DREAM THEATER

A View from the Top of the World

2021 - Inside Out

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
27/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"Quando ci siamo riuniti per questo album, non c'erano regole; vediamo solo cosa succede. Non stiamo cercando di scrivere certi tipi di canzoni come abbiamo fatto con Distance Over Time, dove stavamo cercando consapevolmente di scrivere la musica dei Dream Theater in un pacchetto più conciso. È stato un esperimento divertente. Le prime canzoni che abbiamo scritto per questo album erano molto lunghe, progressive e pesanti; erano The Alien e Sleeping Giant. Dopo averle fatte, abbiamo cambiato marcia mentre le estraevamo dal nostro sistema; facciamo qualcosa di diverso! C'erano un paio di cose che volevo fare in questo album che erano un po' diverse. Uno era scrivere un'epopea gigante, e l'altro era scrivere una chiave importante".
(
intervista a John Petrucci di Robert Cavuoto per Sonic Perspectives)
Esistono gli alieni? Altre forme di vita sparse nell'universo? A queste domande, scientificamente non abbiamo ancora delle risposte ma in un universo con almeno cento galassie, ciascuna contenente miliardi di milioni di stelle, è improbabile che la Terra sia l'unico luogo dove si sia evoluta la vita. E se esistessero veramente gli ufo, come vedrebbero da lontano il nostro pianeta malato? Partendo dal clima noterebbero come questo stia andando incontro a cambiamenti irreversibili e che gli umani sono in una condizione di emergenza planetaria. Il mondo è ormai a livelli critici inarrestabili perché le temperature continuano a salire, così come i livelli del mare con la perdita della banchisa nell'Antartico occidentale, con lo scioglimento dei ghiacciai, la distruzione delle barriere coralline e l'importantissima foresta amazzonica. Uragani, tempeste, cicloni, frane, inondazioni e continui straripamenti di fiumi sono le cose visibili e lampanti ma tutti questi cataclismi sono causati dall'inquinamento dell'atmosfera, del suolo e delle acque causate dall'uomo con gli scarichi delle industrie, dei veicoli, delle abitazioni, dal fumo degli incendi, dalla combustione per lo smaltimento dei rifiuti e potremmo continuare all'infinito. In più, la cosa peggiore che gli alieni noterebbero, sarebbero le guerre tra esseri umani sparse per il globo, la fame, le malattie, le pandemie e la povertà di tanti popoli con diseguaglianze enormi tra Continenti Stati e Regioni. Insomma un mondo sottosopra, dove onestamente gli unici alieni scoperti e riconosciuti si trovano solo a livello musicale, precisamente in ambito del prog metal, nella band rock dei Dream Theater. Formatisi nel lontanissimo 1989, tutt'oggi ancora sulla cresta dell'onda nonostante rivalità e attacchi continui da parte di pseudo critici musicali e pseudo amanti dell'heavy metal. Il loro nome è anche sinonimo di qualità e tecnica nel vasto genere del metal progressivo mondiale perché hanno portato da subito sonorità ibride già nello strepitoso successo del secondo album "Images And Words" del 1992. Questo platter è considerato una pietra miliare dell'heavy metal degli anni novanta e rappresenta una formidabile rilettura in chiave metal del rock progressivo. Nonostante siano uno dei perni del genere ormai da più di tre decenni, gli americani hanno avuto alti e bassi, come in generale tutte le formazioni rock del pianeta. Cambi di line-up, poca coerenza e innovazione ma di contro tantissimo impegno e originalità, producendo comunque della stupenda musica nel corso della carriera che ancora oggi viene imitata e presa come modello da tantissime formazioni. I Dream Theater ritornano adesso con il loro quindicesimo album in studio intitolato: A View From The Top Of The World con una formazione sorprendentemente stabile e sorprendendo positivamente per passione e ispirazione melodica. Sembra che il lookdown dovuto alla pandemia mondiale abbia dato ai bostoniani energie nuove, consapevolezza e quell'entusiasmo che tanto li aveva contraddistinti agli inizi della loro fantastica storia. Quest'opera registrata nel nuovissimo studio della band, il "Dream Theatre Headquarters", probabilmente ha dato ai cinque musicisti quella spinta e quella sicurezza nell'essere indipendenti a livello musicale che negli ultimi album era mancata. Il mixaggio e la masterizzazione sono affidati al conosciuto chitarrista dei Sabbath Andy Sneap mentre la produzione è completata dal guitar hero John Petrucci che ha scritto tutte le song insieme ai fidi compagni di tanti viaggi interstellari: John Myung al basso, Jordan Rudess alla tastiera, James LaBrie alla voce e Mike Mangini alle pelli. L'unico membro che non ha potuto partecipare personalmente ai lavori in studio è stato il vocalist canadese LaBrie, escluso dai trasferimenti internazionali nel corso più virulento della pandemia di Covid 19 dagli altri compagni. Per fortuna, al giorno d'oggi, la tecnologia consente tramite video, email e chat di realizzare lo stesso il processo di scrittura, condividendo file audio, anche se per le registrazioni finali, LaBrie è riuscito ad arrivare negli Stati Uniti per eseguire le sue sessioni in sala di registrazione. "Quando la chitarra arriva a fare una melodia o un assolo, questo è l'obiettivo. Dovrebbe occupare lo stesso spazio sonoro e attirare la stessa attenzione della voce in quel momento. Quindi, è la combinazione di chitarra, pickup, amplificatore e ingegneria. Il nostro ingegnere James "Jimmy T" Meslin, ha fatto un lavoro incredibile selezionando i microfoni giusti, i preamplificatori e registrando in modo approfondito. Poi, ovviamente, Andy Sneap ha mixato come sa fare lui. Eravamo tutti sulla stessa linea, immaginando come doveva suonare il suono della chitarra" (John Petrucci). Il risultato sono sette brani classici in pieno stile Dream Theater, subito amabili dove si ascolta tutta la classe, l'abilità esecutiva dei musicisti e un sound fortemente progressive così come non accadeva da un bel po'. Gli artisti continuano il loro percorso di fusione sonoro di brani difficili insieme a testi e temi che fanno e devono far riflettere gli uomini d'oggi per non parlare della copertina dell'album fortemente prog. Il titolo dell'album si ricollega quindi alla riflessione iniziale e dimostra come questo supergruppo non ha più nulla da dimostrare a nessuno potendosi permettere di suonare per il gusto di farlo e di guardare tutti dall'alto. Come si vede il mondo dall'ultimo piano dei grattacieli di Boston o dalle cime dei monti più alti del mondo? Direi male ma non solo in questo momento, forse a livello musicale ancora la musica riesce, nonostante la crisi nel settore degli ultimi anni e la recente pandemia, con grande fatica dei protagonisti ad emozionare ancora e ad essere l'unica cosa che unisce i popoli sempre nella speranza di un pianeta migliore. Il disco con i suoi settanta minuti è avvincente, complesso e non porta nulla di nuovo poiché i cinque marziani non si allontanano dal loro stile originale e dalla loro posizione artistica di confort. Esecuzione virtuosistica, assoli straordinari, voci e cori melodici con un sound moderno e attuale che li riconferma come i paladini indiscussi del genere per uno dei loro migliori album che i timpani metallici dei fans e non solo abbiano mai sentito negli ultimi decenni. Per quanto riguarda i temi trattati e il titolo, James LaBrie afferma: "L'intera cosa si concentra sull'idea di spingersi intenzionalmente oltre i tuoi limiti (come il modo in cui vivono i cercatori del brivido per la corsa all'adrenalina che porta a rischiare la propria vita e a fare cose apparentemente impossibili). Lungo la strada, toccano anche un'esplorazione interplanetaria, paralizzando l'ansia e abbracciando lato oscuro di ognuno di noi".

