EMPEROR

Anthems to the Welkin at Dusk

1997 - Candlelight Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
03/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

E' noto che gli Emperor fanno attendere alcuni anni prima di pubblicare un nuovo album, "Anthems to the Welkin at Dusk" esce a distanza di tre anni dal predecessore (del quale abbiamo già discusso in altra recensione); il sodalizio con la Candlelight Records regge ed è questa a pubblicarlo nel 1997. La storia degli Emperor, abbiamo visto, è stata determinante per la nascita del Symphonic Black Metal, il primo album ha aperto la strada a soluzioni che si credevano impossibili e la tastiera - considerata dagli inesperti un po' come la nemica n°1 del Black Metal norvegese autentico - nasce proprio da un gruppo che ha preso attivamente parte all'inner circle in tutto e per tutto, anche nell'incendio delle chiese che è costato a Samoth un periodo di reclusione e nel ben più grave omicidio (pare che il movente sia stato l'omosessualità della vittima) ad opera di Faust, motivo di una reclusione decisamente più lunga che ne ha determinato l'assenza in questo album ed in altri successivi. Il fulcro della formazione resta il duo composto da Ihsahn e Samoth, il posto di Faust alla batteria viene preso da Trym (Kai Johnny Solheim Mosaker, che prenderà parte a tutti gli altri album del gruppo) mentre al basso adesso viene introdotto Jonas Alver. Le innovazioni introdotte dagli Emperor con l'album d'esordio non sono passate inosservate: nel 1996 i Limbonic Art, conterranei, hanno realizzato "Moon in the Scorpio" che - pur sempre con una certa originalità - attinge all'idea base del sound degli Emperor, che consiste nell'inserire massicce dosi di melodie di tastiera, in un contesto Black Metal, orientando tutta la musica verso un risultato quasi mistico e solenne (e di conseguenza i testi). La copertina richiama certamente l'ottimo lavoro fatto per la copertina del primo album: questa volta è incentrata sulle figure demoniache a cavallo, si possono vedere delle guglie di un castello ed in primo piano queste figure demoniache ispirate certamente all'arte medievale dell'illustrazione (questo si evince principalmente dalla tecnica del cross hatching con la quale sono state realizzate le figure demoniache a cavallo), sullo sfondo una moltitudine caotica e poi le torri. Anche in questo caso c'è un assalto al castello, questa volta ad opera di demoni volanti, il ché conferisce anche un carattere mistico al lavoro, accentuato da uno sfondo sfocato e surreale, il tutto colorato con diverse gradazioni di verde, prevalentemente scuro e tendente al nero. Il medesimo stile gotico con elementi che suggeriscono tematiche mistiche viene ripreso anche nell'inlay (proposto tra le immagini in fondo alla recensione) dove si può notare un portale ad arco (con una forma che richiama vagamente il compasso), in cui la posizione della chiave di volta è occupata da un cerchio che inscrive un pentagramma (formando quindi un pentacolo, che viene proposto invertito). Questo particolare richiede un piccolo approfondimento: la valenza mistica di questo simbolo risale a migliaia di anni fa quando gli astrologi assiro-babilonesi (ma anche persiani) osservarono che il pianeta Venere, ogni otto nella sua eclittica, traccia un pentagramma perfetto; questo movimento fu ritenuto espressione della perfezione e quindi ad ognuna di queste punte fu attribuito un elemento: alla punta rivolta in alto (in origina il pentagramma aveva la punta verso l'alto) fu attribuito lo Spirito, alle altre (in senso orario) gli elementi dell'Acqua, Fuoco, Terra ed Aria. Fu poi la mitologia cristiana ad attribuire alla stella del mattino (Venere appunto), Lucifero (portatore di luce), una connotazione demoniaca e dunque ad invertire la stella per individuarvi il volto del caprone (il quale a sua volta era stato ritenuto demoniaco ai tempi della persecuzione a danno dei templari accusate di adorare Baphomet, figura mutuata probabilmente dal culto della capra di Mendes, della quale ci riferisce Erodoto, che è del tutto parallela al culto di Priapo romano ed al culto di Banebdjedet in Egitto, del resto tutte figura caprine). Quanto a qualità non può competere con la copertina del primo album, che comunque riesce a richiamare, questo lavoro è stato realizzato da Stephen O'Malley, grafico ma anche musicista ed alcuni di voi lo conosceranno per i Sunn O))), nei quali sarebbe entrato nel 1998, l'anno successivo alla realizzazione di questo lavoro.

