DRACONIAN

Turning Season Within

2008 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
09/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

I Draconian rilasciano nel 2006 "The Burning Halo", il loro album più odiato e controverso.
Dopo i primi due dischi, realizzati con immensi sforzi e sacrifici, contrattempi causati soprattutto da una formazione instabile come non mai, il combo svedese aveva comunque raccolto più che discreti frutti. Mettendo a segno alcune uscite, che di fatto li portarono ad avere un discreto successo in tutta l'Europa. Arrivata a quel punto, la band era più che consapevole di non doversi adagiare sugli allori: il terzo album vale generalmente come una "prova del nove", risultando essere il lavoro che più di tutti è in grado di raccontarci la verità di una band; ci svela se la gloria precedente è stata solo fortuna, o se la band in questione ha un reale talento in grado di sfavillare, definitivamente. La prova diventa ancor più importante se quei primi dischi rilasciati dal gruppo sono generalmente riconosciuti come capolavori, e in così poco tempo qualcuno arriva a definirli già fondamentali per un determinato genere. I Draconian, guidati effettivamente da Ericson, Jacobsson e Johansson (che sono anche i membri più longevi del gruppo), hanno una gran creatività ed in soli due album questa aveva dimostrato il suo saper costruire variando; e che i Draconian sapevano e volevano ampliare la loro musica, sperimentando e riuscendo magari a creare sempre qualcosa di nuovo e diverso. Se a quei due album si andasse ad aggiungere anche una corposa quantità di musica registrata soltanto in Demo, parlando squisitamente al presente allora si sentirà ancor oggi e di più dell'epoca quanto alla band sia sempre piaciuto cambiare, innovare e anche sperimentare senza dover rimanere statica, fissa e sempre uguale a sé. "The Burning Halo" risultò essere il loro album prodotto meglio, al quale però è stata attribuita una sostanziale mancanza d'idee. E' stato un mezzo passo falso, non tanto per la qualità del materiale (qualità della quale ne ho già parlato più approfonditamente in un'altra recensione) che non manca di certo, anzi ascoltammo dei Draconian in ottima forma; quanto per il materiale in sé per sé. Il passo falso fatto dai Draconian è stato quello di sottovalutare la spietatezza di critica e pubblico e l'importanza che questi danno tutt'oggi a tale "prova del nove", quella del terzo album. Sentivano la necessità di sperimentare sonorità nuove e che li distaccassero dal passato, ma le loro radici erano ancora troppo ampie e profondamente penetrate nel terreno da loro stessi scavato, troppo salde e non volevano / potevano staccarsi troppo facilmente, non del tutto. Quindi, "The Burning Halo" è stato un "album intermezzo" nel quale i Draconian riprendono in pieno, per un'ultima volta, tutte le loro vecchie sonorità così come si sono presentate nel passato, accostate anche alle loro vecchie tematiche a loro molto care. Metà di quell'album consisteva in una ri-registrazione di vecchi brani, a detta loro troppo importanti per essere dimenticati nelle demo, e una parte di quel che rimane del disco sono cover di brani più o meno famosi, realizzate anche molto bene; ma comunque, solo delle cover. Questa effettiva mancanza di nuovo materiale unita ad una certa volontà di rimanere in territori sicuri non fu presa molto bene e l'album ricevette pesanti critiche, portando i Draconian in un limbo: band che ha prodotto due capolavori di indiscutibile lavoro e che a quanto pare non riesce a confermarsi come il gran talento che voleva comunque dimostrare d'essere. Per motivazioni personali, dopo "The Burning Halo" il talentuoso tastierista Karlsson esce dalla band, adducendo come motivazione quella di non essere più in grado di poter spendere così tanto tempo negli affati della band, dalla composizione ai concerti. Con quel demone dei cambi di formazione che continua a tormentarli, i Draconian si ritrovarono dunque costretti a dover creare un nuovo album che mettesse a tacere ogni voce negativa circolante sul loro conto (almeno queste potevano esser le intenzioni iniziali). Jacobsson e compagni decisero quindi di dar sfogo a tutto il loro animo creativo, distaccandosi dai loro concept tipici pur rimanendo estremamente riconoscibili nella sostanza; nonostante l'allontanamento dal loro sound più tipico si lasciasse nitidamente percepire. La band si cimenta in sperimentazioni decisamente più distanti dal loro tipico Doom/Death Metal, preferendo invece territori Gothic. La matrice del Goth che in questo "Turning Season Within" (2008, "Napalm Records") i Nostri sperimentano è decisamente più moderna, meno decadente; vuole puntare più sulle emozioni, le atmosfere spesso incantate e sognanti ed il netto contrasto che si può creare "giocando" con la musica, specie con le voci, qui più sfruttate che mai. La band cambia anche la struttura dei propri brani, abbandonando tutte le trame complesse ed articolate viste in passato e privilegiando strutture più semplici e d'impatto, come brani sostenuti interamente da un coro e che puntano tutto sulla semplicità e l'impressione che essa dovrebbe scolpire nella memoria, mediante l'orecchiabilità. Insomma sono molti i cambiamenti che i Draconian hanno deciso di operare nel successore di "The Burning Halo", e le premesse sembrano buone, essendoci anche (alla base di tutto) un desiderio di riscatto. Non resta che analizzare l'album e sperare che i Draconian siano stati all'altezza di loro stessi e del loro passato; dei trascorsi che, quanto più importanti si rivelano, hanno sempre rischiato di divorare in un sol boccone tante band simili ai Nostri. Immediatamente lanciati al successo, e poi claudicanti in fase di proseguo. Per quanto riguarda la formazione, oltre al già citato terzetto Jacobsson - Johansson - Ericson, troviamo quindi Daniel Arvidsson (chitarra), Fredrik Johansson (basso) e Jerry Torstensson (batteria). Alla produzione, un terzetto di tutto rispetto: troviamo infatti, dietro la consolle, David Castillo (già collaboratore di gruppi come Bloodbath e Katatonia), Johan Örnborg (bassista dei Beseech e collaboratore alla consolle di Opeth, Paradise Lost, Kreator, Tiamat..) e Jens Bogren. Quest'ultimo, turnista di lusso per Katatonia ed Amorphis, oltre che aiutante in fase di produzione per band quali Amon Amarth e Emperor.

