ELISA OVER

Leaves And Blood

2014 - L.A. Riot Survivor Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
06/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Ci sono artisti capaci davvero di comunicare emozioni, dotati del raro dono di saper catturare impalpabili sfumature per convogliarle nel proprio percorso creativo, percorso che può essere del tutto esule dalla convenzione, dall'abitudine. Questo avviene in tutte le nobili arti, ergo nella poesia, nelle arti figurative, nella musica. Dunque quanto spesso le gallerie d'arte peccano nel volere un preciso trademark da un loro artista, volerlo a tutti i costi riconoscibile, perchè "altrimenti il medio fruitore" che spesso e volentieri si traduce nel "finto saccente radical chic" potrebbe rimanere disorientato da una proposta differente da quanto i suoi occhi lo hanno abituato? Così nella musica, tanti, troppi artisti si adeguano a una precisa standardizzazione delle loro opere per evitare di tradire la frangia "dura" e "purista" di pubblico abituata a un certo tipo di prodotto. Quanti si sono adagiati nella ripetizione, per una gioia, spesso immotivata, di un pubblico poco avvezzo a cambiamenti? Sin troppi. Ma sono grandi quegli artisti che hanno fatto della varietà stilistica la propria grandezza. Artisti che certe volte hanno sbagliato (i Queensryche, con il loro "Dedicated To Chaos", sicuramente bruttino), o che hanno continuato grazie alla ricchezza poetica che madre natura ha loro donato, a piazzare opere di una certa rilevanza, tutte nel nome della varietà (Ulver, Voivod). Tutto questo ci porta a Elisa "Over" De Palma. Una grande artista, la cui magnificenza sta anche nel saper stupire con opere "collaterali", come il suo primo album da solista, "Leaves and Blood" (che mi appresto a breve ad analizzare) ben distante da sonorità heavy o thrash a cui ci ha sin troppo bene abituati nell'arco della sua carriera (almeno quella più conosciuta, come vedremo fra poco). Ma è doveroso fare un passo indietro, verso i primi passi della sua nascente passione musicale: troviamo una giovanissima Elisa a prendere lezioni di chitarra acustica dal ragazzo di sua sorella; è proprio questo ragazzo, soprannominato "Mao", a incoraggiarla ed a fornirle supporto, con pazienza e volontà, per aiutarla a migliorare nello stile ( e proprio "Leaves And Blood" risulta essere un affettuoso omaggio a sua sorella, scomparsa tragicamente, nel 1992). Arriviamo al 1993, anno in cui la nostra artista inizia effettivamente la propria attività on stage. Gli ambiti sono prettamente thrash (Killing Delirium, Raw Evil) e heavy/power (Gallows Pole e la all female band Brazen). Ma, rimembrando la propria passone per la chitarra acustica, Elisa si presta anche a progetti più soffusi, acustici per l'appunto, come i Panpipes (progetto nel quale assume il ruolo di chitarra acustica e voce). Si crea già da allora una sorta di ambivalenza, di dicotomia, tra un lato più grintoso, deflagrante, impostato su un mood espressivo "metallico", e un lato più soffuso, intimistico, rappresentato da un sound acustico e melodico. Successivamente la troviamo nell'organico dei White Skull, con i quali realizza lo stupendo "Forever Fight" (2009), album che, a onor del vero mi ha permesso di conoscerla diversi anni orsono. Album incredibile, irrorato da un incontenibile effluvio testosteronico, in cui Elisa, subentrata ad un dimissionario Gus Gabarrò, mostra appieno la sua irrefrenabile carica. A seguito dell'esperienza White Skull la De Palma decide di mettere in piedi un progetto più personale varando il monicker Spidkilz, maggiormente orientato al recupero di sonorità thrash dal flavour più ottantiano, con cui da alle stampe il demo "The Ultra Demo" e il full "Balance Of Terror". Ma si sa, un artista duttile e con una nutrita dose di sensibilità e ispirazione non può fermarsi qui. Nel 2014 esce il suo primo disco da solista sotto il monicker Elisa Over, intitolato "Leaves And Blood",(edito dalla "L.A. Riot Survivor Records", tra l'altro la stessa etichetta del disco d'esordio degli Spidkilz). E ancora una volta si crea una sorta di rottura dicotomica tra quel