Alsvartr

Ma adesso iniziamo a parlare della opener "Alsvartr (The Oath)" (Alsvartr, il giuramento), Alsvartr è il nome di un gigante della mitologia nordica, questo nome è contenuto nella nona strofa del Nafnaþulur che è una sottosezione del Skáldskaparmál che a sua volta è la seconda parte dell'Edda in Prosa, di Snorri Sturluson, capolavoro e miniera di informazioni sulla mitologia norrena. Per fare un parallelo che ci permetta di comprendere meglio di cosa parliamo dirò che i giganti (jötunn, anche nelle variante anglicizzata jotun ed ettin di derivazione islandese in cui veniva pronunciato <?j??t?n>) erano per la mitologia norrena ciò che i titani erano per la mitologia greca: immensi e bruti distruttori di mondi che, alla fine dei tempi, avrebbero demolito il mondo sconfiggendo gli dèi. E' importante fare questa precisazione per cogliere le similitudini con altri distruttori di mondi, quelli che derivano dall'Apocalisse che altro non è che una variante della stessa storia: esseri spietati distruggeranno il creato portando morte e disperazione (la copertina dell'album chiarisce che questo sia il tema principale del resto). Il testo inizia con l'invocazione "Hark, O'Nightspirit" (Ascolta, o Spirito della Notte; hark è un'invocazione che deriva dall'inglese arcaico), padre del suo lato oscuro, lo invoca dal suo regno, presso un lago di sangue dal quale si cibano per proliferare, invoca silenziosamente la sua presenza e presta un giuramento. Che possa la notte portare con sé la sua volontà, possano le montagne ricordare questa notte per sempre, possa la foresta sussurrare il suo nome ed il tuono portare l'eco di queste parole lontano (chi presta il giuramento chiama a testimoni le forze della natura); possa la luna stessa essere testimone, perché egli giura sul suo onore - nel rispetto del proprio orgoglio e lato oscuro - di dominare per mezzo della saggezza più oscura. Invocando lo Spirito della Notte, in comunione con esso, chi ha prestato il giuramento si proclama quindi Imperatore. Il brano inizia con degli arpeggi, puliti, molto misteriosi e tristi; mentre scorrono le note si sente un gufo che evoca immediatamente la calma notturna, alcuni rumori di chitarra distorta in lontananza e suoni sintetici. Il pezzo diventa più cupo con frequenze basse, si fa inquietante e carico di attesa, si sentono dei sussurri sporchi ed una voce quasi spettrale che pronuncia delle frasi, la chitarra distorta crea atmosfere spaventose e poi si fa melodica. L'arpeggio riprende il ruolo principale, la voce continua a pronunciare frasi con interpretazione cattiva, carica di odio e risoluta sofferenza; poi un basso introduce elementi gotici e ritmiche dell'orrore, ancora si sentono eco lontane delle parole che proseguono, le chitarre appaiono e scompaiono, si sentono sussurri malevoli. Sembra una notte infestata di fantasmi, sussurri sibilanti fanno da teatro per le melodie; poi una voce più forte, quasi in scream, pronuncia il giuramento e viene seguita da una fanfara di stile medievale, accompagnata da un rullante a marcia e timpani festosi, è un tripudio di gloria e festa. Sonorità epiche ed oscure celebrano una festa di malvagità demoniaca quando il pezzo viene troncato improvvisamente, rendendolo così un'introduzione del successivo brano al quale è collegato.

