ELVENKING

The Pagan Manifesto

2014 - AFM Records

A CURA DI
DONATELLO ALFANO
21/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

"Evolversi senza tradire lo spirito degli esordi", un concetto apparentemente semplice ma che può trasformarsi in un sentiero pieno di insidie ed ostacoli, la carenza di idee spesso ha prodotto dei risultati a dir poco controversi, come ben sappiamo anche alcuni dei nomi più celebri della scena hard & heavy mondiale in determinate fasi della loro carriera sono finiti dentro questo tunnel per poi uscirne a testa alta, naturalmente esistono le classiche eccezioni che confermano la regola e nel panorama power/folk del nuovo millennio una di queste eccezioni è rappresentata dai friulani Elvenking, autori di un nuovo ed entusiasmante capitolo discografico intitolato The Pagan Manifesto. Nei sette album realizzati dal 2001 al 2012 la band di Sacile ha mostrato una crescita artistica costante attraverso l'inserimento graduale di elementi provenienti da altri generi (hard rock, progressive, ecc.) mantenendo le radici nel sound costruito con il debut Heathenreel. Il penultimo Era ha segnato un passo significativo in questo processo anticipando in parte le prerogative di un album destinato a lasciare un segno indelebile in un'avventura ricca di successi e riconoscimenti a livello internazionale. Registrato con la stessa line-up del lavoro precedente ai Domination Studios di San Marino e pubblicato il nove maggio dalla "fedele" AFM Records il platter è l'ennesima dimostrazione di tutte le qualità tecnico/compositive dell'ensemble guidato dai fondatori Damna (voce) e Aydan (chitarra). Giunge quindi il momento di premere il tasto play ed intraprendere un altro viaggio nel mondo fantastico degli Elvenking.



