DRACONIAN

Arcane Rain Fell

2005 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
07/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Draconian, nel 2003, dopo ben nove anni di sforzi e cambi di line-up, erano finalmente riusciti a compiere quella che, per loro, era risultata davvero un'impresa titanica: pubblicare la loro musica, producendo il loro primo full-length grazie al sostegno di una label, la "Napalm Records". Nacque così "Where Lovers Mourn", disco oggetto del precedente articolo/disamine. Il loro sforzo più grande era ormai stato compiuto, ed il percorso seguente appariva leggermente più in discesa. Certo, ed è da sottolinearsi per dovere di cronaca, quell'esordio non ebbe un enorme successo di vendite, non nel breve tempo almeno; ma nella nicchia di ascoltatori che si muovevano fra il Gothic ed il Doom/Death Metal riscontrò pareri estremamente positivi se non sino ad arrivare ad essere considerato un vero e proprio capolavoro, in molti casi. Chiaramente, dopo tali apprezzamenti (seppur abbastanza "underground") la band risultò assai motivata, volendo quindi continuare sulla propria strada. I Nostri parteciparono dunque a molti eventi live, acquistando una certa popolarità anche al di fuori della Svezia. Chiaramente, il discorso concertistico si amplificò esattamente dopo l'uscita del disco, permettendo ai Draconian di diffondere la propria musica. Un idillio, tuttavia, che purtroppo non durò molto; visto e considerato il ritorno di quel demone che, per i nove anni precedenti, aveva perseguitato il combo. Ci riferiamo, ovviamente, all'instabilità interna: continui cambi di formazione che si ripresentarono, tentando di demolire i progetti per un secondo album. Progetti già creatisi sin durante la scrittura del primo. Magnus Bergstrom e Tomas Jager escono quindi dalla band, lasciando così i rispettivi ruoli di chitarrista ritmico e quello di bassista. Il gruppo non si diede comunque per vinto: come ho già detto, i Draconian erano in piena esplosione creativa nonostante il ritorno della persecuzione dei cambi di formazione, e quanto meno volevano mantenere intatto quel po' di positività aleggiante attorno a loro. Il materiale sul quale lavoravano (e sul quale avevano lavorato fin da prima dell'uscita di "Where Lovers Mourn") era pressappoco vastissimo; le idee non mancavano, anzi, sovrabbondavano. Una così potente fase creativa fu per forza di cose supportata da un'euforia direttamente collegata ad essa, quindi questa volta i Nostri non vollero permettere a nulla e nessuno di portargli via tutto, di nuovo. Venne subitamente ricontattato Jesper Stolpe per registrare le parti di basso, mentre Johan Ericson avrebbe scritto e suonato entrambe le parti per chitarra. Il destino sembrò capovolgersi e gli anni di lunga attesa sembravano adesso aver avuto (in fin dei conti) un senso, dato il fatto che finalmente qualcosa sembrava girare per il verso giusto; o almeno, non andava del tutto male. Cominciò così ufficialmente la scrittura del secondo disco, "Arcane Rain Fell", che sarebbe stato in segito licenziato sempre dalla "Napalm Records". Questa volta, i Draconian vogliono tagliare col passato, ma vogliono farlo con stile, omaggiando comunque i loro "trascorsi" in maniera gloriosa. Presero fra le mani il più grande concept che avessero mai avuto volontà di sviluppare, quello che li aveva sempre accompagnati dagli esordi fino a questo punto, il concept che più hanno amato nella loro carriera, basandovi completamente tutta la musica ed i testi: Satana, figura quasi umana e per la quale si prova quasi pietà. La sua cacciata dal paradiso, in un turbinio di disperazione ed angoscia; la creazione degli inferi, parto della sua mente, poiché egli rinnegò il dio falso che lo costringeva di fatto ad una vita ipocrita ed ingannevole. I Draconian, in questo secondo capitolo, non vogliono fare altro che raccontarci per bene questa storia in tutte le sue sfaccettature. Il problema, adesso, era "come?". Si sa, la più grande preoccupazione di una band agli esordi è quella di riuscire a scrivere e pubblicare un buon disco d'esordio: come abbiamo già visto quello dei Draconian più che buono fu eccellente, qualcosa di (ai suoi tempi) più unico che raro, in grado di creare un filone di band che s'ispirarono oggettivamente a quella musica. La più grande preoccupazione di una band emergente che sta scrivendo il secondo album e che già ha fatto un primo grande lavoro è, invece, quella di raggiungere almeno la bellezza di quell'album, anche perché un musicista vorrebbe (almeno in linea teorica) impegnarsi a migliorare sempre più. Sarebbe quindi un gran peccato creare un secondo album che si rivelasse una delusione per sé e per chi lo ascolta; molte band, in virtù di ciò, decidono di percorrere una strada sicura riuscendo quasi a raggiungere la bellezza del primo album, mantenendosi sui medesimi standard. Infatti spesso viene riproposto lo stesso stile del primo album, al massimo arricchito con dei dettagli. I Draconian decisero, invece, che il miglioramento della loro musica doveva essere assolutamente netto e palese. Volevano variare e sperimentare, osando in maniera coraggiosa. E' questo ciò che tentano di applicare in questo "Arcane Rain Fell": andare oltre il primo disco, esplorare territori completamente inesplorati da loro così da poter ampliare la loro musica. Chiunque sa che questo significa, quasi sicuramente, rischiare di avere poco successo e quindi di incappare anche in poca popolarità. Ma alla band questo, non sembrò proprio interessare. I Nostri volevano solo creare musica migliore, dar forma alle loro idee disinteressandosi di tutto. Il disco, a posteriori, si rivelò tutt'altro che un insuccesso, nonostante il leggero cambiamento di stile. Con un sound ora più radicato nel Doom/Death, decisamente lontano da quel Gothic variopinto e decadente del primo disco, l'assenza del violino ed una maggiore aggressività, ma anche atmosfera, prende dunque forma questo mastodontico lavoro. Prima di procedere all'ascolto, andrebbe una nota di merito a Travis Smith, noto artista che aveva già realizzato molte copertine di album metal e che in quel preciso momento (nel 2005) disegnava forse la sua copertina più bella di sempre (a parer di chi vi scrive) proprio per questo disco.

