DRACONIAN

Sovran

2015 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
03/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Ancora una volta i Draconian tornano a combattere strenuamente contro quel mostro che sembra incredibilmente non volergli lasciare alcuna pace continuando a tormentarli; come, probabilmente, farà per tutta la loro vita: la formazione instabile. Questa volta avviene il cambio di formazione più repentino e pericoloso di tutti, e la band si vede dunque costretta a sforzarsi molto per poter raggiungere l'apprezzamento ricevuto precedentemente coi vecchi album. La formazione storica vede, nella posizione di voce femminile, Lisa Johansson che sempre (con la sua abilità canora, la sua voce cristallina e rasente la perfezione) è stata in grado, anche laddove la musica non riusciva e risultava poco ispirata, di far commuovere chiunque venisse trasportato da quel suono melodioso e angelico, etereo o delle volte anche potente ed altisonante. Non c'è che dire, per il come si utilizza la voce femminile più "clean", Lisa ha praticamente fatto scuola e si è ritagliata un posto speciale cuori dei fan dei Draconian, che l'amano tutt'oggi, alcune volte rimpiangendola, per via della sua varietà e versatilità. Inutile dirlo, sicuramente la Nostra consisteva in un punto fondamentale, un pilastro del gruppo. L'ultimo album rilasciato dai Draconian, con ancora lei nella formazione, voleva essere una piccola svolta, senza però tornare troppo al sound originale della band, magari spostandosi più verso uno stile "gotico". Fu, ce lo ricordiamo, abbastanza apprezzato, anche dal punto di vista delle vendite.. anche se parse quasi da subito come un album poco memorabile, a livello di sostanza. Non che "A Rose For The Apocalypse" avesse avuto poco mordente o fosse stato poco bello; è pur vero però, il fatto che già dopo pochissimo dalla sua uscita sembrava non interessare più a nessuno (esaurito il fuoco di paglia) ed ancora oggi continua (immeritatamente, poiché contiene alcuni dei momenti più belli della discografia del gruppo) ad essere uno dei dischi dei Draconian di cui si parla di meno in assoluto, quasi avesse meno rilevanza. Ovviamente non è affatto così, anche se quel  "quid" mancante esiste, caratterizzando negativamente quel disco, facendolo sembrare un disco di passaggio. Nonostante ivi siano state gettate tante basi per il futuro che presto indagheremo. Passò molto tempo e mentre tutti aspettavano l'arrivo di un nuovo disco in grado di porsi come un definitivo riscatto per i Draconian, ecco che si realizzò la tragedia, qualcosa che in quel preciso momento apparse come un fulmine a ciel sereno, per tutti. Lisa Johansson decise di lasciare la band, senza alcun rancore e chiedendo ai fan di capire: ribadì che per lei la vita da musicista era diventata insostenibile, non riusciva più a mandar avanti vari lavori contemporaneamente intrapresi e per quanto amasse il suo gruppo (per il quale aveva speso praticamente una vita intera), da quel momento in poi si sarebbe dedicata ad altro. Incredibile ma vero, dopo pochissimo (evidentemente quando fu annunciato la band era già pronta e aveva già fronteggiato il problema) i Draconian rilasciarono una doppia dichiarazione: Heike Langhans, ancora sconosciuta, entrò a far parte del gruppo come sostituta di Lisa, nonostante la sua impostazione vocale abbastanza differente. Inoltre, Heike stava già prendendo parte alla scrittura del nuovo album, il quale si sarebbe chiamato "Sovran". Ovviamente la notizia non fu lieta né tragica.. un mix di entrambe le cose. Chi già sapeva (ipotizzando solo sulla base dell'affetto provato verso la vecchia cantante) che Heike non sarebbe mai stata all'altezza di Lisa e che i Draconian erano ormai morti (discorso abbastanza insensato), e chi invece era fiducioso nella nuova cantante. Da Ericson arrivarono anche svariate indiscrezioni; ci venne rivelato che, per la scrittura di questo disco, la band avrebbe voluto trovare il perfetto connubio fra i vecchi e gloriosi (fin troppo amati) anni d'oro ed il nuovo corso. Nonostante, in quest'ultimo senso, i Nostri avessero continuato per troppo a percorrere alti e bassi, incerti, sembrando attraversare una costante "fase intermedia" senza mai uscirvi. Quindi, a posteriori notiamo che i Draconian hanno avuto ben quattro anni per cambiare sound, rimodernarlo, aggiungere nuove cose, vecchie cose e poter creare qualcosa in grado di riuscire ad andare realmente oltre e magari superare le vecchie glorie. Feriti e mutilati, avendo perso un membro fondamentale. C'è da vedere soltanto se siano effettivamente riusciti a compiere un significativo balzo in avanti, e come. Dunque, bando agli indugi e procediamo all'ascolto.

