ELVENKING

Era

2012 - AFM Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
11/10/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ho sempre ritenuto che la musica nella sua essenza sia contatto primitivo con le emozioni che spesso non percepiamo (o esprimiamo) abbastanza nella nostra quotidianità: il brivido dell’avventura, la spensieratezza di un gesto, il calore di un ricordo o ancora il tocco elettrizzante di una melodia che ci fa ballare, immaginare o sognare. Arrivo al punto. Ogni volta che ascolto un pezzo degli Elvenking, mi si accende nel cuore la stessa sensazione: puro appagamento misto ad ammirazione, nel rendermi conto che in Italia abbiamo ancora gruppi come questi, che non peccano mai di originalità, eleganza e stile e che soprattutto riescono a veicolare emozioni vere, senza quella patina commerciale a cui siamo ormai assuefatti. In effetti ripercorrendo la loro carriera iniziata nel lontano 2000 (col demo "‘ To Oak Woods Bestowed” ) si comprende come l’eclettismo musicale e le rivoluzioni di stile compiute con audacia abbiano rappresentato una costante nel loro percorso nonché indubbia chiave del successo che cavalcano da anni. Con questa premessa arrivo quindi al titolo del loro 7° full lenght, “Era”. La domanda viene da sé: siamo di fronte a una “nuova era” per il sestetto friulano? La mia risposta non è dicotomica, non direi si o no. Direi piuttosto che questo album rispecchia in sé tutte le svolte che i nostri hanno impresso in 10 anni di carriera. Quindi è un disco che sembra chiudere da un lato un cerchio, suonando esattamente “Elvenking”, allo stesso tempo però getta i semi per nuove prospettive. Siamo cioè di fronte a un disco che inquadra una nuova intrigante angolazione della band : se da un lato rimane presente il melodic metal con una spruzzata di hard rock ( a cui la band ci aveva iniziato con un disco come Red Silent Tides ) dall’altro lato entra con straordinaria sinergia un concentrato di power- folk metal, che non deluderà i fan, soprattutto quelli di vecchia data. Certo la linea seguita dal gruppo presenta molti elementi di continuità col passato, stavolta però si tocca con mano la maturità stilistica del gruppo: non solo gusto fino per le melodie catchy e testi molto curati , ma anche il sound (in questo album più che in altri) risulta in ottima simbiosi col resto. Violini, flauti, cori, cornamuse...tutti gli arrangiamenti sono minuziosi, puliti, appropriati a ricreare le atmosfere trasognanti dei brani. Chiaramente a questo punto è d’obbligo evidenziare che la produzione che sostiene il disco è senza dubbio di qualità: Nino Laurenne (già producer di Amorphis, Lordi, Hevisaurus ecc) e la partecipazione di un’ospite d’onore, Jon Oliva. In effetti al solo nominare questo artista mi scorrono nella mente i Savatage e i Trans Siberian Orchestra, e non mi stupisce quindi che il suo cantato ruvido e pregnante riesca ad apportare grande valore a pezzi già per sé buoni come l’openertrack “I Am The Monster” e “Forget-Me-Not”. Vorrei aggiungere inoltre che la trama musicale dell’album sia stata impreziosita dal polistrumentista dei Folkstone, Maurizio Cardullo, che con grande tecnica e passione ha intrecciato flauti e cornamuse al songwriting, rendendolo ancora più inspirato. Infine prima di analizzare il disco nel dettaglio credo che un’altra informazione sia utile nel cogliere la volontà di cambiamento del sestetto: l’arrivo del nuovo bassista Jacob e del talentuoso batterista Symohn che hanno di fatto modificato in parte il sound della band, orientandola verso lidi più power.  Vediamo da vicino questa nuova “Era”.