passato recente fatto di tanto testosterone e il nuovo disco, coacervo di umori ben più personali strutturato su rari equilibri pregni di totale self control. Non più pezzi per sbattere la testa come ossessi, ma un blister di undici pillole per riappacificarsi con se stessi e con il mondo. Musica d'autore, per chi la musica la ama veramente. Il progetto, di stampo folk acustico, può sbigottire o incuriosire chi di Elisa conosce solo il lato più dirompente e "cromato". Ma non può non suscitare riscontri estremamente positivi in tutti quelli che nella musica cercano la qualità, elemento che, in Leaves And Blood, ritroveranno a iosa. Si, perchè con il disco in questione la nostra Elisa mette i puntini sulle i, dimostrando di non essere solo una "metallara" (peraltro un bel termine) ma un'Artista (d'obbligo la maiuscola) in piena regola. Un artista che dimostra di saper percorrere con navigata maestria sentieri concessi solo ai più grandi, verso territori che portano il nome di Arte. L.A.B. non è riconducibile in maniera diretta a precise influenze, ma piuttosto per la realizzazione la nostra Elisa si è lasciata ispirare da diversi amori di gioventù come Simon & Garfunkel ed altri ("sono cresciuta con in casa dischi di Simon & Garfunkel, Eagles, country americano, Supertramp, John Denver, Dolly Parton, poi Led Zeppelin... ma non so se in maniera razionale questi ascolti mi abbiano influenzata pià di tanto, sono tutti dei mostri sacri, tra l'altro!  Alla fine queste canzoni sono nate senza pretesa e secondo le mie capacità, unite al forte impulso all' umore nostalgico che mi ha sempre caratterizzata." - Elisa De Palma). Ringraziamenti importanti Elisa li spende soprattutto per tre persone: Anthony Drago della "LA Riot Survivor Records", che ha stampato e distribuito il suo album perché rimasto molto colpito dai "promo" che Elisa aveva uploadato su youtube; Alessio Perardi, del "Restaurant At the End of Universe Studio", che ha prodotto l'album e l'ha lasciata libera di comporre gli arrangiamenti come meglio credeva; Danny "Crash" Simonetti, della "DC Video", che ha girato il video del singolo di lancio dell'album, "Leaves on my body". E naturalmente, inutile ribadirlo, un ricordo importantissimo va alla sorella, luminosa stella spentasi troppo presto. Detto questo, immergiamoci famelici nelle trame di questo bellissimo disco, composto come già detto di undici incredibili tracce. 



Il viaggio inizia con "Leaves On My Body" (Foglie sul mio Corpo): pochi evocativi accordi di chitarra partono da protagonisti, per dividere il ruolo in seconda battuta con la voce incantata di Elisa, che in questi frangenti sembra assumere il ruolo di druidessa di incontaminate lande. Lande in cui a regnare è un sempiterno, imperituro senso di pace. Abbiamo la giustificata impressione che a  prendere il sopravvento in queste trame sia un totale riappacificamento e quindi un abbraccio "alchemico" con sorella natura. Del resto eloquente è il testo, una sorta di inno al panismo, alla fusione con la Natura, al divenire, metaforicamente e fisicamente, un tutt’uno con Essa, per abbracciarne valori sempiterni e secolari che nel mondo ultra tecnologico di oggi sono andati persi o volutamente dimenticati ("Sento il mio corpo, percepisco le mie emozioni../ riesci a vederle, le foglie che nascondono la mia pelle?/ Tutti i miei Sensi divengono più forti,/  rami mi stanno circondando./ Se ascolterai per bene svelerai misteri,/ gli alberi parlano a voce alta, vogliono la tua anima."[...]Ho fatto la mia scelta, questa notte./ Per prima cosa ho detto: prendete il mio corpo./ poi ho pianto: prendete la mia anima!