammo di epicità, riuscendo lo stesso a stupire l'astante. Il testo prosegue, col nostro individuo che, mentre osserva il cielo passare nel buio più assoluto, viene ustionato da dei gelidi sussurri. Tali sussurri, provengono dal profondo dell'anima dell'individuo, esplicando che questi è pervaso da un rancore, una tristezza che rappresenta il dono del dolore. Nel cielo, ad illuminare la notte del protagonista, ci pensa la luna piena di sangue, mentre i fulmini cadono impetuosi. All'improvviso, delle ardenti fiamme catturano l'attenzione del soggetto, il quale, parrebbe ritrovarsi nel purgatorio. Nel frattempo, la tastiere si fanno sempre più massicce, aumentando l'aura solenne della canzone. L'individuo, sente, attraverso le oscure ombre, che la sua destinazione è vicina, una destinazione che provoca in lui una gioia blasfema, la quale va ben oltre le fantasie più oscure e inaccessibili della mente. Segue un bellissimo passaggio strumentale, eseguito in mid-tempo, con le chitarre ancora una volta sugli scudi ad eseguire una glaciale quanto epica melodia che, in pochi secondi, riesce a racchiudere appieno l'anima del brano. A tal punto, la canzone riprende il tema iniziale, con quell'apocalittico riff di chitarra che torna a fare capolino. "Faust" riprende il suo blast beat furioso ma incredibilmente preciso e "Ihsahn" canta gli ultimi, raggelanti, versi del testo. L'individuo, sempre accompagnato da queste ombre, si ritrova dinanzi ad un cancello aperto, il quale porta ad un trono freddo, condito da un'atmosfera di malinconia. E solo qui il soggetto realizza che, con gioia, brucerà per sempre, nelle ombre silenziose. Questi ultimi versi, molto probabilmente, rappresentano l'entrata metaforica del protagonista all'inferno, il quale non sarebbe altro che le ombre stesse. Dunque, riallacciandosi al testo del brano precedente, il percorso svolto dall'individuo è un viaggio di sola andata per gli inferi. La canzone prosegue, cambiando ora leggermente registro e attestandosi nuovamente su lidi più vicini al black metal classico, con le chitarre che continuano a macinare note di purissima malvagità mentre le keyboards si fanno nuovamente da parte. Siamo oramai alle battute finali e così gli Emperor concludono questo pezzo con un nuovo ed ultimo inserimento di tastiere che vanno a poggiarsi sulle chitarre. Poi cala il sipario. Pezzo, questo qui, come detto, più vicino al "true black metal" ma comunque personalissimo. Le soluzioni vincenti sono senza dubbio i numerosi cambi di registro che la band assume e soprattutto i riff unici e irreplicabili, che "Ihsahn" e "Samoth" tirano fuori prima dalle loro menti e poi dalle loro chitarre. Nessuno nel metallo nero, è mai riuscito a suonare note così malvagie e allo stesso tempo così ammalianti. Chapeau.

