ELDER

Omens

2020 - Armageddon

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/06/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Sprofondiamo nella terra del mito, laddove antiche leggende echeggiano sulle aspre colline e le statue degli Dei risaltano sotto i raggi di sole per vegliare sulla vita del mortale. "Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre" recita lo storico latino Sallustio, e così gli Elder si appropriano della mitologia greco-latina per mettere in piedi un album profondo che parla di mortalità e di distruzione per opera divina. Sotto l'imponente statua di Giove Tonante risplende un intreccio strumentale che fonde stoner e psichedelia per narrare storie di leggende e di oscuri presagi di morte. Luce e tenebre in eterno conflitto, sospirati dalla sacerdotessa promessa agli Dei, custode del tempio divino al quale i pellegrini si recano per offrire doni e sacrifici. All'interno delle mura di marmo, dai fregi ricamati da abili mani, aleggiano maledizioni e catastrofi, trionfi e fallimenti. Le idee sono chiare, le ambientazioni richiamano un clima apocalittico e antico, l'evoluzione è in atto anche in questo ennesimo sigillo, il quinto. Gli Elder si muovono tra le macerie del mondo per elaborare la loro opera più sfuggevole, ancorata al passato, che affonda le radici nel progressive degli anni 70. L'evoluzione costante è alla base della filosofia della più grande stoner metal band dei tempi moderni, reduci da quello che forse è l'opera più completa e immortale del nuovo millennio, il folgorante "Reflections Of A Floating World", scrigno di magia spaziale, nave che solca l'universo infinito, fluttuando tra le stelle lontane alla ricerca di angoli ignoti e di suoni cosmici. La stessa nave che ora torna sulla terra attraversando lo spazio-tempo, infrangendosi in epoca remota, nella valle degli Dei, per raccontare un futuro terribile per la razza umana, fatto di distruzione, di morti, di sangue, di apocalisse, irradiata dai cocenti raggi di sole che deflagrano ogni essere vivente, lasciando dietro di sé solo macerie e una scia di disperazione. Il Giove Tonante presente in copertina, anch'esso mutilato, riappare tra le grigie nubi tossiche per condannare l'umanità. I suoi figli lo hanno tradito, gli umani hanno fallito. Giusta la punizione divina. "Omens" è l'album che consolida il suono degli Elder, ma in qualche modo ne accentua l'evoluzione, sempre più tendente al prog e meno allo sporco e polveroso metal desertico. Era difficile superare in qualità i precedenti lavori, il già citato "Reflections Of A Floating World" e "Lore", due opere complete, totali, così come era difficile eguagliare la fierezza muscolare di "Dead Roots Stirring" e dell'omonimo debutto, "Elder", quest'ultimo molto tradizionale, ma da una band del genere è lecito aspettarsi qualcosa di portentoso, che spiazzi davvero. Lo stoner è un genere privo di limitazioni, perciò permette una mobilità praticamente infinita. Il punto di forza della band americana è proprio un senso di libertà che si respira da un album all'altro e "Omens" non si sottrae a tale concezione. Le soluzioni adottate proseguono sulla scia tracciata, puntando maggiormente sulla psichedelia, alleggerendo però la dose metallica, inserendo maggiori parentesi distese, vicine al prog anni 70, con lunghissimi ed elaborati brani che mai restano fermi, avvitati su se stessi, ma che sono in continuo movimento, snelli e nevrotici come la chioma serpentina della Gorgone Medusa. D'altronde, si tratta di un percorso inaugurato con "Lore" e forse concluso proprio con il nuovo lavoro, uscito ad aprile. "Omens" rappresenta la visione più profonda della musica degli Elder, ma si perde spesso in passaggi già ascoltati nei precedenti dischi e nella morbidezza di fondo. È la concretizzazione di un'esasperazione sonora presente nell'EP "The Gold & Silver Sessions", pubblicato nel 2019, mini-album dedito allo space-rock strumentale e alla neo-psichedelia nel quale la band porta all'estremo il suo concetto musicale, sperimentando soluzioni inedite attraverso una jam registrata in studio senza interruzioni. Un flusso di coscienza che scombussola le menti, che stordisce, che non lascia respiro, e che nel caso di "Omens" viene rielaborato, dando la sensazione di trovarsi di fronte a una sacerdotessa allucinata che filtra le parole proferite dagli Dei, sussurrando agli umani per avvertirli del pericolo verso il quale vanno incontro. "Omens" è un collage di soluzioni istintive che si amalgamano tra loro con sapienza, ascoltarlo significa vagare con la mente verso territori ignoti, in mezzo al caos dei tempi moderni, sprofondando nella catastrofe contemporanea. Un mondo popolato da una razza maledetta sin dal principio, condannata all'autodistruzione, nata da un sogno di morte che attraverso questo concept indaga su se stessa e sul proprio destino.