Ye Entrancemperium

Il secondo brano è "Ye Entrancemperium" (lett. Tu Entrataimpero), inizia con una parte di chitarra presa da un pezzo mai pubblicato dei Mayhem, per questo Euronymous è citato nei crediti, nonostante all'uscita dell'album fosse ormai morto da tempo ed il pezzo dei Mayhem in questione fosse stato realizzato ben tre anni prima; l'ennesima dimostrazione del sodalizio coi Mayhem, nonostante l'enorme differenza musicale. Un riff cattivo con una plettrata alternata ronzante, stoppate malefiche e poi un caotico blast interrotto da veloci accordi di chitarra che fanno brevi e taglienti comparse. In mezzo a tutto il caos la voce, uno scream poco presente e ben amalgamato con la musica, poi delle parti di tastiera che occupano un posto meno di spicco rispetto al precedente album, con un timbro più curato che imita ancora meglio gli archi. Si sentono archi gotici alla tastiera, cori dal gusto scandinavo e bravi apparizioni di scream; ottime le dinamiche quasi orchestrali delle tastiere, che comunque non invadono troppo il lavoro della chitarra, lo scream acuto della voce ha quel timbro tipico che ispirerà i Dimmu Borgir. Le parti di chitarra sono molto più veloci ed intricate rispetto al precedente album, poi ritmiche quasi da polka, molto complesse e sperimentali, hanno sprazzi dissonanti di quello che sarà l'Avant-Garde alla Arcturus. Nel retro dell'album c'è scritto "Emperor performs Sophisticated Black Metal Art exclusively" (gli Emperor suonano esclusivamente arte Black Metal sofisticata), creando il concetto di base della ricerca musicale che porterà alla nascita di innumerevoli sottogeneri che oggi diamo per scontati. La batteria scandisce tempi di rullante lenti e continua il blast forsennato, la chitarra disegna velocissima melodie cadenzate, un coro distante rende atmosfere scandinave, poi archi epici si prendono uno spazio primario e segue un altro coro nordico di ispirazione Bathory, inframezzato da momenti chitarristici, il basso pulsa affidabile. Altra sfuriata con chitarre dissonanti e distorte, un basso oscuro e malevolo, tastiere veloci ad intermittenza, è un caos che spiazza, poi lo scream assassino ed acuto, glaciale fino al finale con una conclusione melodica quasi da orchestra classica velocizzata. La traduzione del titolo è letterale, non si poteva fare altrimenti, in questo testo l'Imperatore fa ritorno al proprio regno oscuro, alla ricerca della morte e del terreno sacro, cavalcando venti bramosi della sua nera anima, diventando sempre più forte quanto più si addentra nel suo regno. Poi si rivolge all'Impero, affinché osservi il suo ritorno trionfale; il titolo dunque è un tu vocativo e poi spiega che si rivolge all'entrata del suo impero, proprio al luogo di passaggio descritto poco fa. La luna piena sorge su di lui illuminando il suo regno di un bagliore argenteo, nonostante ciò le ombre strisciano ancora proteggendo i tesori nascosti del regno. Ricorda ancora, benché sembri avvenuto ere orsono, il suo primo ingresso attraverso quei cancelli, la rivelazione della morte rituale attraverso la quale è divenuto divino, sacrificando la vita che aveva in mezzo alla carne della vita. Questo è un passaggio mistico molto importante, potrebbe benissimo riferirsi al sacrificio di Baldr, altra divinità norrena che compare nell'Edda già citata (ecco perché si preferisce citare questa figura piuttosto che altre parallele); pare avesse previsto la propria morte e dunque la madre avesse radunato tutte le cose del mondo per fargli giurare che non lo avrebbero ucciso, ad un banchetto tutti i commensali giocavano lanciandogli oggetti mortali sapendo che non sarebbe morto, Loki era invidioso e dunque diede ad un nano cieco il vischio (pianta troppo giovane, che non aveva giurato) e questi, volendo partecipare, lo scagliò contro Baldr che ne rimase ucciso (nonostante fosse apparentemente inoffensivo il vischio). L'episodio viene spesso associato a quello del sacrificio divino, in cui un dio sacrifica il proprio figlio (come nel cristianesimo del resto): avviene in molte mitologie e nella maggior parte questo sacrificio comporta l'accesso ad un mondo al di là di quello terreno, in attesa di tornare al mondo terreno in occasione della sua distruzione (il Ragnarök norreno e l'Apocalisse cristiana, appunto); episodio che, letto in chiave di "sacrificio odinico" - e quindi ricordando il fatto che Odino stesso rinunciò ad un occhio per avere la conoscenza, rimase impiccato a testa in giù per apprendere le rune (e via dicendo?) - si capisce come la rinuncia alla carne ed al materiale sia destinata ad accedere ad un mondo spirituale che altrimenti sarebbe stato recluso (del resto il concetto è alla base di qualsiasi culto misticista che strazia il corpo per raggiungere l'estasi metafisica, vedi i flagellanti). Adesso l'Imperatore ritorna, estasiato ancora una volta dal proprio regno e si prende gioco dell'umanità che appare così misera al confronto; non ha lasciato nulla indietro, ricorda tutto, si domanda se riuscirà mai a comprendere concludendo che non smetterà mai di bramare. Un altro testo magnifico. 

