ELDRITCH

Eos

2021 - Scarlet Records

A CURA DI
ANDREA EVOLTI
07/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Bentornati al teatro del Morfeo digitale. L'emozione che suscitano le prime note di 'Eos', il nuovo lavoro di quel gioiello metal di nome Eldritch, monile musicale di cui ci dovremmo vantare molto di più, non solo è la conferma del periodo assolutamente di grazia della band toscana, ma qualcosa di ancora più esaltante; l'alba di una nuova era.
Come il titolo indica, infatti (la parola Eos in greco antico indica il sorgere del sole), siamo di fronte ad un ennesimo passo avanti (o nel profondo, se pensiamo al sound virtuoso ed onirico della band guidata da Holler), una nuova tappa di un viaggio iniziato nel 1995 con 'Seeds of Rage' e che, attraverso anche alti e bassi dovuti a problemi, cambi di formazione, un mercato ed un ambiente metal nazionale non sempre abbastanza open-minded per accogliere la multi-sfaccettata proposta dei sei toscani, ci ha portato a questi 10 nuovi brandelli di sogno ed incubo che sembrano quasi ripartire dalle origini.
Parliamo di origini proprio perché la prima cosa che notiamo, fin dalla intro strumentale 'Dead Blossom' (letteralmente "boccioli morti", immagine quanto mai forte e brutale, nella delicatezza di un fiore soffocato sul nascere), è una maggiore intensità nell'atmosfera onirica, una tensione che ci fa pensare ad incubo e sogno strettamente legati fra loro, inscindibili. Il motivo di questo 'ritorno' ai primi tre grandiosi album ha un nome e un cognome: Oleg Smirnoff. Tastierista fra i più talentuosi della scena nazionale e non, Smirnoff aveva segnato indelebilmente 'Seeds of Rage', 'Headquake' e 'El Ni?o', prima di passare alla corte gotica di Steve Silvester. Dopo 23 anni, il lavoro di tastiera che segna 'Failure of Faith', ci riporta il mood degli Eldritch degli albori; attenzione, però! Non parliamo di un ritorno al passato, come già specificato in apertura. No, signore e signori. Qui apprezziamo una nuova alba (appunto) dell'evoluzione Eldritch, di cui Smirnoff è uno degli artefici e motivo di stimolo per il bellissimo lavoro d'insieme svolto con gli altri membri del combo toscano.
Come già detto 'Failure of Faith', unitamente alla seconda track, 'The Cry of a Nation' (primo singolo con relativo video-clip), mostrano già due aspetti cardine del lavoro dei 6 livornesi: la cupa introspezione psicologica, la discesa nei recessi più profondi dell'animo umano ed il ritorno alla luce, alla superficie.
Questo cammino catartico viene splendidamente narrato dall'unione delle due chitarre, quelle dello storico Simone e della più recente entrata di Ginanneschi, che scolpiscono, forgiano ed incastrano pietre musicali massicce ma finemente lavorate, dove la contorsione del guitar-work è la trama sulla quale si innesta una sessione ritmica aggressiva e fantasiosa, rappresentata dalla batteria di Raffahell Dridge e dal basso di Dario Lastrucci. Ci troviamo davanti ad un meccanismo talmente fluido che di meccanico non ha nulla, ma possiede la potenza di un mecha nipponico e la grazia di un ginnasta agli anelli.
Il completamento dell'entità musicale che esordisce con questo dittico che trascina nell'ombra per poi elevarci alla luce, lo abbiamo con il cuore lirico e l'ugola degli Eldritch: Terence Holler. Dotato di una delle voci più belle e particolari fra i singer italiani (oltre che una pronuncia inglese strepitosa, dovuta alla sua infanzia trascorsa nel New Jersey, essendo nato a New York City da genitori emigranti), Holler prima ci assale con la sua rabbia melodica, accentuata dal suo timbro acuto e tagliente, in 'Failure?', per poi esplodere in una melodia ariosa, anche se drammatica, nel refrain di 'The Cry...'.
Le due anime della band, da sempre in un armonico conflitto, generano, successivamente 'Circles', dotata di una intro di tastiera quasi hitchcockiana, afferra i nostri animi e li ritrascina nelle acque oscure e procellose di un nuovo tormento notturno, con chitarre massicce, al limite del thrash più oscuro, per poi esplodere nel ritornello sofferente e brutalmente malinconico, dove la voce di Holler lacera con la sue melodiche asperità, mentre la tempesta infuria, prima di venire trascinati nei flutti sottomarini dalla splendida sezione ritmica che duetta con le tastiere di Smirnoff, per poi venire scagliati verso la superficie dai vorticosi assoli di Eugene Simone e Rudi Ginnaneschi.