Cosmic Keys to My Creations & Times

Giungiamo ora a quello che reputo il capolavoro supremo di questo disco. A detta di chi scrive, qui siamo di fronte ad uno dei migliori brani metal degli anni 90, se non addirittura ad uno dei migliori brani metal in generale. Già il titolo è assoluta meraviglia: Cosmic Keys to my Creations and Times, che tradotto in italiano significa Chiavi cosmiche per le mie creazioni e i miei tempi. Un titolo che già fa pensare ad un brano più suggestivo che mai, sia dal punto di vista musicale che lirico. Ed è proprio da quest'ultimo punto che iniziamo la nostra analisi. Ritroviamo il nostro protagonista, che avevamo lasciato in questa location particolare, forse l'inferno, forse il frutto della sua stessa mente o chissà che altro. Ad ogni modo, gli Emperor ci narrano della presenza di numerose stelle brillanti nel cielo di questo posto, detentrici delle forze universali, forse quelle stesse forze che hanno dato la vita sulla terra. Ma malgrado la loro accecante luminosità, queste stelle hanno visto più male del tempo stesso. A questo punto, vengono citate le chiavi planetarie della saggezza e del potere, le quali non sono altro che degli elementi neri, i quali possono essere ottenuti dall'infausta figura dell'imperatore. In questo scenario notturno, inquietante e affascinante al tempo stesso, i lupi abbaiano alla luna, bramosi di catturare la loro prossima vittima. Il nostro protagonista, esprime il suo desiderio di trascorrere delle notti di luna piena con queste bestie e si chiede quali tipi di esseri possano esistere nelle profondità dei suoi laghi. Ciò potrebbe essere interpretato come un quesito dell'individuo riguardo cosa possa celarsi nei meandri della sua mente. Ovviamente, questo desiderio, è un qualcosa di oscuro e totalmente inumano. E infatti, il soggetto pensa che solo creature malvagie possano vivere in acque, per lui, così depresse. Viene anche svelata la presenza di un pianeta simile alla luna, ma avente cicli diversi e proprio ora, questo corpo celeste è proprio nel suo ciclo più potente di sempre. Tutti questi scenari fanno parte, dell'infinita distesa del cosmo, ma c'è la reclamazione da parte dell'imperatore per il possedimento di molti aspetti di tali ambienti, malgrado molti di essi siano ancora da scoprire. Volendo dare un'interpretazione sistematica a quest'ultimo punto, si potrebbe pensare che qui a parlare sia l'imperatore stesso, il quale si dichiara detentore del cosmo, in attesa che passato e futuro si intreccino. Ad avvalorare tale tesi, c'è il verso successivo, il quale dice che molto è stato scoperto, ma un prossimo domani, l'imperatore si renderà conto di esistere da molto tempo prima della sua stessa esistenza. E che egli, prima di morire, rinascerà. Per finire, l'imperatore realizzerà pianeti antichi, creati da una regola con una corona di artigli di drago, giunti tramite uno stargate. Al fine di tutto, l'imperatore sarà un re tra i lupi della notte, un osservatore delle stelle. Dunque, non si tratta di un testo semplice da interpretare, in quanto se nelle liriche dei due brani precedenti, i riferimenti all'occulto e all'esoterismo erano evidentissimi, qui si menziona il cosmo, lo spazio, le stelle e i corpi celesti. Tutto questo, unito alla materia esoterica, può risultare abbastanza difficile da comprendere, ma, volendo dare una chiave di lettura piuttosto semplice e anche un po' banale, si potrebbe semplicemente pensare che in realtà, tutto lo scenario cosmico descritto, altri non è che sempre l'inferno. Se si volesse dare una spiegazione dozzinale, questa forse sarebbe la più appropriata, ma probabilmente non è così. Quello che presumibilmente è il significato più plausibile da attribuire a tali liriche, è che l'imperatore è in grado di governare su tutto, anche sul cosmo, di modellarlo e plasmarlo a suo piacimento, distorcendo l'ordine spazio-temporale delle cose. Insomma, tirando le somme, è complesso dare una spiegazione che si propriamente giusta a un testo così mistico e particolare, ma d'altronde, è talmente bello, evocativo e unico che anche il solo leggerlo è puro piacere per gli occhi e per la mente. E tengo sempre a ricordare che queste cose le hanno scritte dei ragazzi di 17-18 anni. Adesso andiamo a vedere come è il pezzo dal punto di vista musicale. Un riff scarno e malvagio come pochi apre i giochi, accompagnato da delle tastiere tenebrosissime. Successivamente, entra in scena "Faust" con la sua batteria, lanciandosi in un bel up-tempo; le chitarre di "Ihsahn" e "Samoth" sono graffianti e affilate mentre le tastiere donano quest'aura nerissima alla canzone. Poi, all'improvviso, un nuovo riff, ancora più infernale, irrompe, a seguire di nuovo "Faust" che procede veloce dietro le pelli ed ecco che inizia la prima strofa. La canzone, da violenta e oscura, si fa improvvisamente colma di un'iraconda epicità, data ovviamente dalle keyboards che qui, svolgono un lavoro di primissimo piano, risultando incredibilmente evocative e solenni. Il modo in cui "Ihsahn" le suona, oltretutto, ricorda sempre, vagamente, dei tetri cori femminili. Le chitarre sono serratissime, quasi confusionarie come la tradizione black metal vuole mentre "Faust" è impegnato nel suo tipico e furioso blast beat. Lo scream di "Ihsahn" sposa le linee dettate dalle tastiere, in modo tale che la voce del cantante, benché cattivissima, risulti epica. E' passato solo un minuto, ma, se abbiamo il testo davanti agli occhi, già ci sembra di venir proiettati nel paesaggio cosmico descritto dal gruppo, dove sono nascosti tutti i segreti universali e dove aleggia la presenza di questa figura diabolica. Emozioni che si possono provare solo ascoltando il brano e leggendo le liriche. Un nuovo passaggio, ben collegato con questa prima strofa, riporta la canzone per qualche secondo sui binari della mera violenza sonora, con quel riff di chitarra, udito poco dopo l'inizio, che torna a demolirci le orecchie. Anche lo scream del cantante, in tal caso, assume toni ancora più aspri. Ma è questione di poco, infatti poco dopo il brano riacquista tutta la sua carica solenne, sparandoci la seconda strofa a tutta velocità. Il black metal non è mai stato così maestoso prima di tutto questo, qui si arriva alla vera trascendenza del genere, si va oltre, si raggiunge davvero il cosmo. Arriva un nuovo passaggio, che è uno degli apici della canzone: "Faust" dal blast beat ritorna ad un andamento molto veloce ma meno furioso mentre "Ihsahn" suona un magnifico riff, quasi barocco, di tastiera che regala brividi sulla pelle dell'ascoltatore. Le chitarre seguono all'unisono il riff di tastiera, risultando anch'esse più melodiche, seppur sempre veloci. A condire il tutto, le frammentarie vocals di "Ihsahn", che, con lo scream, riesce a dare una giusta contrapposizione ad un passaggio, diciamo, più orecchiabile. E ora della terza strofa, la quale inizia come meglio non potrebbe: sezione ritmica e tastiera si fermano e "Ihsahn" e "Samoth" fanno la grazia di farci ascoltare il solo riff portante della strofa in tutta la sua mefistofelica magnificenza, mandando l'ascoltatore in totale estasi. Poi, la canzone riprende il tema che conosciamo, non perdendo un grammo di tutta la sua potenza. Successivamente abbiamo di nuovo la sezione più violenta, senza tastiere, descritta prima, poi via con la quarta strofa. A tal punto, come se la canzone non fosse già perfetta, gli Emperor decidono di far decollare definitivamente l'astante verso dimensioni superiori del proprio io: la sezione ritmica si interrompe nuovamente, i due chitarristi ripropongono nuovamente lo stupendo riff portante della strofa con l'aggiunta del riff di tastiera, dando vita ad un passaggio strumentale breve, ma straordinariamente intenso, quasi onirico per certi versi. Riparte poi il consueto massacro con l'indiavolato "Faust" inarrestabile dietro la battiera. L'ascoltatore oramai è definitivamente decollato verso uno stato dove il tempo si è fermato e le tenebre più affascinanti che si possano mai immaginare hanno preso possesso dell'anima. Ci avviamo, purtroppo, alla parte finale di questo capolavoro: una sezione in stile quasi doom, ma molto più cattiva e violenta nell'incidere, ci accompagna per questi istanti che rimangono. Il riff sprigionato dalle chitarre abbandona la solennità di qualche secondo prima per far posto ad un sound malefico, nero come la pece, oserei dire blasfemo. La sezione ritmica procede lenta ma decisa mentre le tastiere si rilegano sullo sfondo, fungendo da tappeto. "Ihsahn" canta gli ultimi versi, riuscendo, con la sua voce, ad essere ancora più malvagio di quanto non lo sia stato fino ad ora. Arrivati alla fine di questa marcia, il sipario cala. Brano favoloso, tecnico, violentissimo ma anche melodico. Pochi pezzi nel black, nel death metal o in generi affini posseggono questa carica così evocativa. Null'altro da dire, qui c'è solo da inchinarsi.