/ Prima hanno iniziato a strisciare sulle mie gambe,/ lentamente foglie e rami sono entrati in me."). Il rumore del vento screzia i primissimi secondi della successiva "Crazy Wind" (Vento Folle). Ancora una volta siamo introdotti nell'immaginifico mondo di Elisa tramite essenziali ricami di chitarra, assolutamente sufficenti per creare atmosfere incantate e bucoliche. La voce di Elisa si mantiene perlopiù su tonalità dimesse, trasognate, l'impostazione di chi è testimone del mistero e della magia della natura, madre di tutte le armonie. Il pezzo è stavolta dedicato al Vento, che in se non è cattivo. Eppure abbiamo i Tornado, dotati del potere di devastare il mondo. Il vento è qui visto come un fanciullo, desideroso solo di giocare e inconsapevole dei disastri di cui si rende artefice ("Un giorno, fra gli alberi, il Vento si svegliò/ e felice corse via per partire alla ricerca/ di tutto quello che aveva sempre sognato,/ e che credeva non esistesse./ Un giorno, fra gli alberi, videro il vento giocare,/ sradicando dal terreno tenere forme di vita,/ Egli gli mostrò la distruzione, solo un gioco…"). Più ritmata la successiva "Naughty" (Cattiva), caratterizzata da un andamento lievemente più energico e spigliato. Ancora una volta la chitarra è solleticata con maestria in accordi strutturali che impongono alle trame un appeal più deciso. A coronare il tutto il ricorso a slide (che riescono a rendere più saporite e ricche di sfumature le cromie del pezzo) e l'utilizzo di registri vocali stavolta più grintosi. A circa due minuti e quaranta ad arricchire il tutto un breve frangente strumentale: il "narrato" non cessa, ma stavolta è la chitarra a parlare per Elisa, sorretta da una struttura percussionistica elegante e non invasiva. Stavolta il testo abbandona le connotazioni naturalistiche dei precedenti brani per affrontare un tema di carattere più intimistico. La protagonista (Elisa, molto probabilmente) è profondamente legata al suo modo di essere, intransigente verso chi desidera da lei un cambiamento. In Elisa si evince una volontà, peraltro giustificata di non piegarsi di fronte alla richiesta di "smussare i propri angoli", di snaturalizzare il proprio io in nome di una fasulla sintonia con, in questo caso specifico, un uomo con cui condivide un rapporto sentimentale ("Non sopporto chi vuole riempirmi di bei discorsi,/ si, sono Cattiva, una ragazza molto cattiva./ Una domanda, ma nessuna risposta./ mi dispiace, non posso renderti soddisfatto!/ “Cambiare” non è la mia soluzione."), dunque si arriva ad etichettare, in maniera peraltro un po'ironica, una "cattiva ragazza" ("voglio invecchiare come fa una cattiva, cattiva ragazza!"). Un ritmo scandito a suon di percussioni ci da il benvenuto nella successiva "My Kingdom" (Il Mio Regno). In breve subentra la chitarra acustica, quindi la voce di Elisa, impostata su toni decisi, talvolta quasi alteri. La struttura si assesta così su ritmi ipnotici sostenuti da ricami di chitarra ripetuti in maniera mantrica, ad libidum. Spesso si impone uno stop alla voce di Elisa, momenti in cui si lascia alla chitarra il compito di continuare ad intessere scenari mesti, colorati di terre d'ombra autunnali e grigi. Lo scenario affrescato si tinge di malinconia perdendosi tra le nebbie di uno spleen crescente. Le sensazioni emanate dal pezzo in questione ben si sposano con il testo, che tratta con molta probabilità  della depressione e dello stato di auto isolamento che essa comporta, nelle sue forme più acute e decise. Si usa la metafora della Principessa/Regina rinchiusa in un maniero enorme, che per quanto grande non può comunque competere con la realtà ("Guardo fuori dalla finestra del mio Tempio,/ vedo il mio Regno, la mia Ricchezza./ Suoni e Colori così pieni di vita, / che combattono con la mia desolazione./ Anni e anni assieme ai miei servitori:/ la Solitudine dorme nel mio letto"). Battiti di mani e una chitarra dal sapore "sudista", figlia del southern e del country si impongono nella successiva "Solitary Fields" (Campi Solitari), song screziata da un'interpretazione a tratti ricca di epos della De Palma. E' ancora la tristezza a regnare tra queste trame, tristezza e un'alone di desolazione, ben rafforzati da un testo che parla del senso di smarrimento di Elisa tra desolate lande, territori spogli e brulli nei quali prosegue mesto il suo cammino. Il tutto assume in qualche maniera una metafora di smarrimento esistenziale nella vita di tutti i giorni, con un barlume di speranza, ossia la voglia di Elisa di essere "ritrovata tra quei campi solitari" ("Camminando su questa strada,/ il vento soffierà fra i miei capelli ed attraverso la mia anima./ Da questi Campi Solitari nessuno può scorgermi,/ non c’è nessuno qui, cammino da sola./ [...]Oh.. dove sei? Mi troverai mai?