L'unione di rabbia, sogno e malinconia è una costante di questo lavoro e lo possiamo apprezzare anche nell'incipit di 'No Obscurity', una sorta di attitudine spirituale blues applicata al particolarissimo progressive/thrash dalle tinte power U.S. degli Eldritch che qui si declina in un lento/mid-tempo riflessivo, una sorta di break per riprendere fiato prima di tuffarci nella mini-suite (essendo il brano più lungo del lavoro, con i suoi 11 minuti abbondanti) di 'Sunken Dreams', dove delle atmosfere care ai primi Dream Theater ('Images?.' e 'When Dream and..') crescono appoggiate su di un cantato melodico e su una struttura fortemente prog, verso un refrain drammatico che sembra richiamare i Symphony X di 'Underworld'. Brano molto 'teatrale' e meno vorticoso degli altri, 'Sunken Dreams' sembra incorporare molte delle sfumature narrate dai brani che compongono 'Eos': abbiamo la rabbia e la frustrazione che incontriamo in 'Fear Me' (uno dei pezzi migliori in assoluto di tutto il lavoro) e che gustiamo grazie alla velocità della sezione ritmica e alla drammaticità di un Holler sempre ispiratissimo, per passare, successivamente all'intima e delicata tristezza di 'I Can't Believe It', brano tutto giocato su voce, tastiere orchestrali e base sincopata.
Con 'Awful Closure' la rivalsa, l'energia reattiva prende il sopravvento, richiamando moltissimo i Symphony X di 'Odissey' e 'Paradise Lost', per un brano trascinante, corposo e ricco di virtuosa violenza chitarristica, con ancora Simone e Ginanneschi che scrivono angosce virtuose nell'animo dell'ascoltatore, grazie ad assoli che uniscono la velocità del techno-thrash americano alla melodia dell'heavy classico. Unico piccolo punto debole di questo brano e che si potrà notare anche in qualche altro sporadico frangente di 'Eos', alcuni vocal melody e qualche refrain che appaiono un po' forzati, forse eccessivamente domati per rimanere negli spazi di una specie di story-board compositivo.
Come nella parte conclusiva di 'Sunken Dreams', l'anima ritorna alla luce, rinasce rigenerata con la title-track posta come penultima tappa del viaggio musicale offertoci dagli Eldritch, 'Eos' è un brano in continuo crescendo emozionale, un'eruzione di speranza dopo una sofferenza troppo a lungo covata. Atmosfere notturne alla Dream Theater di 'Images?' e dei Fates Warning di 'Perfect Symmetry', si fanno sempre più energiche come il crescere della marea fino a culminare nell'assolo di Simone, una sorta di mano salvifica che aiuta l'anima a ritrovare la superficie ed il pontile dove trovare riparo e riposo, come sottolineato dall'arpeggio che chiude in fading il brano.
Chicca conclusiva di questo affascinante viaggio metal-onirico (che come spiegato dallo stesso Holler in alcuni suoi video pubblicati sul suo profilo Facebook, tocca molto il tema del bullismo e delle ferite che esso lascia nell'animo umano), una splendida cover di una delle track più belle e 'inusuali' (almeno rispetto alla visione che comunemente il pubblico si è fatta della band) dei Bon Jovi: 'Runaway'. Brano oscuro, molto vicino al metal classico e quasi ai primi Queensryche, questa track dal testo amaro e drammatico sui sogni infranti di una ragazza di strada della Grande Mela, viene interpretata in maniera energica e personale dagli Eldritch, con Holler, Smirnoff e Simone sugli scudi.
Un lavoro bellissimo e forse non facile, questo 'Eos', che ci riconsegna, però, una band unica, sempre alla ricerca di nuove storie, nuovi terreni e nuovi limiti da superare: da amare assolutamente.

Tracklist:
1. Dead Blossom
2. Failure of Faith
3. The Cry of a Nation
4. Circles
5. No Obscurity
6. Sunken Dreams
7. Fear Me
8. I Can't Believe It
9. The Awful Closure
10. Eos
11. Runaway (Bon Jovi cover)

Line-up:
Eugene Simone - Guitars
Oleg Smirnoff - Keyboards
Terence Holler - Vocals
Raffahell Dridge - Drums
Rudj Ginanneschi - Guitars
Dario Lastrucci - Bass

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