A Scenary Of Loss

"Arcane Rain Fell" si apre quindi con "A Scenary Of Loss (Uno scenario di decadenza)", che da subito ci introduce nell'atmosfera pregna d'oscurità firmata Draconian, la quale avevamo tanto amato nel primo disco, ora leggermente variata. L'assenza di un violino, infatti, porta come conseguenza il fatto che tutta l'atmosfera deve adesso essere costruita sulle chitarre ed il sintetizzatore, i quali devono risultare quindi impeccabili. Si sente solo il suono della pioggia, qualche tuono lontano gridare forte:  ecco che appare il suono della chitarra, farsi spazio nella pioggia battente. Suono soffuso ed estraniante, che cresce sempre più, come se comparisse lontano in un banco di nebbia, avvicinandosi poco a poco. Quel suono confuso diventa un riff ben definito e tutta quest'intro ricorda effettivamente molto l'apertura del primo album. La chitarra esplode d'improvviso in tutta l'energia che possiede (energia così come l'intendono i Draconian), accostata ad un sintetizzatore che contribuisce nella creazione di questo background sonoro che stiamo ascoltando. La batteria accompagna il tutto, notiamo quindi come lo scenario di pura decadenza stia prendendo forma dinnanzi a noi, creando oscure ombre fra la nebbia. Anders Jacobsson, con delle frasi parlate, ci introduce in questo luogo misterioso e poetico, nel quale si ritrova intrappolata l'anima di chi ascolta. Il suo parlato colpisce, è bello e ci lascia intuire quella sensazione di dolore che esploderà poi nelle frasi successive, disperate ed espresse nel suo growl/scream più feroce e dolorante. Capiamo che a parlare è qualcuno che soffre, lo si capirebbe anche senza seguire il testo, tanto che è forte l'impatto emotivo che tutto ciò restituisce: si rimane incollati all'ascolto e si va in trance, continuando a percepire adesso un'atmosfera totalmente soffusa e sorretta dal solo sintetizzatore, il quale somiglia molto ad un organo. E mentre stride in un suono acuto, la voce di Jacobsson, parlata, continua a raccontarci dell'afflizione della sua esistenza; facendo, ancora una volta, le veci di Lucifero. Durante queste fasi estremamente oniriche ed oscure, avremo ad accompagnarci spesso anche il suono di un basso estremamente cupo e a malapena percettibile, che contribuirà alla pesantezza della scena. Uno stacco di soli due colpi violentissimi di batteria, un growl cupo ci comunica l'intero senso di questo brano in una frase: "Oh questo scenario di decadenza sempre presente dentro di me". Un assolo della magnifica chitarra di Ericson, curata in ogni minimo dettaglio, ci introduce alla melodia principale del coro senza girarci troppo intorno. Dopo aver concluso la sua parte da protagonista indiscusso della scena, aver descritto l'ambiente macabro e piangente che ci circonda, ed averci marchiato quel motivetto indelebilmente nella memoria, la chitarra di Ericson si fa un istante da parte per esplodere poi con il vero coro. Il coro di questo brano è estremamente semplice, ma efficace al tempo stesso. Sono cinque frasi che si scambiano Jacobsson e Lisa Johansson alternatamente sulla melodia disegnata da Ericson. Se il growl di Jacobsson è forse leggermente sottotono, in questo coro la voce di Lisa trova invece una delle più alte espressioni di tutta la sua carriera. E' un piacere, seppur canti per poco, ascoltare la maestosa voce di questa ragazza, una voce che qui recita il ruolo della ragione di Lucifero: forte e potente, ma comunque dolorosa ed addolorata, per ciò che vive. Raramente si possono ascoltare voci così belle cantare così bene. La chitarra, ora forte come non mai ci introduce prima lenta, poi con una progressiva accelerazione, ad una nuova fase del brano dominata da una chitarra ora più veloce, vagamente melodeath, ed una batteria che arriverà fino al punto di creare un blast beat. Qui la voce femminile, ora meno celestiale e più umana, riprende il suo canto, da sola. In un album come questo, nel quale viene a mancare uno strumento fondamentale per la band quale il violino, la musica sarà basata su un altro strumento che qui sono le chitarre. La maniacalità di Ericson rende le asce difatti eccellenti ed ogni assolo non è mai noioso, eccessivo o superfluo: un solo brano come questo può farci rendere conto delle grandi abilità del chitarrista. Durante gli assoli avremo, inoltre, vari strumenti al sintetizzatore che spesso supporteranno la violenza del tutto. Durante il lungo assolo dopo il cantato di Lisa, quasi come se fosse un intermezzo, avremo una breve strofa in growl ma che non ferma il proseguimento dell'assolo stesso, anzi lo supporta. Lo stesso succede con una strofa dove ascolteremo di nuovo la voce di Jacobsson parlarci. La musica continua ad accompagnarci e, violenta, quasi alla fine del brano, assume un aspetto familiare. La chitarra e il sintetizzatore si fondono per dare massima potenza alla melodia principale, quella del coro, che ritorna un tutta la sua maestosa e magnifica decadenza. La musica s'interrompe d'un sol colpo, torna la pioggia, tutto come prima. Siamo soli con un piano ed un'atmosfera creata dal synth. Un breve monologo conclude l'inizio di questa storia, dato che di una storia si tratta, quella che dunque viene raccontata in questo primo testo. All'inizio, avremo Lucifero nell'atto del parlarci: triste ed afflitto, ormai ripudiato da tutto e tutti, dallo stesso creatore e dal creato, rimasto solo e privo di amici o cari. Prova sensazioni accostabili a quelle umane e si trova in un profondo stato di malinconia, si trova immerso in un paesaggio di pura decadenza quale potrebbe essere la visione del suo stesso animo. In nulla riesce a vedere la possibilità di esser libero; così, con fare poetico, avremo un chiaro panorama del suo stato d'animo e della sua condizione, espressi metaforicamente mediante la descrizione di un paesaggio quasi oggettivo. I suoi pensieri, invece, ci vengono introdotti dopo: egli si sente tradito e derubato dell'orgoglio, ma non può sottostare alle bugie impostegli. Ha a lungo pianto per ciò, ha provato a cercare risposte che non esistono, ritrovandosi però soltanto odio nel cuore. Ed ora, non vuole che i suoi pensieri svaniscano nel nulla, morendo per sempre. Sa di aver ragione. Il paradiso, paradossalmente, divenne proprio la fonte del suo dolore e dei suoi drammi esistenziali; tutto ciò terminò con la "vendetta di dio" ed il suo esilio da questo regno. Nel monologo finale il pensiero di lucifero diviene ancora più chiaro, sappiamo che egli non può dare omaggio a dio come tutti fanno senza alcuna ragione, proprio perché egli ha bisogno di una ragione differente; e finché vivrà contesterà ogni cosa che in sé non recherà una valida ragione, un perché che possa fornirgli una risposta adeguata. 

