EIDOLON

Zero Hour

1996 - Self

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
15/11/2012
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Nei primi anni '90 i fratelli Shawn e Glen Drover canadesi di Toronto, rispettivamente batterista e chitarrista/tastierista, mettono su la metal band degli Eidolon, con la quale si concentrano sulla stesura di pezzi originali. Per completare l'assetto della line up vengono aggiunti alla voce Brian Soulard, al basso Criss Bailey e alla seconda chitarra Slav Simanic, che rimane con loro solo per quell'album.Attivi fino al 2006 anno in cui esce l'ultimo lavoro della loro discografia "The Parallel Otherworld" sono da allora fermi; i fratelli Drover hanno entrambi un pedigree di tutto rispetto, il batterista Shawn dal 2004 è a tutt'oggi membro dei Megadeth mentre suo fratello Glen ne è stato il chitarrista dal 2004 al 2007, poi da parte sua c'è stato un'abbandono ed il suo posto come tutti sappiamo, è stato preso da Chris Broderick. Dal 1998 e per i due anni consecutivi Glen è stato in formazione presso King Diamond, incidendo l'album "House of God" del 2000", ha inoltre prestato la sua collaborazione come session man nei live dei Sacrifice e dei Testament nel 2008 e nel 2010. Il vocalist Brian Soulard che rimane negli Eidolon fino a "Hallowed Apparition" del 2001 (e poi sostituito da Pat Mulock) è oggi il cantante dei 7th Reign, power metal band nata sempre a Toronto nel 2005. Con questi cavalli di razza andiamo a ripercorrere il loro debutto ufficiale avvenuto nel 1996 con l'album "Zero Hour" autoprodotto contiene dieci tracce per una durata di 48' e 15'' ed uscito in Canada, Stati Uniti, Giappone, Australia ed Europa, ha ricevuto critiche positive riscontrate anche negli anni successivi, tra thrash e speed metal andiamo a scoprire cosa hanno partorito i giovani Eidolon. Il debut dei canadesi parte con "When Will It End" in un sostenuto attacco di batteria la track procede alla volta di un' introduzione strumentale piuttosto lunga, in cui a farla da padrone sono i colpi alle pelli ed una raffica di note alle corde; al minuto 1:38 l'urlo di Brian annuncia che la parte cantata ha inizio. La traccia che parla di una battaglia cruenta è la metafora della vita, in cui i molteplici cadaveri sono i caduti di una misera vita reale resa difficile da vivere, alla fine quasi una preghiera affinché qualcuno possa salvarsi per non rimanere l'unico sopravvissuto in un mondo di devasto e solitudine. Questo il significato che le parole di When Will It End mi hanno indotto a cogliere; ed in un percorso sonoro nel quale gli strumenti sono resi protagonisti, il loro avvicendarsi su possenti scogliere armoniche, produce un effetto elettrizzante su chi ascolta. Procediamo con la titletrack "Zero Hour" che si propone sostanzialmente come un brano thrash il cui attacco iniziale ad opera di batteria e chitarra profuma di progressive, la voce di Brian che non sempre riesce a mantenere l'intonazione, trova il suo perché all'interno delle composizioni degli Eidolon, i cui fratelli Drover sono i principali autori di musica e testi. In questo brano si susseguono parti tirate ad altre più melodiche con sensazioni lievemente arabescanti al minuto 3 circa, gli assoli alle corde riempiono un comparto ritmico già di per se convincente, inanellando virtuosismi non sempre dall'alta tecnica, ma sicuramente divertenti da suonare e da ascoltare. Il terzo brano "Pain" si presenta inizialmente come una ballad, un arpeggio introduce la voce di Soulard che si addolcisce iniziando il suo canto con tono più mellifluo, il ritornello incalza nel ritmo trasformando la canzone in un sostanziale mid tempo, reso aggressivo dal tocco sicuro e poderoso alle corde. Al minuto 2:56 si alternano gli assoli di Glen e Slav in un combattimento strumentale all'ultima nota con Shawn che supporta i suoi compagni picchiando energicamente le sue pelli. Il solo finale di Glen in fade uout è la fine perfetta per questa song. Dopo tre tracks di pura energia, con la strumentale "The Golden Cencer" ci troviamo di fronte ad una composizione acustica in cui la chitarra arpeggia soavemente per tutta la durata; l'atmosfera mi rimanda l'immagine del periodo natalizio, accanto ad un caminetto acceso ed il fuoco scoppiettante un maestoso abete decorato da luci e nastri, a terra attorno al camino seduti su di un tappeto, un gruppo di amici è intento a canticchiare accompagnato da uno di loro che imbraccia una chitarra acustica e intona delle note tanto semplici quanto emozionanti. The Golden Cancer è il piccolo gioiellino luminoso di questo album, che regala quella poetica e rarefatta sensazione di appagamento. Riprendiamo il ritmo con la cover dei Black Sabbath "Hole in the Sky" che rispetto all'originale ha un tiro più aggressivo ed un arrangiamento più thrash, ma in sostanza gli Eidolon non hanno apportato nessun cambiamento