L’openertrack “ The Loser ” delinea le sue caratteristiche già dai primi secondi: velocità , dinamismo, aggressività nelle parti vocali. La batteria di Symohn è la vera protagonista del pezzo (che risulta il più accelerato del disco) con cambi repentini di ritmo e l’uso del doppio pedale, mentre la cornamusa disegna spartiti fulminei e briosi sia in apertura che negli intermezzi, lasciando spazio al timbro graffiante e ferino di Damna che qui mette alla prova le sue corde vocali. Azzeccata la scelta di inserire un pre chorus al refrain, in quanto l’impatto è immediato e si imprime in maniera naturale nell’ascoltatore. Un po’ in secondo piano invece la chitarra, che si limita a rafforzare la linea melodica d’impatto della cornamusa, ed entra in scena a sferzare un pregiato e velocissimo assolo di circa 40 secondi solamente al 2.58min. Nell’essenza un pezzo variegato che corrisponde a un preciso messaggio da veicolare: “I feel alive cause I’m a Loser today and so I’ll be Tomorrow/ I feel insane but that’s my nature and I’ll never change for the “YOUR” better” ( Mi sento vivo perché sono un perdente oggi e quindi lo sarò anche domani/ Mi sento malato ma questa è la mia natura e non la cambierò solamente per il TUO benessere”). Il dinamismo diventa musicalmente il mezzo insolito per dimostrare come un malessere possa essere energia repentina e improvvisa, e come una persona definita socialmente “malata” in realtà abbia buona coscienza di sé e delle proprie capacità “Behind the veil there is a lunatic with his out of tune emotions / Madness saved me from all of your average lies – average lies” (Dietro al velo cè un folle col suo circolo di emozioni / La follia mi ha salvato da tutte le tue mediocri bugie- medriocri bugie).  L'atmosfera è tesa, ardente, e a questo punto subentra un parlato quasi sussurato “Never. Oh never. Nothing will die. The stream flows, the wind blows, the cloud fleets and the heart beats. Nothing will die.” ( Mai. O Mai. Niente morirà. I flussi scorreranno, i venti soffieranno, le nuvole [saranno] agili, e i cuori batteranno. Niente morirà). Si tratta di una citazione di David Lynch’s, presa dal film “The Elephant Man” uscito del 1980, e che aveva per protagonista Merrick, uomo deforme ma dal carattere sensibile e sofisticato. Questa citazione l’ho trovata davvero appropriata e deliziosa perché va a carpire il genere folk qui proposto della critica di “musica popolare” e di bassa ricezione culturale. Gli ultimi secondi del pezzo non fanno altro che riprendere il ritornello con maggiore vigore e anche con l’uso di qualche suono distorto in chiusura. Ottima apertura. Segue “ I Am The Monster” che fin dal titolo pare riprendere il leitmotiv del primo pezzo: il confine tra sentirsi normali e percepirsi come dei mostri, incompresi e smarriti. Significativo è il ritornello: ” I’ve lost my way/ I’ve lost my light /I’ve lost the stars inside my night/ I’ve lost the things that I’ve been dreamin’ “ (Ho perso la strada/ ho perso la mia luce/ ho perso le stelle dentro la mia notte/ ho perso le cose che stavo sognando). In apertura la voce calda di Damna suggerisce ancora “I feel like I’ve fallen from grace / The outsider for a lifetime hiding from their vicious eyes” (Mi sento come se fossi caduto in disgrazia/ L’'estraneo per tutta la vita nascosto dai loro occhi crudeli). Si tratta nella sostanza un mid tempo calmo, tipico per la band che si addentra in territori melodic power con più di una spruzzata di classico hard rock. Importante l’inserimento ruvido di Jon Oliva, che a partire dalla seconda strofa impreziosisce il pezzo del suo savoir faire tonale, riproducendo in qualche modo la voce di questo “mostro”, grezza, sporca, incisiva. Il ritornello è anche qui accompagnato dal pre chorus, orecchiabile e accattivante. Cambio di direzione interessante nella parte centrale del pezzo che riecheggia di melodie medievali grazie all’inserto dei violini e del flauto, che lasciano presto spazio a un buon solo di Aydan (3.38min) per poi venir riprese in seguito. La chiusura del brano riprende il ritornello con massima potenza, nel caso non vi fosse già entrato in testa! Risultato più che apprezzabile.La terza canzone “Midnight Skies, Winter Sighs” è una mid tempo che crea l’illusione di una soft ballad per il giro armonico delle chitarre di Aydan e Rafahel nonché per la voce calda e a tratti quasi sensuale del nostro Damna. A partire dal 