ELECTRIC WIZARD

Come My Fanatics...

1997 - Rise Above Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
13/04/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione

Tra i maggiori esponenti dello stoner/doom è impossibile non citare i leggendari Electric Wizard: paladini incontrastati di quello che mi azzardo a definire un non-genere (ho introdotto la nostra recensione parlando di stoner/doom, che in realtà è semplicemente la fusione di due generi affini ma differenti, quindi non un vero e proprio "genere in se"), questi esprimono nella loro fascinosa amalgama sonora il meglio sia dello stoner che del doom: atmosfere fumogene, stordite, ipnotiche da una parte e cadenze ossianiche e sulfuree dall'altra. Il tutto in lunghe digressioni mesmeriche destinate ad affascinare non solo gli amanti dei due generi poc'anzi citati, ma chiunque cerca nella musica il corrispettivo di un viaggio. In questo caso un viaggio straniante, ossessivo, quasi "alienante". Responsabili di ben nove dischi sino ad oggi, generalmente - a parte l'ultimo, oggetto di qualche critica data possibilmente la sua "maggiore fruibilità" - hanno saputo mettere d'accordo pubblico e critica: giustamente osannati, dato che ogni lavoro è una piccola perla, e da qualcuno venerati, hanno ricambiato il favore sia del pubblico che della critica sciorinando dischi sempre efficaci e di notevole impatto, complice un'ispirazione che - a parere di chi scrive - non è mai venuta a mancare. Tale fattore, pur essendo presente in ognuno dei singoli gioielli partoriti dalla mente del mastermind Jus Oborn (voce e chitarra; unico elemento rimasto stabile dal '93 ad oggi) e della sua allegra brigata, è sicuramente più evidente in alcuni dei primi dischi del combo britannico, autentici gioielli che non dovrebbero mancare nella collezione sia degli amati dello stoner e del doom, sia nella collezione di qualsiasi fanatico di ottimo heavy metal. Tralasciando il primo omonimo (interessantissimo ma ancora acerbo), il secondo Come My Fanatics.. (oggetto di questa recensione) e il terzo, e per qualcuno vertice assoluto, Dopethrone (poi chiaramente anche gli altri sono assolutamente degni di menzione, ma per chi vuole farsi un'idea del loro fascinoso mood, almeno il secondo e il terzo sono ascolti obbligatori). Chiaramente, essendo la recensione del secondo disco, sarà su quello che focalizzeremo ora la nostra attenzione: un monolite di rara bellezza composto da sole sei tracce, per quanto mediamente lunghe (la più corta è la quinta, di neanche sette minuti, mentre si arriva ad oltre dieci minuti con l'opener Retirn Trip), ma mai dispersive o inutilmente allungate. Quella delle varie tracce è una lunghezza "funzionale", un protrarsi necessario alla creazione delle atmosfere ipnotiche e malsane di cui parlavo in precedenza. Qualsiasi "accorciamento" avrebbe nuociuto all'efficacia dei brani, che proprio nel loro dilungarsi riescono a sviluppare determinate atmosfere e dar forma a nubi tossiche in grado di obnubilare la mente dell'ascoltatore. Che poi tale lunghezza è solo relativa: altrove si è osato molto di più (sempre in ambiti stoner/doom, basti pensare a Jerusalem/Dopesmoker degli Sleep), dunque i brani, in questa prospettiva hanno una lunghezza "giusta"... il minimo necessario per accompagnare l'ascoltatore verso sentieri goderecci e insalubri e lasciare che si perda stordito da inebrianti fumi tossici. Ma onde evitare di mettere troppa carne al fuoco, direi di passare a un breve spaccato biografico della band (almeno dagli inizi sino al disco in questione), prima di lanciarci nella nostra consueta track-by-track. I nostri emettono i loro primi vagiti nel lontano '93, anche se per arrivare agli Electric Wizard ci sarebbe da fare un piccolo passo indetro... per l'esattezza di cinque anni. Infatti nel 1988 un giovane Jus Oborn decide di mettere in piedi una band chiamata Lord of Putrefaction. Con questa vengono date alle stampe tre demo dal 1989 al 1991 (oltre a uno split con i Mortal Remains). Nel 1992, in seguito al'abbandono di Adam Richardson il nome viene cambiato in Thy Grief Eternal. Con questo nome pubblicano una demo intitolata On Blackened Wings. Nel 1993 anche James Evans lascia la band e di nuovo il monicker viene cambiato, accorciandolo in Eternal. Con questo nome la band pubblica due demo. Dopo la dipartita di Gavin Gillingham, Oborn fonda gli Electric Wizard. Questi muovono i loro primi passi a Wimborne nel Dorset, in Inghilterra, nel 1993: in questo periodo l'organico comprende il chitarrista-cantante Jus Oborn, il bassista Tim Bagshaw e il batterista Mark Greening. Riguardo al nome della band, lo stesso Oborn conferma che è stato preso da due canzoni dei Black Sabbath: "Electric Funeral" e "The Wizard". Nel 1995 la band firma con la Rise Above Records e pubblica il suo debut album omonimo, impostato su un doom metal abbastanza tradizionale (disco che frutta loro diverse recensioni positive). Più tardi quell'anno, pubblicano la canzone "Demon Lung" come split-single con gli Our Haunted Kingdom (divenuti successivamente gli Orange Goblin ). Nel 1997 la band registra e pubblica Come My Fanatics.., disco che andremo ora a trattare in maniera approfondita nella nostra analisi traccia per traccia.