Beyond the Great Vast Forest

Beyond the Great Vast Forest, in italiano Oltre la grande e vasta foresta. Questo il titolo del prossimo gioiello che andremo ad analizzare in tutte le sue sfumature. Il brano inizia subito scandito da un raggelante urlo di "Ihsahn", seguito immediatamente dagli strumenti che iniziano più pacati rispetto ai pezzi precedenti. Difatti, stavolta "Faust" si cimenta in un andamento in mid-tempo abbastanza classico mentre le chitarre si intrecciano con le tenebrose tastiere. In tal modo, va creandosi un unico tappeto musicale, il quale dona alla canzone, sin da subito, un'aria sinistra. Da notare come anche qui, le tastiere suonate da "Ihsahn" ricalchino sempre quell'effetto coristico, elemento assolutamente vincente ed innovativo. Nel frattempo, la prima strofa è già cominciata, con le vocals di "Ihsahn", particolarmente diaboliche nel loro scream, a narrare la nostra tenebrosa storia. Questa, inizialmente, si concentra sulla visione naturalistica dell'ambiente dove la vicenda si svolge, un ambiente che va oltre una grande e vasta foresta, circondata da oscure e maestose montagne. Qui, i fiumi rappresentano lacrime di dolore mentre il gelo, regnante, immerge il santo anello di fuoco, probabilmente in esso stesso. Abbiamo un rallentamento improvviso e adesso il brano si fa ancora più evocativo: le tastiere restano in primo piano, rimanendo sempre sullo stesso stile ma risultando ancora più epiche e dark. Chitarre e sezione ritmica procedono lente ma massicce, a supportare la voce di "Ihsahn", fattasi anch'essa più solenne, benché sempre nel consueto scream. Continuano le liriche, le quali ora dicono che i diavoli dell'eternità stanno per rinascere, in quanto servi del signore oscuro, probabilmente l'imperatore. Irrompe a tal punto una sezione più tipicamente black metal, difatti ora "Faust" suona molto veloce, anche se non propriamente in blast beat, le chitarre procedono spedite e graffianti in un riff abbastanza semplice e con qualche influenza thrash, ma di fortissimo impatto. "Ihsahn", che in quest'ultimo punto si è cimentato a perdifiato nel suo estremo cantato, narra di come questi diavoli, una volta risorti, dovranno perseguitare, in quanto creature della notte. A tal punto, siamo in corrispondenza del momento più emozionante e unico di questo brano: c'è di nuovo un cambio di tempo, e un'andatura dal sapore doom si fa strada. La tastiere tornano a farsi sentire, ma stavolta in veste propriamente sinfonica, supportate da delle chitarre mai così maestose e oscure e dalla batteria lenta ma potente. In questo momento, i brividi percorrono tutto il corpo dell'ascoltatore, in quanto ci troviamo di fronte all'ennesima trovata sbalorditiva di questo disco. In questo passaggio, si respira la solennità più totale, e ci si continua a chiedere, dopo che il disco è iniziato ormai da più di venti minuti, come è possibile riscontrare tali elementi in un album black metal registrato nel 1993 e uscito l'anno seguente. "Ihsahn" continua imperterrito a cantare, adattandosi in maniera funzionale ad ogni tipo di registro assunto dalla canzone. I nuovi versi, svelano che l'arte di questi esseri malvagi è la morte infernale e che la loro vita è eterna. Viene citato anche un castello, all'apparenza orgoglioso, ma  grigio e freddo al suo interno. La canzone poi, torna sui binari originari con una nuova strofa uguale in tutto e per tutto alla prima. I nuovi versi narrano di una luna in aumento, si ode l'ululare dei lupi ed ecco che è tutto pronto per far risorgere "i bambini della notte", ossia i diavoli. Questi risorgeranno tramite un antico raduno dove l'unica regola che vige è perpetrare il male, nella sua forma più pura. Appare dunque evidente come, le liriche di questo brano, rispetto a quelle dei precedenti, si concentrino molto di più sull'occulto in forma più esplicita, richiamando inquietanti figure demoniache e riti malvagi di invocazione. Abbiamo poi lo stesso, epico rallentamento della prima parte della canzone, con la ripetizione di alcuni versi iniziali. A seguire, il passaggio più violento e in puro stile black metal, con "Faust" che torna a pestare dietro le pelli dopo diversi minuti un po' più "tranquilli". Ci avviamo verso il finale di questa grande canzone, ed ecco che le chitarre modificano leggermente il riff suonato fino a qualche secondo prima: questo ora si fa più corposo e sinistro, mentre "Faust" si lancia in un'ultima frazione suonata ancora in un mid-tempo bello massiccio. Le tastiere inizialmente rimangono in disparte, ma poi tornano con quell'"effetto-coro" ad accompagnare gli ultimi vocalizzi di "Ihsahn" molto solenni e narranti la venuta di queste creature infernali in nome dell'imperatore, le quali vagheranno sulla terra, oltre la grande foresta. Quest'ultimo verso, pone diverse chiavi di lettura: potrebbe far intuire che in realtà, la grande foresta è solo un'allegoria che fa pensare a qualcosa di ben più complesso o che, essa era solo la culla di questi diavoli, i quali poi sarebbero subito andati a spargere caos e distruzione oltre gli alberi. Comunque, altro brano davvero imponente e fantastico nel suo songwriting, da sottolineare gli innumerevoli cambi di tempo, la varietà di riff usati da "Samoth" e "Ihsahn" e le soluzioni davvero convincenti.