2.51min la batteria sferza però un ritmo incalzante col doppio pedale che riporta il brano verso sound più power mentre il sottofondo il tocco decisamente folk del violino di Lethien contribuisce a ricreare quell’atmosfera trasognante che aleggia per tutto il brano. Il testo anche qui è accurato e in sinergia col sound: si narra di un passante alla ricerca di se stesso che, camminando per strada, osserva i cieli di mezzanotte e la rugiada del mattino e scopre come in tutto questo ci sia un’intensa poesia, foriera di un misterioso messaggio, di speranza. In ogni piccolo dettaglio esiste un messaggio da scoprire, un segnale. “Midnight skies / Winter sighs/ On morning dews verse of poetry / Reaching heights/ Walking miles/ To hear your voice reciting/ Every word is a verse of pure harmony /Every single one” (Cieli di mezzanotte / Sospiri d’inverno / Al mattino versi di poesia nella rugiada / Raggiungere alture / Camminare miglia / Per sentire la tua voce recitare / Ogni singola parola è un puro verso di armonia, ogni singola parola). Un applauso va anche qui alla compattezza e facile presa della melodia, che si inizia a cantare già dopo il primo refrain. La quarta canzone “A Song for People” è un breve pezzo che si riallaccia alle radici più folk e vede un interessante duetto tra Damna e la talentuosa Netta Dahlberg (già sentita anche sull'ultimo disco degli Amorphis) . L’intreccio di voci è intrigante, sensuale, e si presta a giusto timbro all’accompagnamento dei flauti, del violino e delle chitarre acustiche che portano il brano fino alla chiusura. Una leggera spensieratezza e insieme vivacità si respira per la breve durata di 1.46min , e in effetti il testo del pezzo descrive scene quotidiane di personaggi medioevali: mentre Tom Walton riflette sulla brevità della vita e sulla necessità di gioire ‘qui ed ora ‘ “Life’s not here to wait”( La vita non è qui per aspettare), Marion cerca di non pensare al passato, e guarda come il marito inerme e felice riesca a pensare solo alla prossima birra da bere “Marion does not look back to what’s done / But let her feel before she has gone / While Mr Lancaster, as it clearly appears/ Is just aiming for another blond beer” (Marion non guarda indietro al passato/ Ma lascia il suo sentimento prima di andarsene/ Mentre Mr Lancaster appena appare/ Sta solo premendo per avere un’altra birra bionda). Il messaggio finale riprende un po’ l’intimismo presente anche in altri pezzi: il proprio ‘feel’ non si perderà mai nel tempo e rimarrà sempre il bagaglio dal quale non possiamo separaci. Pezzo forse troppo breve, ma armonico, scorre piacevole. Segue a manovella “We, Animals”, altra mid tempo piuttosto melodica che spazia verso sonorità più rockeggianti. Anche qui è presente il pre chorus ai ritornelli secondo una formula largamente provata nell’intero disco e che contribuisce a donare al pezzo un appeal abbastanza catchy. Ad essere onesta è il pezzo che mi piace meno dell’intero disco, perché lo ritrovo un po’ monolitico dei giri armonici e meno arioso e variegato rispetto alle precedenti track, senza cambi di ritmo o inserimenti azzeccati di altri strumenti. Un pezzo che come dire, “ci sta” ma nel complesso rimane ad uno stadio potenziale senza mai essere davvero efficace. Non posso però non spendere due righe per il testo. Il songwriting è davvero ispirato e qui cè lo zampino non di Damna ma di Aydan che riflette sul grado di civiltà che ha l’uomo, e analizzandone gli atteggiamenti arriva a chiedendersi se siamo o no degli animali “We’re ego thinking for ourselves / Selfish till the end/ We pretend to be someone / Oh yes, you’re just an animal!"(Pensiamo solo a noi stessi / Egoisti fino alla fine / Pretendiamo di essere sempre Qualcuno/ Oh, si, tu sei solo un animale!). Forse è vero, anche l’uomo lotta ogni giorno per la sopravvivenza in ogni ambito,  e la provocazione lanciata qui dal gruppo va ben oltre la critica, è un appello a risvegliare le coscienze nella speranza di uscire dallo stato di misantropia in cui si trovano spesso. Diciamo che per il testo, un 6 in pagella lo concedo. La sesta track “Through Wolf’s Eyes” riprende le fila e lo stile delle prime track: dinamismo e varietà nelle parti strumentali, un po’ meno nelle linee vocali, che risultano comunque credibili. In effetti siamo di fronte a un rifacimento della favola di Cappuccetto Rosso, vista dal punto di vista originale del lupo (da qui il titolo stesso del pezzo) che segue la donzella non per farle del male ma perché ne è innamorato. Lethien apporta al pezzo uno straordinario contributo ritmico ed espressivo che facilita lo stesso Damna nel donare eloquenza e spessore al “racconto”.  