Heavy Lies The Crown

"Heavy Lies The Crown (Pesante Giace La Corona)", brano d'apertura di questo "Sovran", vuole essere una canzone semplice e dal forte impatto; raggiunto praticamente da subito, con successo. Un basso ci apre ad un'atmosfera estremamente decadente, dalle tinte oscure e goticheggianti. L'ascolto è già ipnotico, ed al basso subentra, dopo pochi secondi, una chitarra la quale ci introduce al suo riff sì cupo e pesante, ma decisamente melodico ed in grado di trascinarci e rapirci. L'energia che esplode da subito sembra vagamente distante da quella "tipica" dei Draconian, nonostante si riesca perfettamente a percepire il loro stile. Il bel riff di chitarra è accompagnato da quello che sembra essere il suono di un violino in sottofondo, stavolta sintetizzato e non creato grazie ad un vero violinista. La musica si ferma, la chitarra svanisce e rimane solo una tastiera in un vuoto assoluto. A questo vuoto si aggiunge l'ugola di Heike Langhans, nuova voce femminile del gruppo, che accompagnata dal suono distorto di quella tastiera si fa sentire per la prima volta. La bellezza del suo timbro è subito mostrata, contribuendo a formare un ambiente desolato ed estremamente di tendenze goth, con una parte "silenziosa" studiata alla perfezione in ogni dettaglio. Come tipico dei Draconian, il testo punta tutto sulle emozioni e questa volta lo fa mediante parole che sembrano quasi sempre vaghe e poco chiare: in ogni caso siamo in grado di capire la situazione tremendamente buia nella quale ci si ritrova, investiti dalla vita e dalla sua crudeltà. Una vita cieca, sorda e muta, che come sempre decide di metterci sotto (forse inconsapevolmente), mostrando la sua cattiveria, non avvedendosi minimamente dei danni che potrebbe provocarci. Eppure, come sempre, a pagare siamo sempre noi. Noi e nessun'altro. Noi, costretti ad indossare quella maledetta corona, pesante come un macigno. La chitarra esplode di nuovo fragrante nel riff d'apertura e il growl cupo e disperato di Jacobsson c'investe. Si disegna un paesaggio cupo ed incerto: buio, ma con stelle che brillano più luminose che mai. Come tipico dei loro testi, i paesaggi stanno a rappresentare una qualche sensazione interiore, qualcosa di più profondo che si vuole esprimere; e dunque si racconta della memoria del dolore, che a sua volta porta altro dolore. I dolori passati continuano ad esistere ed esisteranno per sempre. La strofa dominata da Jacobsson si conclude e rimaniamo solo con una chitarra dal suono distorto e distante, che sembra accompagnarci verso il resto del brano. Una nuova strofa con un nuovo riff si apre e ascoltiamo di nuovo il growl di Jacobsson, carico di tristezza. Una voce che pare decantarci di una nostalgia per qualcosa che ormai non esiste più. Ancora una volta il ricordo del passato porta dolore, e lo fa appunto sotto forma di nostalgia, uno dei sentimenti più duri da reprimere e sopportare, in assoluto. Al finale di questa breve strofa avremo una chitarra che ricorda vagamente i Draconian di "Turning Season Within"; questa chitarra ci introduce ad un nuovo cantato di Heike, una breve strofa dove ancora una volta la cantante mostra la propria abilità. La chitarra sullo sfondo riesce a creare un'atmosfera perfetta per il buio che le parole tentano di richiamare, atmosfera che acquisisce un valore aggiunto al terminare della strofa dove riavremo il basso, solo proprio come all'inizio del brano. La chitarra s'innalza maligna insieme con la voce di Jacobsson. "Un infestato cielo senza stelle". Il riff cambia e riprende, come un ritornello, il motivetto di Heike; che su di un cupo colpo di grancassa chiude il brano.

The Wretched Tide

La chitarra parte da subito carica, emettendo un riff fortemente Doom per aprire il brano "The Wretched Tide (La Marea Sciagurata)". Il riff, da subito ipnotico e che ci rimanda a delle atmosfere a metà fra "A Rose For The Apocalypse" ed il glorioso "Where Lovers Mourn", è sostenuto dopo poco dal suono, qui più forte che mai, del violino. E nonostante qui tale strumento non sia effettivamente suonato da un violinista, riesce comunque a mettere in risalto l'abilità compositiva del gruppo (principalmente di Ericson al quale si attribuisce gran parte della musica), mediante l'instaurarsi di una melodia che sembra esser perfetta per quel riff, con l'atmosfera che diviene a mano a mano più cupa. Il violino da che parte distante comincia a farsi sentire più forte e al suo culmine, quasi subito, abbiamo un'interruzione brusca dove sopraggiunge la voce di Jacobsson. Il suo cantato ben scandito viene accompagnato da una chitarra che riesce alla perfezione a creare una sensazione di desolazione, la sensazione alla quale in effetti puntano anche le parole del Nostro. Non è però una desolazione che si limita ad abbandona a noi stessi: certamente veniamo dati in pasto all'apatia più totale, alla solitudine più cieca e sorda, insopportabile.. ma questa desolazione, questa bestia feroce, sembra volerci aggredire. Questa desolazione non è quella di un deserto, quanto quella di un mare in tempesta oltre le cui onde si nasconde la dannazione che ci attende. Lì, impaziente di averci, di ingoiarci per trascinarci con sé negli abissi. Facendoci dimenare e soffocare, facendoci soffrire immensamente. Il riff abbassa la tensione fino ad ora altissima ed arriva la voce di Heike, cristallina e precisa. Il motivetto che ci canterà sarà ipnotico, pulsante ovviamente di tratti gothic pregni di tristezza. Il growl di Jacobsson ci interrompe ancora una volta e attira su di esso tutta l'attenzione, una voce che pare distante e distorta: "Queste lingue sciagurate | Formulano il loro dolore in me | Fin quando la marea entra | Non c'è altro posto all'infuori di questo." Il testo parla da solo e lascia all'emotività del momento la libera interpretazione. Persi in una tempesta che ci scaraventa dovunque, senza darci modo di avere anche solo per un minuto dei punti di riferimento. Senza bussola e senza nocchiere, la nostra nave è destinata dunque ad essere ingoiata da un mare arrabbiato, violento. Iracondo e crudele, non possiamo fare altro che soccombere al suo dispotico volere. La chitarra subisce un altro rallentamento e ascoltiamo la voce pulita, fredda di Jacobsson con un parlato ricco di emozioni per quanto possa all'apparenza sembrare piatto. La chitarra, dietro la sua voce, continua a crescere sempre più per poi "ricadere" d'improvviso e ricominciare. Tutto culmina con la sei corde che esplode in una violenza in perfetto stile Doom Death Metal: la rabbia è generata dalla marea che ci trasporta via, quella marea di voci sciagurate nelle quali si può solo affogare e morir dannati, dispersi. E dispersi diveniamo ora, rubati via da questa marea, intrappolati a bordo della nostra barca, da soli. Un breve assolo di chitarra che funge solo da collegamento ci introduce ad un blast beat accompagnato dalla voce ora angelica di Heike. Questa si fa spazio fra la musica sempre più incalzante, fungendo da contrasto, risultando quasi eterea. La chitarra, dopo un breve stacco, rimane sola col violino che torna in scena e comincia a governare ancora una volta la melodia che si ascolta. Nel preciso istante in cui il violino scompare ecco che ricompaiono le due voci, insieme, ad intrecciarsi sulle stesse parole. Una estremamente tenebrosa, anche più che in precedenza, l'altra estremamente cristallina.  La stanchezza della vita, espressa da queste due voci, non fa che unirle, farle emergere dalla marea, distaccandosi dalla realtà e permettendogli di respirare. Riascoltiamo la voce solitaria di Heike che quasi subito viene aggredita dal growl violento di Jacobson. Questo rapido alternarsi, che comprende ovviamente anche la musica (la quale varia ogni volta), non fa che aumentare il senso di smarrimento. La musica è forte, incalzante e superba: "Rilascia questi cuori dalle turbolenze | Solo amore prima ch'essi anneghino".  S'infuria un blast beat ch con entrambe le voci ci conduce rapidamente alla conclusione di un brano in grado di lasciare a bocca aperta.