The Alien

The Alien (L'alieno) è una forte analisi del mondo in cui viviamo da un punto di vista fantascientifico e ultraterreno. Brano ingarbugliato nelle sue allegre e leggere melodie, con tanti cambi di tempo per un inizio perfetto e suggestivo che troveremo anche nelle successive tracce dell'album. Gli "alieni", dopo due anni di assenza risbarcano sul nostro piccolo e disastrato Pianeta. Naturalmente, in tutti gli Stati del mondo, la notizia è diffusa in pochissimi secondi in internet, tra i social, le TV, le radio e per ultimi i poveri giornali ormai letti da pochissime acculturate persone. La paura serpeggia, soprattutto tra le case discografiche e le band rock del mondo perché non si sa cosa aspettarsi da questi cinque esseri mostruosi che trent'anni fa misero a soqquadro l'intero mondo metal ponendo le basi e la certezza di aver portato a questo genere qualcosa di nuovo, innovativo e straordinariamente originale. Partiti da Boston negli USA nel 1985 con John Petrucci, John Myung e Mike Portnoy, nonostante alcuni cambiamenti di formazione, i tre componenti originari dell'astronave Dream Theater sono sempre presenti nelle tante missioni almeno fino all'8 settembre 2010, giorno in cui il condottiero Portnoy decide inaspettatamente di lasciare questo gruppo super galattico, sostituito egregiamente da un altro grande condottiero: Mike Mangini (ex Extreme). Oggi la band riprova dopo alcuni tentativi falliti in passato a riprendersi il comando della scena internazionale con una scaletta che vede questa song come una delle migliori perle di questo riuscitissimo lavoro discografico. Purtroppo, sul pianeta Terra non c'è più speranza di inventare qualcosa di nuovo e quindi l'unica soluzione è quella di invitare dei fortunati e sfegatati supporters a imbarcarsi sull'astronave "Dream Theater" per scoprire, con i propri eroi, nuovi orizzonti in altri posti dell'universo: "Dovresti salire a bordo per un viaggio, il primo nel suo genere. Io sono l'alieno. Qui fuori tra le stelle cercheremo finché non troveremo un mondo di gran lunga migliore per tutta la razza umana e oltre", scrive e canta LaBrie. Una scarica di rullanti e la veloce frenesia esecutiva della chitarra elettrica, accompagnate dalla potenza tastieristica di Russell, aprono possentemente le danze prima che una soave melodia guidata dalla sei corde di Petrucci, porti nel vivo della composizione dove ci aspetta la pulita ma piatta ugola di James. I riff chitarristici sono ossessivi e martellanti, con una sezione ritmica battente soprattutto con Myung sopra gli scudi e con l'abilissimo Mangini che picchia senza tregua le sue pelli senza far rimpiangere il predecessore Portnoy. Dopo questa scarica di energia la keyboard di Jordan emana una potente luce su questa iniziale tempesta di note cosmiche destinate comunque a placarsi, grazie anche al lento fraseggio solista dell'ottimo John alla guitar. Nella parte centrale, ancora le protagoniste e vorticose tastiere costruiscono un ponte immaginario tra il globo terrestre e le lontane galassie sparse tra le stelle: "Sguardo oltre la terra, in rotta verso le stelle per cambiare e creare un nuovo mondo e far sopravvivere l'intera umanità. Il tempo sta per scadere"! Qui le corde vocali di LaBrie sembrano adattarsi alla strumentazione generale o meglio ancora, sembra di percepire al contrario un adattamento di quest'ultime alle non altissime e forzate tonalità del singer canadese. Il viaggio interstellare sugli sforzi umani nell'esplorare nuovi pianeti e scoprire nuove vite e nuova musica è appena cominciato. Sorprende come una semplicissima parola come "Alien" possa essere la ciliegina sulla torta per un grande ritornello metal ma ancora di più colpisce la complessa sezione solista del guitar hero italo americano che realizzando un piccolo angolo di atmosfera sonora si sbizzarrisce in una specie di pazzesca jam metal fusion, sostenuto nella sua meravigliosa performance dalle qualità eccelse e dalla rapidità dei suoi compagni astronauti. La chitarra spremuta al massimo delle sue possibilità sembra quasi canticchiare anticipando per pochi minuti il ritorno vocale del vocalist, che verso la fine abbassa i toni sprigionando ancora di più la superlativa melodia delle sue buone corde vocali. In generale non si odono eclatanti cambiamenti stilistici da far gridare al miracolo o alla scoperta di nuove soluzioni musicali perché addirittura l'armonia della traccia ricorda fortemente e inequivocabilmente i primi lavori discografici degli anni '90, per un ritorno anni luce al mitico e glorioso passato della band. Ottima la lirica dell'autore James LaBrie che parla della razza umana come forza aliena pronta a esplorare e conquistare nuove galassie e chissà forse anche nuovi sistemi solari. "The Alien" mette su un piatto d'argento tantissimi elementi che piacciono ai fans più incalliti della band: velocità, tecnica sopraffina e un sound intimamente melodico. Il pezzo in definitiva non offre grandi sorprese, ma sicuramente fa la sua bella figura. Allacciate quindi le cinture perché siamo solo al primo atto di questa stupefacente avventura interspaziale.