Daylight Misery

Dai toni molto più malinconici e melodici, molto meno aggressivi e da subito più orientati verso un più profondo livello di emotività, si presenta il brano successivo, "Daylight Misery (La miseria della luce diurna)". Da subito saremo infatti investiti dal bellissimo riff emotivo ed estremamente melodico di Ericson, il quale riesce a continuare l'atmosfera del precedente brano aggiungendo qualcosa che sembrava mancare, ovvero un'ulteriore nota di malinconia. Il riff di chitarra semplice ed incisivo sarà presto seguito da un basso ed una batteria: solo qualche secondo, nel quale si procede verso questa strada, dopodiché (in perfetta coincidenza) entreranno nel brano la voce di Jacobsson, pulita, atta a recitare dei versi. Accompagnata dalla chitarra, dotata di un effetto atto a rendere il sound estremamente soffuso, così da far risultare la sei corde quasi impercettibile ed interamente confusa nell'atmosfera creatasi. Un'intera strofa procede lentamente così, accompagnata dalla voce di Jacobsson che ora si presenta calda come mai prima, e con la musica in generale che ricorda vagamente alcuni passaggi dei Paradise Lost. Rientra la magnifica chitarra, quasi come se ce l'aspettassimo, al momento giusto, che ridisegna quel riff carico di energia ed emozione. Stavolta però l'emozione non può che essere maggiore: ad accompagnare il riff abbiamo anche il growl di Jacobsson. Tutto ciò non era che un preludio e, con l'inizio di un blast beat molto cupo ma non fuori luogo, ecco che siamo catapultati nel coro in perfetto stile Draconian: costruito sulla melodia del riff principale di chitarra, questo sarà l'apoteosi della tecnica, praticamente centrale nel Gothic Metal, chiamata semplicemente "Beauty & the beast". La voce cristallina di Lisa Johansson s'intreccia infatti al growl gutturale e sporco di Jacobson (l'effetto "la bella e la bestia", appunto). Il potenziale emotivo sprigionato dalla chitarra di Ericson esplode qui grazie alle voci che s'intrecciano alle sei corde, creando un connubio perfetto e formando quello che è forse uno dei brani più memorabili ed incisivi dei Draconian. In questo preciso frangente sentiremo quasi palpabili la malinconia ed il rimorso che ci assalgono, fra le parole semplici, ma forti, pronunciate dai due cantanti. Tutto finisce, subentra di nuovo il basso, la chitarra soffusa e bassa, dal suono acuto che le conferisce un aspetto macabro. Sembra non sia successo niente. Siamo quasi a metà del brano ed ecco che riascoltiamo la voce pulita di Jacobson, in grado ora di trasmetterci tristezza, di parlare con la morte, mentre nel sottofondo ascoltiamo emergere un violino (che però questa volta non è reale, ma riprodotto al sintetizzatore grazie ad Andreas Karlsson, che qui compie un ottimo lavoro). Da qui in avanti i Draconian cambiano registro ed ecco che, con una chitarra che cresce sempre più d'intensità, questi ci dimostrano di non aver mai smesso di amare le loro radici riconducibili al metal più malvagio, creando una parte del brano che cita quelle loro sperimentazioni iniziali, di quando ancora si muovevano in ambienti più "raw" e meno ricercati. Supportato da una forte chitarra Death/Doom e da una tastiera che ricorda molto da vicino i lavori iniziali della band, Jacobson continua a cacciare fuori la sua rabbia ed il suo rimorso, continuando sempre a portare le veci di Satana. Una rabbia cieca, furiosa e distruttiva. Una rabbia esplosiva che lo porterà, infine, ancora una volta a quella melodia del coro, cantato un'ultima volta prima della conclusione del brano. Le voci, le chitarre e le tastiere: tutto collabora per la musica come un solo organismo perfetto. Ad un certo punto la voce di Jacobson ci lascerà ed avremo solo la bellezza della voce di Lisa ad accompagnarci fino alla fine del coro, dopo il quale non ci rimarrà che una tastiera che ci condurrà alla definitiva fine del brano. Questa musica è integrata (poiché parte integrante di essa) da un testo ostico, di difficile interpretazione e che metterà a dura prova le vostre capacità linguistiche per la profonda ricerca di termini quanto mai adeguati. La scrittura sarà quasi perfetta, ma invece interpretarlo, come già detto, sarà un'impresa tutt'altro che facile. Ad un primo impatto potrebbe sembrare un classico testo dei Draconian, nel quale si descrive uno stato di tristezza ed oppressione, probabilmente niente di più rispetto a qualunque altra cosa si possa trovare nel panorama Gothic mondiale. Il testo sembra parlare abbastanza vagamente di giorni che vanno sprecati, dimenticati come gocce in un mare grigio e morto. Solo ad un certo punto cominceremo a cogliere, anche qui, il concept che regge tutto l'album ed intravediamo dunque le parole dell'angelo caduto, ormai consegnato alle fiamme. Egli ci descriverà la crudeltà di dio proprio come nei testi sacri viene descritta. Vene a mancare totalmente, invece, la sua magnificenza. Della misericordia, poi, nemmeno una traccia. E' proprio Lucifero a comunicarci il fatto che non esiste nulla che sia crudele quanto dio, se non dio stesso. Il testo rimane criptico, è difficile inquadrare il momento, ma capiamo che tutto questo brano è come se fosse un lamento nella mente di Lucifero, il quale dice di avere l'anima imprigionata e di essere come rapito. "ed io vedo la bellezza morire" sono le ultime parole, prima che torni il coro per poi finire il brano: qui, soffermandosi sulla figura centrale del disco, ci si potrebbe riflettere tanto ed immaginare a lungo gli orribili pensieri (orribili seppur sensati) che affollavano la mente dell'angelo durante la sua cacciata dal paradiso, proprio a causa della sua voglia di essere indipendente in tutto e per tutto. Ogni brano ha quindi qualcosa da raccontare, tutto ha uno scopo ben preciso: nulla è inserito nel disco a caso e tutto compie il suo compito esattamente come deve, anche se a volte il compito di un determinato brano può essere meno intuibile.