Seasons Apart

Il suono distante di un sintetizzatore, che avanza diventando da subito sempre più potente apre "Seasons Apart (Stagioni in disparte)". Dopo soltanto dodici secondi di quest'intro, decisamente spedita irrompe una chitarra molto potente seppur smaccatamente melodica, con dentro anche qualche vaga influenza propria dal Melodic Death più moderno. La musica s'interrompe d'improvviso, ci resta soltanto un vago alone di mistero ed un pianoforte (la cui partitura è sì suonata da Karlsson, ma non più scritta da lui) dalla forte vena Gothic. La voce di Lisa Johansson entra subito in scena e sembra pregare qualcuno perché la segua attraverso l'oscurità, per alleviare la speranza di un amore oramai dissolto. "L'inverno venne troppo presto, ma i fiori sbocciano ancora". Le sue parole sono sia forti che dolci, si fanno strada in una melodia precisa che esplode in tutta la sua bellezza eterea, che decisamente vuole avere poco a che vedere con le cose di questo mondo, dipanandosi dopo pochi secondi. All'ultima parola pronunciata dalla voce acuta di Lisa proromperà una chitarra a distruggere tutto quanto creato fino ad ora, un Anders Jacobsson furioso alla voce le cui parole non saranno certo dolci, ma solo dure ed aspre. L'inverno è arrivato troppo presto ed i fiori moriranno: ogni speranza si dissolve, non v'è motivo di averne. Il riff seppur presenzi una certa melodia vuole essere forte e deciso, di stampo gotico ed una certa atmosfera ci circonderà costantemente, nonostante la violenza della chitarra. Tutta quella forza irrompente s'infrange di fronte ad una domanda che ci lascia intendere molte cose: chi può vedere il dolore che ho causato? E' questa la causa della disperazione, in questo frangente; il senso di colpa che pervade la nostra anima, che la annienta. Nulla per cui valga più la pena di lottare, nulla più in cui sperare. A restarci, ormai, è solamente una lontana melodia, ancora eterea e come dissolta nello spazio, atta a sottolineare la nostra solitudine. Torna la voce di Lisa, accompagnata stavolta dalla chitarra di Ericson che punta ad essere caotica, confusionaria. Come se volesse essere di proposito poco chiara e leggibile, proprio come il momento descritto: la colpa che si tenta da sempre di nascondere è sempre stata lì, non può andar via, e presto o tardi dovremo farci i conti in maniera perentoria e severa. Un brevissimo intermezzo nel quale si può ascoltare un sintetizzatore creare una dominante atmosfera glaciale, poi torna il motivetto iniziale di solo pianoforte, accompagnando la voce di Lisa Johansson. Un'ultima strofa, esplode l'ira del growl di Jacobsson, espediente mediante il quale viene sintetizzato tutto il concetto alla base del brano: "Noi respiriamo vergogna, ed io sono da incolpare". Il protagonista che si rende dunque conto di quale sia la situazione, di come il peso di essa lo stia lentamente divorando. La voce di lisa ci accompagna verso il finale in dissolvenza di un brano che non riesce ad essere opprimente quanto voleva, ma lascia decisamente il segno.