Thus Spake the Nightspirit

Procediamo allora parlando di "Thus Spake the Nightspirit" (Così parlò lo Spirito della Notte), si presenta con melodie di tastiera, quasi una fanfara, delle sonorità nordiche con delle plettrate alternate distorte, poi un lungo scream e si prende velocità con un blast inarrestabile, le tastiere eseguono una melodia che col tempo diverrà famosissima, poi si interrompere per lasciare lo spazio ad un riff caotico, chitarre zanzarose con una voce carica di odio e ferocia, riprendono le tastiere e la chitarra si aggiunge nell'eseguire la stessa linea melodica. Il pezzo procede con una batteria incredibilmente devastante, il basso fa ordine nel caos mantenendo una linea ferma ed affidabile che permette di dare un ritmo costante a questo caos, la chitarra quindi si sdoppia ed alla plettrata distorta associa un assolo melodico e folle, tra le risate diaboliche in scream, segue un'altra parte in cui la melodia si fa demoniaca, poi si riprende con quello stesso assolo che ha un finale neoclassico. Si riprende col caos, circondato di melodie che provengono da tastiera o chitarra (o entrambe), la velocità si arresta solamente per un arpeggio distorto che fa aprire il sound, verso il finale, rendendolo più maestoso: qui il basso prende un ruolo quasi da protagonista portando la melodia, che poi viene sviluppata dalle tastiere ad archi, cori in lontananza e lo scream, c'è tutto un grande insieme di elementi epici che si sovrappongono, poi una voce pulita molto espressiva introduce elementi che sembrano tratti da una Rock ballad. Una conclusione molto originale per un pezzo altrettanto innovativo. Il testo è breve, perché tutto il pezzo è pieno di momenti strumentali, spesso melodici: se è vero che le tastiere occupano meno spazio nel songwriting (rispetto all'album d'esordio) è altrettanto vero che adesso anche la chitarra svolge, in determinate occasioni, una funzione melodica. Adesso è lo Spirito della Notte che parla, invita l'Imperatore a chiudere gli occhi ed osservare questo regno che gli rivela, il luogo in cui sono nate le eternità, dove i sigilli si sono spezzati (forse il riferimento è ai sigilli dell'Apocalisse). Se dimostrerà paura cadrà, perché la debolezza soffoca la volontà, ma se avrà il coraggio di osare non fallirà mai, la saggezza guiderà colui che - forte - può sfidare la morte. Così parla lo Spirito, ma viene ascoltato? No, perché spreca visioni di saggezza in un mondo di stupidi ciechi che non sono in grado di cogliere queste verità, nonostante ciò disprezza la vacua contraddizione della vita che, se fosse stata più vasta, la verità finale avrebbe pronunciato il suo nome. La parte finale, cantata con voce pulita, sono le parole dell'Imperatore che chiede allo Spirito della Notte di abbracciare la sua anima. 