The Apostasy Canticle

Non è il caso del brano successivo, "The Apostasy Canticle (Il Cantico dell'apostasia)il cui compito traspare quasi subito evidente e senza mezzi termini: questa è la canzone più malvagia, oscura ed arrabbiata dell'intero platter. Se il disco è incentrato su Lucifero e sugli antri più oscuri della sua mente, questo brano allora è stato scritto direttamente dalla più nera incarnazione della sua furia demoniaca: la sua rabbia più marcia qui sfocia in un connubio di emozioni forti e, per la prima volta, puntanti in una sola direzione senza mai essere in contrasto. Odio puro. Ancora una volta il brano esordisce, con Ericson come protagonista indiscusso, con la chitarra elettrica dal sound ancora malinconico. Un'ascia che crea un riff semplice e probabilmente neanche troppo originale, ma suonato alla perfezione; il quale, insieme al suono del vento, crea un' atmosfera cupa e decadente. Solo qualche secondo e la musica esplode con l'entrata di una seconda chitarra molto più potente, coadiuvata dalla batteria. Continua in sottofondo a soffiare il vento, così da creare un effetto molto particolare e fuori dal comune. Man mano che si procede nella lunga intro il riff cambierà più volte, così come tutta l'atmosfera intorno a sé, sorretta da un incredibile lavoro al sintetizzatore di Karlsson. Senza alcun preavviso entra, cupo, il growl di Jacobsson, esprimendo parole cariche d'odio; mentre il riff, dal canto suo, continua la sua impercettibile ma repentina metamorfosi. Il sintetizzatore dai toni epici e decadenti, estremamente gotico, sarà in questo brano una colonna portante, ascoltabile per quasi tutta la durata. La prima strofa termina, per un po' il riff si ripete quasi senza che l'ascoltatore se ne accorga: entra un pianoforte dal suono cristallino, poi torna la voce di Jacobsson, ma stavolta ancor più cavernosa e sporca, ed il tutto per pronunciare una singola frase che termina con uno scream dal suono grattatissimo.  Un breve stacco di chitarra c'introduce ad una nuova fase del brano che mostra il lato dei Draconian più incline verso influenze Death. Riff veloce, voce sempre più oscura ed arrabbiata, batteria martellante ed incessante. Siamo a metà del brano e la chitarra rallenta, compaiono appena udibili delle tastiere in sottofondo ed ora c'è un accenno di melodia nonostante i potenti stacchi eseguiti dalla chitarra e dal basso. La voce di Jacobsson, in questo breve frangente, tornerà ad una recitazione fredda e malinconica. Il tutto sembra durare poco, poi la distruzione riprende proprio come prima, ed il tutto si ripete incessante come incastrato in un circolo vizioso. Le strofe sembrano essere un tutt'uno dinnanzi al potente incedere del brano, saranno distinte solo dall'improvviso ingresso di un violentissimo blast beat mentre la voce di Jacobsson degenererà sempre più spostandosi, in ogni parola pronunciata, da un growl cupo e tetro ad uno scream malato, cattivo e marcio. La batteria ci accompagna possente mentre tutto tace, Jacobsson recita ancora una volta, citando ora letteralmente Lucifero, adesso citando versi da "Il paradiso perduto" di John Milton (poema nel quale abbiamo lo stesso protagonista di questo disco). Con un finale dalle sfumature che tendono al malinconico ed all'oscuro, basato sul riff iniziale poi seguito da un assolo e da un sintetizzatore cupo più che mai, si chiude quindi questo brano. In questo pezzo ci viene descritto esattamente ciò che leggiamo nel titolo: un'apostasia. Un vero e proprio rinnegamento da parte di Lucifero di ogni credo impostogli. Ora nulla più è verità, dio è un falso e viene qui paragonato ad un tiranno il quale priva le sue creature della libertà, libertà che non hanno mai avuto realmente. Dio, che tiene ciechi i suoi servitori e li "costringe a bere il Suo sangue", riceve qui l'odio dell'angelo caduto e perduto nel suo astio e nella rabbia del dover vedere passivamente tutta la crudeltà di questo essere che costringe tutti a questa finta realtà, a questa farsa, mentre lui è l'unico in grado di percepire il tutto. Una breve strofa che ci viene presentata dall'intestazione "la voce delle anime oscure" ci introduce a quella che sembra essere un'adorazione a Lucifero, colui la cui luce ci guida nell'oscurità e senza il quale tutti sarebbero annichiliti, ponendo sé stessi e le loro vite totalmente in mano ad un dio meno benevolo di quanto non voglia sembrare. Lucifero non vuole porsi come un altro "dio", egli soffre e si tormenta fra il ricordo del passato perduto e le prospettive oscure del futuro, seppur le uniche veritiere. La verità non può che nuocergli, infondo colui contro il quale s'è messo contro è dio in persona. Ma egli non può e non vuole tirarsi indietro dinnanzi a ciò che vede: viene portato avanti da una sanguinante speranza, pulsante in un cuore straziato. 