Omens

Le tastiere emergono dallo spazio come un'astronave che fugge dal cosmo, poi un delicato arpeggio si abbandona al folkore, Omens (Presagi) tesse una tela colorata che richiama a gran voce il progressive degli anni 70. La voce di DiSalvo attacca d'impatto, facendo sobbalzare. Sin da subito si nota l'estrema pulizia delle vocals e degli strumenti. "Maledire il giorno, palizzate delle ombre, contro il peso del decadimento, luce grigia in fiore", recita il primo verso, schiudendo all'ascoltatore un mondo scaduto, sofferente sotto il peso degli anni, all'interno del quale gli uomini si aggirano addolorati e non curanti del pericolo che li attente. Ma sono maledetti sin dalla loro nascita, e così vanno incontro all'ignoto con passo svelto. "Sprecare nella brace del potere, non una voce che resta, echi del passato". Il passato che torna in un ritmo frenetico, bussa alle porte del tempo, e la storia si ripete. Saremo tutti spazzati via molto presto e un ciclo storico si chiuderà in tragedia. L'uomo ha sprecato la sua vita nella bramosia di potere e ora non ha più voce per urlare il suo disagio, né forza di cambiare il destino. Gli strumenti sono leggiadri, le tastiere sono gocce d'acqua che rendono il tutto più liquido, il basso spinge in appositi momenti, mentre si costruiscono momenti sognanti che fanno evadere con la mente. "Tra le rovine del domani giace il significato dell'oggi, dove solo i ricordi sono consacrati per il tempo di essere lavati". In questa atmosfera dissacrante emerge la forte psichedelia, e tra i ricordi è possibile trovare gli errori commessi e il significato del futuro. Ma il passato l'uomo se l'è giocato male, fallendo miseramente nel suo intento. Il mondo cadrà in rovina e niente e nessuno lo potrà impedire, neanche gli Dei venerati dai sacerdoti, chiamati a imporre giustizia e pietà sulla terra. "Mi guardi, ho visto la fine sospesa nella luce, i giorni di Alcione discendono". Alcione guida i pescatori in mare, la sua luce in cielo non li fa perdere, i venti sono guidati dalla divinità protettrice della pesca, ma l'uomo vaga in questo mare come un cieco. Le tastiere si stendono come un tappeto liquido, una distesa di acqua che simboleggia il mare, poi la sezione ritmica si scatena, rafforzandosi con chitarre e batteria, ricordando alcuni passi degli Uriah Heep, facendo emergere il lato progressive del brano, strizzando l'occhio al clima occulto. "Risvegliare un tempio appartenuto a un'altra era, una pace per trascendere una perdita che svanisce". La sacerdotessa sta interrogando gli Dei sul futuro dell'umanità, ma questa sta "navigando tra gli spazi vuoti", tormentata dal malessere. Non c'è redenzione, né spiraglio di luce. L'umanità è maledetta per sempre.