Towards the Pantheon

Passiamo al brano numero sei, intitolato Towards the Pantheon, ossia Verso il pantheon. A differenza dei brani precedenti, questo qui si apre in maniera pacata, anche se non cede di un grammo l'atmosfera oscura che ha caratterizzato l'album fino a questo momento. Un cupo ma melodico arpeggio di chitarra introduce la canzone mentre in sottofondo le tastiere, stavolta a carattere prettamente sinfonico, creano sin da subito un'aura decisamente spettrale e misteriosa. Dunque, dopo questi secondi iniziali di calma apparente, ecco che il pezzo esplode in un portentoso vortice di black sinfonico, dal quale sarà difficile, se non impossibile, uscirne. "Faust" assume un'andatura ben sostenuta, con quegli echi thrash/death che ritornano a far capolino alla sua batteria, le chitarre di "Ihsahn" e "Samoth" suonano un riff potente ma dotato di una certa melodia, anche perché in forte connessione con le keyboards che hanno mantenuto il loro riff iniziale. Un urlo interminabile e, oserei dire, spaventoso di "Ihsahn" da il via alla prima strofa, la quale dapprima inizia su ritmiche più lente guidate dal drumming variegato di "Faust", poi si ritorna ai binari originari ed ecco che, in maniera definitiva, ci troviamo di fronte ad uno dei brani più atmosferici e lugubri di tutto l'album. Stavolta le tastiere hanno un ruolo di primissimo piano, sono esse che infatti guidano questa canzone, tra l'altro più contenuta nella brutalità. La voce di "Ihsahn" si sposa alla perfezione con le keyobards, emulandone la melodia anche se, ovviamente, è sempre in scream. Ciò, se vogliamo, rende il pezzo ancora più arcano e sinistro. Le liriche si confermano ancora una volta estremamente affascinanti, seppur sempre molto dark. L'era dell'oscurità - canta "Ihsahn" - deve sorgere e, coloro che probabilmente sono i seguaci dell'imperatore, viaggeranno per l'eternità, alla conquista di ciò che cercano. Essi combatteranno attraverso le barriere della luce, nelle terre dove regna la desolazione e il dolore è la memoria eterna di quei posti. Improvvisamente, il brano si fa più veloce: le chitarre sfornano un riff decisamente più abrasivo, violento, tipicamente black metal, le tastiere si fanno un attimo da parte e il drumming di "Faust" torna a calcare piste simil-thrash. Ne segue dapprima un passaggio strumentale tutto così, condito da un urlo, ancora una volta molto lungo, di "Ihsahn", poi il ragazzo norvegese ci narra la parte seguente delle liriche. A tal proposito, tornano in scena le keyboards, che, seppur rimanenti sullo sfondo, suonando una melodia cupissima. Nell'alto del cielo stellato, governato dalla luna, sarà sollevata la spada della morte - proclama il testo. All'orizzonte, minacciose nuvole nere infuriano, portatrici di dolore e chissà quale altra diavoleria. A tal punto, il brano rallenta ed abbiamo così un passaggio che funge da tramite tra il primo e il secondo blocco della canzone. Difatti, le chitarre suonano un riff non ben definito, quasi confuso, mentre la sezione ritmica procede col freno a mano tirato. Abbiamo poi un nuovo urlaccio di "Ihsahn" che ci rimanda su territori musicali più selvaggi, con le chitarre che tornano ad essere trituranti, il drumming di "Faust" di nuovo forsennato e c'è anche il ritorno, seppur in sottofondo, delle tastiere. Il brano, successivamente, si reindirizza sui binari originari, con una nuova strofa a travolgerci con la sua malvagia potenza. Sul versante del testo, vediamo l'ergersi delle legioni del male, le quali prendono possesso delle terre circostanti, facendole loro. Tali luoghi, divengono immediatamente saggi, oscuri, e maligni, con l'imperatore, o chi che sia, pronto a consegnare una chiave, la quale probabilmente rappresenta chissà quale strumento del male. Un nuovo frammento strumentale fa di nuovo rallentare la canzone, anche se le chitarre stavolta rimangono in primo piano con un riff apocalittico a fare da guida. "Ihsahn" urla poi un verso tanto diretto quanto significativo: - "il trono sarà nostro" -. Siamo ormai vicini al chiusura di quest'altro brano magnifico, e così parte l'ultima strofa, la quale, come nella prima, torna a pregare la venuta dell'oscurità in modo tale che le fiamme nere del passato governino per sempre l'anima di tutti i guerrieri del male. Così come questa strofa finale termina, si conclude anche la canzone, la quale si conferma un'altra gemma di brillante oscurità del disco.