When I Wake

"When I Wake (Quando son sveglio)" si apre con una potente chitarra in pieno stile Draconian, seppur abbastanza distante dal loro più tipico Doom/Death e più orientata verso un Goth estremo. La melodia vuole essere onnipresente, ma non dominante, incalzante e decisa. La musica è forte, un tormento che continua a ripetersi in continuazione, ipnoticamente e senza sosta, diventando ossessiva all'entrare della voce di Jacobsson. Quando si è svegli, appena ripresi dopo un caldo e candido stato di incoscienza (il sonno), la vita sembra più brutta; qualcosa divora la mente, tutte le ansie tornano a ghermirci, e siamo vigili abbastanza sa poterle ascoltare. Uno spettro che proviene soprattutto da tempi passati, dalla parte della propria vita di cui ci si pente. La voce di Lisa entra in un breve intermezzo di soli due versi, a sottolineare la tendenza "Beauty and the beast" del pezzo (ed in generale della band). La potenza continua ad imperversare libera e scatenata, costante e senza mai perdere di forza. L'inno all'amore perduto che continua a tormentare un'anima è l'essenza di questo brano, una solitudine mai stata così profonda e lancinante, dovuta all'assenza del sentimento per antonomasia. Quel sentimento che avevamo nel cuore, che provavamo, e che ora non abbiamo più. Tutto cambia, il brano prende una svolta decisiva: un blast beat preciso entra in scena, l'atmosfera delineata in sottofondo dal sintetizzatore diventa cupa, la chitarra è quasi inascoltabile, sovrastata dalle grida di Jacobsson, raramente accompagnate dall'appena udibile voce di Lisa Johansson sullo sfondo. Dopo due strofe in tal guisa abbiamo un attimo di respiro concesso da un breve assolo di chitarra. Breve ed emotivo, subito la voce pronuncerà le ultime parole ed in seguito le sussurrerà solamente. Cala il silenzio di un attimo, siamo a metà. Una chitarra si fa spazio in questo silenzio, solitaria e ipnotica. L'ossessione continua ad aumentare, sempre più e senza pace; sopraggiungono ancher la tristezza, l'amarezza, a sfregiare ancora di più questo atroce risveglio. Con le mani a coprirci gli occhi, dai quali sgorgano lacrime di disperazione, cerchiamo di non pensare, di annullarci. Eppure, il pensiero va sempre a quell'amore perduto, ormai distante anni luce. Una breve frase parlata: "Quando tu piangi, qualcosa in me muore". Uno scream di Jacobsson, con tanto di eco disumano esplode in tutta la sua furia assieme alle chitarre ed al blast beat. In tutto questo, Jacobsson continua la sua furia, sfogandosi in cotanto e lungo intermezzo. Si termina in un istante e dopo un ultima strofa, che rimpiange e richiama l'amore morto e gli amanti in lacrime, la melodia della chitarra ci porta alla conclusione del brano. L'amore è ormai storia passata, e nonostante i due protagonisti vogliano ritrovarsi, sanno che è impossibile. Ormai troppo distanti, ormai privi di punti di riferimento, si lasciando andare alla depressione più totale.

Earthbound

Immagino che quando i Draconian si ritrovarono a voler comporre "Earthbound (Legato alla terra)" avessero avuto in mente di farci ascoltare qualcosa che richiamasse alla mente una ballad; seppur di stampo molto violento, e per niente acustico. Dopo pochi secondi di un'intro non troppo ispirata, alla quale si aggiungeranno anche chitarra e batteria, possiamo ascoltare una strofa ipnotica, totalmente dominata dalla voce di Lisa Johansson accompagnata soltanto dalla batteria e da un'atmosfera misteriosa e sospesa nel nulla. Questa melodia estremamente affascinante, in grado da subito di trasportare e di immergerci nell'ascolto, sarà il tratto definitivo e totale di questa "Earthbound". Da ora in avanti sarà presente quasi sempre, sarà l'unica protagonista fatte alcune eccezioni e si marchierà a fuoco nelle nostre menti. Lisa Johansson, in questi primi versi, instaura un dialogo con la morte stessa, forse un soliloquio dato che la morte non risponde mai, limitandosi ad udire ed a farsi semplicemente invocare. Ella è appunto legata a questa terra come un concetto primordiale, unita indissolubilmente a questa vita: un concetto ben chiaro alla protagonista, la quale riconosce l'esistenza sempiterna della Morte e le chiede di cessare la sua. Una donna che non vuole vedere ancora un altro giorno, un'altra alba. La Lei in questione, come accadrebbe a qualsiasi persona imperversante in un profondo stato depressivo, dice di esser già morta ormai da anni annegata dalle sue stesse lacrime; la vita non è vita e non vuole più viverla. La domanda più semplice da porsi, quindi, è se la morte si sia dimenticata di lei, se l'abbia abbandonata. Jacobsson, con i suoi scream, prende il posto di questi oscuri pensieri; ed udiamo anche una chitarra cupa e nevrotica a supporto, davvero ispirata. Sembra quasi voglia elencare, pur rimanendo il pezzo sempre incastonato in quella sua melodia malata, tutto ciò che in vita la protagonista abbia fatto, vanamente in cerca di speranza. Questo alternarsi di queste due fasi, nel parlare alla morte rimanendo però sempre "una sola cosa" si ripete finché Jacobsson non prenderà il controllo per una sola strofa che devierà rispetto a quanto ascoltato fino ad ora, aumentando la rabbia e la violenza. Silenzio, tutto s'interrompe, ascoltiamo il vento: la chitarra di Ericson crea una nuova melodia lenta e decadente mentre una voce maschile recita una parte parlata nella quale si chiede esplicitamente di morire, vedendo la morte come la fine delle pene. Con un growl di Jacobsson esplode la melodia appena creata da Ericson, in tutta la sua eleganza e magnificenza. Potente, bella e decadente, carica di emozioni. Lisa ci accompagnerà in questa "lagnanza" quasi spettrale di chitarra e sintetizzatore, prima sola e poi insieme alla cupa voce di Jacobsson. "Così fragile il velo della vita | Così bello il volto della morte". Questo breve intermezzo, quasi come liberatorio, s'interrompe riproponendoci il tormento interiore tipico della fase iniziale, lenta ed incalzante. Ora ancora più nervosa, la voce di Jacobsson è sedotta dalla morte fino a che, con un ultimo suono della chitarra elettrica, essa ci lascia alla fase finale, con la chitarra acustica, il silenzio che ci avvolge. Tutto è cambiato, dopo qualche secondo torna la chitarra elettrica, stavolta meno aggressiva ed accompagnata dall'atmosfera vagamente inquieta. Ora è la morte a sedurci, non fa più paura, con un bacio prende un'anima e tutto si conclude.

