EARTHCRY

Where The Road Leads

2012 - Revalve Records

A CURA DI
DONATELLO ALFANO
21/11/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Ho sempre provato un grande interesse nei confronti di tutti quei progetti che oltre a delineare un altro aspetto della personalità dei propri musicisti/creatori hanno anche potuto far affidamento sul contributo di nomi altisonanti della scena rock/metal mondiale. Tobias Sammet con gli Avantasia e Arjen Anthony Lucassen con lo pseudonimo di Ayreon e Star One (cito i più importanti,nel suo caso la lista è più lunga) sono i due artisti che hanno portato questo tipo di operazioni a livelli elevatissimi in termini di qualità e successo ma anche il nostro paese ha lasciato un'impronta significativa, basti pensare ai meravigliosi capitoli della saga Genius: A Rock Opera, tre lavori partoriti dalla mente geniale del chitarrista/tastierista romagnolo Daniele Liverani. Il 2012 oramai è agli sgoccioli ma improvvisamente è arrivato un nuovo monicker da aggiungere a questo sorprendente elenco e diciamolo senza nessun timore, si tratta di un altro motivo d'orgoglio per il panorama metal italiano, un orgoglio chiamato Earthcry! Un progetto ideato a Genova nel 2010 dal batterista Enrico Sidoti (ex Razorblade) e che a fine ottobre ha rilasciato per l'attivissima Revalve Records il primo album intitolato "Where The Road Leads", un cd che entusiasmerà tutti gli adoratori della forma più classica ed avvincente del power/progressive, accanto ad Enrico nella line-up troviamo altri eccellenti musicisti: il bassista Leone Villani Conti (componente dei modenesi Trick Or Treat) i chitarristi Bruno Di Giorgi, Simone Mularoni, Diego Reali ed il tastierista Tommaso Delfino ma non è finita qui... Per interpretare i vari protagonisti del concept Sidoti ha ingaggiato alcune delle più grandi voci del movimento metal degli ultimi vent'anni; Roberto Tiranti (Labyrinth,Vanexa) Oliver Hartmann (Avantasia, ex At Vance e Empty Tremor) Zak Stevens (Circle II Circle, ex Savatage e Trans-Siberian Orchestra) Marco Sandron (Pathosray e Fairyland) Mark Basile (DGM, ex Mind Key) e Damian Wilson (Threshold e Star One) rimanere indifferenti nel leggere una lista del genere è davvero impossibile. La storia di Where The Road Leads (scritta interamente dal drummer) inizia con il naufragio di due amici durante un viaggio in barca nei dintorni di Miami, avvolti da una tremenda tempesta scorgono una spirale di luce folgorante seguita da un tramonto meraviglioso, ci pensa un dottore/stregone a salvarli, l'uomo dopo aver ascoltato il loro racconto sostiene che la loro esperienza è da collegare alla visione del Velo di Maya. Lo stregone consiglia ai due ragazzi di parlare con un anziano ex militare (rinchiuso da tempo in un ospedale psichiatrico) che ha vissuto un'esperienza simile durante la seconda guerra mondiale, quest'ultimo è ancora ossessionato da quel ricordo e rivela che con l'aiuto di un antropologo aveva scoperto uno dei disegni più antichi nella storia dell'umanità. I ragazzi incontrano anche l'antropologo, il quale dopo aver raccontato delle antiche leggende su una civiltà precolombiana gli assengna il compito di diventare guardiani di un tempio in Messico legato al culto della spirale.  I due dopo un viaggio difficoltoso e caratterizzato da avvertimenti a non proseguire arrivano all'ingresso del luogo abbandonato, appena entrati delle sinistre visioni si manifestano sopra le loro teste ed una presenza non ben definita compare davanti ad un portale di pietra, spinto dalla curiosità uno dei due protagonisti fa un passo in avanti per varcare la misteriosa porta...  L'album parte con il suggestivo mood dell'intro "Sailing On", il mare mosso ed uno stormo di gabbiani costituiscono il sottofondo a delle lievi note di pianoforte, la tensione comincia a manifestarsi con l'irruzione delle chitarre elettriche ed acustiche, una scalata emotiva che raggiunge l'apice grazie alla timbrica profonda di Tiranti, la sua voce anticipa in modo sublime la melodia principale della successiva "New Fading Sun", l'attacco iniziale vi farà scuotere la testa freneticamente grazie ad una batteria velocissima e ad un guitar sound piuttosto aggressivo, il frontman dei Labyrinth ricopre il ruolo da protagonista insieme ad un grintoso Basile, i due si prodigano in un duetto colmo di personalità ed impeto, le loro voci vengono accompagnate da una base ritmica iperarticolata, Sidoti dimostra tutte le sue qualità nella doppia veste di musicista e songwriter, basta ascoltarlo nel breve e dinamitardo bridge per avere la piena conferma, preludio ad un refrain da considerare come un perfetto esempio di armonia e potenza (l'accostamento agli autori di Return To Heaven Denied è naturale) nel break strumentale la band propone una girandola irrefrenabile di travolgenti solos, una serie di virtuosismi in cui spicca l'operato di Delfino, per stile e scelta dei suoni le sue fughe sui tasti spesso mi hanno riportato alla mente quelle del maestro Jordan Rudess, da sottolineare anche una produzione possente ed incisiva, componenente basilare per ribadire la grande alchimia creatasi tra i musicisti. Il ciclone Earthcry prosegue con la furiosa "Hospitality", episodio trainato da un rimbombante riffing e da efficaci interventi elettronici eseguiti dalle tastiere, accanto a Roberto e Mark assistiamo all'entrata in scena di Damian Wilson, il singer britannico nel ruolo del