The Majesty of the Nightsky

Il settimo brano dell'album è un'altra bordata symphonic black, rispondente al titolo di The Majesty of the Nightsky, ossia La maestosità del cielo notturno. Ebbene, qui siamo di fronte, ad un altro pezzo meraviglioso, dove violenza e melodia si alternano in maniera perfetta. Iniziamo la nostra analisi dal, ancora una volta, bellissimo testo. Gli Emperor tornano a narrare in prima persona e dunque torna anche il nostro protagonista che avevamo incontrato nei primi brani della tracklist. Viene descritto un tanto tenebroso quanto ammaliante paesaggio notturno, dove la notte è giunta turbinando come un vortice e le nuvole, a mo' di onde, abbracciano tutto l'ambiente circostante. I cieli, lacerati dalle ferite inferte dalle oscure legioni, sanguinano mentre la luna illumina il tutto con una luce fioca. I venti piangono e le lacrime sgorgano, in quello che dunque è uno scenario di puro dolore. Sale poi in cattedra il narratore, il quale si lamenta della sua sofferenza nelle sabbie del tempo deserto, ma quando egli affogherà nelle tenebre, un segno verrà rilasciato. L'anima dell'individuo abbandonerà la vita terrena, si dileguerà nella notte e sperimenterà l'esistenza nell'aldilà con rinnovata estasi. Dalle parole infatti, il lettore deduce come il protagonista sia entusiasta di morire e, presumibilmente, andare a servire il male. Sulla terra, scendono cerchi crescenti di dolore, i quali rappresentano un presagio dell'orrore che deve ancora giungere. Per il momento, è l'anima del nostro soggetto ad essere orrore puro, la quale è descritta come infernale, affondante e avente una forza pari a quella di mille demoni sputafuoco. Queste oscure forze, si attenuano una volta che lui è tornato in superficie. Ciò potrebbe voler significare che, una volta raggiunto l'aldilà, tali tumulti interiori saranno attutiti, in quanto l'individuo sarà già servo del male. Difatti, nel testo, tale concetto è esplicitato nell'ultimo verso: " - ora sono tutt'uno con la maestosità del cielo notturno" - . Tirando le somme quindi, dopo alcuni testi, i quali avevano un po' perso di vista questo individuo solitario, costui ritorna e vola direttamente nell'aldilà, guidato dalle forze malvagie. Notare come, anche in questo caso, gli Emperor riescono ad amalgamare nelle loro liriche, argomenti occulti ed esoterici con altre tematiche quali la natura, riuscendo perfettamente a far confluire il tutto in dei versi bellissimi. Musicalmente, la canzone attacca in maniera estremamente aggressiva e anche, se vogliamo, un po' confusionaria. Difatti, ad accoglierci c'è subito un urlo di "Ihsahn", poi si scatenano gli strumenti in tripudio di violenza sonora. La prima strofa giunge praticamente subito, caratterizzata da chitarre suonanti un riff cattivissimo e dal blast beat incessante di "Faust". Le tastiere rimangono per ora relegate sullo sfondo. La voce di "Ihsahn" è più indemoniata che mai, lacerante e diabolica. C'è poi un successivo, breve passaggio dove le keyboards si sentono di più, pur fungendo comunque da tappeto; la batteria torna per qualche istante suonata con un minimo di contenimento e le vocals di "Ihsahn", rimanendo nel consueto scream, sono più ragionate. Ma è questione di pochissimi secondi, difatti l'assalto sonoro riparte uguale a prima, stordendo l'ascoltatore. A seguire però, abbastanza inaspettatamente, troviamo un passaggio strumentale che ribalta le carte in tavola. Difatti, le chitarre, dall'essere furiose, tirano fuori una melodia vagamente folkeggiante, davvero bella e azzeccata al contesto; "Faust" rallenta sensibilmente il suo drumming, limitandosi a mantenere l'andatura. Le tastiere continuano a restare piuttosto defilate. Successivamente, la voce di "Ihsahn" torna a far capolino, poggiando su una base strumentale che rimane abbastanza invariata, se non per le keyboards che improvvisamente salgono in cattedra con giri sinfonici davvero evocativi. Poi, man mano, le chitarre iniziano a seguire la stessa linea delle keyboards, rendendosi ancora più melodiche, raggiungendo così uno dei punti più atmosferici e suggestivi di tutto il pezzo. Ci accoglie una nuova sezione strumentale, dove stavolta le chitarre sprigionano una melodia più sinistra, la batteria continua a mantenere un andamento in mid-tempo e le tastiere permeano il tutto con il loro oscuro e suggestivo motivo. Ma la vera chicca di questa canzone arriva ora: improvvisamente le chitarre si interrompono, lasciando spazio solo alla sezione ritmica e soprattutto alle keyboards, in quello che è uno dei passaggi strumentali migliori di tutto il black metal. La sezione ritmica procede lenta, facendo da sfondo a delle meravigliose tastiere che paiono fluttuare nelle orecchie dell'ascoltatore. Estremamente melodiche ma al contempo fredde, glaciali, le keyboards qui conducono l'astante direttamente tra le montagne norvegesi, nello scenario più gelido e bello che si possa mai immaginare. Ricompaiono poi le chitarre, le quali emulano la melodia delle tastiere, poggiando sempre sullo stesso lento andamento, riportando noi coi piedi per terra ma non facendo perdere un minimo della potenza evocativa accumulata dal brano. Difatti, va detto che seppur le due asce di "Samoth" e "Ihsahn" siano piuttosto melodiche, il riff che evocano è estremamente malvagio. Il livello epico raggiunto qui è davvero incredibile, oscurità e solennità si miscelano in maniera sublime. Nel frattempo, in sottofondo udiamo una voce molto profonda ma pulita proferire alcuni versi del testo. Personalmente, ho qualche dubbio sia quella di "Ihsahn", in quanto potrebbe trattarsi anche di un ospite esterno, ma la sicurezza ovviamente non c'è. La canzone si avvia alla battute finali, ripartendo così come era cominciata, quindi selvaggia e violenta, adoperando lo stesso riff dell'inizio. Quindi, cantati anche gli ultimi versi nel furia più totale, il pezzo termina. Anche in questo caso, nulla da dire, canzone splendida, eclettica e dotata di liriche fantastiche. Nulla da aggiungere.