Not Breathing

Con un riff melodico che sembra provenire direttamente da "Arcane Rain Fell" si apre "Not Breathing (Non Respirando)". Quest'intro, forse troppo autocitazionista, è seguita da una strofa lenta, dominata dalla voce di Lisa Johansson; la quale affonda le sue radici nel Gothic più semplice e cantando sempre in maniera tecnicamente perfetta, pur non mostrando tuttavia niente di straordinario dal punto di vista creativo. Il protagonista, lo apprendiamo dalle liriche, si domanda guardano una persona se questa è così tranquilla perché dorme. Se alla fine il sonno, in un impeto di romanticismo, possa essere equiparato alla morte perché appunto blocco momentaneo di ogni nostro pensiero volontario, azione e quant'altro. La chitarra elettrica prende il comando, riff veloci e decisi accostati alla voce di Jacobsson. Sono riff molto belli, semplici e d'impatto, ma anche questi sembrano uscire direttamente da "Arcane Rain Fell" ed avere ben poco di diverso dalla vecchia proposta dei Draconian. Forse uno dei picchi più alti lo si raggiunge poco prima dei due minuti, durante un breve intermezzo. L'epicità è arrivata a livelli molto alti, la furia si scatena ed anche e la chitarra diventa distruttiva, forte, capace di colpire davvero. "Lo so che sono viva pur non respirando"; forse, alla fin fine, è meglio dormire in eterno per non pensare. Da svegli ci trasciniamo dietro un'esistenza vuota ed insignificante. Morti che camminano, che dicono e s'illudono di vivere pur non respirando. Il respiro è dunque identificato come la summa delle pulsioni vitali. Non (metaforicamente) riuscendoci, siamo quindi intrappolati in una gabbia di malcontento e depressione. Così torna la voce di Lisa fra il caos ancora imperversante con una melodia sì molto memorabile e semplice, ma decisamente sottotono e lontana da quelli che sono gli standard dei Draconian, ben più alti. Il brano procede così, alternando queste fasi fino alla fine. Not Breathing vuole essere un brano di più facile ascolto, un'attitudine più "easy" che contraddistingue i Draconian in quest'album: purtroppo, soprattutto in questo brano, ciò lo ha reso meno interessante. Pur essendo una canzone piacevole, che si lascia ascoltare volentieri e che trascina facilmente, non pare avere alcuna impronta artistica tipica della Band. L'aspetto più interessante qui è forse il testo, molto criptico e poetico, che ci continua a mostrare i turbamenti mentali di una mente ossessionata e tormentata da un amore, dalla sua morte e dall'odio verso sé stessa, dovuta anche dall'abbandono di ogni forma di gioia o felicità.