In Procession

Come stelle nello spazio, la sezione ritmica di In Procession (In Processione) brilla luminosa tra riff nevralgici e vocalizzi surreali. Le atmosfere malinconiche e astratte riportano alla memoria i grandi Camel, eroi del prog più notturno e nostalgico. Le tastiere fendono l'aria come lame affilate, per poi arretrare quando DiSalvo intona la sua cantilena liturgica. "Lo scopo solitario per eclissare i cieli nelle nostre menti, i pensieri piovono su mille soli, sfarfallio sulla superficie della nostra proprietà", e intanto la cerimonia prosegue, la processione scala la montagna, andando a rendere omaggio alla divinità. Se ci saranno sacrifici non è dato sapere, si sa solo che nel momento tanti pensieri si accavallano nella mente dei testimoni, quasi ipnotizzati dalle note della musica. L'inizio è piuttosto pacato, ma la band si prende tutto il tempo necessario per costruire una progressione che sfiora i dieci minuti. "Il principio della ragione, impegnato una volta al servizio di tutti", recita il vocalist, rivolgendosi a tutti coloro che partecipano alla processione, cercando di risvegliarne le coscienze, mentre la sezione ritmica si irrobustisce attraverso dei fraseggi colorati e continui assoli lisergici che sembrano provenire direttamente dallo spazio infinito. "Staccato dalla mano del maestro, cieco e contorto verso la fine". Più ci si avvicina alla meta, ovvero al tempio del Dio, più si va incontro alla cecità e al dolore. Scoprire la verità comporta sofferenza e insicurezza. I dubbi ancestrali della razza umana prendono vita, dondolano su uno strato tastieristico e sui pizzichi alle corde del basso, come se la band parlasse col nostro Io interiore. Segue una lunga parentesi mistica, davvero sublime, che attrae e ipnotizza, e che si infrange sulle ultime strofe. "Sanguinare in un terra martoriata, in venerazione viene sollevato un monumento all'uomo", le persone in processione sanguinano, il fine è la morte stessa, l'uomo che viene immolato in nome della conoscenza. La voce del sacerdote rimbomba sulla vallata, istiga al martirio. "Marciando avanti, calpestando le cicatrici, in processione".

Halcyon

Le cicatrici non si risanano del tutto, le ferite continuano a espellere sangue anche dopo secoli. Halcyon (Alcione) è il canto della musa in onore della Dea della pesca, una delle sette Pleiadi, una stella che guida i pescatori e li protegge dai venti e dalle maree. Uno spirito guida che si consacra in un brano profondo costruito su arpeggi morbidissimi e su tastiere incandescenti che risucchiano in un vortice trascendentale. "Trattenersi un momento, un pensiero solitario, semplice e rovinato allo stesso tempo". È tempo di riflettere, in balia delle onde, mentre si cerca di procurarsi del cibo per sfamare lo stomaco. Il pescatore è metafora di umanità alla ricerca di sé, perduta nei meandri del tempo, schiacciata dalla potenza della natura. Il pensiero si trasforma in idea, in questo modo l'uomo può afferrare la fiamma della conoscenza, farla propria, e utilizzarla per cucinare ciò che ha pescato. "Catturando a fuoco un secondo del giorno, superata la nostra dualità". Il sentimento di autodistruzione è insito nell'uomo, che in questo caso palesa una doppia identità, una conflittualità affascinante e pericolosa per natura. A metà il brano decolla, dopo un principio pacato e magnetico, accelera il passo, proseguendo comunque con riff ondulati che richiamano le onde del mare, ripetuti all'infinito. "Un paradigma, un significato per se stessi, cambio di prospettiva, scivola via nel nulla". Le tastiere intervengono ancora con maggior peso, la band sperimenta effetti sonori che richiamano lo spazio, avvicinandosi allo space rock di un tempo, il drumming si fa più conciso, quasi claustrofobico, e stordisce con la sua metrica. "Piove su di me, posso sentire la terra, ciò che va e viene, svanendo senza più tornare". La morte è la terra che ricopre il corpo umano, sepolto dopo la cerimonia. Piove sul cadavere, come fosse una benedizione che disinfetta dai peccati commessi in vita, dunque una coda di grande fascino celestiale, sempre con le tastiere protagoniste. Le chitarre, verso la fine, tornano a scapitare, intonando questa specie di requiem, accompagnando il corpo della vittima alla sua sepoltura.