I Am the Black Wizards

Siamo ormai quasi giunti alla fine di questo allucinante viaggio, il quale ci ha regalato emozioni e sensazioni difficilmente descrivibili a parole. Ma altrettante ne troveremo nelle prossime due tappe. Giungiamo adesso a quella che, forse, è la canzone più famosa di questo disco e tra le più note di tutto il black metal. Parliamo ovviamente di I Am the Black Wizards, tradotto in italiano Io sono gli stregoni neri. Qui siamo di fronte alla quintessenza del black metal fatto epicità. Personalmente non lo reputo il pezzo più bello dell'album, titolo che ho già assegnato a "Cosmic Keys to My Creations and Times", ma non posso non riconoscere la straordinaria bellezza di questa penultima traccia. Un riff nero come la pece, oscuro più delle tenebre stesse, spaventoso più del peggior incubo immaginabile, apre i battenti immergendo l'ascoltatore direttamente in un vortice di malvagità assoluta. A seguire, un terrificante urlo di "Ihsahn" da il via ad un up-tempo veloce e muscoloso, dove troviamo una batteria galoppante e chitarre abrasive a tessere riff di una cattiveria unica. Segue una breve interruzione, le chitarre respirano un attimo, "Faust" esegue dei colpi secchi sulle pelli e poi via alla prima strofa, suonata nuovamente su alte velocità. Le chitarre sfoderano ora un riff ancora più malefico, mentre "Ihsahn" inizia a lacerarci le orecchie col suo scream iracondo. Va detto che, al momento, il brano è puramente legato ai canoni del black metal più classico, la tastiere ancora non hanno fatto la loro comparsa, ma è solo questione di tempo. Successivamente c'è un lieve cambio di registro, specialmente nelle chitarre, le quali si fanno più piene e veloci, mentre "Ihsahn" continua a cantare con una cattiveria forse fino ad ora mai raggiunta sull'intero album. All'improvviso la sezione ritmica si stoppa, mentre le chitarre accompagnano l'entrata in scena  delle tastiere, le quali si presentano subito con un riff oscuro e tetro. Subito dopo, già si risente "Faust" che esegue alcuni passaggi alla batteria, conducendoci ad uno dei momenti più evocativi ed epici di tutto il metal anni 90: "Ihsahn" tira fuori un riff di tastiera assolutamente magnifico, solenne, quasi onirico, accompagnato dalle due chitarre, ruvide ma melodiche e dalla sezione ritmica che procede lenta, quasi a cullarci per questa sezione così incredibile. Qui c'è davvero poco da fare, gli Emperor raggiungono livelli di qualità eccelsi, riescono sul serio a mandare in estasi l'ascoltatore, ad estraniarlo dal mondo circostante e spedirlo direttamente nelle lande fredde di qualche foresta o di qualche montagna scandinava. In tutto questo, pure la voce dello stesso "Ihsahn", benché rimanga in scream, segue le linee melodiche dettate dalle keyboards, risultando molto suggestiva e azzeccatissima al contesto creatosi. Successivamente, le tastiere si defilano, lasciando alle chitarre il compito di guidare la nave, la quale segue impeccabilmente la rotta. "Ihsahn" rende nuovamente più cattive le sue vocals, seppur mantenendole ben calibrate; la sezione ritmica, continua a mantenere un andamento abbastanza lento anche se quadrato. Segue un breve passaggio strumentale che vede il rientro delle tastiere, e subito veniamo condotti ad una nuova strofa uguale a quella di prima, quindi epica e solenne, per la gioia del nostro udito. A tal punto però, si cambia totalmente registro: dopo che per qualche minuto, ci è parso quasi allontanarci dalla totale oscurità, ecco che ci ripiombiamo tramite una nuova strofa che fa delle chitarre l'arma vincente. Queste sfoderano un riff talmente diabolico che farebbe impallidire anche Lucifero in persona; il tutto condito dallo scream catacombale di "Ihsahn". "Faust" con la sua batteria esegue un ritmo lentissimo, quasi doom, al fine di rendere questo passaggio più decadente possibile. Siamo giunti quasi al finale di questa gigantesca canzone e, se pare che oramai siamo caduti all'interno di un profondo buco nero, ecco le tastiere che tornano a risollevarci un po'. Difatti, l'andatura doom rimane pressoché identica; le chitarre riassumono un po' di melodia, proprio perché supportate da delle keyboards quasi malinconiche a questo giro ma sempre epiche; "Ihsahn" ritorna ad uno scream più "normale", seguendo le linee di chitarre e tastiere. Il brano procede così per queste battute finali e, poco prima del termine, sentiamo il cantante esprimere gli ultimi versi del testo con voce pulita, quasi parlando. A questo punto la canzone termina, andandosi a stagliare direttamente tra i brani metal più belli dei nineties. Il testo è un'altra ode al male più assoluto e, forse, è un'anticipazione delle liriche presenti nella prossima ed ultima canzone. Difatti, quello che leggiamo, da l'idea che esso debba ancora accadere o che sia in prossimità di compiersi, attraverso la ricerca della situazione ideale. A detta di chi scrive, una chiave di lettura molto affascinante riguardo l'interpretazione di queste liriche, è che esse parlano della presa di coscienza da parte di Satana o comunque di una figura malvagia estremamente potente. E' anche vero che gli Emperor narrano tutto al presente, anche se alcuni passaggi volti al futuro ci sono, il che può rendere condivisibile la teoria del sottoscritto. Non si parla neanche più dell'imperatore, ma, appunto, di un'entità che solo ora riconosce la sua demoniaca forza. Costui si dichiara più forte di egli stesso, ma la sua forza è data, in primis, dai suoi maghi: questi, attraverso la loro arte nera, perpetrata sulle oscure colline nel corso dei secoli, ha reso possibile l'enorme potere di questa figura così terrificante. Il posto dove questa entità risiederà non vedrà mai la luce del sole fare la propria comparsa, tutto sarà immerso nell'oscurità; i maghi e i servi convocheranno le anime in questo macrocosmo infernale e nessuna età sfuggirà all'ira di tale figura. Da questo ultimo passaggio, si può comprendere come questo macrocosmo, molto probabilmente sia l'inferno, e che nulla, al di fuori del diavolo, sia provvisto di una potenza così distruttiva e malvagia. Una volta raccolta la saggezza, andata persa tempo prima, e visitate delle antichissime grotte prima dell'arrivo di un potente imperatore, l'entità si prepara ad accogliere i mortali nella sua prigione d'odio e senza tempo. Nel futuro, costui banchetterà con le anime urlanti da lui distrutte e i suoi imperi non avranno limiti. Ma la vera essenza di questa figura, sono proprio questi stregoni, i quali grazie alle loro pozioni e ai loro incantesimi, sono stati in grado di plasmare qualcosa di mostruoso, pronto ad impadronirsi di ogni cosa. L'essere si rivede, si incarna in loro.