/ C’è qualcuno qui? Mi sentiranno mai?"). Caratterizzata da un ritmo pacato, venato di plumbea malinconia la successiva "Black Nightmare" (Incubo Nero). La chitarra tratteggia scenari placidi immersi in un clima notturno. Notte senza stelle, in cui aleggia come un freddo spirito dei recessi oscuri un senso innegabile di timor panico. Il testo sembra alludere allo scontro tra violenza ed innocenza: il Male cerca di corromperci in tutti i modi e sta solo a noi reagire, non concedendoci ad esso. Il tutto è messo in scena attraverso una rappresentazione simbolica che sembra pescare direttamente da una visione onirica: il "Male incarnato" si presenta ad Elisa cercando di trascinarla con se nei meandri degli Inferi. Ma è l'attaccamento al bene, a ciò che di positivo c'è nel nostro mondo salva la protagonista dalla dannazione eterna ("Dietro le mie spalle, la fredda oscurità./ Vedo due occhi qui in basso, sto tremando./ Non so quale, ma sono sicura che è un tipo di Fantasma,/ [...]Ed alla fine lui comparve, con l’odio nei suoi occhi./ Era sicuro del fatto che mi stava trascinando nel suo inferno,/ [...]mi disse: “Donna, inginocchiati! Perché io sono il Diavolo,/ e sarà fatto il mio Regno!”./ “Non mi avrai mai! Non sarò la tua serva!/ Io credo nel mio mondo, la Luce mi salverà!”./ [...]alla fine, i fantasmi divennero pallidissimi,e gli spiriti volarono via."). Impostata su ritmi delicati la seguente "Ballad of The Shadow" (Ballata delle Ombre), pezzo in cui si fanno strada atmosfere leggiadre ed impalpabili, soffici ed armoniose come una delicata farfalla che danza tra i fiori in boccio, a primavera. Si crea un clima di totale quietitudine. La voce di Elisa si fa a tratti più decisa, impostata su toni un pizzico più grintosi, ma solo in sparuti frangenti, quasi per non guastare il senso di equilibrio generato tra queste bilanciate e sottili trame catartiche. Il canovaccio si compone da un suadente rifferama di chitarra, semplice ma efficace, a dimostrazione che per arrivare al cuore dell'ascoltatore non servono assolutamente trame elaborate, ma poche scintille capaci di rigenerare sopite sensazioni. Il pezzo è stavolta dedicato, con tutta probabilità, a coloro che sognano ma non hanno il coraggio di tentare di tramutare i sogni in realtà. Alcune volte basterebbe poco, voltarsi ad esempio, per incontrare una persona capace di cambiare il nostro mondo… ma preferiamo sognare e basta, timorosi di provare a realizzare le nostre aspettative. ("Una piccola creatura, accovacciata su di una roccia,/ sta sognando un compagno, dopo queste durature ombre./ Totalmente assorta, trasportata dai sogni,/ non si è accorta del fatto che è morta da tempo./ Ci ha provato, ha desiderato, ha sperato./ Ma il mondo tanto sperato e l’amico tanto desiderato/ erano proprio dietro di lei..."). Ancora giocato su suadenti arpeggi il brano successivo, "Pages For Fools" (Pagine per Folli), pregno di atmosfere che non smentiscono la pacatezza di fondo emanata da buona parte del disco. A screziare con gusto le ipnotiche trame del pezzo si ripresentano evocativi slide guitar capaci di incrementare tra queste tessiture un vago retrogusto malinconico. La prestazione vocale, magnifica, riesce ad arricchire magistralmente la texture sonora con un vago flavour tardo romantico: l'impostazione si mantiene si carezzevole e suadente, ma con aperture più interpretate e colme di pathos, specie verso il refrain. Il testo riguarda stavolta la follia, vista comunque  come una condizione non imperitura. ("Pagine, pagine che ho scritto/ per evadere dalla mia desolante pazzia!/ Una domanda corre per la mia testa,/ la risposta è una notte nebbiosa./ Giusto un piede nell’abisso,/ forse qualcosa mi salverà."). Tale stato mentale può essere sconfitto, abbattuto, come evinciamo dalla parte finale del brano ("mi sento persa e spaventata,/ debbo combattere o versare una lacrima?