The Failure Epiphany

"The Failure Epiphany (La mancata apparizione)" entra in scena con un'inusuale atmosfera calda, quasi accogliente, che prende le dovute distanze dalla fredda desolazione tipica dei Draconian. Eppure anche qui di desolazione si parla, probabilmente più indirizzata verso malinconia e nostalgia. La voce di Lisa s'udrà limpida farsi spazio fra le chitarre di Ericson, sia acustiche che elettriche (che per ora hanno un ruolo esclusivamente d'atmosfera). Ascolteremo poi il parlato di Jacobsson, che si fa sentire con una voce distante, malinconica. Con un effetto estraniante le chitarre esplodono nella loro furia: estraniante perché sarà come un lento incedere, uno di quelli che lascia il tempo di adattarsi, non facendoci però minimamente accorgere del fatto che, successivamente, le chitarre acquisiranno immediatamente potenza, all'improvviso. Eppure le chitarre effettivamente acquisiscono questa potenza in un istante, senza però che sia possibile accorgersene; si è quindi investiti dalla carica di Ericson e dal growl, forse qui un po' piatto, di Jacobson. Un attimo sospeso nel nulla e torna quell'atmosfera calda ed alienante, carica di goth e con ben poco metal. Anche un pianoforte accompagnerà la dolce voce di Lisa Johansson, oltre alle chitarre estremamente distorte sullo sfondo. Ancora una volta tutto si concluderà con una potenza improvvisa che c'investe spietata, col preavviso di un solo istante, con riff potenti ed incalzanti. Questa volta però non culminerà in silenzio; le chitarre di Ericson esploderanno in melodie malinconiche, il cantato femminile s'intreccerà ai growl aumentando il senso di Gothic, e sarà tutto un crescendo fino ad arrivare al suono sordo e freddo della chitarra elettrica che prende il comando. Tutto è desolato, tutto è morto, caotico e confuso. Niente più può essere chiaro quando la disperata malinconia dell'abbandono ti assale senza alcuna pietà. Lo sconforto permea la nostra anima e ci rende incapaci di provare altre sensazioni all'infuori della tristezza, dell'inadeguatezza alla vita. Vorremmo unicamente sparire per sempre, confonderci nell'aere, perderci totalmente nell'ambiente circostante, quasi in un atto di stoica sublimazione. E' la morte a renderci liberi, a renderci finalmente tranquilli ed in pace con ogni cosa e persona ci circondi. Cala il silenzio, siamo in compagnia solo della chitarra acustica qui padrona. Qualcosa ora ricorda vagamente gli Opeth, quelle loro atmosfere rarefatte pesenti in "Still Life e Blackwater Park"; disegnate in questo caso mediante chitarre distanti, emotive, sia acustiche che elettriche, capaci di mescolarsi con maestria. La voce triste di Jacobsson torna ancora una volta, ora parlando. Sembra favellare di una speranza scorta nell'oscurità: proprio in un momento di estrema tristezza, sembra prospettarsi la fioca luce di una speranza lontana, probabilmente una qualunque fine per la condizione che ci tiene incatenati all'oscurità. La chitarra dà il suo meglio, ci trasporta lontano, in un viaggio introspettivo ed emotivo senza precedenti che culmina in uno sfogo finale: un crescendo carico di gotico nel quale l'effetto Beauty and the Beast è reso alla perfezione. Il contrasto fra le emozioni malinconiche e furiose, in questa fase finale che si scatena in riff squadrati e precisi, è unico. Così termina questo brano, al suo apice, un oscillare costate di emozioni che ci porterà solo alla fine nel suo picco massimo. Dove si sentenzierà la fine, facendoci dunque capire che l'unica speranza era rappresentata dalla morte. Terminare il proprio viaggio raggiungendo la consapevolezza dovuta al fatto che "solo nell'ombra si può esser liberi".