Inno a Satana

Bene, ci siamo, siamo giunti al termine di questo oscuro percorso. Si sono succedute una serie di emozioni davvero incredibili, più e più volte siamo rimasti a bocca aperta udendo le meravigliose trame musicali rese tali da dei ragazzi norvegesi di 18 anni. Il gran finale spetta a un'altra canzone divenuta ormai simbolo del black metal, una canzone dal titolo diretto, inquietante e... italiano: Inno a Satana. Si, proprio nella nostra lingua, anche se poi il testo è in inglese. Il motivo dietro questa scelta non è mai stato del tutto chiaro, anche se esiste una versione molto affascinante sulla genesi di questo titolo: esso e lo stesso testo, secondo alcune fonti, sarebbero ispirati niente meno che alla nota poesia dell'italianissimo Giosuè Carducci, intitolata A Satana e scritta nel 1863. Da ciò ne deriverebbe il titolo in italiano. Non ci sono prove concrete riguardo una connessione tra questa canzone e Carducci, gli stessi musicisti scandinavi non si sono mai espressi su questa vicenda, però resta il beneficio del dubbio. Musicalmente ci troviamo di fronte all'ennesima perla del disco, solenne e, a tratti, quasi drammatica. Un giro di batteria potentissimo e quadrato di "Faust" da il via alla canzone, la quale è subito sostenuta da un riff di chitarra abrasivo ma al contempo piuttosto melodico. A questo punto, ha inizio una prima strofa parecchio lunga, strutturata su un andamento in mid-tempo, con "Faust" dimostrante un'ottima tecnica alle pelli mentre le chitarre suonano un riff maestoso, il quale va a plasmarsi con le tastiere, anch'esse epiche ed imponenti, con il classico sound a "coro femminile". Le vocals qui sono particolari: al tipico scream di "Ihsahn", anch'esso parrecchio solenne, si sovrappongono la voce pulita dello stesso "Ihsahn" più un'altra voce di un altro membro della band. Questo sistema da una sorta di "effetto coro" a tutto il reparto vocals, che funziona davvero bene. Dopo un po' le voci pulite spariscono, lasciando il solo scream del cantante ad agire dietro il microfono. Il brano appare come una marcia epica e trionfale, volta alla glorificazione del principe delle tenebre. In effetti, per fare una canzone su un tema del genere, è molto più intelligente fare un pezzo strutturato in tal modo che la solita sfuriata in doppia cassa e chitarroni assordanti. Diciamo che un black metal così rende meglio l'idea della figura che il gruppo va a trattare. Successivamente, si fa strada una nuova strofa, completamente diversa. La melodia presente prima svanisce, al fine di far spazio ad un passaggio particolarmente sinistro, quasi inquietante, dove la batteria procede lenta e le chitarre tirano fuori un riff diabolico, che mantiene però carica tutta la sua potenza evocativa. "Ihsahn" in tutto ciò, con fare più cupo e gutturale, canta alcuni versi, poi il brano ritorna ai binari originari con un'altra magnifica strofa, uguale alla prima. Un po' più lungo di quello iniziale, questo passaggio ci fa assaporare ancora meglio tutta la solennità che gli Emperor riescono a sprigionare, l'atmosfera che si crea è unica. Iniziamo ad avviarci verso la fine della canzone e dell'album: un improvviso cambio di registro sconvolge la canzone, in quanto un riff gelido fa irruzione, poi, un'ultima strofa furiosa e selvaggia parte, polverizzando ogni cosa, padiglioni auricolari compresi. Qui, la voce di "Ihsahn" risulta molto più istintiva e non appoggiata ad una melodia ben precisa, le chitarre triturano riff come se non ci fosse un domani, la tastiere rimangono sullo sfondo, in modo tale da non far perdere l'aura atmosferica al pezzo e infine "Faust" esegue un violentissimo blast beat. Proprio sul finire, tornano le voci in simil-coro a fare capolino, ripetendo, sempre sulla stessa base musicale e in maniera ipnotica e solenne il titolo del brano. A questo punto, dopo un ultimo passaggio di tastiera, la canzone termina e con essa il disco. Si, è finito, questa discesa nell'oscurità è terminata, ora sta noi decidere se risalire o se restare all'ombra del buio perenne. Ora però, abbiamo il testo da guardare. Come abbiamo detto quindi, i versi potrebbero essere ispirati allo scritto di Carducci, dove appunto c'era questa glorificazione del diavolo. Però, visto che "Ihsahn" e compagni non si sono mai espressi sulla vicenda, possiamo dedurre che magari hanno ripreso solo il titolo dall'opera dello scrittore toscano, poi il testo lo hanno ideato a modo loro. Liriche che tuttavia non si discostano molto da quelle di Carducci, in quanto pure qui abbiamo un'ode di celebrazione ed esaltazione verso il diavolo. Questi viene descritto come potente signore della notte, maestro di bestie, portatore di soggezione e derisione. Il suo spirito si trova su ogni atto di oppressione, odio e conflitto, la sua presenza dimora in ogni ombra, le sue gesta ondeggiano ogni pestilenza e tempesta. Nei versi successivi le lodi si fanno ancora più esplicite: Satana è l'imperatore delle tenebre, il re dei lupi ululanti. Poi, ecco che arriva il verso che più mi piace di questo testo, lo cito tradotto testualmente: "- Hai il potere di forzare ogni luce in declino. Senza pietà. Senza compassione ne volontà di rispondere a chiunque chieda il perché -". Pochissime parole che racchiudono una potenza evocativa incredibile. Arrivati fin qui, la cosa che senza dubbio si nota, è che queste liriche, per quanto siano malvagie e quant'altro (poi in realtà il concetto di Satana andrebbe rivisto anche sotto altri aspetti per determinare quanto lui sia malvagio o meno, ma questa è un'altra storia), è comunque elegante, raffinato, non becero come molte altre liriche di gruppi black metal che trattano lo stesso argomento. Ma d'altronde, da una canzone così fina dal punto di vista musicale, non ci si poteva certo aspettare un testo ignorante e infantile come invece spesso capita di fare a svariate band. I versi continuano: il percorso del diavolo è capriccioso ma ampio, non ci sono ostacoli davanti a lui. Ogni qualvolta che lui consacra qualche anima perduta ad un suo segreto, questa compie un passo in più verso il suo pantheon. A tal punto, si ha una ripetizione dei primi due versi, per poi giungere a quello finale, il quale recita che, ogni anima entrata in possesso del signore del male sanguinerà per lui, per sempre loderà il suo temuto nome, per sempre gli sarà fedele e farà in modo che egli debba prevalere per l'eternità. Andando a fare la quadratura del cerchio quindi, e partendo dalle liriche della prima canzone, i testi, nel loro insieme, si potrebbero interpretare come una formazione dell'immagine del diavolo. Si inizia infatti dalle visioni di un individuo che si trova in una foresta norvegese e si finisce con un'ode di celebrazione su Satana. In mezzo, pare appunto che ci sia questo percorso che, mano mano, rappresenta un po' il plasmarsi della figura del diavolo  al cospetto delle fredde lande norvegesi, quasi a voler creare un tutt'uno con le due cose.