Answering the Call

Occorre premettere che l'album non è un concept ma ha lungo tutte e sette le tracce un filo conduttore caratterizzato da un'incredibile epopea e naturalmente l'inconfondibile marchio Dream Theater. Già dalle prime note di Answering The Call (Rispondere alla chiamata) si evince come il suono degli statunitensi non sia mai stato migliore grazie al lavoro del mitico ingegnere del suono Andy Sneap. Il ritmo è costante fin dall'inizio consentendo alle strofe e al ritornello di essere i protagonisti indiscussi anche grazie al gran lavoro vocale di Labrie. È arrivato il momento di rispondere all'invito o alla chiamata dei nostri eroi che terranno aperto per ben sette minuti e trentaquattro secondi il portellone dorato della loro navicella spaziale prima che termini il countdown finale, dando la possibilità agli indecisi e ai ritardatari di prendere al volo quest'occasione e dare una svolta alla propria vita: "Rispondere alla chiamata! Le pareti bianche dell'Impero cremisi luccicano di verità a lungo tenute nascoste, dove Sovrani asfissiati dal potere non hanno nessuna coscienza nello sviare e indottrinare su opinioni accettate da lungo tempo". I fari dell'apparecchio illuminano il grande e polveroso piazzale attendendo e invitando uomini, donne e bambini in questo lungo viaggio esplorativo di nuovi mondi e nella profondità della propria psiche. All'accensione dei motori e alla lenta chiusura del portellone principale, si infiamma la chitarra cadenzata del guitar hero americano che si alterna alla vorticosa keyboard di Jordan creando una stupenda alchimia e un soave refrain, impreziosito da un leggero e memorabile ritornello, dove spicca ancora una volta l'abilità esecutiva di Mangini. Il clou si raggiunge quando Petrucci e Rudess mostrano le loro enormi capacità soliste, esaltandosi a vicende in un duello sonoro senza precedenti, dove pur contrastandosi a colpi di assoli infiniti e tecnicissimi riescono benissimo a non uscire fuori dai binari di questa interessantissima song dal piccolo sapore AOR ma dal grande cuore metallico e dall'anima particolarmente prog. Troppo esagerati? No, forse troppo sicuri dei propri mezzi che è quello che in effetti conta e che vogliono sentire i fedelissimi supporters. A tratti pare che i due cerchino di superarsi a vicenda in una gara leale e senza esclusione di colpi ma sempre all'interno della definita struttura del brano, risultando meno prolissi rispetto ai loro standard. Dopo questa sfuriata strumentale si ritorna al dolce e originale groove con il consueto ritmo costante che fornisce all'intelligente singer di mettersi in primo piano senza sopraffare o soffocare la musica con acuti dimostrativi e comunque ormai lontani dal suo modo attuale di cantare. La melodia è più variegata del solito con uno stile quasi sinfonico e teatrale, indirizzato da tastiere più semplici ma sempre incisive che costituiscono comunque la colonna portante dell'intera composizione. Tutto è calcolato e senza sbavature con una precisione esecutiva che fa rabbrividire e emozionare ma senza mai superare i limiti o esagerare in inutili e freddi virtuosismi fini a sé stessi. Classe, esperienza e l'altissimo livello tecnico sono le cose principali che si percepiscono, così come anche la lirica profonda e estremamente attuale sulle moderne società di oggi imbavagliate da un falso perbenismo e corrotte dall'egoismo, e dall'apparenza: "Ci sarà un giorno, in cui tutti noi ci fideremo dell'amore e della pace brillando con i nostri simili. Cuore e anima, una sola mente. Rispondere alla chiamata! Tutto programmato, non si torna indietro anche se c'è un prezzo finale da pagare ma è troppo tardi per piangere". I tempi della rabbia e della potenza sonora, rispetto al penultimo disco in studio, sono svaniti a discapito di una rilassatezza e di un pizzico di tranquillità che non esclude comunque in alcune parti della song dei colpi pungenti con sfoderi di collera strumentale.  Gli artefici di questa mai assopita rabbia sono principalmente l'abilissimo "man machine" Mike Mangini, che quando c'è da picchiare possentemente le sue pelli non si tira indietro e il compagno robot Jhon Myung che con le sue insostituibili quattro corde riesce magistralmente a farsi sentire. Un caloroso plauso merita anche il lavoro tastieristico del sottovalutato Jordan necessario per creare e rendere vive delle azzeccatissime atmosfere, caratterizzate da repentini cambi di tempo e dove la band a stelle e strisce trova il suo stato di benessere nel lungo minutaggio non perdendo mai il filo conduttore della canzone.