Pale Tortured Blue

Con un inquietante suono distorto del violino si apre "Pale Tortured Blue (Smorta e fiacca depressione)", suono che diventa sempre più forte e presente fino ad essere completamente sommerso dal riff di chitarra di Ericson. La chitarra, in una perfetta melodia Doom Death metal è accompagnata sempre dal violino, che continua la sua ascesa tanto da sovrastare la sei corde subito prima che tutto cada nel silenzio improvviso. Possiamo ascoltare solo alcune note lontane ad accompagnare l'atmosfera offuscata che s'è formata e con esse vediamo arrivare la voce di Heike descriverci un momento dal quale traspare una goticità estrema. "Sulla mia schiena nuda | Una danza del sole notturno | L'erba alta mi striscia attorno | S'inchina in adorazione | Ti troverò nell'oscurità? | Mi troverai nel tuo cuore?". Questa strofa, cantata dalla Nostra con un tono molto misterioso, non fa altro che trasformare un dubbio che ci strugge in un ambiente che ci circonda, ambiente oscuro ed appunto misterioso proprio come la voce che canta, ambiente che sembra nasconderci sempre qualcosa e che ci lascia soli, sperduti nelle nostre domande. Cosa stiamo cercando, esattamente? Forse una persona, una persona cara.. eppure siamo persi nel bosco, non riuscendo a capire dove essa sia. E dove, alla fin fine, siamo noi. Il violino ci accompagna alla fine della strofa, poi ecco solo la chitarra dal tono maestoso e trionfante comparire insieme alla voce di Jacobsson. Il suo growl, con parole molto criptiche, continua a creare uno scenario di tendenza molto Goth; ed il riff di chitarra continua a fare lo stesso. Tutto quel che è stato fino ad ora si perde in un assolo di Ericson, od in un qualcosa che almeno sembra tale. Infatti, le note cominciano a ripetersi ossessive e comincia una nuova strofa senza che la chitarra fermi il proprio incedere. Ai primi versi cantati in growl da Jacobsson seguono altri dove entrambe le voci cantano insieme, mentre la musica è sempre più incalzante e gloriosa. Alla fine di questa strofa, che sembra essere un dialogo sull'amore, rimarremo dapprima soli col violino che continua a portar avanti la maestosità della musica, poi in quel silenzio già udito, nel quale possiamo ascoltare solo una lontana chitarra e la voce melodiosa di Heike. "E' stato l'amore più puro di tutti?", a cosa servono innumerevoli sforzi, sforzi immani quali scavalcare le montagne o raggiungere le stelle, se l'amore per il quale ci si sforza non è l'amore più puro di tutti? Dopo aver perso l'oggetto della nostra adorazione, ci chiediamo dunque se sia valsa la pena compiere determinati sforzi. Tutto si ripete. Ancora la chitarra s'innalza forte insieme al growl di Jacobsson, anche se ora le parole cambiano. L'amore ha continuato a sopravvivere nonostante il dolore, nonostante le lacrime. Quasi come fosse una tortura auto-inflitta quelle lacrime continuavano ad essere asciugate, ad essere conservate, poiché quella sensazione di malessere era ormai divenuta una sorta di routine per noi. La musica sembra seguire lo schema delle strofe precedenti fino a che non ritroviamo d'improvviso la voce di Heike alzarsi forte e intrecciandosi con la voce di Jacobsson, accompagnandoci verso la fine guidata da una chitarra che sfuma nel silenzio lasciandosi dietro un'eco. 