Return Trip

Si inizia alla grande con Return Trip (Viaggio Di Ritorno), narcotica opener che si caratterizza come la traccia più lunga del lotto: una ottima introduzione essendo una delle migliori in questo florilegio di autentici capolavori. Il brano prende il via su un lavoro greve di chitarra. Il sound ribassato sino allo spasimo si sviluppa in breve come un riffing torvo, al ralenti, destinato a prolungarsi per oltre tre minuti e doppiato presto da un secondo cesello chitarristico dotato di una torva melodia. Oltrepassati i tre minuti entra in campo la voce di Oborn, il quale si diletta a sciorinare una parte lirica dai connotati oscuri e vagamente ermetici. Fondamentalmente, da quel che ci è dato comprendere, mentre il sole sta "bruciando negli occhi di uno straniero" (non si comprende bene chi sia costui) questi si prepara ad esalare i suoi ultimi respiri, e poche sono le lacrime versate per la sua morte. Il protagonista del brano (aka la voce narrante) si perde in pensieri di varia natura: che neanche una messa nera potrà placare il dolore; che in questo mondo c'è rimasto ben poco di sano. E data la natura insalubre di quanto lo circonda, questi spera che tutto vada a fuoco, che bruci completamente. Egli ammonisce una persona non specificata di non fermarlo, perché altrimenti sarà costretto ad ucciderlo, mentre lui (il protagonista) non sortirà alcun effetto dato che è destinato a vivere per sempre. E invoca il Dio dei cieli affinchè questa sua maledizione termini e possa morire esattamente come chiunque altro. Nel mentre, tornando sul piano prettamente musicale, notiamo come la struttura ritmica del brano continua imperterrita a roteare su se stessa sciorinando una struttura che pur di matrice decisamente stoner non lesina grosse e grasse reminiscenze doom. Non vi è grosso spazio per digressioni e voli pindarici: la struttura è e rimane cristallizzata su un andamento macilento, spento, tutto forgiato su un rifferama pachidermico che ripete lo stesso andamento quasi in un morboso loop.

Wizard In Black

Si continua egregiamente con Wizard In Black (Mago In Nero), pezzo dal titolo favoloso e dal contenuto sicuramente non da meno. A seguito di una parte introduttiva con una voce filtrata, prende il via un riffing granitico, ribassato, che inizia ad avvilupparsi su se stesso in una continua reiterazione a loop. La voce subentra quasi subito (verso il quarantesimo secondo), stavolta per piazzare un bel testo ancora una volta vagamente ermetico ma dai connotati quasi "fantasy". Un fantasy allucinato, comunque, che sembra frutto più di visioni che ispirato alla letteratura di genere. Si parla dunque di una torre eretta ai confini del tempo, in strani piani astrali, mentre alle spalle degli astanti ribolle il caos rendendo tutti ciechi. Ad osservare ogni cosa gli occhi di Dio, mentre quelli degli uomini, ciechi solo teoricamente, ora sono liberi di "vedere", riuscendo a spingere la propria visione "ben oltre".Il mago nero mostra il segno; il prescelto è pronto. Un prescelto che identifichiamo con il protagonista/voce narrante. Ma il protagonista, il prescelto, è ancora solo in questo inenarrabile vuoto, mentre un occhio cosmico si staglia nel cuore del sole e la libertà sembra accompagnare il risveglio dei prescelti. Il tutto è abbastanza criptico, come già evidenziato in precedenza, e preme sottolineare che il plot vagamente "fantasy" in realtà funge solo da cornice ad un magma di visioni surrealiste, quasi dettate da stati allucinatori e decisamente alterati. Tornando dunque alla parte musicale, notiamo come il rifferama di base, modellato su toni bassissimi, continui imperterrito a roteare a loop sciorinando tutta la sua carica granitica. Poche variazioni nell'andamento di base, concesse in alcuni frangenti, come al minuto e dieci, in cui il riffing cambia leggermente il suo andamento, smarcandosi momentaneamente dal suo intreccio "circolare". Chiaramente queste "digressioni" sono limitate a frangenti non troppo consistenti: e infatti, dopo poco il brano si rimette in marcia assestandosi nuovamente sulle coordinate ossessive di cui sopra. Ancora un brano che concede ben poco in quanto a digressioni e voli pindarici, vede gran parte del suo fascino nella creazione di atmosfere ipnotiche e tossiche. Ancora una volta un viaggio, che non può non lasciare stordito e disorientato l'ascoltatore, perso tra questi fumi narcotici dall'ampio potere psicotropo.