Expostulation

"Expostulation (Rimostranza) è solo un breve interludio fra due brani, posto esattamente al centro del disco: musicalmente non ha molto da offrire, se non un tamburo con un forte riverbero e un'atmosfera molto immergente, che farà da contorno ad un monologo di Lucifero, qui vero protagonista indiscusso. Avendo subito un torto egli vuole vendetta, ed è deciso a riceverla. Vuole che chiunque sappia la verità. Egli, l'angelo più glorioso mai esistito, non è disposto a chinarsi dinnanzi al cospetto del dio suo creatore, vedendo in lui il "padre della menzogna". Lucifero ci dice quindi della sua decisione definitiva, quella di non servire più il suo dio, allontanarsi da lui, anche se ciò non può che portarlo ad essere considerato come l'essenza peccaminosa della sedizione. Egli non ha ora altro scopo che diffondere la conoscenza affinché essa trionfi, così che un giorno egli possa come il salvatore, quello reale, e tutti vedranno dio per quel che è, ovvero un essere coronato di menzogna. Lucifero ha ormai fatto la sua scelta: una scelta ben ponderata e della quale non vuole pentirsi.

Heaven Laid In Tears (Angel's Lament)

"Heaven Laid In Tears (Angel's Lament) - Il paradiso mentì in lacrime  (Lamento dell'angelo)ci parla di un paradiso ora quasi lontano; distante ed irraggiungibile, non più visto con un certo rimorso come si è avvertito in alcuni dei brani precedenti, ma con un occhio totalmente sprezzante. Il brano si apre con un sintetizzatore a dominare la scena, unito ad una batteria che aiuta a creare l'atmosfera rarefatta di questo brano. Due rapidi colpi di chitarra ed entra, soffusa ed eterea, la voce di Lisa Johansson che ci narra ancora i pensieri di Lucifero, oramai distante da tutto ciò che è il regno di dio. La voce sempre limpida di Lisa è accompagnata dalla chitarra di Ericsson che ora è particolarmente morbida, così da lasciar ancor più spazio all'atmosfera. La chitarra esplode in tutta la sua potenza con un riff ipnotico e lento, in pieno stile Doom-Death Metal, mentre la voce cruda di Jacobsson stride; dopodiché, un blast beat s'introduce con forza in un tutto che continua a risultare armonico e che adesso è accompagnato dal sintetizzatore di Karlsson, che torna a simulare un violino. Tutta questa follia cessa d'un sol colpo e l'atmosfera torna esattamente quella eterea di prima, approdando su lidi più gotici. Ovviamente, ciò non è duraturo ed esplode ancora la follia: queste brevi strofe alternate, tipiche dello stile dei Draconian, conferiscono particolari contrasti al brano così da renderlo ancor più incisivo. Il riff di Ericson diventa melodico, seppur ancora dal suono sporco, e una lunga strofa cantata solo dalla voce femminile ci accompagnerà verso la seconda metà del brano. Mentre la chitarra procede ritta nel proprio cammino, sentiamo riecheggiare una melodia al pianoforte sempre più complessa, che si farà strada anche attraverso una frase parlata di Jacobsson. Con un crescendo di chitarra la situazione "degenera", e col pianoforte che continua incessante per il suo cammino, il brano si volge al Death Doom più violento con un growl straziato ed acuto quasi da sembrare uno scream. Si ripeterà il coro iniziale con la voce di Lisa, ma stavolta con una pesante chitarra a supportarlo, poi il growl di Jacobsson ci canterà la conclusione di questo concentrato di disprezzo. La chitarra ed il pianoforte (delicato come pochi) continueranno a suonare fino a svanire nel nulla. La rabbia e l'odio puro riversati in questo brano raggiungono notevoli vette e, nonostante la furia di alcuni momenti, tale odio è ben visibile soprattutto in una frase pronunciata dall'angelica voce di Lisa Johansson "Guarda i cieli, son pieni di menzogne.. travestite". Qui il rancore lo si sente forte, è palpabile. Questo brano altro non è che la messa in versi dello stato mentale di Lucifero (umanizzato benissimo, dato che chiunque ci si potrebbe rispecchiare molto facilmente), unico conoscitore di una reale verità, rinnegato e ripudiato da