Embers

Embers (Braci) parte con grinta, e non è un caso se è stato scelto come singolo dell'album. Le chitarre e il basso si sfidano a duello, contornati dalle solite tastiere che danno quel tocco di mistero in più. La band in questo caso punta più al sodo, nonostante si stia parlando dell'ennesimo pezzo di dieci minuti, ma questa volta la forma-canzone risulta più chiara, con tanto di ritornello in bella vista. "Gli occhi fissi verso il sole, che montano l'empireo, ogni cosa è tutto ciò che resta. Il destino è solo una parola, colpirla dritta al nervo, tutti noi gettiamo un'ombra di dolore". Il sole incandescente veglia sulla terra, ma ormai la sua protezione è inutile, l'uomo ha sparso tenebre sul mondo, creando questo contrasto epico. Quello che abbiamo è tutto ciò che ci resta, solo macerie che dimostrano di quanto il pianeta sia al collasso. Tutto sta bruciando, persino l'umanità, pugnalata al cuore. il refrain è d'impatto e spicca per melodia. "Cos'è che vuoi, consumando ogni pensiero, consumando tutto ciò che siete, bucando fino al cuore", il male ha corroso ogni cosa, un male cresciuto nel grembo umano, che lo ha avvelenato, che ha intossicato il suo cuore. L'uomo è nato nel male, l'uomo è l'essenza del male. Gli effetti elettronici fanno ancora capolino, comportando un bridge onirico che rapisce. Pare di ascoltare voci provenienti dallo spazio e che incutono timore, sono quasi un avvertimento per il pericolo che si sta abbattendo sul pianeta. Emerge persino un timido assolo di chitarra, che si confonde con le note delle tastiere, poi riprende il riff portante, eco Ledzeppeliano. "Una stella caduta da definire, incandescente alla luce del mattino di tutte le rese, inchinando dolcemente verso la fine". Il mondo ha fallito ed ora ha bisogno di essere resettato, persino il sole sta cadendo dal cielo, non si può far altro che attendere la fine imminente. "Fissando il sole appeso in cielo, attendere la sua caduta, vederlo con gli occhi di un animale, appoggiato contro il muro". Siamo animali che hanno fallito nella loro impresa, ci siamo autodistrutti con le nostre stesse mani, il nostro istinto predatorio ha prevalso sulla ragione, l'intelletto schiacciato dall'avidità. "Portando una speranza ai senza voce, e una speranza senza un suono, bruciando in cenere per sparire senza lasciare tracce", non esistono canti di speranza, né voci consolatorie, abbiamo ciò che meritiamo. L'estinzione è vicina.

One Light Retreating

Un cupo arpeggio introduce One Light Retreating (Una Luce Ritirata), toccante requiem che ripropone quanto ascoltato fin qui nell'album, tra passaggi puramente astratti, sostenuti dalle tastiere, e quelli di natura rock, sostenuti dalle chitarre e dalla voce declamatoria di Nick DiSalvo. "Foglia dorata avvolta attorno al collo, che gira pigramente, raggiunge il cielo per toccare il sole ancora una volta". Ancora una volta viene citato il sole come fonte divina, simbolo di vita. L'atmosfera catastrofica e la melodia crepuscolare ricordano i Katatonia, perciò questo bellissimo pezzo conclusivo si arricchisce di aspetti gotici e depressivi. Tra l'altro è qui che emerge l'aspetto maggiormente progressivo della band americana. "Innocenza ubriaca, corrosi sensi somatici, radici che bramano di vagare e rivendicare", il cambio di tempo fa tremare le gambe, la chitarra punzecchia i sensi, si esibisce in un buon assolo, tempestato dai colpi di batteria che creano trambusto e caos. Il drumming marziale torna ancora nella seconda parte, questa volta accompagnato da una sottile cantilena impartita dalle tastiere di Cuomo. Ed ecco il collegamento col precedente lavoro, l'immagine di una navicella che fluttua nello spazio senza una meta precisa, perduta nell'ignoto. "Viaggia fluttuando nel mondo che abbiamo creato prima che scompaia. Cammina un'ultima volta per dire addio" il mondo sta per scomparire, bisogna salutarlo prima che sia troppo tardi. Torna la figura di Alcione, che sembra prendere forma definitiva negli ultimi istanti, quando gli Elder si lanciano in una chiusa dai toni ambient: "I passi echeggiano in perpetuo, un'età di Alcione che svanisce nel passato". Alcione sospinge la nave nell'oceano infinito, la guida verso chissà dove, la illumina col suo bagliore, in qualche modo la protegge. La nave è la nostra coscienza, perduta e calpestata. Siamo in cerca di un nuovo mondo da colonizzare, è l'unico compromesso per sopravvivere.