Doom-Mantia

La terza Doom-Mantia (Rituale Nefasto) presenta un testo decisamente breve e ancora strutturato su connotati che potremmo definire quasi ermetici. Il tutto sembra alimentarsi di visioni, tralasciando completamente qualsiasi apparato "narrativo" (per intenderci, non succede nulla che possa essere raccontato) per affidarsi alla rappresentazione di una serie di "flash" visivi di grande impatto. Trait d'union risulta essere una componente quasi "ritualistica", da celebrazione pagana. E così si inizia con una parte che ci pone di fronte a tredici raccolti fatti al chiaro di luna, mentre la stella del mattino brucia lucente; intanto che viene consumato un rituale nefasto, un gruppo di adepti cantano e ballano sulla scorta di una melodia sciorinata da un flauto di Pan. In questo rito tutti sono vestiti di nero. E una voce fuori campo ci informa che "tutto torna al nero". Anche stavolta, come nel primo brano, abbiamo una parte introduttiva particolarmente lunga (quasi due minuti e trenta) e tutta la prima parte, prima del subentrare della voce, è impostata alla ricerca di atmosfere tramite un lavoro strumentale oscuro e "fumoso". Il tutto, come da copione, è impostato su toni particolarmente bassi (addirittura nei primi frangenti sfiorano il "drone"), abbelliti a partire dal cinquantesimo secondo da un plumbeo giro di chitarra infilato egregiamente nel pattern. Poche le variazioni nel prosieguo: il tutto continua a scivolare con oscura eleganza su un tappeto strumentale catacombale arricchito dal giro di chitarra già menzionato in precedenza. Oltrepassati i due minuti, e terminato l'arzigogolo chitarristico di cui sopra, il tappeto strumentale si assesta su un plumbeo loop. La chitarra esegue accordi destinati ad essere ripetuti ad libitum che generano un senso di straniamento nell'ascoltatore. Il tutto perdura anche con il subentrare della voce, oltrepassati i due minuti e mezzo. Poche variazioni nella prosecuzione. I cambiamenti nell'andamento musicale sono ridotti all'osso e fondamentalmente si va avanti su binari abbastanza lineari. Il tutto genera quasi la sensazione di essere avvolti da una cappa soffocante, ma tale sensazione finisce per suscitare un senso di morboso godimento. Ancora un capolavoro, questo, in un autentico florilegio di brani che non presentano neanche l'ombra di un passo falso.

Ivixor B/Phase Inducer

La quarta Ivixor B/Phase Inducer, è la prima strumentale del lotto (ne abbiamo due: la seconda è la traccia conclusiva Solarian 13) e neanche a dirlo è un altro piccolo capolavoro dotato di rara intensità ed efficacia. L'inizio è affidato a un riffing pesante e distorto (reiterato allo spasmo) affiancato da un canto femminile. Il tutto viene fagocitato dal nulla in meno di due minuti e presto si finisce in una trama minimale assolutamente straniante. Subentra un sound alieno e "alienante", gestito su "rumori" ed effetti quasi "space" (qualcosa di ben più sublimato rispetto a certi esperimenti del krautrock). Sembra di essere scivolati nel nulla, in una non-zona in cui tutto è alterato. Uno stato mentale sconnesso e indecifrabile. Il tutto si inserisce a pieni caratteri in quella tipologia musicale chiamata minimal, che ha tra i suoi esponenti la geniale Eliane Radigue. Non vi è musicalità, ritmo, solo "suoni" stranianti e amorfi. Si galleggia nello spazio, ed è difficile dire se sia quello extraterrestre o uno spazio mentale ancor più insondabile. Vi è solo il buio e segnali che appaiono e scompaiono in maniera intermittente. Un segnale più forte inizia a pulsare dal quinto minuto, a fare da contrappunto a quelle "frequenze" amorfe e impalpabili. Quasi al termine si avverte nuovamente quella voce femminile, persa comunque nel vuoto siderale, addizionata ad una voce filtrata che sembra provenire da qualche frequenza radio. Nel mentre "segnali" continuano a nascere e morire, intanto che un rumore gorgogliante si fa strada verso la fine.