chiunque solo per il semplice fatto di non poter negare tale verità. L'ingiusta fine che ha fatto lo porta al desiderio di vendetta, seppur impossibile; egli si trova solo, contemplando quel che un tempo era suo, e lo fa con disgusto. Odia dio e tutti coloro che sono dalla sua parte, nessuno riesce a vedere ciò che egli vede, e questo gli provoca grande rabbia. Sta ripensando a tutta la vita che ha passato: egli, per amore di dio, s'è bagnato del sangue, ha ucciso il suo stesso onore pur di difendere quello del "padrone", ha lodato ed adorato il suo nome. Ora rivede tutta la falsità di ciò, e realizza che dio gli deve la vita. Perché se non fosse per i suoi servigi, non avrebbe mai potuto vantarsi d'essere l'entità onnipotente che è. 

The Abhorrent Rays

"The Abhorrent Rayssi apre con le chitarre di Ericson che marciano ad un ritmo abbastanza svelto, e sostenuto da dei colpi di piatti della batteria. Le chitarre, vera colonna portante del disco, sono state fino a questo punto in grado di reggere bene l'assenza del violino, tenendo testa al difficile compito di non dover mai lasciare che se ne sentisse la mancanza; ed anche qui, le asce risultano essere di ottima qualità, in grado di trasportarci attraverso mondi ipnotici. L'intro terminerà con l'ormai tipico ruggito cupo di Jacobsson che dopo un altro riff ci introdurrà ad una strofa sostenuta sempre dal semplice riff di chitarra. Ad esattamente un minuto di canzone il ritmo viene immediatamente spezzato, pochi versi ci son cantati in un clima più pacato e sorretto dal sintetizzatore, poi in un istante la chitarra introduce una graffiante melodia; ed in un altro singolo istante, essa svanisce. Torna una chitarra semplice ad accompagnare il tutto, ed il brano continua incessantemente il ruggire delle parole di Satana, interpretato dalla superba voce di Jacobsson. Dopo tutto ciò saranno passati soltanto due minuti dall'inizio della canzone quando avremo un altro calo improvviso del ritmo: stavolta entra il basso a dominare la scena, con le sue corde. Compare anche una chitarra, ed il riff procede sempre più potente finché non ascolteremo ancora la voce di Jacobsson. Con l'atmosfera che cresce e la batteria che scandisce il sempre più persistente incedere del brano, è sicuramente da fare un plauso a Karlson per come egli riesce in alcuni punti a creare suoni ed atmosfere col suo sintetizzatore. Davvero note bellissime, oppure realmente inquietanti, in un'alternanza magistrale. La voce di Lisa Johansson scandirà l'avvicinarsi della fine del brano, mentre il riff procede incessante per il suo percorso. Probabilmente questo è uno dei testi meno ispirati dell'album, definibile quasi come "inutile" all'interno del concept, dato che il pensiero dell'angelo caduto qui non viene praticamente mai approfondito se non in un solo punto, dato che la sua storia prosegue. Lucifero si ritrova quindi a contemplare il mondo senza speranza, superficiale ed ipocrita che lo circonda, ed al quale egli apparteneva. Un mondo che ora il Nostro ha deciso di non servire più e di rinnegare. Si ritrova quasi ad avere un dialogo col sole (che è più un monologo, dato che non c'è mai alcuna risposta da parte di quest'ultimo), desidera che esso non sorga mai più. Lucifero sembra qui stanco, senza forze e senza alcuna voglia di continuare la sua lotta: sembra si pianga addosso, ed i suoi discorsi non sono che vaneggiamenti di qualcuno che non riesce ad accettare il suo stato. Ci dice che è stato costretto al mondo terrestre, fra l'umanità, umanizzato anch'egli perché deve essere lontano dal mondo di dio. Ci dice che soffre, che piange nonostante nessuno mai abbia visto il suo pianto e nessuno sia in grado di ascoltarlo, che un dio buono non sarebbe stato così malvagio da condannare una sua creatura per proteggere la sua falsità. Egli è solo, stanco e senza scopo; ciò, ovviamente, lo spaventa. Questo brano, nel complesso, sembra essere l'unico che è leggermente un gradino sotto rispetto al resto (nonostante sia di ottima qualità).