Invisible Monster

Da questo momento comincia la vera e propria avventura astrale dei cinque marziani che sono riusciti a riempire la navicella decollando con tante certezze ma verso un futuro ignoto e alla ricerca di consensi. Invisible Monster (Mostro invisibile) è un pezzo buio, determinato e senza particolati trovate stilistiche o singolari destrezze. In sostanza non è il racconto dell'incontro con un essere spaziale ma una canzone incentrata sui demoni interiori degli uomini: come depressioni, angosce e tutti quei mali intrinseci dell'anima che distruggono lentamente l'esistenza e naturalmente invisibili all'esterno: "Mostro invisibile, sempre sentito ma mai visto. Presenza sgradita che rifiuta di andarsene". Strutturalmente e musicalmente, è una canzone fantastica perché ricca di cambi di tempo, di ottimi accordi che partono già dall'inizio con riff cadenzati, melodici e intermittenti di Petrucci. Le corde vocali del cantante sono nitide e armoniose per guidare il pezzo che con la tastiera ossessiva e sinistra di Jordan produce, nelle parti più lente della song, un'ambientazione a tratti inquietante. Già è difficile vivere nella normale quotidianità per le continue preoccupazioni e i continui ostacoli da superare, quindi chi è in viaggio nello spazio ha mille pensieri e tantissima paura di aver fatto la scelta sbagliata: "Il mostro invisibile si nasconde senza mai mostrare il suo volto nutrendosi di paure irrazionali, con i pensieri che corrono a un ritmo febbrile in rapido aumento su un volo di idee". La chitarra solista di John è ancora una volta molto intonata, orecchiabile, piacevole e coinvolgente soprattutto per i tanti tocchi tecnici che sprigiona, stimolando gli altri membri dell'equipaggio a non essere di meno con i propri strumenti di bordo. Colpisce in positivo la parte centrale del singolo, imperniata su un 'andatura più zuccherata e cinematografica ma in certi momenti anche veloce e tormentosa. Attira poi il modo in cui la batteria di Mike dia la spinta al refrain generale, non solo dettando i tempi ma stimolando in particolar modo le sei corde di Petrucci. Il ritmo del drummer è articolato ma mai autoritario o troppo veloce inserendosi benissimo in un gigantesco paesaggio sonoro. Dai finestrini i passeggeri vedono allontanarsi la superficie terrestre con in sottofondo l'assolo breve e classicheggiante del guitar hero newyorchese. Da lontano si saluta un Pianeta ormai a rotoli, con gli abitanti sopraffatti da guerre, malattie e disastri naturali con nell'animo un mostro invisibile che perseguita e tormenta: "Sempre sentito ma mai visto, appollaiato sulla spalla della sua vittima e sussurrandogli all'orecchio cose che potrebbero non accadere mai. Preoccupazioni pesanti da sopportare". Il video clip è essenziale per capire il messaggio lanciato dal combo statunitense. Il filmato è anche emblematico perché uno dei personaggi gioca e sfida la morte dipingendola su tela, sfogando tutta la rabbia e le frustrazioni accumulate a causa di questo mostro invisibile che alberga in tutti i cuori degli esseri umani. Per il tema trattato, la scelta delle immagini, il sound più leggero e inaspettatamente povero di spunti tecnici eclatanti sono pienamente indovinati, pur non mancando qualche accelerazione che rende la composizione inquieta e mai monotona. Qui i Dream Theater vanno piano e si trattengono come se si mettessero a disposizione del messaggio delicato che vogliono lanciare, facendoci riflettere su chi soffre in silenzio e su chi non riesce a prendere una decisione definitiva e liberatoria. In conclusione, un brano piacevole, diretto e ideale per affrontare un viaggio ricco di speranze come questo: "Mostro invisibile, rinuncia alla tua presa e lasciami riprendere il controllo di me stesso".