Ensorcelled by Khaos

Segue "Ensorcelled by Khaos" (Stregato dal caos), in questo caso abbiamo un testo molto lungo ed ancora più criptico, se vogliamo: generato in un labirinto infinito, condotta da stupidi verso vicoli ciechi, il narratore ha ricercato un flagello per coloro che ridevano alle mura in umile paura. Eppure i modi belligeranti non riuscivano a saziare la sua fame, bramando la morte egli era destinato a rinascere nell'oscurità. Non c'è stato sacrificio più grande in un altro labirinto, senza dubbio infinito, questo labirinto era il suo; non c'è pace in lui, la sua ricerca va oltre l'immaginabile. Ora invoca il padrone del regno, d'oscurità, in cui è rinato (ancora una volta torna il tema della rinascita spirituale attraverso la morte sacrificale), in questo modo: "Bearer of my stigma. Thou art of me. Yet, claim no gift, but guidance. For I am the giver of temptation. Thou art the executor of Thy rewards." (Portatore del mio stigma. Tu sei mio. Tuttavia, non reclamo alcun dono, ma chiedo una guida. Poiché io sono il tentatore. Tu sei l'esecutore delle tue ricompense.). Detto ciò le forze cosmiche lo guidano, più nobile e libero viene attorniato da amore ed odio e saluta entrambi in estasi; si fa prendere da loro, Venere lo seduce e Marte lo possiede, strappando dalla sua anima la salute mentale. Questo testo è stracolmo di spunti mistici, possiamo interpretarli sulla scorta dei discorsi già fatti: il sacrificio rituale ritorna come tema principale, attraverso di esso accede ad una dimensione più alta ma non si presenta da supplicante (perché, come già detto, di deboli saranno spazzati via e dominati da queste forze) ma mostra subito una forte volontà (di potenza? per fare una citazione scontata) nel rivolgersi al padrone di questo regno oscuro, reclamandone i doni. Un riferimento, questa volta esplicito a Venere: è importante notare come le caratteristiche di tentatore e dominatore, proprie dell'Imperatore, corrispondano proprio a quelle di Venere e Marte, di Venere avevamo abbondantemente discusso parlando dell'inlay. Il liberarsi della sanità mentale è un tema ricorrente nel misticismo, spesso in antichità i mistici erano visionari folli e quanto più si ostentava questa follia tanto più venivano accreditate le loro visioni; in una concezione più moderna si può pensare che, chiaramente, bisogna liberarsi di tutte le concezioni mondane per poter accedere a concezioni più alte, bisogna svuotarsi prima di essere riempiti di altro. Il pezzo inizia con un passaggio veloce di chitarra che diventa presto una plettrata alternata melodica e demoniaca, accompagnata da un blast devastante di cassa e rullante, gli interventi vocali sono assistiti da melodie di tastiera che danno atmosfera e rendono ancora più epico tutto. Si tratta di uno scream acuto, in stile norvegese ma melodico e prolungato. Dopo un minuto lo scream sfuma e la musica scompare, riprende subito dopo con una parte di musica classica, un contrabbasso ritmato ed altri archi melodici scandiscono un tempo da walzer oscuro, che poi si arricchisce delle chitarre distorte e di uno scream basso molto espressivo; una parte del genere fa venire la pelle d'oca anche a ferragosto, è il preludio dell'Avant-Garde Black Metal di qualità che arriverà dagli Arcturus nello stesso anno con "La Masquerade Infernale". Una tastiera a pianoforte ed il riff prosegue regalando emozioni in questo valzer demoniaco eppure sublime, sullo sfondo scream sofferenti e caos, una variazione con parti di chitarra che seguono le cadenze del walzer, la voce aumenta l'espressione. Una parte a prevalenza di chitarra, le voci si fanno un coro di scream, variazione epica con passaggi melodici in crescendo di intensità, piatti che sfumano e poi una rullata ai tom che fa riprendere il walzer, questa volta meno ritmato e più melodico, con pianoforte in primo piano, un coro dalle influenze nordiche ispirato a Bathory. Dopo una stoppata inizia una sfuriata che dà chitarra veloce, blast ed un basso ancora cadenzato, altri cori alla Bathory che si alternano a caos assoluto. Tutto è un tripudio fino al finale, che si prolunga per molto tempo col feedback di chitarra.