The Everlasting Scar

Anche questo "The Everlasting Scar (La Cicatrice Eterna)si apre con una melodia di chitarra; l'intro è però qui molto potente, rispetto ad altre situazioni già ascoltate. Non appena entra il growl di Jacobsson, lo stentiamo sin da subito perfettamente inserito nell'atmosfera, e l'effetto eco sulla voce non fa altro che aiutare questa sensazione venuta a crearsi. Quella scandita da una voce che ci giunge realmente da un luogo lontano e desolato. "Can you touch my soul" è il sussurro alla fine della prima strofa, dove la musica si ferma quasi del tutto per un istante;  proprio in quell'istante rimarrà soltanto un synth a creare un particolare effetto, vagamente simile ad un organo, poi ecco ritornare la batteria con uno stacco. Infine, tutta la strumentazione esplode all'ingresso della voce di Lisa Johansson, che ci canta il coro con la sua voce dal timbro memorabile e dalla tecnica perfetta. La melodia del coro è, come sempre in questi primi Draconian, di qualità eccellente e carica di emozioni. Il coro è diviso in due, nella seconda parte la chitarra assumerà un tono più melanconico e melodico e qui la voce di Lisa sarà sostituita da quella in growl di Jacobsson. Un ulteriore silenzio inaspettato sancirà la fine del coro, la chitarra riaprirà il brano con un riff melodico che è descrivibile come un vortice di emozioni: sembra quasi che dopo tutto ciò che è successo fino ad ora, con questo riff, si dirompa nel pianto. Ed è proprio questo che le chitarre vogliono farci intendere, interpretando magistralmente il tutto. Scream inumani di Jacobson si elevano con una furia disperata mentre la chitarra continua il suo percorso ed il rullante batte incessante, diventando quasi un tormento per la nostra mente ormai esausta, proprio come la mente distrutta e delirante di Lucifero, oramai in disgrazia. Riascoltare la voce di Lisa Johansson è quasi come ricevere una carezza, avere un momento di quiete per la nostra mente, dopo aver passato troppo tempo immersi nella crudeltà: la sua voce armoniosa si andrà a fondere ad un cantato pulito di sottofondo di Anders Jacobsson, che saprà a sua volta dare la giusta profondità a quella melodia ed anche una nota di amarezza ulteriore. Mentre la chitarra rallenta impercettibilmente, riavremo il growl che ci accompagnerà quindi verso la conclusione, affidata alle miracolose mani di Ericson e Karlsson, anche qui in grado di mostrare il loro talento come musicisti. Tutto questo brano non è che un preludio della grande fine che sta per giungere, un piccolo assaggio della morte incombente. L'angelo caduto qui è perso; si trova in estrema sofferenza ed il mondo non può far altro che causargli dolore. Da lontano egli distingue una figura, non è dato sapere quale, e gli chiede se essa può toccargli l'anima. Lucifero dice d'essere ossessionato da questa figura, dice di desiderarla. Esso è venuto da lontano e si muove come un viandante silenzioso. Nella terza strofa questa figura ignota riceve un'identità: assistiamo qui a quello che si potrebbe forse considerare uno scambio di battute. "Io son la vita che imparò a morire" dice il primo verso, Lucifero dice di non aver voce e di averla persa. Costui dice di essere la lacrima che rompe la paura, quindi Lucifero ce ne svela l'identità, ormai chiara; egli si trova ormai di fronte ad un bivio: non può tornare nel regno dei cieli dove c'è l'esistenza di menzogna del falso dio, ma non può restare su quella terra fra inutili esseri umani. Si rivolge quindi alla morte e parla con essa, quasi come se fosse una persona a lui affine. Tale peso è diventato insopportabile tanto che l'angelo è disposto ora a tutto, arrivando a chiedere aiuto addirittura al silenzioso mietitore che cammina nell'ombra ed è rivestito delle voci perdute nel tempo. Lucifero non sa neanche se sia possibile una cosa del genere, ma disperato ci prova, e non fa nient'altro che chiedere alla morte di toccare la sua anima, prenderla, guarirla. Ciò, come già detto, è solo un magnifico preludio alla straordinaria conclusione del disco. 