Stellar Tombs

Alcuni riff sono in grado di mostrare da subito una certa quantità d'ispirazione, molto superiore a quella mostrata da tanti altri. Riff spesso dal fortissimo impatto, memorabili e recanti in sé una certa importanza intrinseca, in grado di distinguerli e farli spiccare. E' il caso del riff di apertura di "Stellar Tombs (Tombe Stellari)". Esso parte da subito carico, forte, e si lancia in tutta la sua potenza, nel pieno stile dei Draconian, intento a creare una musica che risulti affascinante e potente sin dal primo istante. La chitarra di Ericson sembra impostata alla perfezione, destinata a lasciarsi amare incondizionatamente. Quando questo riff svanisce non rimaniamo che con una batteria lasciata sola a scandire il tempo, e la chitarra che tetra sancisce ogni battuta. La musica, risultando incredibilmente affascinante, scorre dunque lenta e pesante. In netto contrasto ritroviamo la voce di Heike che ci introduce ad una prima strofa avvolta da un certo mistero, anch'esso affascinante nella sua imperscrutabilità.  La chitarra esplode insieme alla fine della strofa, nel momento preciso in cui Heike cessa di cantare. La musica, con rinnovata potenza, ci porta in un declino con Jacobsson che ci disegna tutto il dolore causato da una strana alienazione, uno strano isolamento surreale. La chitarra e la batteria costruiscono strutture che sembrano provenire direttamente dal primo album del gruppo, con qualche rimando, in particolare, a "Solitude". "Il buio mi circonda denso come la materia". Una metafora se vogliamo "spaziale". Cosa esiste, infatti, più silenzioso ed isolato dello spazio profondo? Il buio perenne, l'assenza di un qualsiasi tipo di rumore, di un qualsiasi stimolo. Persi nei meandri dell'universo, rinchiusi in una tomba stellare. Avvolti da una solitudine surreale, che sarebbe capace addirittura di farci smettere di pensare. Dovendo passare l'eternità e vorticare annoiati attorno a stelle e pianeti, non avendo più alcuna possibilità di tornare sulla terra o di approdare su di un qualsiasi suolo abitabile. Rimaniamo ancora soli con il motivetto cantato da Heike che in momenti come questo mostra di reggere alla perfezione il confronto con Lisa Johansson. Alla fine di quest'ultima strofa ci ritroviamo immersi in un'atmosfera eterea, che fa di quel sovrannaturale il suo punto cardine. Ora tutto ruota su di un surreale, si sentono voci angeliche nella distanza, la voce di Jacobsson è glaciale e canta pulita con un tono basso e distorto. E' l'amore a causare questo tipo di dolore, un dolore dal quale non si può fuggire, un amore che non può essere piacevole come invece dovrebbe. "Le mie lacrime sono un dono per te". Un amore per il quale si piange e si soffre, un amore del quale non si può far a meno nonostante faccia così male. A causa sua ci sciogliamo come sotto al sole.. ma paradossalmente, al tempo stesso, lontano da lui congeliamo e rischiamo di morire. Abbiamo quindi bisogno di quel sentimento, il quale sembra farsi beffe di noi. "Mi inchino con grazia.. nell'orrore", uno scream agghiacciante di Jacobsson ci trasporta subito in una nuova strofa dove la forza nella voce di Heike si manifesta con una nota di tristezza. La sua voce elegante crea bellissime figure che vengono seguite poi dal riff principale del brano che s'innalza sempre più. Quasi come una filastrocca, tutto continua a ripetersi ossessivo, continuiamo a riascoltare sempre lo stesso motivetto con la voce di Heike, dolce, che esplode poi in una violenza inaspettata. Senza dimenticarsi poi della voce di Jacobsson, che sembra danzare anch'essa sempre su quello stesso motivetto. Si ripete ancora tutta l'atmosfera eterea e surreale dove la bellezza dell'ugola di Heike si fa preponderante. "Vuoi prender la mia mano e seguirmi attraverso l'etere? [?] Con grazia m'inchino.. nel dolore", e tutto prosegue così, incessante, ripetitivo. Un dolore che, come i Draconian da sempre ci insegnano, torna e ritorna al punto d'inizio, ogni volta diverso (come le parole ci mostrano), ma ogni volta lo stesso (come la musica ci mostra). Il finale sembra tragico, solo un pianoforte nel riverbero solitario ed una melodia malinconica, piangente, di Heike.