Ancora una volta viene ripresa la tematica della diversità, e se nelle prime track era quella di un mostro, qui è invece il punto di vista di un personaggio da sempre interiorizzato come “il cattivo”. Davvero originale l’interpretazione. La settima canzone "Walking Dead" fin dall’apertura riporta il sound verso lidi di moderno power metal con repentine accelerazioni, uso del doppio pedale, strofe con buon tiro e velocità. Il violino in questo pezzo è in secondo piano, scelta fatta per lasciare ampio spazio all’intesa delle chitarre sempre molto affiatate ed esplosive nel riffing generale. Anche qui si può ascoltare un inserto di qualità: un meraviglioso solo al limite del thrash dello special guest Teemu Mäntysaari dei Wintersun al 2.23min, che regala al brano uno slancio e un brivido del tutto inattesi ma perfettamente incastonati nella canzone. La spinta musicale del pezzo diventa foriera del messaggio quasi strillato dell’ ugula di Damna  nel post refrain “So get the main role in this movie that we all call life/ Don’t be a walker-on- don’t be the walking dead” ( Prenditi il ruolo da protagonista in questo film chiamato vita / Non essere un semplice passante- non essere un morto che cammina). La giusta track da inserire a metà di un disco. L’ottava track “Forget-Me-Not” ha invece con un’andamento lento e struggente e che presenta tutti gli elementi compositivi e vocali per essere definita come tipica soft ballad romantica. In effetti la combinazione di dolci noti del piano, acustica e timbro caldo è un classico dei lenti strappa lacrime. A dare un tocco particolare però ci sono ancora il cantato ruvido di Jon Oliva alternato al tono soave angelico di Netta Dahlberg, i due creano un effetto ad intreccio azzeccato, e il refrain anche qui è orecchiabilissimo. Non si può dire che il pezzo sia originale negli arrangiamenti e nemmeno troppo nel testo, limitandosi a narrare dei rimpianti e della tristezza di un uomo nel ricordare l’amore perduto; nonostante questo è un brano nel complesso ben organizzato e ben eseguito. Nota di merito va comunque proprio ai cori incrociati e sfalsati che chiudono il pezzo e fanno riecheggiare nella nostra mente in maniera pregnante lo stile Savatage /Avantasia. Il rilassamento in cui ci si trova a questo punto del disco sembra continuare con l’incipit accogliente della successiva “Poor Little Baroness”, ben presto però ci si sveglia dal torpore grazie all’entrata in scena intorno ai venti secondi nella linee compositive e vocali tipiche del classic melodic metal, coi suoi chiaroscuri e slanci di creatività. In particolare ritengo che qui l’accoppiata vincente sia data dalla vigorosa sinergia del violino di Lethien e dalla batteria di Symohn, la new entry( non stupisce che il pezzo sia stato composto in primis da Lethien!). Il ritmo sostenuto cavalca le sferzate del violino che a loro volta guidano nei punti essenziali le melodie del pezzo e sostengono gli inserti delle guitars di Rafahel e Aydanin in altri momenti. Meritevole il solo folkeggiante che inizia al 4.min e rompe un po’ la direzione melodica del pezzo, mentre il basso di Jacob esegue con particolare attenzione un tapping vigoroso, risultando più che essenziale. Le strofe da canto loro sono abbastanza accattivanti e i refrain hanno una facile presa data, ancora una volta, dall’uso dei cori. Il songwriting qui a mio parere perde leggermente di vista la “parabola” della diversità per lasciare spazio ai timori e al senso di inadeguatezza che possono avere anche persone in apparente situazione di agio e richezza, appunto “The Little Baroness”. La vostra anima si ristorerà nella successiva serena canzone scritta e composta da Damna, “The Time Of Your Life”. Brano dall’intimismo puro e poetico che trova nell’arrangiamento a metà tra hard rock e un’anima folk tradizionale il suo miglior veicolo. Gli inserti medioevaleggianti in cui spicca l’uso delle percussioni e del flauto edulcorano l’atmosfera rendendola leggera, soave e facendo in parte tornare in mente alcune ballate dei più recenti Blind Guardian. Si sente come la voce di Damna sia a suo agio in questi sounds e negli ormai consolidati chorus riesca ad essere di una