Sleeping Giant

Sulla stessa falsa riga della precedente è la quarta canzone Sleeping Giant (Gigante dormiente), che continua il racconto dei nostri eroi in giro nel sistema solare, dove assistono addirittura ad un meraviglioso spettacolo astronomico: un'eclissi lunare che copre gran parte della Terra. Vedere metà del Mondo illuminato dal sole da una distanza quattro volte superiore all'orbita della Luna è uno stupefacente spettacolo. In effetti, questa è proprio la canzone adatta per assistere ad un simile evento perché la durata di dieci minuti del pezzo stupisce per la buona melodia e per l'ottima tecnica strumentale. Stavolta John Petrucci sembra messo in secondo piano rispetto ai suoi compagni d'avventura: non si odono distorsioni, nessun rumore di plettro, o tecniche particolari come il famoso palm muting, tanto caro all'artista, tranne una serie di accordi davvero impeccabili e levigati che dimostrano sempre la sua grande maestria. Delle note leggerissime, tenebrose e intervallate della keyboard introducono, dopo qualche secondo, il riff elettrico, energetico, cadenzato e quasi perfido di Mister Petrucci prima che queste siano raggiunte dagli altri strumenti della band. Dopo questa parvenza quasi gotica, il brano incalza leggermente, per poi tranquillizzarsi al suono della sei corde spaziali di John. A questo punto LaBrie, con la sua bassissima voce guida la melodia del pezzo attorniato da un hammod ripetitivo e dal solito Petrucci che macina riff molto ritmati e massicci. I cambi di tempo e le atmosfere riflessive sono il pane di questa song che si attornia anche di un coro infantile sinceramente evitabile perché troppo sdolcinato e fuori luogo. Il migliore chitarrista del pianeta Terra comunque non perde però l'occasione di mostrare ancora tutto il suo talento in un assolo super melodico e affascinante ma imitato dall'amico Rundess che di contro, per pochi secondi, suona uno swing da saloon western per poi sfrenarsi in spaventosi assoli tastieristici, praticamente immortali e in pieno stile prog metal. Tra fraseggi imprevedibili e ritmiche mutevoli, si nota una componente progressive molto vivace, dove questa lunga fase strumentale è legata strettamente ad ogni singolo strumento che svolge egregiamente la sua parte, prima di dare un'altra volta all'ottimo cantante l'opportunità di concludere una composizione sbalorditiva e impeccabile su tutti i punti di vista. La lirica interpretata dal frontman canadese è un messaggio di scoperta, nel senso che è importante conoscere prima se stessi prima di pretendere di conoscere il prossimo. Esiste un fuoco e una rabbia di dimensioni variabili all'interno di ognuno di noi, chiamato "Thumos", parola di origine greca, che afferma che si può vivere meglio comprendendo e imbrigliando questa forza; invocandola quando necessario ma tenendola al guinzaglio in modo da non soccombere al male dissennato e furibondo: "Alcuni saranno guidati dal conflitto, altri combatteranno la buona battaglia, altri ancora si affideranno all'oscurità, alcuni si affideranno alla luce nel desiderio di conoscere la pace e infine molti con l'aggressività serviranno egoisticamente i propri bisogni". Le immagini dai finestrini di questo fenomeno naturale porta alla mente la bellezza e il mistero di una vita che forse non è apprezzata in pieno dai terrestri che non capiscono l'importanza dell'esistenza e della salvaguardia del proprio mondo: "La gente è ossessionata da sofferenza e morte, mettendo in discussione i desideri, rendendoli posseduti dal lato violento e distruttivo che ogni umano ha dentro di sé". Per fortuna la musica melodicissima e celestiale della chitarra è una speranza per un cambio di rotta sostenuto anche dall'amico Jordan e da una precisissima sezione ritmica che non perde mai un colpo. "Sleeping Giant" è una traccia che abbraccia il lato oscuro, l'ombra interiore della band, dei fans e di tutti gli uomini ma è anche una esortazione per vivere la vita in modo più completo e saggio: "In piedi sotto l'eclissi, siamo protetti e nascosti? O ci specchiamo nel suo splendore? Il desiderio e l'ambizione è quella di credere che ci sia ancora del buono in questo nostro mondo".

Transcending Time

"Secondo la famosa teoria della relatività ristretta, formulata nel ventesimo secolo da Albert Einstein, il tempo si dilata con l'avvicinarsi alla velocità della luce. Questo significa che non esiste un tempo assoluto, ma soltanto un tempo relativo rispetto a un osservatore, un tempo proprio per ogni sistema di riferimento, che nel nostro caso è la Terra". Questo concetto potrebbe dire tutto o niente ma la realtà spiega come il tempo nello spazio sia diverso da quello terrestre e i Dream Theater questo lo sanno benissimo. Il segreto della loro giovinezza sta proprio qui, in questa dottrina. I cinque alieni viaggiando nell'universo e ritornando poi sulla Terra a velocità vicine a quelle della luce, si ritrovano spesso meno vecchi rispetto alla totalità dei gruppi rock sparsi nel globo presentandosi quasi sempre con un sound fresco e moderno. Transcending Time (Trascendere il tempo) è la canzone che rispecchia perfettamente questa idea dimostrando ancora come nelle vene di questi artisti interstellari scorra tanta energia e tanta adrenalina giovanile. La struttura principale della song è proprio un ritorno a sonorità catch più accessibili ma condite da riff possenti e con un'intelligenza tale da non sconfinare nel commerciale o peggio ancora nel pop. Sembra di sentire i mitici Rush con Mike che trasforma la sua batteria in uno strumento che emana suoni diversi e lontani dal genere metal; John che esalta gli accordi melodici della sua sei corde e Jordan, sempre in pompa magna, che si sbizzarrisce questa volta, con il suo piano, a emettere note meno prog e cupe, contrapponendole ad accordi più allegri. Insomma meno tecnica e robustezza ma tanto phatos e un refrain che pesca dal puro AOR e dall'hard rock ottantiano. Pensate al vento solare e alla forza del campo magnetico interplanetario capaci di mettere in crisi la rotta spaziale della navicella e di disturbare gli apparati di bordo con il rischio di andare fuori rotta. In questa situazione è difficile andare avanti e si tende se possibile a tornare indietro ma i Dream Theater resistono alle forze e alle mode attuali continuando con coraggio a esprimere quello che si sentono sul momento, forti di milioni di fans pronti ad appoggiarli incondizionatamente anche ascoltando un sound più classico e tradizionale. "Transcending Time", rispetto a quello che propone la set list è la traccia più corta del platter ma non per questo la meno riuscita e con una lirica speranzosa ben adatta allo spirito sonoro della composizione: "Trattenuto contro la mia volontà con le illusioni trasformate in polvere e disperse al vento. Sognare da svegli tra segnali nella nebbia e uno stato d'animo astratto, dove le stelle nell'abisso fanno trascendere il tempo". Quello che balza durante l'ascolto è l'eufonia che sembra uscita da un celebre film romantico ma anche nostalgico nella voce sottomessa di LaBrie e con un riuscitissimo, e imprevedibile ritornello. L'inevitabile e attesa fase strumentale è scatenata come la tempesta solare che i nostri eroi stanno attraversando e che vivono all'interno della loro astronave seppur confortati dall'imperturbabile e rilassante pianoforte di Rundess. Il sospiro di sollievo arriva alla fine con l'uscita dalla bufera magnetica e con la chiusura soave del pezzo che allontana dalla pericolosa deriva verso un luogo lontano e sconosciuto. Song diversiva e lontana da quello fin qui udito e rispetto all'energia metallica liberata in precedenza anche se la guitar di Petrucci, per fortuna, impedisce alla traccia di risultare relativamente leggera.
"Ho dovuto riflettere molto nello sperimentare il riff di apertura e come farlo. Penso che si adatti all'album e rompa tutte le altre cose più oscure, pesanti e progressive. Non è in alcun modo leggero. E' una delle mie canzoni preferite dell'album. Ogni volta che ascolto l'album nella sua interezza, cosa che ho dovuto fare un milione di volte [ridendo] mentre lo stavo producendo, ho sempre aspettato con impazienza questa canzone. Rappresenta la sensazione di un bel cambiamento". (intervista a John Petrucci di Robert Cavuoto per Sonic Perspectives)