The Loss and Curse of Reverence

Il quinto pezzo è "The Loss and Curse of Reverence" (La perdita e maledizione della riverenza), ha un inizio caotico e devastante, riff fatti da accordi e plettrate veloci, tempestate dalla batteria, poi altri riff con un finale in tapping, intanto un scream acutissimo, si sente in lontananza carico di eco, il basso non è veloce quanto la chitarra quindi si distingue meglio. Dopo alcune stoppate il pezzo si fa più mistico grazie al lavoro delle tastiere che prendono sempre più il sopravvendo, somigliando ad un organo o coro femminile, le melodie si fanno sempre più ricche ed intricate, si intreccia il lavoro di diversi strumenti in una lunga parte strumentale accompagnata dal blast di cassa e dalle innumerevoli variazioni ritmiche. Una parte di tastiera che ricorda dei fiati con controcanti bassi, la sensazione di mistico continua mentre la voce riprende a cantare in modo spiritato, c'è un senso di caos ordinato che pervade tutto il lavoro, arricchito dalle vibrazioni della chitarra sempre al suo posto nonostante la complessità del riffing. Dopo un finto finale una parte gotica con una voce che recita e poi, con stile neoclassico e gotico, riprende con una parte strumentale a prevalenza di tastiera, in cui il basso svolge un ruolo molto importante (quasi da contrabbasso), la batteria ancora non accenna a rallentare ed è un martellare continuo. Altra stoppata e parte un diabolico riff a plettrata alternata in pieno stile black, con bast, poi un assolo chiassoso e devastante fatto di fischi, si riprende col caos e le tastiere non si fanno vedere, poi riappaiono con una melodia quasi fantascientifica. La voce fa interventi brevi e prolungati, mischiandosi agli strumenti e senza mai prevalere nel sound, il sound rallenta permettendo accordi lunghi e la voce diventa più espressiva e disperata; questo continua, assieme a stacchi tempestosi di batteria, fino al finale. Adesso il narratore è colpito da memorie di tormento: hanno provato a sopprimerlo alla nascita ma erano solo degli stupidi perché lui è nato già antico, non si può uccidere ciò che alberga in noi stessi (forse si riferisce al Male). Eppure questa agonia ha avuto un suo effetto nell'orgoglio di quella persona nata mortale, la vuotezza del mondo terreno ha guidato il suo cuore verso un cammino oscuro che l'avrebbe allontanato dal terreno modo di vivere pestilenziale, rendendolo pulito; gli immondi schiavi dell'ignoranza terrena però si prendevano gioco di lui, insultandolo, sputavano ciecamente sopra la divinità dell'odio così provocandone la furia. Sorgerà presso colui che è caduto (l'angelo caduto per eccellenza, identificato anche con Venere: Lucifero) nello sconcerto delle masse alle quali l'indulgenza della sua anima mostrerà come sia stato il peccato a creare dio (tema che sta alla base delle considerazioni mistiche della scuola di Aleister Crowley), rivelerà e reprimerà la fonte dalla quale è stato originato ciò che si fa beffe del genere umano; molto probabilmente questo proposito non sarà realizzato e gli uomini riceveranno in dono solo il desiderio di morte. L'onore non viene più lodato come una virtù, ma sarà esaltato dalla sconfitta della luce. Poi l'Imperatore si rivolge al credente ammonendolo di non parlare a lui di giustizia, perché non ne ha mai vista da parte di Dio, mentre invece l'Imperatore dà ciò che riceve (concetto che sta alla base del satanismo di La Vey), si rivolge ancora al credente definendolo traditore ed accusandolo di avergli distrutto il cuore ancora ed ancora. Mentre nei brani precedenti le tematiche avevano oggetti mistici in questo testo assumono i contorni di una accorata propaganda filosofica che cerca di spiegare le conseguenze dei princìpi prima enunciati da un punto di vista più cosmico.

The Acclamation of Bonds

Segue "The Acclamation of Bonds" (L'acclamazione dei vincoli), con un inizio epico e maestoso fatto da accordi lungi e veloci melodie vibrate, un crescendo con fischio e dopo l'aggressione vera e propria arriva sotto forma di blast, cui seguono parti di tastiera e veloci plettrate alternata inframezzate da un feroce pestaggio di batteria.  La voce riprende lo stile del pezzo precedente, con violenza e parti prolungate che si sovrappongono una dietro l'altra, tra le strofe ci sono lunghi passaggi melodici in cui le tastiere fungono da archi, poi durante il cantato diventano un coro di sostegno che rende più epica la musica. Il pezzo si fa ritmato con delle chitarre che dialogano incastrando ritmi diversi, poi una tastiera con timbri alieni fa un breve passaggio prima dell'ennesima strofa violenta e ritmata; la struttura si ripete alcune volte con interessanti variazioni. Tutto procede liscio ripetendo le stesse parti in diverse varianti, la violenza dello scream non è così acuta come in altri pezzi, ma esprime la stessa dannazione, le tastiere con timbro da film sugli alieni è una soluzione vincente. Altro passaggio violento e caotico ci ricorda che si tratta di vecchia scuola norvegese, dopotutto, porta un altro devasto e dopo delle campane a morte, si sente il clamore di una moltitudine di persone distanti, poi la parte caotica prosegue con rinnovato furore poi si aggiungono delle tastiere che sono una via di mezzo tra coro ed organo, la voce è ancora disperata. Segue un brevissimo solo di chitarra in cui impazzano le tastiere ed una serie finale di scream. Il testo inizia con un'esortazione a guardare, i corvi gracchiano riverenti degli inni al firmamento (c'è scritto welkin, termine arcaico per indicare il cielo inteso come posto in cui si trovano le stelle) nel crepuscolo; questi inni sono per celebrare i pochi compagni, che stanno oltre la carne e le parole, quelli che stanno nel nucleo, al di là degli dèi. Il narratore fluttua in mezzo ad essi, per mezzo di ali un tempo rotte che adesso splendono di nero,  condivide la loro canzone fatta di parole mai dette, pianti dal passato. In un tempo di mostruosa tempesta la sete di sangue gira attorno alla spira affamata per la caduta; lui saluta il fosso cieco selvaggio che maledice la vita. Al momento del passo finale gli vengono date delle mani e delle catene dorate, offrendogli qualcosa che non potrà essere mai tolto: i vincoli di fiducia ed unità fino alla fine. Fratelli e sorelle del circolo a cui si è unito, li acclama tutti, che non abbiano timore a prendere la sua mano quando le stelle guida saranno coperte dalle nubi. Bisogna capire il significato di queste "catene dorate" perché nel misticismo spesso si usano le catene per riferirsi alla condizione che impedisce all'uomo di percepire la verità (vedasi il celebre mito della caverna di Platone, ad esempio) mentre in questo caso le catene dorate sembrano essere un qualcosa di desiderabile che completa questo fenomeno di ascensione. Un suggerimento per l'interpretazione viene dato definendo come "corvi" questi fratelli e sorelle, suggerimento che ci porta ad indagare sul significato che assumono le catene ed i vincoli nella mitologia norrena, l'episodio principale è quello riguardo l'intrappolamento di Fenrir che, quando riuscirà a spezzare le catene, scatenerà il Ragnarök, ma non basta; in questo testo le catene sembrano avere il ruolo di simbolo di fratellanza e sorellanza. Ci viene in aiuto la descrizione del tempio norreno di Uppsala (per come descritto nelle Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum, di Adam of Bremen) che parla di una enorme catena dorata che pende dai timpani dell'edificio, visibile da lunga distanza, nel capitolo 51 del Gylfaginning viene detto che in occasione del Ragnarök fratello ucciderà fratello, i padri uccideranno i figli e viceversa per colpa dell'ingordigia che provocherà lo spezzamento dei vincoli (parentali o di fratellanza); ecco che la catena dorata assume un importante simbolico nel simboleggiare la fratellanza che unisce tanti spiriti liberi per mezzo di un codice morale basato sull'onore (del quale si discute proprio nel precedente testo).