No Loneliner Star

Esattamente al centro di questo "Sovran", l'album dei Draconian che pare voler mostrare la desolazione e la solitudine mediante metafore sempre molto vicine alla notte ed agli astri, creando scenari estremamente evocativi, troviamo "No Loneliner Star (Non v'è Stella Più Sola)"; quasi l'emblema di questa desolazione astrale trasmessa dalla notte. Il riff iniziale di Ericson brilla in tutto il suo splendore, deciso e abbastanza distante dal semplice Death Doom. Nonostante il riff energico il senso di desolazione è già percettibile e diviene concreto quando la musica si spegne, cupa, lasciando solo alcune rade schitarrate in balia del silenzio. Ecco la terrificante voce in growl di Jacobsson che comincia proprio a descrivere un tetro e disgustoso ambiente, seppur affascinante, con lo sguardo oltre il velo cosmico. In questo ambiente il Nostro sta "galleggiando", inerme, privo di forze per contrastare le potentissime correnti astrali che lo spingono sempre più lontano dalla luce e dal calore del sole. Tutta la bellezza della prima strofa emerge ancor di più sentendo il violino che si mantiene distante, aumentando quest'ultimo quel senso di isolamento. Tristi note che suonano in un certo qual modo il nostro requiem, che accompagnano la nostra dipartita. Via dalla felicità, via da ogni cosa possa insinuare calore, nel nostro cuore. Persi, in un viaggio di sola andata, nella confusione più nera, nel vuoto più totale. Quasi a confondersi con la chitarra, alla fine della strofa, appare ora la voce di Heike, continuando a descrivere sempre una maggiore decadenza, sempre più crudele, in contrasto con la sua voce angelica. La chitarra s'innalza, prepotente diventa la protagonista: è così prorompente che la voce quasi non si sente, si confonde con uno sfondo, la musica è sempre più imponente. "Spargi i semi | Poi brucia i campi", metafora del fatto che niente potrà più nascere, anche se provassimo con tutte le nostre forze a sognare, a seminare. Cosa può crescere, in un campo che non esiste? I semi si perdono nel vuoto. Quando la voce di Jacobsson torna normale vediamo riformarsi un oscuro ambiente cosmico intorno a noi, tutto circondato da "impercettibile vuotezza". La musica torna incalzante, forte e l'unica vera protagonista qui è la chitarra di Ericsson, lenta e melmosa. Con uno straziante growl sovrumano Jacobsson alza la sua voce oltre la chitarra, per mostrare la sua condanna da stella sola e dispersa nel nulla: "Noi stiamo bruciando i campi stellari". Non siamo ancora a metà del brano che tutto sembra cambiare totalmente direzione: la chitarra crea un nuovo riff, più melodico e malinconico, e su di esso comincia a danzare il Growl con una strofa che riporta molto alla mente il primo album dei Draconian, che dell'eleganza ne faceva un punto di forza. "Chi era questo sole?", ogni punto di riferimento appare confuso e nullo, ogni luce pare vana quando si è fra polvere e detriti. Forse, questa luce, non è mai esistita. Riascoltiamo il riff iniziale del brano. In perfetto stile Draconian abbiamo una strofa ove la musica svanisce e rimane solo la voce pulita di Jacobsson a scandire alcune parole, un'amara riflessione solitaria ricca di desolazione. Questa strofa è solo un'introduzione a quella successiva, dove la bellezza della voce di Heike si manifesta tutta in parole ancor più amare. "Sto scivolando, svanendo e soffocando qui | Gli incubi stanno continuando". Le metafore dei Draconian si configurano sempre paesaggi, tutti diversi, tutti quanti con precise caratteristiche distintive e tutti quanti sono sempre volti a disegnare lo stato interiore di chi parla.  Tutta la seconda metà di questo brano non fa che trasformare quella desolazione cosmica in una concreta desolazione umana, dolorosa e sofferente. Un breve stacco, la chitarra torna cruda e pesante, ci ritroviamo con la voce in growl. Alternandosi, insieme alla chitarra, continua ad accompagnarci la voce malinconica di Heike. Come un continuo ripetersi abbiamo la chitarra che ancora s'innalza furiosa al fine di mostrarci sempre più quella disperazione, un dolore interminabile che ci sta conducendo alla fine. dove già ogni speranza è perduta. Non v'è speranza, non v'è più alcuna luce fra i detriti, non v'è il sole. Non v'è alcun dio. Polvere e detriti, tutti vengono dalle stelle. Così si conclude questo brano, un picco di qualità che seppur diverso stilisticamente si mostra in grado di reggere il confronto con grandi brani del passato glorioso dei Draconian.