Son Of Nothing

La quinta Son Of Nothing (Figlio Del Nulla) si caratterizza, a livello lirico, per un testo sicuramente meno criptico e più decifrabile: abbandonati i vezzi ermetici della maggior parte dei testi precedenti, questo sembra avere il dono di una maggiore intelligibilità. Abbiamo dunque due figure, il protagonista e una figura femminile a cui viene dato l'epiteto di "bambina" ("Bambina mia, forse ti porterò con me") anche se non è detto che si tratti di una bambina, ma semplicemente il nomignolo dato dal protagonista alla propria donna. E dunque, mentre il sole morente svanisce nel cielo, sembra essere giunto per tutti il momento di morire. Possibilmente sta sopraggiungendo un qualche terribile cataclisma, ma non ci è dato sapere di cosa si tratti. Lui e la figura femminile si preparano a fuggire prima di essere coinvolti in questo disastro apocalittico. E diversi pensieri baluginano nella mente del protagonista: "Non arriveremo mai alla fine del giorno/ Per trovare un mondo nuovo dove poter ricominciare./ In un miliardo di galassie infinite nell'universo/ Giace una stella di media taglia, con uno dei suoi satelliti/ Un verde e insignificante pianeta che ora è morto". A livello musicale stavolta si parte con un riffone pesantissimo gestito su tempi lenti e ripetuto allo spasmo. Un autentico mastodonte sonoro che avanza claudicante asfaltando tutto al suo passaggio. Nulla cambia al subentrare della voce, salvo per l'inserimento di un effettistica quasi aliena e parecchio camuffata. Il riffing subisce un lieve cambio di rotta quasi al minuto e cinquanta, rimodellando di poco la sua traiettoria. Ancora il tutto ha un qualche retrogusto stoner pur abbeverandosi largamente in territori doom. Si ritorna, verso i due minuti e venti, al riffing di base (quello già sciorinato in partenza). Esigue le variazioni nel prosieguo, dato che fondamentalmente si ripercorrono territori già battuti in tutta la prima parte. Dal quarto minuto in poi il brano si assesta in una parte strumentale ancora gestita su uno snervante - ma gustosissimo - low tempo, sino ai quattro minuti e quaranta circa, quando il brano sembra decollare su un riffing ben più energico. La voce, sempre più arcigna di Oborn, si allaccia alla perfezione a questo nuovo frangente alimentando con la sua asperità tale troncone. Quel che viene fuori è una parte più dinamica, abbastanza distante dall'orgia di lentezza fatta in tutta la prima parte. Certo non si corre, ma il rincaro di dinamismo è ben evidente. Aleggia ectoplasmatico lo spettro dei 'Sabs Four pur non citati direttamente. Ma il doom sciorinato in questa sede è assai old school, estremizzato a dovere e reso enormemente più "scuro" e catacombale.

Solarian 13

La conclusiva Solarian 13, come precedentemente accennato, è un'altra strumentale, E anche qui i nostri riescono a dare il meglio. L'inizio è calmo, pacato, gestito su un intarsio strumentale quasi misterioso. Quasi al cinquantesimo secondo viene messo in campo un riff parecchio pesante il cui andamento prosegue sulla falsariga dell'abbozzo strumentale dei primissimi frangenti. Il riff, davveo monolitico e spento, inizia a girare a loop alimentando sulfuree atmosfere. Più o meno verso il minuto e trenta sopravviene un abbozzo "melodico" gentilmente concesso dalla chitarra. Nel mentre il riff di base continua a girare su se stesso come un gigantesco, grasso serpente che tenta di mordersi la coda. Ancora un abbozzo melodico fa capolino oltrepassati i due minuti e venti, a rendere ancor più preziosa questa enorme, pesantissima scultura d'ebano. Qua e la iniziano a baluginare effetti spacey. L'andamento complessivo comunque rimane pressochè inalterato, con il riff di base che continua imperterrito nella sua avanzata, senza scossoni o cambi significativi. A metà brano, comunque, notiamo come un intreccio di chitarra prenda sempre più il sopravvento sul riff di base, e via via si ponga in primo piano rispetto a quest'ultimo, donando al brano una musicalità e un lirismo inaspettato. Un giro di chitarra questo che si dilunga piacevolmente senza mai annoiare, vivacizzando un brano dall'andamento quasi funereo. Il tutto sembra crollare verso i sei minuti e mezzo verso baratri quasi drone, ma nel giro di poco si finisce in un frangente decisamente calmo, sorretto solo dall'intarsio lieve già esibito nelle prime battute.