Conclusioni

Cinque brani per cinque presagi, canti di distruzione che dalle pareti di marmo brillante del tempio sacro si diffondono nel mondo. Le parole della sacerdotessa non sono rassicuranti, contengono in sé un senso di morte e di fallimento che condanna l'intera razza umana, spazzata via dall'ira divina. Gli Elder l'hanno fatto ancora, sono riusciti a sorprendere l'ascoltatore, non raggiungendo comunque i livelli di tutti i precedenti album. Un calo fisiologico che era quasi scontato, ma che testimonia la voglia di intraprendere nuovi sentieri, di non fermarsi mai, senza però perdere integrità nel lungo processo creativo. Gli Elder hanno saputo reinterpretare un genere che cominciava a invecchiare, lo hanno rielaborato e gli hanno dato nuova linfa vitale. Probabilmente, nessuno nel 2000 si è avvicinato alla loro qualità, perché nella loro musica questi ragazzi hanno mescolato passato e presente, riuscendo a trovare nuove soluzioni, così affascinanti. "Omens" cerca di proseguire questo percorso evolutivo, ma forse le idee che raccoglie non sono del tutto fresche, ed è l'unica critica che gli si può trovare. Molti passaggi strumentali, persino alcune linee vocali, sono del tutto simili ai precedenti lavori, ma aggiungere qualcosa a quanto detto da "Reflections Of A Floating World" era impresa quasi impossibile, essendo un disco totale, che nella sua totalità inglobava un mondo. Eppure, anche in questo caso, gli Elder sono riusciti nell'impresa di rilasciare un ottimo album, ma che si allontana dai lidi desertici e polverosi per gettarsi tra le braccia di un universo liquido, dai suoni più compatti e limpidi costituiti da un maggiore apporto delle tastiere, così delle vocals di Nick DiSalvo, decisamente più pulite. Un album che è un flusso di coscienza che va dritto per la sua strada, tra antichi paesaggi, immerso in una cultura antica, tra statue divelte e segni onirici legati alla mitologia. Eppure, nonostante il concept catastrofico e l'apocalisse allucinogena, il clima generale appare sereno, luminoso. Non che le liriche, spesso criptiche e metaforiche, lancino messaggi di speranza, anzi, ma è la soluzione strumentale adottata a essere abbastanza solare e astratta. Le note vengono diluite da parentesi sognanti che donano calore. Non è un disco claustrofobico e oscuro, piuttosto arioso, pervaso da sentimenti di evasione, alla costante ricerca di un sogno paradisiaco. L'apertura, affidata alla title-track, non ha nulla di speranzoso, eppure trasmette serenità, come se fossimo testimoni di un pianeta già distrutto da molto tempo, da millenni, e quindi lo vedessimo con freddo distacco. In "In Procession", la canzone più pressante, si celebra un rito pagano, venerando il Dio della Morte, "Halcyon" invece è un'elegia al personaggio mitologico di Alcione, una delle sette Pleiadi, tramutata in stella per fare da guida ai pescatori e per dominare i venti del mare. "Embers" è un monolite che fluttua nella sfera celeste, pronto ad abbattersi sulla terra, mentre la conclusiva "One Light Retreating" è un saluto a Madre Terra, una passeggiata in un mondo che sta per scomparire. La testa che salta, immortalata nel retro copertina, è quella di tutti noi, condannati a un destino nefasto. I nuovi innesti, il chitarrista Michael Risberg, il batterista Georg Edert e il tastierista Fabio Cuomo donano quel tocco ipnotico in più, aiutando i superstiti Nick DiSalvo e il bassista Jack Donovan a trovare il suono giusto, ma manca qualcosa rispetto ai capolavori del passato. "Reflections Of A Floating World" era immenso, a mio avviso il più grande stoner album del 2000, e lo stesso valore lo aveva "Lore", perché erano due lavori trascinanti, possenti, ruvidi, ma al contempo celestiali e cosmici, "Omens" invece non gode dello stesso impatto sonoro, e neanche emotivo, risultando "semplicemente" un grande disco, che trasuda classe, certo, che veicola immagini potenti, ovvio, che poggia su testi allegorici e anche molto belli, ma che non riesce a far prendere definitivamente vita a questo mondo di macerie che spaventa, di cui i chiaroveggenti mettono in guardia e nel quale dovremmo passeggiare, col cuore in mano e le gambe tramanti, aspettando l'apocalisse.

1) Omens
2) In Procession
3) Halcyon
4) Embers
5) One Light Retreating