Dusk Mariner

"Dusk Mariner (Il Marinaio Del Crepuscolo)" è sia uno dei brani più lunghi del proprio album, sia il brano più relativamente semplice che è possibile trovare nel disco. Un pezzo che fa della semplicità il suo punto di forza, un infinito viaggio onirico, metafisico, dalle atmosfere intrise di magia e malinconia. Un enorme addio, addio all'amore e ad ogni sentimento in grado di farci stare bene. La musica inizia subito forte, incisiva e da subito sostenuta da una struttura breve che comincia a ripetersi più e più volte; anche quando il riff perde di forza per lasciare che si instauri un'atmosfera più surreale continuiamo a sentir la musica ripetersi e ripetersi. "Nessuna luce mi trova | perisco come il sole che tramonta", incessante la voce di Heike comincia a scandire tutte le parole, una dietro l'altra, senza mai fermarsi e prima che ce ne accorgiamo la prima strofa è già terminata. Risulta chiaro, ancora una volta, il tema del pezzo. Ancora stelle morenti, ancora la notte. Quasi in un impeto di foscoliani slanci, il crepuscolo viene dunque identificato con la morte. Solo che quest'ultima non viene associata alla pace, bensì all'apatia più totale. La fine d'ogni cosa, l'oblio, un assordante silenzio in grado di spaccarci i timpani, mediante la sua fredda e crudele vuotezza. La chitarra esplode forte insieme alla voce di Jacobsson per continuare il discorso lasciato in sospeso dalla voce angelica di Heike. "E le cose che ho fatto | Lentamente invecchiano", nulla ha più valore, ed ogni azione commessa svanisce, ingiallendo in un angolo, sino a decomporsi poco a poco. Nemmeno nel ricordo, possiamo trovare una gioia. Il brano, nella sua lentezza, scorre rapidissimo e anche una terza strofa, con a capo Heike, scorre quasi senza che ce ne accorgiamo, dolce, mentre ci viene mostrata la vita di un senza cuore; un uomo senz'anima, ghiacciato dentro di sé che vive così nella sua solitudine. Apatia allo stato puro, inquietante, terribile. Il ripetersi continua, la chitarra esplode ancora, ed ancora una volta abbiamo la voce di Jacobsson, uguale alla strofa precedente, che si dispera nelle nostre orecchie. "Lei m'ha dato la sua voce | Lei m'ha dato la sua anima": il tema dell'amore torna qui forte, l'amore che sembra ormai consumato e sciupato dal tempo che scorre via, come le vite che procedono stanche. A metà del brano la chitarra controlla tutto, accompagnata solo dalla batteria che scandisce il tempo alla perfezione senza mai esser invasiva; sembra esserci una specie di assolo lento e breve, ponte per una nuova strofa, stavolta diversa, cantata da Jacobsson. La vita che consuma tutto consuma anche l'amore che viene oscurato dalla vita stessa: "Sotto questo cielo senza stelle | L'amore è fuori dalla vista". Tutta a musica svanisce. Siamo soli in un ambiente tetro come non mai, quasi spettrale, con una chitarra senza alcuna distorsione che viene pizzicata per creare un ritmo continuo e martellante. La chitarra elettrica si fa sentire ancora, elegante e pesante, con un ritmo continuo che fa da sfondo alla bella voce di Heike. Il testo da ora cambia direzione e ci mostra qualcosa di diverso, la possibilità di una vita libera, libera da tutto ciò che può esistere, cieli compresi. Il tono della voce di Heike è misterioso, la chitarra incessante. Alla fine avremo un vero e proprio assolo, melodioso e trionfante, probabilmente l'unico spiraglio di luce in questo brano mentre il resto della musica in sottofondo continua a martellare maligna, continua, come le onde del mare. Alcune note di pianoforte sembrano isolarci da tutto per un istante, si ascolta la sola voce di Heike. Tutto riappare d'improvviso e riabbiamo, ancora una volta, una delle strofe precedenti dove dominava il Growl. La lontananza dalla propria anima e dall'amore porta ad un dolore perpetuo che può avere rari momenti di quiete, quindi tutto continua a ripetersi, ancora ed ancora. E nel ripetersi arriviamo ad un vero e proprio "addio" ormai quasi anelato. Ericson, con la sua chitarra, ci accompagna lentamente verso la fine dove troviamo lunghi secondi di silenzio.

Dishearten

Il brano "Dishearten (Sconvolgere)" si apre con una chitarra abbastanza inusuale per i Draconian, la quale ricama in seguito un riff semplice e malinconico. Il riff continua per un po', sulla sua strada, sembrando avere però poco mordente. La sei corde dunque svanirà, poi per lasciar spazio al growl di Jacobsson, rendendo il tutto abbastanza interessante. Mentre il growl si dispera nei nostri timpani, accompagnato solo dai tamburi che riecheggiano, ecco il suono di un violino che vibra, trema come se fosse ansioso di scatenarsi in tutta la sua energia, senza mai riuscirci. Questo brano pare essere un dialogo, un intrecciarsi di due discorsi . Per il momento ne udiamo una prima parte, basata tutta su un senso di frustrazione e disperazione. "Loro muoiono!", dopo queste parole la chitarra torna presente, stavolta cominciando a danzare in una melodia ipnotica. "Scoraggiato e freddo | Le cicatrici sulla mia anima": il freddo, la depressione più totale. L'anima è straziata da cicatrici sanguinanti, che mai guariranno e che per sempre ci ricorderanno la tristezza dei tempi passati e presenti. Come se la nostra vita non fosse altro che una triste spirale discendente, piombante nel vuoto totale, quello della disperazione cieca. Questa danza, lenta, si ferma e abbiamo la voce vagamente lamentosa di Heike che comincia ad intrecciarsi con quella di Jacobsson in una strofa che costantemente si trasforma e diventa sempre più frenetica. "Sto dimenticando come affrontare | La tristezza nei tuoi occhi": è comprensibile come il tormento non sia solo interiore, ma possa esser dovuto anche al dolore di qualcun altro, un dolore che ci appartiene per quanto non ci appartenga affatto. Il violino torna a farsi sentire sottolineando la malinconia lancinante del momento, dovuta all'incertezza. Heike accompagna Jacobsson in questa tristezza, sottolineando alcune parole, in particolare le ultime, dove viene ribadito il peso che ci si porta dentro (che entrambi i soggetti portano, non riuscendo più a sostenerlo). Il fardello interiore dell'uno, il fardello di sostenere il proprio sofferente amore dell'altro. Il dialogo continua incessante, siamo esattamente a metà brano e riascoltiamo tutto ripetersi da capo, ciò che cambia sono le parole, ugualmente amare ma sempre rimandanti ad un cuore spezzato. Non solo rotto, totalmente distrutto, raso al suolo. La voce di Jacobsson ci abbandona nel silenzio, possiamo udire solo una distante chitarra molto distorta. La voce maschile e femminile, entrambe pulite, cominciano a dialogare e mostrarci il dolore dell'uno, inflitto sull'altro, e il dolore dell'altro inflitto a sé stesso mentre infigge dolore anche all'altro, in una catena che ha del disperato. Per quanto il concetto possa sembrare astruso, la metafora racchiusa in sole tre frasi la esplica perfettamente ed il momento, il più alto picco qualitativo all'interno del brano, è perfettamente empatico. La chitarra esplode di nuovo, carica di energia, la voce di Heike si fa sentire con una voce molto distante dal classico stile del Metal. Jacobsson riprende a cantare più frenetico fino ad arrivare ad un finale improvviso che lascia l'amaro in bocca.