L'intro "The Manifesto" in novantadue secondi crea un'atmosfera trasognata e notturna; i rumori in lontananza di un falò e di un vento impetuoso compongono il sottofondo di una lieve melodia acustica. Chitarra, flauto e la riproduzione di un clavicembalo nelle prime battute incantano con una sequenza di note tanto essenziale quanto affascinante amplificata in pochi istanti dal fragoroso ingresso degli strumenti elettrici, un ottimo preludio per il primo highlight dell'album: l'imponente suite "King Of The Elves". In dodici minuti e cinquantacinque secondi la band si esprime al massimo delle potenzialità narrando la lunga storia del nuovo re degli elfi, il suo è un percorso irto di pericoli e di peregrinazioni che lo ha portato a far avverare i propri sogni, adesso è lui il nuovo sovrano del popolo elfico. Ovviamente una storia del genere rappresenta l'input ideale per la grande varietà di stili assemblati dagli Elvenking; nella prima parte il power metal domina prepotentemente la scena, la sezione ritmica composta da Jakob (basso) e Symohn (batteria) irrompe con un andamento forsennato ai limiti del blast beat, il rapido coro iniziale accentua la vena epica della track ed introduce l'energica interpretazione di Damna. Muovendosi tra i ritmi cadenzati delle strofe il cantante sprigiona un concentrato di grinta e melodia che sfocia nel suggestivo bridge sorretto dal violino elettrico di Lethien, questa parentesi folk oriented cede lo spazio ad una breve progressione ritmica pronta ad esplodere in un refrain velocissimo ispirato dalla mitica tradizione power tedesca. La parte centrale pone in risalto una struttura estremamente varia; la versatilità del frontman è perfetta nel raffigurare il percorso di luci ed ombre del protagonista, gli assoli di Aydan e Rafahel rivelano uno stile legato alle forme più classiche del metal ed elaborano un trait d'union con gli interventi del violino. La presenza di Amanda Somerville nell'intermezzo acustico trasporta l'ascoltatore in una dimensione colma di magia, il duetto tra la singer statunitense e Damna è una spirale emotiva che conduce ad un meraviglioso epilogo caratterizzato dalla ripetizione dell'accoppiata refrain/coro. I due leader affiancati dall'esperto Simone Mularoni (DGM, Empyrios, Martyr Lucifer) offrono un'ulteriore nota di merito all'album con un lavoro in fase di produzione possente, compatto ed in grado di far risaltare anche il più piccolo dettaglio. Un incedere epico e battagliero compone il leitmotiv del singolo "Elvenlegions"; l'inarrestabile corsa dei friulani prosegue con un up tempo che si distingue per il modo con cui alterna elementi classici e moderni, la prova del combo non concede un attimo di tregua mettendo in luce soprattutto le performance di Damna e Lethien. Il primo coadiuvato dai potenti cori delle strofe si destreggia su tonalità alte ed evocative toccando l'apice nell'anthemico ritornello, il secondo sottolinea efficacemente ogni passaggio del brano e nel break strumentale sostituisce le chitarre con un assolo vibrante e malinconico. Il testo descrive il canto di sei bardi elfi che viaggiano in segreto nascosti dall'oscurità attraverso pericolose avventure. Sono sia poeti maledetti che guerrieri formidabili e portano alla luce le antiche leggende pagane elfiche. Il videoclip realizzato per la traccia è un piccolo gioello visivo ambientato nello scenario medievale del Castello di Toppo (Pordenone) la protagonista della trama è una ragazza condannata al rogo per atti di stregoneria, i suoi occhi esprimono un marcato senso di paura ed impotenza di fronte ad una sentenza che ritiene ingiusta ma in realtà quello sguardo nasconde poteri inimmaginabili... La successiva "The Druid Ritual Of Oak" mostra il lato più dinamico del sestetto; il progressive occupa una posizione predominante nei tempi dispari dettati da basso e batteria, accelerazioni e rallentamenti si susseguono freneticamente ed accompagnano una linea melodica avvolta in suggestioni folk di grande effetto. Il singer incarna la figura di un carismatico poeta pagano intento a raccontare un rito di purificazione e rinascita in cui il protagonista chiede perdono alle forze naturali per i peccati commessi e rinasce simbolicamente a nuova vita in congiunzione più forte con la natura. Nella sezione centrale le chitarre imperversano con dei suoni filtrati ed ossessivi ideati per aumentare la tensione prima dell'assalto finale, una peculiarità che riafferma la voglia di sperimentare impressa nel mosaico sonoro della band. In "Moonbeam Stone Circle" il gruppo rilegge gli schemi compositivi del metal sinfonico sotto un'ottica moderna; le ritmiche serrate di strofe e refrain creano una cavalcata che riporta alla mente alcuni episodi dei vecchi Rhapsody (in particolar modo quelli del