With Strength I Burn

Poi c'è "With Strength I Burn" (Con forza brucio), ha un testo che ci proietta nello scenario rappresentato in copertina: un oscuro caos verde scuro, che il protagonista percorre, conosce bene questi cammini che lo conducono a delle scogliere che danno sul mare. Le sue fondamenta sono quelle pietre, sagomate negli anni dal mare e dai venti, invulnerabili e senza vita; ha desiderato per tanto tempo esserne parte ma il mare lo chiama. Vorrebbe vedere almeno per una volta l'entità che sta dietro alla voce che lo seduce, la bellezza del suo dolore, non sa se può definirsi benedetto o maledetto da quella presenza, a quale crimine o merito è da attribuirsi, si chiede se questa vita sia un modo per espiare i suoi peccati oppure compiere imprese. Si trova ad odiare la propria carne, perché gli instilla il dubbio e gli fa mettere in discussione anche il proprio stesso "io", dunque parla l'Anziano che dice che dalla fredda nebbia emergono tre navi trascinanti, con le vele lacerate da più di una tempesta, con gli archi adornati delle polene coi gargoiles più spaventosi che si siano mai visti; queste portavano una ciurma di tre dozzine, stavano immobili, grigi ed indossavano gonne, da dietro i loro volti partivano i canti seducenti che gli offrivano di salire a bordo, senza esitazione accettò e salparono. Riprende il discorso esistenziale, si parla dei mari in cui è annegato molte volte, ha sparso più volte le ceneri del destino eppure la sua fiamma ha ancora fame; saluterà col cuore in fiamme le coste che si trova davanti pur non sapendo cosa brucerà. Il desiderio, il rumore lontano delle onde che si infrangono su una nuova costa, vorrebbe avere la possibilità di vedere ciò che si trova davanti a lui e maledetti siano i suoi occhi che sono morti nel regno della morte. La musica iniziale è un caos accompagnato da veloci arpeggi distorti, le plettrate veloci si associano al blast e presto intervengono anche le tastiere e lo scream, una breve apparizione che cede il posto ad un altro momento strumentale, poi si torna alla strofa. Lo stile è maestoso e vagamente neoclassico, la violenza è al primo posto, poi una parte rallentata con armonici distorti, poi nonostante la lentezza si prende il ritmo e la batteria fa brevi blast di cassa. Arriva un coro di stampo nordico, pulito, all'inizio le voci sono all'unisono, poi si slacciano, c'è ancora ritmo nordico, quasi folk, e melodia; il cantato pulito prosegue maestoso e si prende tutto il tempo per svilupparsi. Plettrate alternate fanno da atmosfera al canto pulito, una parte che dura a lungo e poi diventa silenzio con rumori disturbanti mentre si sente la voce narrante dell'Anziano, le tastiere creano atmosfere epiche e medievali, poi riprende la strofa pulita in un tripudio di batteria. Il pezzo diventa di nuovo violento con una lunga parte a plettrata alternata, poi interviene la voce con uno scream disperato, le tastiere sono ancora presenti, poi delle stoppate e la voce diventa molto veloce, tutto si fa frenetico e caotico. Altra lunga e bella parte black furiosa, dopo segue un assolo che si fa apprezzare per le melodie malinconiche che lo rendono cantabile, il pezzo sfuma così lentamente e diventa silenzio.