Rivers Between Us

La chitarra apre, malinconica e lamentosa come non mai, "Rivers Between Us (Fiumi Fra Di Noi)". Il riff di quest'ultimo, che consiste nel brano più dolce dell'intero album, s'impegna per creare anch'esso un'atmosfera eterea e surreale, basata tutta sulla tristezza, sul sapore della notte. La voce di Heike qui risulta molto più gradevole rispetto ad altri brani, sembra studiata con più cura. Il testo da subito ci mostra la solitudine che si può provare per colpa di una lontananza, non fisica, con una persona per la quale si provava qualcosa, nei quali occhi avevamo visto un mondo.. ed ora, quel mondo ci dice addio, perentoriamente e senza possibilità di ritorno o riconciliamento. La chitarra continua a lamentarsi, la batteria scandisce il tempo con un piatto che batte incessante, il dolore che attanaglia due persone sembra costringerle alla lontananza; ora abbiamo anche la voce di Jacobsson, in pulito e melodiosa, cantare insieme a quella di Heike. "I tagli nella tua pelle ed il rosso nei miei occhi | Quest'inverno interiore mi sta schiacciando in quest'ora". L'inverno, ovvero la morte dei colori. Il freddo tagliente che tutto immobilizza e che ogni cosa rende statica, come se fosse ferma del tempo. Il buio che giunge presto a divorare la luce, gli alberi spogli, le nuvole, le piogge. Niente sembra poterci salvare dall'inverno della vita, giunto a reclamare le nostre esistenze. Le chitarre si fanno sentire: una esplode potente, l'altra si controlla, donandosi ad una melodia che si lega a quella precedente. In questa esplosione della musica la voce agghiacciante di Jacobsson pronuncia poche parole narrate, che hanno lo scopo di mostrare quanto sia praticamente impossibile dimenticare quella persona da noi tanto amata in passato. Il suo pensiero continua a schiacciare la mente, non lasciandoci né dormire né riposare. La chitarra e la batteria continuano a caricare sempre di più il brano fino a svanire poi tutte d'un colpo, lasciandoci con la sola voce di Jacobsson che canta sullo stesso motivetto della strofa precedente. Negli ultimi due versi ricompare anche la voce di Heike che accompagna quella pulita di Jacobsson fino alla fine della strofa. Dopo un intermezzo, un breve assolo, sentiamo solo una chitarra distante e distorta con un forte riverbero, ed accompagnata da una voce che narra, anch'essa con una forte distorsione. Quasi non si capisce cosa vuol effettivamente comunicarci, tanto risulta effettata. Dopo questo suo monologo la batteria sembra esser protagonista a capo della musica, e le due voci pulite ricominciano a cantare insieme su di una nuova melodia che ricorda, molto vagamente, la parte finale di "Death Come Near Me". "Sì, siamo due storpi | Ma dobbiamo mantenerci". Un istante di silenzio e tutto riparte con la voce di Heike. "Svegliami lentamente, o guardami cadere": su queste parole, la musica acquista una potenza fino ad ora assente, con un vero e proprio assolo che ci trasporta fin dal primo istante e ci conduce alla parte finale del brano. Il growl di Jacobsson, che qui appare solo ora per la prima volta, comincia col cantare un verso, seguito poi dalle voci pulite dei due cantanti. Un growl che continua anch'esso sullo stesso motivo cantato fin ora: si sta cadendo, lentamente, verso il basso, verso una fine inevitabile. Una fine che però sarà anche la fine di ogni mostro che ha tormentato le nostre anime, così a lungo. Una chitarra è melodiosa, l'altra rabbiosa, s'intrecciano e conducono le parole. "Guardami cadere | I demoni interiori, essi ora muoiono con me". Un nuovo assolo ci accompagna verso la fine del brano, un assolo molto più Heavy, nel suo stile. Questo brano, estremamente dolce e profondo, è sicuramente da ascoltare più e più volte; e riesce alla perfezione, con la sua semplicità assoluta, a trasmettere quanto voleva.

