EA

Ea

2012 - Solitude Productions

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
28/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

La storia degli Ea è una delle più misteriose ed affascinanti che il metal abbia da offrire in questo mondo attuale dove la musica è oramai diventata uno strumento commerciale, dove l'unica cosa che conta è seguire la moda del momento. Questa band russa, al contrario, sta seguendo un cammino ben preciso mantenendo pressoché ignota qualsivoglia informazione riguardante i suoi stessi componenti, oltre ad aver intrapreso un percorso musicale tutto suo, un percorso certamente non destinato ad essere apprezzato dalla massa, non destinato ad essere fra le band a vendere più dischi in assoluto, tantomeno influenzato dal lurido dio denaro. Ogni album degli Ea è un lungo sentiero, oscuro, dall'atmosfera sinistra e lugubre, quasi funerea. Perché il loro unico scopo è quello di farci provare emozioni, quello di permetterci l'immedesimazione di un nostro personale alter ego messo a nudo dinanzi alla tristezza, esposto ad ogni male che ottenebra l'animo umano. Ed il quarto full lenght, questo self titled dato alle stampe nel mese di Marzo, non ne fa certo eccezione. L'unica traccia all'interno di "Ea" è una lunghissima suite di circa 47 minuti nella quale si susseguono una serie delle più cupe emozioni che un essere umano possa provare, ma seppur il "tema" di fondo sia lo stesso dei suoi predecessori, risulta comunque un personalissimo lavoro, con una sua identità ben precisa, che non sembra affatto solamente un ricalco ad esempio dello storico "Ea Taesse", il primo asso calato dalla band nel 2006. Non appena si preme il tasto play, si entra subito in un intenso e decadente mood, dove le tenebre sembrano inghiottirci completamente, quasi come ci chiamassero ad esplorarle in tutta la loro maestosità. Ed ecco che dopo pochi secondi un pianoforte, che pare giungere direttamente dall'oltretomba, ci spalanca le porte permettendoci entrare definitivamente in "Ea". Il funereo ritmo è come un'arma appuntita che ci scalfisce nel suo lentissimo incedere, e non appena fa la sua comparsa anche la sezione ritmica si può dire di essere cullati fra le braccia della morte: inaspettatamente si viene accolti da una magnifica atmosfera evocativa, dove il cantante è un vero e proprio demonio che con il suo cavernoso growl dichiara la nostra condanna alla sofferenza eterna. 

A circa 4:30 l'aria si placa, le tenebre spariscono e ricompare la luce per alcuni secondi, salvo poi lasciare posto ad un vero e proprio rito funebre. Questo perchè i malinconici arpeggi della chitarra tornano a farci compagnia, accompagnati dal pianoforte. Nel sesto minuto il ritmo si vitalizza un pò grazie ad un drumming di crescente intensità, ed è proprio qui che l'atmosfera si infittisce, poichè di lì a poco gli Ea ci aprono le porte di un cimitero infestato da maligne presenze. Mentre il rito funebre prosegue nella sua celebrazione, con tanto di rintocchi di campana a scandire il tempo, emerge progressivamente il lato più onirico della formazione russa: un malatissimo organo inizia a turbare il sound, e contemporaneamente giungono le prime, colossali, insormontabili e taglienti incursioni della chitarra, perfetta icona della disperazione e di un profondo dolore introspettivo. Per alcuni minuti si prosegue sullo stesso filone, poi il riffaggio diviene più variegato tornando a schiarire leggermente la catacombale atmosfera.

Al sedicesimo minuto le acque si placano, e fa capolino un amaro riff melodico, a cui si affiancherà, dopo pochi secondi, la pesantezza della chitarra protagonista sino a questo punto del brano. L'atmosfera torna a farsi tremendamente poetica, toccante e perfino celestiale attorno al diciannovesimo minuto, dove il pezzo si fa cullare da un altro denso arpeggio carico di melancholy, protagonista in solitario per qualche minuto, prima che il cantante, quasi fosse rinchiuso dentro ad una bara, ci sussurra con il suo growl tutta la sua sofferenza. Mentre ci avviciniamo alla metà del pezzo, l'atmosfera tesa continua a tenerci con il fiato in sospeso, fra l'altro senza mai annoiare l'ascoltatore. Al ventiquattresimo minuto gli Ea percorrono il confine del doom metal entrando in un'area vicina al black metal, ed anche qui, grazie ad esasperanti vocalizzi in screaming e ad agghiaccianti riff di chitarra, la band continua a rendere la propria musica minacciosa ed oscura, senza mai cadere in qualche passaggio banale. I minuti seguenti sono voltati più alla melodia che ad un sound cupo, finchè, mentre ci avviciniamo alla mezz'ora, si rientra di peso nel mood dei primi minuti: ritmo lentissimo e songwriting funereo scandiscono questa parentesi spaventosa.

All'improvviso compare un disperato solo di chitarra, tanto morboso quanto geniale, il quale contribuisce a variare l'atmosfera rendendola ancora più esasperante. Ma ecco che subito si rifà spazio il lentissimo funeral doom, farcito da struggenti ed agonizzanti vocalizzi in growl, protagonisti per diversi minuti che forse rappresentano il culmine dell'eterno dolore esistenziale che ci accompagna per tutta la durata del disco. Mentre ci avviamo verso gli ultimi dieci minuti l'atmosfera diviene di un grigio cupissimo, grazie a solenni chorus vocals e l'ottimo lavoro della tastiera, la quale riesce ad instaurare un'eterea e nebbiosa cornice sonora. I suoni cessano all'improvviso, lasciando per qualche istante che il silenzio prenda il sopravvento, ma questa "morte apparente" dura il tempo di un respiro, poichè si riprende quasi subito da dove ci eravamo lasciati. La sezione ritmica continua nella sua mortifera andatura, con la chitarra che la segue come un'oscura ombra, mentre la tastiera prosegue nel suo ottimo lavoro dimostrando di essere molto più che un elemento di contorno, e di essere una componente essenziale della musica degli Ea.

I minuti finali proseguono sulle stesse coordinate, fino alle ultime battute dove l'atmosfera si carica di tensione e diviene una vera e propria annunciazione del destino, con gli strumenti che si placano man mano. Ed ovviamente la chiusura è affidata al piano che ci aveva anche introdotto al brano, scandendo gli ultimi istanti di questo funereo rituale. Termina così questo autentico funerale che mantiene costantemente per tutta la sua durata l'ascoltatore attaccato al suono, facendolo stare con il fiato sospeso. La produzione è di una notevole qualità: basti considerare l'ottima sincronia e livello degli strumenti, praticamente perfetti in quanto al sound, ideale per simulare un autentico funerale. Ancora una volta un grande lavoro targato Ea, che non smentisce di saper suonare con grande classe rievocandoci in una chiave più attuale le sonorità ad esempio di "Stream from the Heavens", masterpiece che rese celebre i finlandesi Thergothon. Anzi, possiamo assolutamente dire di avere a che fare con degli autentici capostipiti del funeral doom mondiale.


1) Ea