Awaken The Master

La piccola astronave Dream Theater, nel frattempo prosegue il suo tragitto alla ricerca di nuove vite e nuova musica. I cinque artisti rock sono impegnati a dare una posizione, nelle mappe stellari, a tutti i corpi celesti e i pianeti incontrati fino a quel momento. Per loro è la prima volta che si trovano in questo quadrante sconosciuto e ancora senza aver incontrato nessuna anima viva. L'unico distratto e poco propenso ad osservare l'esterno è il buon maestro Petrucci che stanco di aver provato incessantemente la sua nuova otto corde Ernie Ball Music Man Majesty, si addormenta sognando un suono più cupo e più robusto rispetto al suo sistema esecutivo. All'improvviso un allarme sonoro fa saltare tutti in aria dallo spavento, avvisando l'equipaggio che qualcosa ha colpito l'apparecchio. In effetti una telecamera esterna filma il frammento di un piccolo meteorite, grande quasi un pallone di calcio, colpire uno dei motori destri della navicella americana causando un piccolo squarcio capace di guastarlo. Awaken The Master (Sveglia il maestro) è quel riconoscere sapientemente che occorre proporre qualcosa di nuovo ai fans, fortemente desiderosi di sentire o risentire dai Dream Theater cose diverse rispetto agli ultimi lavori discografici. Qui il sommo Petrucci pare questa volta accontentare eroicamente i suoi beniamini mettendo da subito al centro il suo strumento con un riffing terremotante che nei primi minuti invade prepotentemente i timpani. L'iniziale e tellurica chitarra è la sveglia che John da al suo stile accompagnato da una tastiera che risponde ai suoi sussulti per le rime e per una lunghissima parte strumentale dal marchio inconfondibile della band ma che potentemente e tecnicamente trasmette più passione e energia: "Tentando di tutto sei arrivato in cima solo per scoprire che sei a metà dell'opera ma per tutto il tempo manca lo scopo del viaggio". I passaggi di pianoforte ripetutamente intercalati che portano ad assoli di chitarra colmi di sentimento, sono ricchi di suspense e tensione. "Awaken The Master", pur suonando come i Dream Theater sanno fare, ha un'atmosfera più spensierata e misteriosa rispetto ai pezzi precedenti, con il suono di riff dissonanti e bassi supportati benissimo dall'hammond a tratti orientaleggiante di Rudess. Traccia che attira per la sua imprevedibilità, con le melodie vocali di LaBrie stranamente in tonalità maggiore e soprattutto all'equilibrio raggiunto da Petrucci con la sua nuova chitarra abbinata sapientemente alla tastiera di Jordan. La linea di basso è molto robusta, i riff sono acuti, e i lunghi assoli chitarristici e tastieristici dal gusto funky tolgono decisamente il fiato di bocca. La lirica è sempre stimolante e spirituale: "Ti guardi dentro per alzarti, alla ricerca di un sogno. Scalando e arrivando più lontano, con le voci degli angeli che ti portano più vicino. Ruotando attraverso la vita perso nella spirale del tempo". La traccia colpisce positivamente l'ascoltatore, oltre che al particolare suono della nuova chitarra di Petrucci che rimane ancorato al suo distintivo modo di suonare, anche perché Rudess riesce a trasformare i cambi di tono e il susseguirsi dei tantissimi accordi nei modi più naturali possibili. I momenti armonici sono tutti di buon gusto e si alternano benissimo ricordando aspetti sonori molto legati ai primi dischi in studio che li hanno resi famosi. Forse "Awake", è l'album che si avvicina moltissimo a questo nuovo corso del combo statunitense. Se il pensiero era quello di poter sentire qualcosa di moderno e sperimentale allora siamo in parte fuori strada perché gli alieni a stelle e strisce ritornano indietro nel loro passato al loro classico e originale stile. La paura di rimanere bloccati per sempre in una dimensione stellare sconosciuta spaventa i Dream Theater e li fa ritornare indietro verso quel pianeta Terra che tante gioie ha dato loro negli indimenticabili anni '90. La decisione e il cambio di rotta preso da Petrucci è comunque da applausi aiutato anche da una song esaltante e convincente.
"Per fortuna sono stato in grado di sviluppare un orecchio che mi ha aiutato a realizzare la mia missione del tono, che sembra essere il nome della mia azienda, Tone Mission. Siamo tutti in missione per trovare il tono che è nelle nostre teste. Ho suonato Boogie per tutta la vita, e ora ho un Boogie esclusivo che fa esattamente quello che sto cercando e sto con Ernie Ball/Music Man da 20 anni per sviluppare una chitarra con pickup Dimarzio. L'ho affinato per fare esattamente quello che sto cercando. Con l'amplificatore integrato nel suono ritmico, sta creando qualcosa di pesante ma non troppo distorto o compresso, qualcosa di aggressivo ma non fastidioso. Qualcosa che è pieno con una fascia bassa ma non fluttuante. Questa è tutta la natura della mia sezione Boogie JP-2C ed EQ. Scegliere quel tipo di suono fa emergere l'articolazione e l'attacco del plettro quando si suonano ritmi serrati". (intervista a John Petrucci di Robert Cavuoto per Sonic Perspectives)