dottore offre come sempre una prova eccellente, oltre allo strabiliante intreccio vocale proposto dai tre, il brano è caratterizzato da un'incessante alternanza tra momenti tiratissimi ad altri più rilassati ed incantati, il finale è di puro stampo cinematografico grazie ad una soave parentesi sinfonica degna di essere inserita nella soundtrack di un kolossal fantasy. Hartmann è il dominatore nella poderosa "Recall", coadiuvato da una struttura dinamica ed accattivante (spesso si percepiscono echi dei Rhapsody Of Fire) il tedesco al pari dei suoi colleghi propone una performance ricca di enfasi, oscurità e tensione sono presenti in ogni secondo della track, un brevissimo intervento centrale di Wilson costituisce l'input per una lunga serie di assoli in cui emerge l'anima neoclassica del combo, rintracciabile soprattutto nel comparto tastieristico, Tommaso dopo aver mostrato il suo talento con sonorità moderne sale in cattedra in modo magistrale riproducendo in questo frangente il suono di un clavicembalo. Un granitico riff stoppato dà il via a "Into The Asylum", energico up tempo segnato da un andamento lineare e coinvolgente, la forma è quella del power metal più diretto e combattivo (provate ad immaginare i Symphony X di Twilight In Olympus catapultati nel 2012) la particolarità risiede nell'interpretazione in simultanea dei quattro singers delle tracce precedenti, il risultato ovviamente è di quelli da lasciare estasiati, sugli scudi il memorabile ritornello (eseguito prima da Rob e Mark e dopo da Damian e Oliver) chi era alla ricerca di un nuovo anthem da cantare a squarciagola deve passare obbligatoriamente da qui. Gli otto minuti e ventitre secondi di "Landscapes" rappresentano l'essenza del miglior progressive odierno, i brividi cominciano a correre lungo la schiena fin dalle prime battute, le tastiere creano un avvolgente clima fantascientifico (l'influenza del pioniere dell'elettronica Jean Michel Jarre è ben presente) il motore dell'act riprende la sua corsa innalzando un muro sonoro energico ed estremamente vario, accompagnati da un ispiratissimo (non è una novità,lo sappiamo bene) Zak Stevens i musicisti producono un vortice stilistico che lascerà a bocca aperta anche gli artisti più esperti; intermezzi solistici ultra heavy, parentesi rallentate semi acustiche, linee melodiche ammalianti ed un finale epico all'inverosimile compongono una track destinata a diventare un nuovo manifesto del prog metal tricolore. Le emozioni si intensificano con la commovente ballad "Strangers" guidato da una toccante melodia di pianoforte (torna alla ribalta la componente sinfonica) e da una delicata base ritmica, il pezzo ci consegna un sublime duetto tra Wilson e Stevens, la loro prestazione colpisce dritta al cuore, non è facile trattenere qualche lacrima durante l'ascolto, meraviglioso anche l'assolo conclusivo di Delfino, un sentito omaggio al leggendario hard rock settantiano. Velocità e dinamismo tornano ad imperversare nella tonante "Uncharted", un tornado metallico intriso di tecnica e potenza, l'ugola di Marco Sandron nelle strofe sprigiona una rabbia inaudita dimostrando di essere un degno erede del grande (in tutti i sensi) Russell Allen, dopo i due bridge interpretati prima da Basile e poi da Tiranti riversa il suo volto più melodico nell'immediatissimo refrain, le chitarre e le tastiere seguendo i territori esplorati dalle voci eseguono delle impetuose partiture perennemente in bilico tra luce e buio. Lo strumentale "The Temple" è un'ulteriore prova delle strabilianti qualità tecniche dei musicisti coinvolti; partendo da un incipit di pura ispirazione classico/sinfonica Sidoti e soci si lanciano in una cavalcata contraddistinta da una moltitutidine di cambi ritmici e d'atmosfera, encomiabile il lavoro dei tre guitar players grondante abilità e raffinato gusto melodico, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe venuto fuori da un'infuocata jam session tra Dream Theater, Stratovarius e Yngwie Malmsteen, con questo brano ho trovato la risposta! Il gran finale arriva con l'eterogenea "Inside", i sei protagonisti vengono coinvolti all'unisono per concludere nella maniera più entusiasmante il disco, nei primi minuti vengono intrapresi sentieri prettamente power oriented, il coinvolgimento come da copione raggiunge livelli altissimi, dopo un'ipnotica parte centrale marchiata da efficaci interventi elettronici ed acustici la struttura diventa più articolata, il progressive regna incontrastato fino ad un avvincente epilogo permeato da una ridondante aura epica che avvolgerà completamente le nostre anime. Where The Road Leads è l'ennesima conferma dell'immenso valore del panorama power/prog italiano, un platter in cui componenti fondamentali per il genere come melodia, tecnica e sentimento si fondono perfettamente, se a tutto questo aggiungiamo la presenza di special guests di caratura elevatissima siamo obbligati ad elogiare più volte il lavoro di Enrico ed il suo team. Stavo riflettendo su una cosa; nella mia classifica dei top album del 2012 dei posti d'onore verranno assegnati ai lavori firmati Earthcry, Vision Divine e Luca Turilli's Rhapsody, tre lavori straordinari creati da grandi artisti italiani, occorre aggiungere altro?


1) Sailing On      
2) New Fading Sun      
3) Hospitality     
4) Recall       
5) Into the Asylum    
6) Landscapes     
7) Stranger     
8) Uncharted      
9) The Temple    
10) Inside