Conclusioni

Concludendo, che altro possiamo dire su un'opera così sontuosa? Tanto per cominciare, è estremamente difficile, se non impossibile, che in un futuro prossimo verrà pubblicato un nuovo "In the Nightside Eclipse". Gli stessi Emperor, nella loro breve ma eccelsa discografia, non hanno mai più raggiunto cotanta magnificenza, anche in virtù di modifiche significative del loro sound nelle opere successive. Questo disco ha fatto scuola a tutti e ha permesso al black metal di misurarsi, felicemente, con tastiere sinfoniche e una maggior dose di melodia, pur non snaturando il suo concetto d'essere. "In the Nightside Eclipse" è stato il punto di partenza del black sinfonico, nessuna band prima, nel vasto panorama del "metallo nero" che andava imperversando negli anni 90 in Norvegia, aveva mai usufruito di un tale sound. Ciò, oltretutto, permise agli Emperor di differenziarsi rispetto a tutte le altre band del genere per un ulteriore motivo: bene o male, i vari gruppi della scena black dei nineties, quindi Darkthrone, Mayhem, Immortal eccetera, avevano sonorità molto simili tra loro e, alla lunga, le canzoni di questi gruppi finivano per assomigliarsi un po' tutte. Solo i Satyricon e Burzum furono gli unici artisti che riuscirono a prendere le distanze dai gruppi prima citati, includendo nel loro repertorio altre influenze al di fuori del black metal. Ma "Ihsahn" e soci andarono oltre, capirono che il "metallo nero" poteva andare al di là del proprio status di musica malvagia e demoniaca. Come? Semplicemente immettendo degli influssi sinfonici nel sound base. Dunque, una volta pubblicato "In the Nightside Eclipse", ecco, in 48 minuti, un genere completamente rigenerato e pronto a varcare nuovi orizzonti. Il black metal, da quel 21 febbraio 1994, non era più solo musica cattiva e diabolica, ma era diventata anche musica solenne, evocativa, atmosferica, melodica, tutte caratteristiche che andavano perfettamente ad incastonarsi con quelle già presenti. Il livello era salito, sensibilmente. Tantissimi gruppi hanno preso "In the Nightside Eclipse" come spunto per le loro opere, a partire dai conterranei Dimmu Borgir, che però hanno ottenuto più riscontri a livello commerciale per via di un symphonic balck più raffinato, pulito e orecchiabile; vanno ovviamente citati gli inglesi Cradle of Filth, che, come i Dimmu Borgir, hanno avuto più successo a livello di pubblico per le stesse ragioni della band norvegese, anche se il loro sound è infarcito anche da pesanti influenze gothic. E poi andrebbero citati i Limbonic Art, i moderni Carach Angren e chi più ne ha più ne metta. Nonostante tutto, il disco nella sua ossatura, come detto, è puramente black metal e conserva l'aura di malignità tipica del genere. Anzi, su quest'ultimo punto va detta una cosa molto importante, ossia che le keyboards, malgrado la loro essenza maestosa e quant'altro, rendono la musica ancora più tenebrosa di quanto già non lo sia. E quindi, nonostante all'epoca fossero uno strumento innovativo nel black metal, riuscirono comunque a mantenere intatta l'atmosfera tipica, l'anima del genere. E poi, sempre in merito a questo, va riconosciuta l'abilità di riff masters di "Samoth" e "Ihsahn", entrambi sopra la media nel black metal norvegese dell'epoca. I riff di chitarra presenti su questo disco sono qualcosa di unico: freddi, glaciali, maligni ma anche suggestivi e qualche volta velati di una certa melodia. A detta di chi scrive, tanto merito della bellezza di quest'opera è anche merito delle chitarre, personalmente nel black norvegese non ho mai sentito dei riff così belli e originali. Andando poi a citare le performance degli altri reparti, va detto che "Faust" è sicuramente un grande batterista, furioso nel blast beat ma comunque quadrato, non esagera mai e spesso si destreggia anche in passaggi lenti molto interessanti. "Tchort" non si sente quasi mai a dire il vero, il suo basso è penalizzato molto dalla produzione di infima qualità, quindi la sua prestazione è difficilmente giudicabile. "Ihsahn", dal punto di vista vocale, è autore di uno scream abbastanza classico, che però calza a pennello con la musica partorita dal gruppo. Raggelante in alcuni passaggi, ed aveva solo 18 anni. Poi nei dischi successivi, l'eclettico musicista norvegese modificherà il suo stile vocale, adottandone uno molto più personale. Riguardo alla già citata produzione, c'è poco da dire. Di bassa qualità, come la tradizione del black metal vuole, quindi spesso alcuni passaggi sono quantomeno confusi e le tastiere a volte coprono fin troppo le chitarre. Ma fa parte del gioco e poi, il disco è talmente bello che si può tranquillamente passare sopra questa cosa. Anche dal punto di vista lirico non abbiamo i soliti testi inneggianti al satanismo più becero come invece molto gruppi black metal fanno, ma piuttosto c'è una interessantissima e bellissima commistione tra occulto, natura e misticismo. Questo unirsi di un individuo terreno con forze, in tal caso malvagie, soprannaturali. E poi anche l'attenzione, la peculiarità del gruppo nel descrivere le fredde foreste norvegesi, i paesaggi, il cielo notturno. La penna di "Ihsahn" e "Samoth", dal punto di vista lirico, riesce davvero a regalare sensazioni uniche, riesce a far sentire l'astante realmente nei luoghi descritti nei testi. I lavori successivi, vedranno gli Emperor, come detto, sviluppare ulteriormente il proprio sound, arrivando a suonare un genere difficilmente catalogabile in un unico filone. Le composizioni si faranno più tecniche, la produzione decisamente più pulita. Ne usciranno lavori splendidi, ma nessuno di questi è riuscito mai ad eguagliare la genuina magnificenza che si raggiunge in "In the Nightside Eclipse". Imbattibile, inarrivabile, non replicabile. Eccovi "L'eclissi notturna" più ammaliante di sempre.

1) Intro+Into the Infinity of Thoughts
2) The Burning Shadows of Silence
3) Cosmic Keys to My Creations & Times
4) Beyond the Great Vast Forest
5) Towards the Pantheon
6) The Majesty of the Nightsky
7) I Am the Black Wizards
8) Inno a Satana
correlati