Morphine Cloud

Chitarra eterea distante dal vago sapore Gothic che ci lascia con lo sguardo fisso, perso nel nulla. Il riff si ripete lento, sempre distante, atmosferico, distorto: dei tamburi, e così parte "Morphine Cloud (Nube di morfina)". Proprio come vuole indicarci il titolo, la canzone vuole da subito immergerci in un ambiente distorto, "Soft", quasi assente e distante. La chitarra è si potente eppure si intreccia perfettamente con l'atmosfera eterea creatasi. Tutto si ferma e si trasforma in quiete, con la voce di Jacobsson che parla appena udibile, sussurra assorta in un compiangersi solitario e doloroso, inevitabile. La voce di Lisa Johansson s'introduce con un eco accentuato e continua il discorso appena sospeso dalla sua controparte, ripetendo una sola frase più volte e contribuendo in maniera esponenziale all'atmosfera onirica: "Perché mi hai abbandonato?". Domanda di biblica memoria, pronunciata persino da Cristo durante il supplizio della crocifissione. Con lo sguardo rivolto al cielo, cercando quel padre in quel momento assente, disinteressato alla sua triste sorte. Martiri di noi stessi, tante volte ci sentiamo abbandonati. Persi ad annegare nelle nostre stesse lacrime, senza che nessuno le asciughi o quanto meno provi a lenire il nostro dolore. La chitarra esplode in un riff preciso e lento. Il Growl forse leggermente fuori luogo di Jacobsson si fa spazio in quell'ondeggiare faticoso che è diventato la musica. Dopo alcuni versi entra anche la voce di Lisa Johansson, con una melodia senza infamia e senza lode, non molto toccante in confronto alle sue solite prestazioni. La Nostra si farà strada accompagnata dalla chitarra di Ericson, a sottolinearne la forza e la decisione. Ciò culmina in una chitarra che s'interrompe senza alcun preavviso rallentando e riportandoci alla strofa dominata dal Growl. Tutto si ripete ciclicamente, come imprigionati in un vortice nel quale non sappiamo  come siamo effettivamente entrati, e senza possibilità di uscirne. Un po' come i pensieri delle anime perdute, affrante dal dispiacere e dominate dalla depressione. Lacrime e dolori, amarezza, disillusione: questo è ciò che proviamo, questo è quel che la nostra vita sarà, da oggi in poi. O forse, sin dagli albori essa ha sempre assunto questo aspetto; e forse eravamo troppo presi nel perderci fra le farie illusioni, per accorgercene. Un cubo growl di Jacobsson ci anticipa una strofa parlata mentre la chitarra ripete ormai ossessivamente le stesse quattro note. Quando tutto si ferma ci sembra di avere un dejà vu: sembra di ascoltare qualcosa proveniente dal primo album dei Draconian. Silenzio assillante circondato solo dalle note stridenti di una chitarra distante, che compie imperterrita il suo cammino. Tutto si risveglia con un nuovo riff in pieno stile Doom/Death che richiama molto alla mente gli Swallow The Sun, con il growl nevrotico di Jacobsson accompagnato dal gelo infernale che ci circonda lentamente. "Paralizzata anneghi con me | Intossichi questa realtà amara". Frase criptica ed oscura: due individui si lasciano travolgere da una marea di tristezza, vivendo la propria vita come un qualcosa di distruttivo, di avvelenato. Una spora velenosa della quale liberarsi, ad ogni costo. Il brano si conclude con la voce cristallina di Lisa che ci condanna al sonno eterno, eternamente sospesi nel nulla, in nessun mondo, afflitti dal dolore dell'apatia e quello di non appartenere a nulla.

Bloodflower

"Bloodflower (Fiore di sangue)"  è il perfetto esempio della direzione "Easy Listening" sulla quale si son spostati i Draconian in questo disco. Il brano risulta infatti avere una struttura estremamente semplice, facilmente memorizzabile ed è sorretto da melodie e ritornelli studiati perché si facciano amare sin dal primo ascolto. Tutto parte con un'intro di chitarra di alcune decine di secondi, che afferma l'impronta gothic del brano costellata da un'aura di mistero. Udremo il suono del vento che sarà costante per tutto il brano. Il growl di Jacobsson c'introduce al riff prepotente di Ericson, che con la sua chitarra melodica riesce a scaturire emozioni in ogni circostanza, anche con un riff estremamente semplice ma perfettamente gestito. Dopo una prima strofa la musica rallenta per far spazio ad un intermezzo della chitarra, il quale culminerà nel catapultarci letteralmente ed ancora in una strofa turbinante, quasi essa sembri ripetersi all'infinito; mentre la voce di Jacobsson continua a costruire un paesaggio fra il sovrannaturale ed il desolato. Con la musica che sembra zittirsi, lasciando soltanto una chitarra lenta, per dare la giusta enfasi alla voce di Lisa Johansson, capace di creare una melodia non troppo incisiva, ma comunque molto bella. Ci viene fatto intuire il senso delle metafore costruite fino ad ora. Sembra infatti che le sensazioni descritte fino a questo preciso momento si riferiscano ad un amore non corrisposto, un amore che si confonde con l'ossessione, quell'amore per il quale non ci si può arrendere a nessun costo, perché si spera sempre di raggiungerlo, in un modo o nell'altro. Sembra però di torturare la propria anima, sembra di esser perseguitati dalla luna e dal sole, i quali con il loro sorgere e tramontare ci rendono partecipi di un ennesimo giorno gettato via, senza che l'amore sia finalmente penetrato nella nostra vita, così come speriamo da sempre. La voce di Lisa non fa altro che affermare una situazione della quale si è già consapevoli da tempo, e per la quale quasi non vogliamo combattere; bensì sembriamo più esser rassegnati: "Il fiore non crescerà mai | Ma io ti amo sempre allo stesso modo". Dunque, un'ossessione più che in sogno. Consapevolezza del fatto che non v'è amore dall'altra parte e che mai potremo avere l'oggetto del nostro desiderio; tuttavia, non smettiamo di amare, non volendoci legare a niente e nessuno d'altro. Un'amara consapevolezza riguardo ciò che si fa ogni giorno: ciò in cui si ripone il proprio amore è vano, ed è vano poiché il sentimento non è corrisposto e mai lo sarà; ma non possiamo fare a meno di amare perché ormai chi amiamo fa parte della nostra anima, seppur per lei (o lui) siamo invisibili. La chitarra è protagonista nelle sue melodie dai mille colori, la batteria si fa sentire forte sullo sfondo. Un intermezzo di Lisa ci introduce ad un'altra strofa dominata da subito dalla voce di Jacobsson e poi da entrambe le voci, che si accompagneranno a vicenda in questa tragedia. Il coro di Lisa Johansson torna ancora, con una certa forza emotiva, amplificata dalla quasi totale assenza degli strumenti che evaporeranno completamente all'ultima parola della cantante. Solo un pianoforte, distante, perso nel riverbero, ci accompagna alla conclusione di un brano da ascoltare centinaia di volte, in grado facilmente di trascinare per la sua immediatezza.