peculiare, lasciando la forma base del brano di Ozzy e soci. Sesto pezzo intitolato "Stranded" cioè bloccati; il testo infatti sembra essere ispirato alla storia di una squadra di rugby uruguaiana che nel 1972 ebbe un incidente aereo; il velivolo sul quale viaggiano precipita sulla cordigliera delle Ande ed i 33 sopravvissuti cercano disperatamente di lottare per la sopravvivenza. Di questi solo 16 riescono a salvarsi, percorrendo le Ande e giungendo fino in cile  Fernando Parrado e Roberto Canessa poterono chiedere il tanto agognato aiuto e permettere il recupero degli altri passeggeri. Di questa vicenda nel 1974  Piers Paul Read ne fece un libro "Tabù - La vera storia dei sopravvissuti delle Ande" e nel 1993 Frank Wilson Marshall ne adatta una trasposizione cinematografica dal titolo "Alive - Sopravvissuti"; Parrado uno dei sopravvisuti aiutò il regista nella ricostruzione del terribile accadimento. Il tabù al quale fa riferimento il titolo del libro di Read, si riferisce all'aspetto più scioccante della storia; dopo aver terminato tutte le risorse di cibo, tra un'iniziale disgusto e conti con morale e religione, i passeggeri disperati decidono di sostentarsi cibandosi dei corpi dei loro compagni morti. Il pezzo degli Eidolon parte con due voci avvolte da forti folate di vento che parlano di mancamento d'aria ed alta quota, segue un lungo e struggente riff alla chitarra che termina lasciando un istante di silenzio prima che attacchi la canzone vera e propria. Il songwriting è piuttosto lineare ed accompagna il vocalist nel racconto di questa vicenda di disperazione e coraggio, in cui bisogna trovare un modo per fuggire, per non morire. Li dove si propone una semplice parte ritmica, arrivano gli assoli di Glen e Slav ad arricchire questo brano gradevole ma non eccezionale, il cui fulcro sta nel testo e le cui parole sono un macigno che pungono mente e cuore. Con "In Memory" tocchiamo il tema della perdita di una persona cara, io stessa faccio mie le parole che sento avendo provato sulla pelle cosa voglia dire ritrovarsi di punto in bianco senza una delle persone più importanti della propria vita, il vuoto sembra non riempirsi mai e lascia una cicatrice così' profonda da sentirne pulsare la ferita ad ogni frammento di ricordo. L'inizio di un delicato arpeggio cattura l'attenzione e la mente comincia a perdersi in quei malinconici ricordi, il ritmo docile della chitarra pulita si trasforma in sconforto che però cede subito il posto alla rabbia che si sfoga pensando all'ingiustizia di tale perdita; questo provo nell'ascoltare gli strumenti e l'interpretazione vocale di Brian, oltre metà canzone un bel momento al basso precede la cavalcata alle corde che si incammina nel finale. Ridondanti echi death si intrecciano nel mood speed di "Blood Rain" fino ad assaporare cavalcate power alle corde, una traccia questa assolutamente coinvolgente dove il songwriting spazia attraverso dinamiche e generi diversi, ottimo lavoro. Siamo arrivati quasi al capolinea e troviamo a chiudere il lavoro di debutto degli Eidolon, una doppietta strumentale; è piuttosto inusuale la scelta di chiudere con ben due tracce a solo appannaggio degli strumenti musicali, e questa scelta a mio avviso va solo premiata. Parliamo di "Eye of the Storm" in cui le evoluzioni della chitarra sembrano veri e propri fulmini che cadono dritti da un cielo squarciato dal loro fragore; pulsante batteria e vibrante basso rendono il tutto ancora più impetuoso, finale in fade out che ci porta al brano conclusivo di Zero Hour. Partono le prime note di "Fortress" il cui arpeggio rivela quanta poesia gli Eidolon sono in grado di emanare nonostante lo stampo energico al quale appartengono. La composizione melodiosa ed armonica si protrae alle corde per tutta la sua durata, circa per 2'e 8'', il tempo continua a scorrere muto ed al minuto 3:15 un fade in introduce un'esilarante versione della track Zero Hour in cui il vocalist si diverte a "provare" la voce screamata, finale spassoso per i burloni Eidolon! Band dal grande valore tecnico i fratelli Drover e soci non si sono isparmiati in un debut album da valorizzare e riscoprire, per gli amanti del buon metal e del genere speed in particolare, i primi album degli Eidolon sono da possedere nella propria discografia e ricordare gli anni '90 in particolare come quel periodo per il metal un po' turbolento, dalla nascita e declino del grunge al riappropriarsi di un pezzo di universo musicale in cui far esplodere tutto il metallo che si ha nelle vene. Grazie a personaggi come gli Eidolon il metal non è mai morto e mai lo sarà.


1) When Will It End 
2) Zero Hour 
3) Pain 
4) The Golden Cencer
(instrumental)
5) Hole in the Sky
(Black Sabbath cover)
6) Stranded 
7) In Memory  
8) Blood Rain 
9) Eye of the Storm
(instrumental)
10) Fortress  
(instrumental)

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