dolcezza melanconica straordinaria, come il suo messaggio di amore incondizionato “It's like saying "I love you", with nothing in return/ thinking that this is the time of your life - the time of your life” (E’ come dire Ti amo senza ricevere nulla in cambio / pensando che questo è il tempo della tua vita – il tempo della tua vita). La canzone che vince a mio avviso la palma di migliore del disco è la successiva "Chronicle of a Frozen Era", summa della summa di quanto di buono gli Elvenking ci hanno proposto in questi anni, perfetto esempio di metal moderno, che spazia nelle sonorità senza rispondere a schemi prestabiliti. In effetti è il brano più lungo del disco e anche il più articolato. Il sestetto friulano ripropone ancora un mid tempo, questa volta con strofe dal tono pacato con riff accompagnati da orchestrazioni e violino in sottofondo, su si muove una linea vocale sempre molto melodica. Unica accelerazione in doppia cassa è a livello del secondo pre chorus che introduce un ritornello arioso, dinamico e molto diretto, in linea con la tendenza generale del disco. La parte strumentale e solista a centro brano è variegata e ha perfino qualche spruzzata di prog nei ritmi. La definirei nel generale intricata e ritmicamente coraggiosa. Buono il solo di Rafahel e l’apporto ardente anche della chitarra di Aydan mostra come tra i due l’intesa sia ottima. Il songwriting continua a predicare il messaggio edificante e di speranza che ritroviamo in tutto il disco “A way to find/ Words to speak to show your frozen era...And my life now has a scope/ Until I seethe at least I hope/ The masterplan begins” ( Trovare un modo, le parole adatte per mostrarti [quanto tu sia ] congelato...E ora la mia vita ha uno scopo / finchè ti vedo spero / che un piano maggiore abbia inizio). L’ outro del disco è invece  “ Ophale”, azzeccatissimo pezzo da chiusura puramente strumentale, in cui pace e serenità è disarmante e messa alle volontà della chitarra acustica( è stata in effetti composta da Rafahel) e del flauto. Prezioso ancora una volta il contributo di Cardullo che disegna anche qui i tratti del flauto in maniera che cullino l’ascoltatore, disperdendo i ritmi accelerati e l’energia che pulsavano a mille  del brano precedente. In realtà non sarebbe l’unica versione per chiudere il pezzo. Nell’edizione limitata del disco gli Elvenking hanno deciso di inserire (oltre che una versione di I Am The Monster con solo Damna) un ulteriore pezzo “Grey Inside” in chiusura. Esso  ribalta in effetti le sensazioni di quiete ponendosi come una sorta di enclavè a se stante, veloce, a tratti bizzarra negli arrangiamenti in cui violino-batteria-chitarra formano un’ amalgama originale e al limite del prog. La voce ardente di Damna spazia in ogni timbro e quasi osa andare verso lidi nascosti e inesplorati. Davvero un pezzo di qualità, peccato che sia stato inserito solo in edizione limitata! Idem direi di un’altra bonus track: “Khanjar”. Si tratta di un pezzo strumentale dal sapore più ferale e tecnico rispetto al resto del disco, azzarderei definirla quasi una jam session, un biglietto da visita della nuova formazione. L’intro ha un accento arabeggiante direi, che continua alternato per quasi tutto il pezzo, il beat è rallentato mentre si fa largo un riffing pesante e cadenzato della chitarra. Intorno al 1.45min inversione di rotta con improvvisa accelerazione della batteria che qui sperimenta, mentre i suoni diventano quasi sinfonici, metallici, fino al 2.53 in cui le linee melodiche  ritornano ad essere più vicine a un hard rock- speed metal. Definitivamente il lato prog più smaliziato degli Elvenking della nuova “Era”. Concludendo direi che l’impatto complessivo di "Era" è coerente, credibile, armonico e la maturità (compositiva e di songwriting) raggiunta del sestetto friulano si respira per l’intera durata del disco. Inoltre aggiungo che se da un lato il full lenght riprende alcuni schemi del passato degli Elvenking, dall’altro semina buoni propositi per il futuro creando l’humus fertile per la prossima evoluzione di questa band, che sicuramente non tarderà ad arrivare!


1) The Loser  
2) I Am The Monster 
3) Midnight Skies, Winter Sighs 
4) A Song For The People 
5) We, Animals 
6) Through Wolf’s Eyes 
7) Walking Dead 
8) Forget-Me-Not 
9) Poor Little Baroness 
11) Chronicle Of A Frozen Era 
12) Ophale 

Bonus tracks:
13) I Am The Monster 
14) Grey Inside 
15) KhanJar 

correlati