The Wanderer

L'ultimo pezzo, "The Wanderer" (Il viandante), è strumentale. L'ingresso è un fade in che porta delle chitarre melodice e delle veloci scariche stoppate di cassa, l'atmosfera è epica ma malinconica, la chitarra e la tastiera fanno melodie diverse che si incontrano e si scontrano. Il ritmo è cadenzato ma non molto accentuato, altalenante e trascinante, i momenti di intensità sono dati dai passaggi in cui la tastiera si fa acuta, oppure il vibrare della chitarra. Il tema resta sempre lo stesso e varia proponendosi in diversi modi, è un outro a tutti gli effetti ed accompagna l'ascoltatore fuori dal mondo mistico appena esplorato. La parte si ripete, variazioni melodiche della batteria portano altra freschezza ed epicità al tutto finché non inizia a decrescere il volume fino al silenzio.

Conclusioni

Abbiamo ascoltato un album speciale che conferma le abilità degli Emperor. In questo lavoro le tastiere non occupano sempre un ruolo principale, in diversi passaggi sono assenti per permettere la furia caotica del Black Metal norvegese più canonico, in tutti gli altri momenti svolgono un compito primario. L'abilità del gruppo, che in questo album è evidente, sta proprio nel sapere intrecciare ad arte diverse melodie contestualizzandole in un sound decisamente estremo; il risultato è qualcosa di sorprendente perché mantiene intatta tutta la ferocia del Black, merito specie della voce, pur contaminandolo con un grande carico di melodia. Il tocco nordico di ispirazione Bathory si fa sentire e spesso si ritaglia degli spazi propri che aumentano la percezione dell'epico che si associa agli Emperor. Tutto ciò è accompagnato da testi che si scrollano di dosso il semplice satanismo (pur rimanendo alcuni vaghi riferimenti) per arrivare ad un misticismo inteso in senso generale, con diverse citazioni ed un discorso che passa attraverso una cosmologia ad ampio respiro per finire in un esistenzialismo introspettivo e malinconico nel finale. Mentre, da un punto di vista musicale, lo stile rimane più o meno costante, nonostante l'individualità di ogni pezzo beninteso; lo stile dei testi varia progressivamente da un brano all'altro spostandosi dall'insieme fino al singolo. Se volessimo individuare un concept, aiutandoci anche con la scelta del titolo, lo ricaveremmo con riferimento a quel processo che porta il corpo a morire e lo spirito, colmo di volontà tale da sfidare il padrone delle tenebre, che torna all'infinito raggiungendo una dimensione ed un piano di esistenza più elevato. Librandosi in aria con ali di corvo incontra quindi i fratelli e sorelle, esseri dotati delle stesse caratteristiche straordinarie ai quali si unisce per cantare inni alle tenebre; stabilendo con essi una comunione, simboleggiata con la catena d'oro ispirata dalla tradizione norrena speciale che non avrebbe potuto stabilire con le persone terrene le quali, anzi, gli sputavano addosso ritenendolo "diverso". Un concetto del genere può leggersi davvero secondo molteplici chiavi di lettura: da un punto di vista mistico ma anche usandolo come una metafora da applicare al mondo di tutti i giorni. Questa fortunata e meticolosa organizzazione che porta così tanti elementi nella musica, tali da creare un caos armonioso, assieme all'attenta e sensibile scelta e modo di trattazione delle tematiche ha prodotto ciò che gli Emperor stessi hanno definito Sophisticated Black Metal. Un album che sarà la gioia di ogni cultore del Black Metal attento alle melodie.

1) Alsvartr
2) Ye Entrancemperium
3) Thus Spake the Nightspirit
4) Ensorcelled by Khaos
5) The Loss and Curse of Reverence
6) The Acclamation of Bonds
7) With Strength I Burn
8) The Wanderer
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