masterpiece Power Of The Dragonflame) la timbrica del frontman è sempre in primo piano e dona al brano un'atmosfera particolarmente tesa. La celebrazione delle divinità Cernunnos, Faunus, Karnayna e Knhum nei minuti centrali eleva le doti tecniche dei musicisti grazie ad una successione di interventi lirici, parti narrate e rapidi solos, questo vortice nel finale confluisce in una marcia marchiata dal trascinante chorus "We light the sky aflame, We are the sky in flames/We burn you at the stake, We are the, the Wicker men". I versi descrivono un altro rito celebrato al chiaro dei raggi lunari per invocare gli enti naturali che popolano la foresta, dagli animali alle piante alle rocce e sorgenti. La notte illuminata dalla luna è il momento per compiere il rito e l'officiante si appella agli elementi per portarlo a compimento. Echi hard rock degli eighties rivestiti da affascinanti melodie ispirate dalla tradizione irlandese affiorano nell'intensa "The Solitaire"; Jakob e Symohn sviluppano un crescendo ritmico che dalle movenze oscure e simil-tribali dell'incipit si sposta rapidamente sui tempi veloci dominati dalla doppia cassa. La voce di Damna puntando maggiormente sull'emotività trasmette sensazioni come disillusione, malinconia e rabbia, caratteristiche rintracciabili per tutta la durata del brano ed enfatizzate nel refrain dal violento scream dell'ex chitarrista Jarpen. Il testo affronta un tema delicato e attuale; quello della solitudine nella terza età. Il protagonista è oramai alla fine del proprio percorso e guarda in retrospettiva la sua vita, cercando la compagnia di altri esseri umani per i quali però non ha più utilità e che non capiscono che il momento di diventare vecchi arriverà anche per loro. L'essenza del folk prende il sopravvento  nella ballad acustica "Towards The Shores"; chitarre, violino ed il flauto di Maurizio Cardullo (polistrumentista dei Folkstone) disegnano una delicata sinfonia dai richiami medievali che accompagna un timbro in bilico tra i toni profondi delle strofe e le incantevoli aperture melodiche modellate nel bridge e nel ritornello. L'influenza dei maestri Blind Guardian è evidente sia nella struttura che negli arrangiamenti ma gli Elvenking dall'alto della loro esperienza reinterpretano la lezione dei bardi di Krefeld con la consueta dose di personalità. Le liriche raffigurano il ritorno sulla terraferma di un marinaio che viene guidato dalle piccole luci della costa per non perdersi e naufragare in mare. In questo canto si può trovare una metafora non troppo nascosta sul viaggio della vita, in cui c'è sempre bisogno di avere qualche "faro" che ci aiuti a non perderci nelle situazioni difficili in cui non ci è chiaro quale rotta sia meglio seguire. "Pagan Revolution" in meno di quattro minuti presenta diverse sfumature unite dai friulani per dar vita ad un nuovo anthem del power/folk; l'impeccabile drumming di Symohn guida la traccia con una sfilza di cambi ritmici non così lontani dagli stilemi del prog odierno e rinforza i rimbombanti intrecci canori tra il singer ed i coristi. Un'impostazione tipicamente metal prende forma nelle corde dei guitar players, le trame di questi ultimi costruiscono una solida base per le melodie ancestrali plasmate dal violino. I numerosi cori e controcanti presenti nel pezzo tratteggiano l'esortazione a prender parte all'armata della Madre Terra, a liberare lo spirito pagano libero e genuino che c'è in ognuno di noi e a vivere vicini alle forze naturali, quelle più potenti e vere. Non si tratta tanto di una rivoluzione violenta quanto più di una riscossa morale ("sing and dance to the sound of revolution, come and join this heathendom/not a rioting song, a public moral execution, enemies of liberty here we come"). "Grandier's Funeral Pyre" è incentrata sulla storia del prete francese Urbain Grandier e del suo ruolo nel caso dei diavoli di Loudun (una vicenda trattata più volte anche nella letteratura e nel cinema). Accusato nel 1632 di pratiche legate alla magia nera e di plagio verso le suore orsoline, Grandier venne arrestato e processato da un tribunale ecclesiastico, la causa terminò con la scarcerazione ma dopo un suo duro atto d'accusa nei confronti del cardinale Richelieu finì per la seconda volta sotto processo. Il prete venne prima torturato e poi condannato al rogo il 18 agosto 1634, le uniche prove della sua colpevolezza furono dei documenti che lo accusavano di aver stretto un patto con il diavolo ma l'autenticità di queste carte non fu mai verificata. Prendendo spunto da una storia così piena di mistero e inquietudine il six piece erige un roccioso mid tempo che fonde impatto e armonia in maniera encomiabile, lo schema strofa/refrain/solo è arricchito da una serie di particolari inseriti per donare un tocco di modernità