The Marriage Of Attaris

"The Marriage Of Attaris (Il Matrimonio Di Attaris)" comincia da subito potente e gloriosa, con la chitarra di Ericsson che qui sembra riprender molto dal suo progetto solista Doom:VS. La chitarra procede pesante e dopo appena dieci secondi udiamo la voce narrante e glaciale di Jacobsson. "Non puoi nasconderti da una grazia già ricevuta". Così inizia la storia che i Draconian hanno intenzione di raccontare; e che, a quanto pare, vogliono narrare al loro meglio. La pietà, è questo che viene mostrato all'inizio, tanto che ci ritroveremo addirittura di fronte ad angeli che piangono contando le loro cicatrici. Dolce, subentra la voce di Heike Langhans e lo scenario che si palesa è terrificante. I fiumi sono di sangue, il dolore è unanime, il pianto della vita si sta concretizzando nella sofferenza più assoluta. "Il lamento della vita: un canto d'amore". La chitarra scandisce costantemente tutte le parole senza mai mostrare un minimo errore ed essendo estremamente immersiva. Una sei corde che successivamente comincia come una danza ipnotica che accompagna il growl. Dopo la strofa un urlo soffocato di Jacobsson ci introduce ad una nuova fase del brano, molto più ritmata e governata da una chitarra qui molto più pesante. Col suo growl Jacobsson ci illustra avvenimenti misteriosi, sovrumani, difficili da capire ma che sono sicuramente a favore dell'umanità, come vedremo in seguito. La musica cade tutta nel silenzio, rimane soltanto un rumore di fondo. Il rumore lentamente si trasforma in una melodia della chitarra che accompagna un'altra solenne narrazione di Jacobsson. I semi sono nascosti su tutta la terra. Torna la voce dolce di Heike e capiamo che quel che stiamo assistendo, il "Canto d'amore", lamento della vita, è una genesi, creazione del mondo. Una vita che rinasce da oceani sanguinanti e sterili, dopo un reset totale. Un'epurazione totale, insomma. Un breve intermezzo col growl di Jacobsson, poi ancora una volta la chitarra diviene pesante e martellante e un'altra strofa ci lascia in balia della voce tenebrosa del cantante. Se la terra era sterile, morta, era dovuto all'umanità: umanità alla quale ora viene riconcessa la vita e che, quasi come se fosse destinata, si ricondurrà verso quella fine sterile e senza vita, forse non avendo imparato nulla dai suoi errori. Tutta la musica svanisce per lasciar spazio al suono di corde pizzicate, accompagnate solo dopo vari secondi da un tamburo. La voce di Heike ci conduce verso una fine, una fine lenta e lunga. "Lasciate la venuta della primavera | Riportatemi alla terra | Lasciatemi qui!". La vita invoca quasi una morte che le ridarà pace. La chitarra riacquista forza e Heike ripeterà la sua strofa più e più volte. Come d'improvviso la chitarra diviene pesante, insopportabile e Jacobsson ci lascia un'ultima strofa. Tutto svanisce, rimane solo un pianoforte e la voce piangente di Heike che ci accompagna, ora quasi sussurrando, verso una fine. "Lasciatemi qui!"

Conclusioni

E' difficile valutare un album come questo che abbiamo appena ascoltato, per tutta una serie di fattori. "Sovran", a primo impatto e conoscendo già la storia dei Draconian, pare infatti essere sia un disco senza né capo né coda, sia un piccolo passo evolutivo sotto molti punti di vista, davvero notevole ed in grado di lasciare a bocca aperta. Ancora una volta, quasi, come se fosse bloccato in una fase transitoria senza andar in nessuna direzione, seppur sia un gran disco. E' certamente indubbio il fatto che il gruppo sappia come creare bella musica, infatti i Nostri non hanno mai effettivamente sbagliato gravemente qualcosa o realizzato un disco realmente brutto.. quindi, in ultima battuta, possiamo sostenere quanto questo "Sovran" sia sicuramente un bel disco, con parecchie chicche gradevolissime soprattutto per i fan affezionati dei Draconian. La chitarra, unico vero protagonista di questo disco (che qui subisce anche dell'esperienza Doom:VS di Ericsson, nel sound), sembra realmente perfetta: i riff non sono tantissimi, i brani puntano ad una certa semplicità comunque molto ricercata dal gruppo dopo "The Burning Halo".. ed è proprio grazie a questa semplicità che lo strumento acquisisce un'intensità, una drammaticità maggiore. I riff, seppur non numerosi sono quasi sempre molto belli, coinvolgenti e seguono un "concept" nel sound che tenta di ricreare sempre determinate atmosfere non troppo usuali per il gruppo. E' molto gradita, inoltre, la presenza del violino che seppur usato praticamente "col contagocce" viene adoperato magistralmente creando forse i punti più belli da ascoltare, in tutto l'album. Non un caso, visto che i Draconian hanno sempre mostrato, nella loro abilità compositiva, di avere un rapporto d'amore molto molto particolare col violino, e di saperlo usare sempre alla perfezione. "Sovran" vuole quindi essere un'evoluzione dei Draconian a partire dall'elegante "A Rose For The Apocalypse", riprendendolo quasi del tutto, adattandosi alla voce della nuova cantante (e qui anche Heike mostra buone abilità, anche se non sempre all'altezza di Lisa Johansson, che i fan continuano a rimpiangere) e volendo fare un passo ulteriore. Non scordiamoci poi le intenzioni primarie del gruppo, il quale voleva arrivare ai fasti di un tempo. Non un caso, infatti il fatto che numerosi risultino gli echi dei primi due album, riscontrabili nel sound tutto. Doveva essere l'unione perfetta dei Draconian più nuovi con quelli più amati, magari con l'aggiunta anche di un qualcosa di nuovo; l'intenzione la si sente (ed ora per la prima volta, dopo tanto tempo, si sente forte la voglia di andare oltre sé stessi), anche se da sola non basta. Come già detto il disco è bello e non poco, lungo, e ricchissimo di contenuti, ma lascia una vaga sensazione d'insoddisfazione che porta a non lasciarcelo valutar come l'album glorioso quale voleva essere. L'album che cercava di arrivare ai livelli delle vecchie glorie, ma ci si avvicina soltanto, anche se molto. Magari, i Nostri avranno più fortuna con la prossima uscita, e riusciranno a sfruttare a dovere il loro talento per arrivare a quei livelli tanto agognati ed un tempo raggiunti.

1) Heavy Lies The Crown
2) The Wretched Tide
3) Pale Tortured Blue
4) Stellar Tombs
5) No Loneliner Star
6) Dusk Mariner
7) Dishearten
8) Rivers Between Us
9) The Marriage Of Attaris
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