A View From The Top Of The World

"Siamo cresciuti ascoltando i Rush e gli YES, che avevano canzoni di 14-20 minuti. È la natura del rock progressivo, ed è quello che ci piace fare".
(intervista a John Petrucci di Robert Cavuoto per Sonic Perspectives)
Ebbene sì, il viaggio di ritorno è lungo e avventuroso, ma la decisione mette d'accordo tutto il combo e gli ospiti dell'apparecchio. I Dream Theater sapientemente non vogliono spingersi oltre e, memori di alcuni lavori discografici passati, scelgono di concludere l'opera con una traccia lunga addirittura oltre venti minuti che rappresenta pure la titletrack di questo affascinantissimo platter: "Il fuoco che brucia dentro di noi porta a inseguire nuove ambizioni. Determinati ad avere successo andando oltre i nostri limiti e tracciando un percorso nuovo di zecca. Abbastanza audace da conquistare e abbastanza coraggioso da fallire". A View From The Top Of The World (Un panorama dal tetto del mondo), chiude in magnificenza un viaggio sonoro esaltante e accattivante, con riff chitarristici adrenalinici e colmi di energia e successioni mistiche di pianoforte; per un grade pezzo di epico prog metal che emana emozione e passione da tutti i solchi. Coglie d'improvviso la primaria atmosfera che mette le fondamenta per la costruzione e l'articolazione della song, composta da più sezioni: i rulli di tamburo aprono le porte al ravvicinamento sulla superficie terrestre, seguiti da schegge di intangibili synth costruiti per far partire un assolo sontuoso e melodico di chitarra elettrica. Si prosegue con raffiche intermittenti di riff chitarristici dove subentra la voce pacata e rassicurante di LaBrie. Il duetto parallelo di chitarra e drummer è ricoperto con eleganza dalle tastiere che si trasformano in una vera e propria orchestra moderna, composta da arpe e trombe. I minuti successivi sono sapientemente intrecciati come solo la band sa fare con puliti e maestosi tecnicismi e con lo sviluppo, grazie al pianoforte e all'ugola nostalgica del cantante nord americano, di ambientazioni quasi filmiche che trasportano i pensieri e la mente alla sofferente e malata Terra. John Myung afferma: "Questa song sarà una sfida da suonare dal vivo, il livello di concentrazione richiesto è fuori scala. Questa è un'indicazione sul livello di scrittura e di performance richiesta in una traccia del genere". Con il passare del tempo le acute e melodiche note emesse dagli strumenti crescono di intensità diventando nuovamente appassionanti e meravigliosamente sonanti di puro metallo, tanto, in certi momenti, da far smuovere dalla poltrona l'ascoltatore più pigro e scettico, grazie alla bravura e alla fermezza dei cinque protagonisti. Il clou della composizione è quando l'orchestrazione di synth è messa in pausa per dare spazio al piano e alle sei corde acustiche in una contrapposizione strumentale ben riuscita che culmina con un altro dolcissimo e abile assolo del capitano Petrucci. In questa fase abbiamo un improvviso e allucinante cambio di tempo costellato da riff eccezionali e assoli di chitarra elettrica che vanno alla velocità della luce per attraversare celermente i corpi celesti in vista del ritorno. Le luci del veicolo spaziale si spengono e una buia e ossessionante tastiera arricchita da oscuri sintetizzatori zittisce tutti, tranne James che dietro al microfono completa vocalmente la fase del ritorno: "Inizia la cieca ascesa. Ritorno all'utero e ai margini dell'ignoto. Come un cieco in un labirinto che in qualche modo trova una porta aperta; la bellezza, il pericolo e la voglia di esplorare mi fanno sempre ritornare per averne di più". Sentimento e genio artistico si ripresentano con fermezza, ricapitolando tutto quello già sentito in precedenza nei primi sei brani esaminati ma senza risparmio di idee o freddi perfezioni fini a sé stessi. Forse l'unica nota stonata, se si può dire così, sta nelle tonalità troppo basse di James Labrie che ha perso quella brillantezza che lo aveva contraddistinto in passato e che porta la band ad adeguarsi alle sue sufficienti corde vocali in un 'opera che ha la sua forza molto più nella ripartizione strumentale, che in quella vocale. Il Countdown finale è cominciato e allacciate le cinture si scende velocemente verso il pianeta Terra accompagnati da un sound declinante, angoscioso e con una incredibile dissolvenza sonora che lascia piacevolmente stupiti.  Il messaggio di questo fantascientifico brano si basa sui mali nascosti dell'animo umano e in particolare su quegli uomini che si spingono a esperienze estreme, spesso mettendo a rischio non solo le loro vite, ma anche quelle degli altri in modo egoistico e superficiale: "Per superare la sfida ci spingeremo agli estremi. Per gli audaci, non ci può essere una via di mezzo. Tutti i miei istinti naturali mi stanno implorando di smettere ma in qualche modo vado avanti verso la cima per un tremendo gioco mentale che mi sta aiutando a capire esattamente chi sono". Interessante il miscuglio melodico, vocale e strumentale, che pesca tantissimo dalla carriera primordiale del gruppo americano ma sempre eseguito equilibrando bene tutte le sfumature musicali dei cinque artisti che non portano all'estremo come vorrebbero. Il viaggio del Teatro dei Sogni termina con l'arrivo senza paura e in sicurezza su uno dei tanti altipiani del mondo, dove si può ammirare il paesaggio di un pianeta ancora bellissimo e pieno di vita, con in sottofondo i tamburi dello stratosferico e ben integrato Mike Mangini che chiudono con un tocco militaristico così come avevano aperto il brano nei primi secondi. I fans più accaniti hanno così ricevuto dai loro amatissimi alieni ciò che volevano, ovvero quelle armonie che tanto hanno inciso in positivo nei primi anni discografici e che frenano momentaneamente i comunque vitalissimi Dream Theater a cercare strade e galassie musicali diverse da quello che conoscono veramente bene come le loro tasche.