/ Ma questa è, oh… solo un’illusione divenuta realtà,/ Oh… in questa nebbia riesco a vedere una luce!"). Con "Angel(Angelo) siamo riversati in una struttura lievemente differente da quanto ascoltato sino ad ora. Ancora un pezzo acustico sorretto da una base percussionistica funzionale, ma stavolta la mente rimanda ad analogie inaspettate: ascoltando il brano in questione mi sovvengono echi seppur vaghi, a Susan Janet Ballion, altrimenti conosciuta come Siouxsie. Una Siouxsie prestata al mondo acustico. A suggerirmi questa strana analogia sicuramente l'interpretazione di Elisa, che mostra modalità espressive in cui si colgono velati aloni della grande artista inglese. A livello testuale stavolta l'argomento è un amore terminato in maniera diciamo "ambigua". Se dapprima la protagonista vuole sposarsi, nel finale sembra voler rinunciare alla celebrazione, preferendo possibilmente un amore diverso, sempre con il suo “Angelo” ma comunque un rapporto non vincolato da tradizioni o obblighi. Semplicemente amore, nella sua essenza totale ("Angelo, poggia le tue mani sulla mia pelle!/ Che brividi, ogni volta che lo vedo! E’ il mio uomo!/ Ragazze, amici miei, ve lo dico: io lo sposerò!Angelo… aspetta un momento, caro./ Sto pensando… sto ancora pensando a me stessa./ Ho cambiato mentalità, scusa se ti ho fatto perdere tempo,/ Togli via le mani, non baciarmi il collo,/ Ragazze, amici miei.. ve lo dico, io non lo sposerò.").Il decimo brano "Woods" (Boschi) si ricollega specularmente a livello di tematiche con quanto proposto nel primo brano: il pezzo risulta essere quasi una sorta di prosecuzione ideale di "Leaves On My Body". Evinciamo dal testo che la protagonista è ormai morta: la vegetazione attorno alle sue spoglie, le piante, le loro radici sono ormai un tutt'uno con il suo corpo ("Gli alberi… continuano a fissarmi, continuano a crescere,/ le vostre radici sono nelle mie ossa, il mio Spirito è il vostro,/ ed ha foglie verdi, cerca la luce./ La luce, la linfa della mia vita./ Tendo le mie braccia dalla terra che mi domina,/ ora questa mi nasconde e beve il mio sangue./ Non ricordo chi ha messo il mio corpo qui giù,/ tutto ciò che so è che un giorno sono morta."). La fusione alchemica con madre natura è completa. Come una verde fenice però la donna promette di rinascere e dunque vendicarsi ("Ma un giorno fiorirò di nuovo, e tornerò in superficie,/ ed il mio cibo sarà chi cammina nel bosco./ Vedrà il prodotto della sua pazzia,/ io sono la sua creatura, io mi vendicherò!"). Le atmosfere percepibili dal brano sono di totale quietitudine, placide, vergate da sintetici accordi che pur nella loro essenzialità riescono a trasmettere molto bene quel senso di sintonia tra la De Palma e madre Natura ben esplicato nel testo. Chiude questo meraviglioso viaggio fatto di sensazioni la strumentale "Rane" soave, irrorata di toni tra il malinconico e il contemplativo. Elisa lascia stavolta alla chitarra l'onere e l'onore di "parlare" comunicando stati emotivi altrimenti impossibili da esplicare a parole. Pura poesia, fragile, impalpabile, immateriale. Un ricamo di note destinato a farci perdere in nebulosi recessi della memoria ipnotizzandoci letteralmente, cullandoci e traghettandoci in luoghi mai esplorati in stato di coscienza. Un'autentica perla lucente, impossibile da descrivere a parole, che con l'eleganza di una farfalla e con altrettanta delicatezza pone magnificamente il sigillo su ques'album.



Quel che mi viene da dire dopo aver ascoltato il disco è: "complimenti Elisa, non solo hai superato brillantemente la prova, ma sei riuscita a creare un piccolo grande monumento alla Poesia.". Il suddetto disco dimostra tutta la versatilità dell'affascinante artista, Maestra nel saper plasmare a suo piacimento la materia sonora, come solo i grandi artisti sanno fare. Si spera che questo Leaves And Blood non sia solo un semplice divertissement, una fresca parentesi nel suo excursus creativo, ma che possa essere gemellato presto da un'altra creatura simile, ugualmente ricca di poesia e sottili sfumature.


1) Leaves On My Body
2) Crazy Wind
3) Naughty
4) My Kingdom
5) Solitary Fileds
6) Black Nightmare
7) Ballad of the Shadows
8) Pages For Fools
9) Angel
10) Woods
11) Rane (instrumental)