The Empty Stare

"The Empty Stare (Lo sguardo perso nel vuoto)" comincia lanciandoci addosso sin da subito il riff malinconico di chitarra che ci catapulta immediatamente nell'atmosfera malsana e sofferente di quest'album. Il riff cambia ed ancora carico di quel dolore che vuole portarsi dietro assume tonalità gelide; tutto è sostenuto dall'oscillare lento della chitarra, che si lamenta nelle nostre orecchie. "La mia mente vagava distante | Dove io sono lontano da tutto ciò che m'ingabbia". La voce di Jacobsson si lancia così nell'oblio ipnotico e turbinante disegnato da Ericson, chitarra e voce sembrano due collaboratori maligni (seppur pieni di sofferenza) che insieme s'intrecciano perfettamente, per creare una struttura sempre più ipnotica che continua a trascinarci. Siamo carichi d'odio, il pensiero della morte è qui presente e "Il suo nome" si maschera nel silenzio. Per distogliere la mente da quest'oppressione, dunque, viaggiamo con il pensiero verso lidi carichi di pace. Il nostro sguardo è vuoto ed assente proprio perché non prestiamo attenzione alcuna a quel che ci accade. Uno sguardo perso, celante una mente iperattiva. Viaggiamo e voliamo in alto, raggiungendo la città dei sogni. Quel locus amenus in grado di farci finalmente provare la tranquillità tanto anelata, nonostante sia una fantasia. Ne siamo consapevoli, ma è nell'immaginazione che troviamo comunque sollievo. Il sintetizzatore aumenta la sua intensità così che l'atmosfera sia dominante, la chitarra si fa forte di una melodia sempre crescente, il growl di Jacobsson è disperato. Questo rapido decadimento viene fermato senza un preavviso dalla voce di Lisa Johansson, con l'introduzione di una strofa che ricorderà vagamente qualcosa del loro primo album; e proprio come accadeva in "Where Lovers Mourn" al solo ingresso di Lisa Johansson avremo la pelle d'oca. Veniamo toccati dalla sua voce che si sforza e riesce con una parvenza di estrema naturalezza ad esprimere qualcosa, emozioni e sensazioni ed anche forti. La morte, il disagio, lo sguardo spento. Immaginiamo e voliamo con la fantasia, ma è come se fuori fossimo morti. Totalmente apatici: non un'atarassia quindi ma una semplice morte esteriore. A cosa serve la realtà? A cosa servono i sentimenti? A cosa serve interagire con il mondo? Meglio chiuderci in noi stessi, prigionieri di quegli occhi grigi, di quelle barriere impenetrabili per chiunque. Jacobsson, con la chitarra disposta a sottolineare ogni parola con enfasi pazzesca, vuole esprimere un senso di apatia generato dalla sua vita che gli sembra ormai non più degna d'essere considerata tale. Una vita nella quale le lacrime fanno fatica a cadere e nella quale, ormai colmi di disperazione, sembra quasi si supplichi per allontanarsi dalla solitudine della propria disillusione e ricevere un abbraccio, a costo di riceverlo dalla morte stessa. La chitarra esplode in lacrime durante un breve assolo, supportata dalla maestosità del sintetizzatore di Karlsson che la evidenzia ancor di più. La musica cambia rotta con un riff estremamente semplice a dominare solo la scena a metà brano, tutti gli strumenti esploderanno poi dietro di lui con tutta la potenza capace dalla band. E' ora tutto un crescendo, un crescendo di disperazione e solitudine e quindi, paradossalmente, più che salire si scende e si cade verso il vuoto. Il procedere del brano diventa lineare, riavremo la voce di Lisa a cantarci il coro, poi Jacobsson intento a declamare una dichiarazione finale la quale conclude il tutto lasciandoci con uno scream improvviso. Il brano finisce sulle note della chitarra così com'è iniziato.