"Abbiamo sicuramente continuato ad evolverci e sia Distance che View sfruttano davvero il talento di Mike non solo come batterista ma anche come scrittore. Non tolgo nulla al suo lavoro in Dramatic Turn o in Dream Theater del 2013 o in The Astonishing. Li aveva le ali tarpate, in un certo senso, mentre ora può davvero esprimersi" (intervista a James LaBrie di Jordan Blum per LoudWire)

Conclusioni

"Siamo andati tutti a vivere e lavorare in un luogo molto remoto per Distance Over Time. Sarebbe stato perfetto adesso perché saremmo stati totalmente isolati. Questa volta è stato un po' diverso in quanto l'abbiamo registrato nel nostro spazio. Ora abbiamo il nostro quartier generale, che include uno studio di registrazione, un deposito per l'attrezzatura e una lounge. Non era finito nel 2019 quando stavamo lavorando a Distance Over Time. Rende le cose molto convenienti adesso".
(intervista a John Petrucci di Robert Cavuoto per Sonic Perspectives)
Credo che si rimanga sempre impressionati dalla bellezza del Mondo terrestre, soprattutto per la sua luminosità e per i suoi colori. La vista dallo spazio deve essere qualcosa di straordinario, unico e non scontato che suscita emotività e spiritualità soprattutto per il commovente cambio paesaggistico. La Terra è uno dei più bei corpi celesti del sistema solare e chissà anche di tante altre galassie sparse nell'infinità dell'universo. La stessa cosa è la musica dei cinque bostoniani che si sono sempre distinti per tecnica, creatività e a volte anche sperimentato suoni diversi, rischiando di perdere la popolarità acquisita nell'ambito del metal internazionale. Dopo vari ascolti l'opera mette in evidenza la ritrovata forma e la creatività di un gruppo ormai entrato da tempo nell'Olimpo dei grandi del Metal e di cui sinceramente non se ne può fare a meno. La presenza meno voluminosa delle tastiere di Jordan Rudess, aiuta nella riuscita delle canzoni passando a volte in secondo piano con parti meno intricate che permettono ai riff di chitarra di dominare quando necessario. Di contro anche il basso dell'incompreso John Myung si sente di più e nettamente rispetto al passato e l'ormai recuperato James LaBrie si comporta abilmente nel cantato e nell'interpretazione di questa nuovissima raccolta. Il generale John Petrucci comanda bene e agevolmente questa nuova missione interstellare con alle spalle l'uomo macchina Mike Mangini chiuso all'interno della sua gabbia metallica sfornando suoni articolati e potenti.  In "A View From The Top Of The World" tutti i brani esprimono molteplici panorami sonori di una band che umilmente può permettersi di guardare tutti dall'alto verso il basso avendo a capo uno stratosferico e intergalattico guitar hero, che grazie alla rapidità della sua mano destra e al sottile tocco della sinistra emana magnifici riff e assoli da far venire la pelle d'oca. L'obiettivo dell'album è quello di non avere una set list monotona e standardizzata con tecnicismi inutili e noiosi ma al contrario ognuno dei musicisti si prende il proprio spazio nell'interesse sempre della buona riuscita della composizione stessa, in modo da sincronizzarsi completamente con l'uditore finale. Dall'iniziale furore sonoro di "The Alien" alla nostalgica e profonda "Invisible Monster", continuando con la piacevolissima "Transcending Time" e chiudendo con l'epica title track, c'è molta varietà stilistica e sonora da scoprire in questi settanta minuti scoppiettanti e coinvolgenti. Il platter nel complesso suona dannatamente stellare nonostante non sia pesantemente heavy o supertecnico come si potrebbe immaginare considerando pure che non ci sono neppure ballate e l'intera raccolta non sprizza maestosità o sfide particolari da raggiungere con discutibili sperimentazioni. Dopo ben trentadue anni dal loro esordio questa super band metal non mostra alcun segno di stanchezza e flessione creativa, sciorinando tra i solchi del disco una magistrale mistura di padronanza musicale e sentimentale come non si sentiva da tanto. Disco interessantissimo e coerente che si discosta un po' dal fresco sound metal del precedente "Distance Over Time", che convince innanzitutto lo zuccolo duro dei fans e fa innamorare anche i nuovi supporters perché riassume per sommi capi i momenti migliori in carriera dei mitici Dream Theater. A "View From The Top Of The World" non offre innovazioni particolari o radicali cambiamenti di stile ma incarna dei suoni moderni e classici sempre plasmati dall'originalissimo marchio di fabbrica del Teatro dei Sogni e che sinceramente si spera di risentire anche in futuro. I detrattori, gli invidiosi e gli ignoranti probabilmente continueranno a criticare e disprezzare la musica di questi cinque incredibili artisti ma i sostenitori e soprattutto gli amanti dell'ottimo prog metal invece si godranno una set list spaziale e stratosferica da far venire i brividi in tutto il corpo. I maestri del prog non hanno alcuna intenzione di dormire sugli allori, anche se questa nuova missione per certi versi risulta prevedibile, senza particolari sussurri d'innovazione. In compenso il platter è compatto e ben strutturato perché riesce a tirar fuori le migliori qualità dell'attuale formazione, sempre guidata magnificamente e valorosamente dall'insostituibile e inimitabile John Petrucci.

"Ogni chitarrista è unico, ed è per questo che il suono di ognuno è così diverso e uguale a sé stesso anche quando suona esattamente con la stessa attrezzatura. Ognuno ha la propria identità".

1) The Alien
2) Answering the Call
3) Invisible Monster
4) Sleeping Giant
5) Transcending Time
6) Awaken The Master
7) A View From The Top Of The World
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