all'ossatura del brano, tra questi è obbligatorio evidenziare un riffing iper-aggressivo ed un utilizzo della voce filtrata che ricorda lo stile maligno di Shagrath dei Dimmu Borgir. I tratti distintivi del power teutonico tornano alla ribalta nei primi minuti di "Twilight Of Magic"; lo spirito dei monumentali Keeper Of The Seven Keys rivive in un episodio governato dal possente operato del drummer. Un andamento sostenuto interposto alle improvvise accelerazioni del bridge mette in risalto un'altra prestazione da incorniciare di Damna, le soluzioni vocali del frontman risplendono per un appeal melodico ed un'intensità nettamente sopra la media. Aydan e Rafahel si ritagliano uno spazio da autentici protagonisti nel break alternando con maestria assoli e fraseggi, i virtuosismi degli axemen confluiscono in un finale contraddistinto dalla ripresa del ritornello in chiave acustica. Il testo sembra un invito a porsi in una dimensione di ascolto ed attenzione verso le forze della magia che possono aiutarci nei momenti più bui ed in cui  in cui sembra che ogni speranza sia perduta. La maggior parte della magia di questo mondo è ormai invisibile agli occhi degli umani che hanno perso la capacità di riconoscerla ma essa non è completamente persa e ci sono ancora creature magiche che popolano la realtà. "Black Roses For The Wicked One" riprende il mood cupo e introspettivo di "The Solitaire" in una versione orientata maggiormente sull'hard rock. Il contrasto tra i suoni affilati delle chitarre e le note penetranti del pianoforte supporta una prova straordinaria di Lethien, le raffinate armonie del violinista accompagnano i versi di Damna accentuando il pathos trasmesso dal cantante. La parte centrale attraverso sontuosi arrangiamenti sinfonici seguiti da una parentesi completamente immersa in sonorità unplugged riassume in modo perfetto un amore che invece di rendere migliori fa soffrire e corrompe l'innamorato, perché l'amata rimane comunque sempre una figura negativa che avvelena lo spirito di chi le si avvicina ("someday someway you will get to see, there's no haughtiness in me/no redemption and no deliverance, so get the hell away from me"). Gli Elvenking scrivono i titoli di coda dell'album con l'articolata "Witches Gather"; la storia ruota attorno ad una congrega di streghe raffigurate non come portatrici di sventura bensì di sapienza, inviate delle forze naturali per rivelare agli umani quanto sia bello e benefico il mondo della magia, gli umani però hanno accolto le streghe non come messaggere positive ma come demoni da abbattere, ora per questi umani è troppo tardi, hanno buttato al vento la loro opportunità e le streghe ne faranno loro pagare le conseguenze. Sotto l'aspetto compositivo i friulani tornano ad esplorare i sentieri più dinamici del loro sound in una mini-suite introdotta da un'ouverture che rievoca le atmosfere morbose e sinistre dei migliori Therion. Assalti ritmici dalle marcate reminiscenze thrash e litanie folk colme di oscurità delineano nelle strofe una lunga descrizione di come gli inquisitori abbiano cacciato, torturato e bruciato le streghe. La sovrapposizione tra il timbro pulito di Damna e quello feroce di Jarpen riversa nel bridge uno scenario angosciante attenuato dopo pochi secondi da un refrain arioso e coinvolgente. La componente prog riemerge in un intermezzo diviso in egual misura tra tecnica e feeling, le melodie di ampio respiro eseguite dai musicisti portano ad un'efficace ripresa della struttura dei primi minuti, il frontman e Isabella Tuni (ex componente dei Leprechaun) concludono la track recitando una breve parte narrata in fade-out che esterna l'ultimo messaggio delle streghe ("we tried to come, we tried to show you the goodness of the stars ...of the moon, but you failed miserably and we paid...").



The Pagan Manifesto è un platter che rappresenta in maniera completa il nuovo percorso degli Elvenking; rispettando i trademark scolpiti nel loro DNA i friulani hanno realizzato un'opera versatile, coraggiosa e destinata ad occupare un posto d'onore nelle classifiche di fine anno. In sessantaquattro minuti di durata la band esprime una visione del power/folk personale e ricercata dimostrando ancora una volta di essere uno dei nomi su cui puntare ad occhi chiusi per il futuro del genere, nell'attesa di un'ulteriore evoluzione da parte di Damna e soci premo nuovamente il tasto play per riascoltare quello che personalmente ritengo il loro miglior lavoro.


1) The Manifesto
2) King Of The Elves     
3) Elvenlegions          
4) The Druid Ritual Of Oak     
5) Moonbeam Stone Circle     
6) The Solitaire     
7) Towards The Shores     
8) Pagan Revolution     
9) Grandier's Funeral Pyre     
10) Twilight Of Magic     
11) Black Roses For The Wicked One
12) Witches Gather