September Ashes

"September Ashes (Le ceneri di settembre)" è un brano brevissimo e semplice, recitato dalla calda voce di Paul Kuhr dei Novembers Doom. "September Ashes" è delusione, rammarico, odio verso se stessi, amore, tormento, morte, fallimento ed una dichiarazione alla vita stessa. Tutto ciò velato dalla rassegnazione alla quale si è costretti quando non sembra possibile vedere alternative, quando la morte sembra inevitabile, quando v'è la fine e la fine soltanto, quando non si respira più e soprattutto quando quell'anima da noi amata, in modo così ossessivo da auto divorarci l'anima, proprio non ricambia e quindi vi rinunciamo per la sua stessa felicità. Un pianoforte tenta invano di consolare durante il minuto e mezzo di questo brano che sa scavare nell'anima di chi ascolta e di chi sa intendere ciò che ha appena ascoltato.

Conclusioni

Questo era quindi "Turning Season Within". Quarto album dei Draconian, band svedese di Doom Death Metal di matrice gotica che, ancora giovanissima, con i suoi primissimi dischi ha letteralmente segnato la storia di un genere per poi commettere un mezzo passo falso e rischiare la dura condanna di critica e pubblico. Un platter, quello appena ascoltato, quindi ancor di più difficile da giudicare, in virtù dei trascorsi dei Nostri. Partiamo subito col dire che i musicisti sono tutti quanti tecnicamente perfetti, non v'è una sola sbavatura degna di nota in tutto il disco. Ericson, insieme ad Ardivsson, compie un lavoro chitarristico eccezionale (nonostante piccole pecche) in grado in più momenti di far venire la pelle d'oca per quanto forte e comunicativa sia la sua musica. Karlsson, che qui torna come ospite, suona melodie ed atmosfere con la sua solita precisione chirurgica e anche se le parti di tastiera non sono più da attribuire a lui ma alla band intera, continuano ad essere ad alti livelli. In virtù di ciò, quindi, la vera domanda da porsi è la seguente: i Draconian sono riusciti nella loro opera di tentare un "riscatto" dopo il precedente mezzo passo falso (di cui però la band è comunque sempre andata fiera)? La risposta è no. Purtroppo, i Draconian non hanno eguagliato, né si sono neanche avvicinati alla magnificenza dei primi due album; i quali, lo ricordiamo, viaggiavano sul livello di "Capolavoro". "Turning Season Within" è assolutamente un buon disco, ottimo in pochi punti, ma ha delle pecche piuttosto evidenti che rendono l'ascolto difficile se non noioso. E' questo è il difetto più grande, che la musica in generale non dovrebbe mai avere. I testi (fatta qualche eccezione) sembrano scritti senza un minimo d'ispirazione e continuano a girare e rigirare sempre negli stessi modi intorno alle stesse tematiche quali solitudine, amore sofferto, dolore e desiderio di morte. Certo, son comunque scritti bene e carini da leggere, soprattutto se presi singolarmente, ma portano presto a noia per la mancanza di contenuto sembrando tutti assieme decisamente poco profondi. I brani sembrano quasi tutti costruiti seguendo un qualche schema predefinito, così che pare di ascoltare sempre la stessa canzone ma con riff e melodie differenti; ciò è uno dei principali motivi atto a rendere l'ascolto, per le lunghe, pedante. La semplificazione dei brani ha giovato alla loro fama, infatti i brani più conosciuti del gruppo si trovano in quest'album: ciò non è necessariamente un male, ma lo diventa se per semplificare si sacrifica la creatività. Parecchi riff sanno di già sentito e tutte le melodie hanno una certa banalità di fondo, tanto che ad un certo punto sarà anche difficile ricordarci un qualcosa di preciso nell'album, appartenente ad un determinato brano. I punti più memorabili dell'ascolto saranno quelle fasi che citeranno i "Vecchi Draconian". Per continuare, Jacobsson ci dona una delle sue prestazioni più piatte così come anche la Johansson, che è sempre stata perfetta risultando questa volta non proprio nel giusto mood. Se si prende un brano singolarmente può anche esser piacevole da ascoltare una volta: il dramma è ascoltarli tutti assieme, in un crescendo di noia. Va comunque detto che, esclusi i riff per niente ispirati, come già spiegato Ericson non risulta comunque penalizzato, conservando intatto il suo status di maestro. Inoltre le atmosfere gelide e taglienti del disco gli conferiscono un valore ulteriore. Occasione sprecata, questa. Un vero e proprio album di transizione dove, però, i Draconian sì sperimentano, ma sembrano farlo con una certa svogliatezza. Sembra quasi che la band, almeno in questo capitolo, si sia (probabilmente) davvero adagiata sugli allori.

1) Seasons Apart
2) When I Wake
3) Earthbound
4) Not Breathing
5) The Failure Epiphany
6) Morphine Cloud
7) Bloodflower
8) The Empty Stare
9) September Ashes
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