Conclusioni

Arriviamo dunque alle ultime battute: dopo tante parole spese e dopo aver lasciato trasparire un certo entusiasmo per un disco che non esiterei un attimo a definire di caratura superiore, non resta altro che spendere qualche parola conclusiva. Come già sottolineato, il disco in questione è veramente un gioiello: pochi i brani ma efficaci, che sviluppandosi in lunghezza riescono a creare favolose atmosfere destinate a rapire letteralmente l'ascoltatore. Brani magistralmente studiati che finiscono per essere l'equivalente di piccoli viaggi, digressioni psicotrope che entrano nella mente del fruitore narcotizzandolo come un nugolo di fumi oppiacei. Ogni pezzo contenuto nel disco è composto a regola d'arte: ottimo l'apporto strumentale dei vari musicisti e ottima la performance vocale di Oborn. Musicalmente, come già specificato in precedenza, non vi sono strane digressioni, vezzi particolari, voli pindarici. Ogni pezzo si caratterizza per strutture abbastanza lineari, con riff mastodontici destinati ad essere reiterati ad libitum. Ma tali riff, così come certi ceselli chitarristici, e determinate atmosfere quasi spacey, sono talmente efficaci da non lasciare dubbio sulla qualità complessiva del prodotto. Tutto sembra funzionare alla perfezione, e non è solo questione di bravura, ma anche di innegabile ispirazione, fattore questo indispensabile ad ogni singolo artista (o band) per tirar fuori prodotti superiori alla norma. Qui l'ispirazione (come del resto in molti parti discografici dei nostri) non manca di certo, e viene palesata in una serie di pezzi incredibili sotto ogni punto di vista, che ogni amante dello stoner e del doom non può non adorare sin dal primo ascolto. Riguardo alla performance vocale di Oborn poco da dire: il suo contributo, con quella voce acida e straniata, è a dir poco indispensabile nell'economia del disco. Un surplus a dei brani che già di loro toccano picchi indescrivibili, e che grazie all'apporto di tale contributo vocale riescono ad avere un grosso valore aggiunto. Degni sicuramente di menzione sono anche i testi: spesso criptici - ma con qualche rara eccezione, come visto nella quinta Son Of Nothing, meno ermetica - riescono ad avere un fascino estremo proprio data la notevole "oscurità" del loro significato preciso. Visioni "apocalittiche" (in tutti i sensi: sia come catastrofe sia come rivelazione) si alternano a spaccati quasi "fantasy" e a rituali vagamente pagani, e la difficoltà interpretativa gioca qui un grosso punto a favore dato che in questo caso l'ermetismo sciorinato riesce a rendere particolarmente misteriosi i vari pezzi. Quasi fossero concepiti da alchimisti musicali, che usano tale apparato testuale per mettere in campo significati destinati a pochi eletti. Certo, è una mia visione e particolarmente condizionata dalla fascinazione per la poca intellegibilità di certi testi, ma risulta stuzzicante vederla sotto quest'ottica. Quindi inutile ribadire che in questo disco tutto funziona alla perfezione (e i nostri, non paghi, daranno successivamente alle stampe quello che da molti è ritenuto il loro capolavoro, ossia Dopethrone; ma questa, come si dice, è un'altra storia), che ogni singolo elemento è piazzato a dovere, che i brani sono piccole gemme destinate ad entrare ne cuore sicuramente di qualsiasi fan del doom e dello stoner (e forse in quello della maggior parte dei metal-fans). Sono tutte cose che ho lasciato ben comprendere, ed è chiaro che sarebbe impossibile per il sottoscritto non consigliare vivamente questo platter. Dunque, se siete amanti de buon metal, se cercate un disco che possa soddisfare il vostro palato, oppure se avete sentito parlare degli Electric Wizard e non sapete da quale disco iniziare per farvi un'idea del loro prodotto, fate vostro questo Come My Fanatics. Non ve ne pentirete!

1) Introduzione
2) Return Trip
3) Wizard In Black
4) Doom-Mantia
5) Ivixor B/Phase Inducer
6) Son Of Nothing
7) Solarian 13