Death Come Near Me

"Death Come Near Me (Morte vienimi accanto)", brano ripreso dai lunghi anni delle demo e risuonato per l'occasione, stavolta con una produzione ed un sound perfetti. Probabilmente ci troviamo dinnanzi  all'apoteosi del lavoro, dinnanzi alla più degna ed encomiabile conclusione di un album come questo. Musicalmente e concettualmente, il disco è ripercorso praticamente in lungo ed in largo, con una maestria unica, ancora una volta dimostrata dalla band. Una band in grado di commuovere e colpire sin dalle primissime note, com'è presto dimostrato. Lucifero è abbandonato a sé stesso: solo, odiato, diffamato e rigettato dalla stessa esistenza, all'ombra di un falso dio d'odio e d'ipocrisia, che non vuole altro che innalzarsi al di sopra delle sue creature, usandole come servi. L'odio ed il rancore covati nell'anima di Lucifero crebbero sempre più mentre fu rigettato, scacciato via dalla presenza divina ed esiliato nel mondo umano. Quei sentimenti così negativi erano in contrasto con la sua parte razionale, che altro non voleva se non mostrare a tutti la verità sul dio che credevano benevolo. Egli non era un dio buono, non era neanche un dio e non aveva alcun senso innalzarlo e servirlo, se non accrescere la sua tirannia. I sentimenti dell'angelo decaduto l'hanno schiacciato fino al punto da sovrastare ogni parte razionale in sé, ma mai tanto da fargli piegare le ginocchia dinnanzi a dio e dunque di farlo tornare indietro, così da invocare la pietà. Qui assistiamo a ciò che Lucifero dice quindi alla Morte, interpellata nel testo precedente, ripercorrendo in poche parole tutta la sua esistenza insensatamente immortale. Udiamo un suono in lontananza, non ben distinto, di uno strumento a fiato disperso nel vento; che sia, forse, proprio la voce della morte? Con estrema lentezza s'innalza il suono di una chitarra pizzicata. Il flauto ci accompagna lentamente nella più totale desolazione dell'anima di Lucifero, la chitarra esplode. La bellissima e fredda voce di Jacobsson, quasi in tono di confessione, pronuncia una sola frase che anticipa quel che sarà il motivetto più bello del disco, per molti della loro intera discografia se non del Gothic/Doom Death in generale. La voce di Lisa Johansson canta il coro superbamente, con la sua voce carica d'emotività e la chitarra che scandisce ogni sillaba. La decadenza perfetta in ogni nota, ogni singolo suono che ci viene offerto è qualcosa di raramente udibile e l'ascoltatore è ormai già rapito ed immerso nel brano, senza più alcuna facoltà di tornare indietro. Ritorna il growl di Jacobsson e un'eco sembra avvolgere tutta l'atmosfera. La melodia si ripete, sembra perfetta in ogni suo aspetto. Il flauto descrive la morte che ci circonda, con abile maestria, aumentando un forte senso d'alienazione. Al minto 6 il brano sta appena iniziando con un intermezzo in growl potente ed estremamente doom, carico di disperazione. Il pezzo subisce quindi un drastico rallentamento e torniamo all'atmosfera iniziale: vento, flauto ed una chitarra appena udibile. La voce di Jacobsson recita perfettamente, quindi una chitarra malinconica ci culla via soltanto per un breve minuto, per poi ripresentarci la crudele realtà. La voce è disperata, la musica è lenta e la morte è prossima, nonché l'unica via di salvezza. Tutto è buio. La voce di femminile è quasi angelica e si accosta con estrema eleganza a tale scenario di morte. Quella melodia meravigliosa sembra ormai intrinseca alla morte stessa, ch'è davanti a Lucifero. Si ripete ancora, più e più volte, e non possiamo ribellarci. Il pianoforte suonato da Karlsson è di una bellezza sconcertante e a 12 minuti ci introduce alla fase finale e più melodica del brano. Le due voci (entrambe pulite) cantano insieme la parte finale, unendosi in un duetto bellissimo, che esplode in un assolo lento ma carico d'energia. Il tutto si sta avviando alla conclusione e diventa sempre più oscuro, mentre l'unica luce è la voce armoniosa di Lisa Johansson che si fa spazio fra le chitarre martellanti ed i blast beat: non appena ella finirà di cantare, la musica svanirà lentamente. Lucifero implora la morte di abbracciarlo, di toccargli l'anima e liberarlo da ogni cosa. Il suo tormento illimitato deve cessare. Sulla frase finale, l'angelo caduto, chiede alla morte di donargli la vita.

Conclusione

La storia termina qui, non ci è dato sapere come continuò la rovinosa esistenza di quell'animo tormentato e sapiente al tempo stesso. Una storia dalle mille sfaccettature, che sembra riprendere un tema molto caro ad un certo tipo di poesia e letteratura: la profonda tristezza che il sapere sembra destare, in chiunque ne possegga "troppo". Quando squarci il "velo di Maya", dopo tutto, quel che appare è una cruda quanto asettica realtà. Una realtà che, proprio come fu per Lucifero, può essere dolorosa. Gli alleluia ed i cori giubilanti, la luce eterna, il paesaggio etereo.. tutte menzogne distrutte dal raggiungimento di una consapevolezza: essere schiavi di Dio, e quindi non realmente felici. Come se tutti fossero stati sotto l'effetto di una potente droga, dal quale solo lui è riuscito a liberarsi. Con un concept così, non potevamo dunque non incappare in un'opera di rara bellezza musicale. Da molti, ed a ragione, questo è definito il capolavoro dei Draconian. Una cosa è certa: i Nostri,a fare un grosso passo avanti, ci hanno provato e in parte ci sono riusciti anche molto bene. La decisione di distaccarsi leggermente dal Gothic per abbracciare lidi più tendenti al Doom/Death è stata senza dubbio coraggiosa, ed il disco fu molto apprezzato all'epoca (anche più del predecessore) proprio per questa voglia di osare. Uno slancio che ha sicuramente ripagato gli svesesi, portandoli in auge fra le migliori band del Doom/Death del nuovo millennio. Raramente, al giorno d'oggi, si possono ascoltare brani così "forti" emotivamente parlando, e così vari dal punto di vista compositivo. Basti pensare a brani come "Daylight Misery" o "Heaven Laid In Tears", che già solo al primo ascolto si stagliano praticamente in loop nella nostra mente, tormentandoci senza comunque mai annoiarci, anzi. Brani da ascoltare all'infinito, come rapiti dalle atmosfere che riescono ad instaurare. Come dimenticare, poi, le estremamente malinconiche "A Scenary Of Loss" e "The Apostasy Cancicle", tremendamente rabbiose, che ci presenteranno una caduta dall'alto dei cieli nella quale chiunque riuscirebbe a rivedersi: le emozioni di Lucifero sono belle da vivere, forti ed intense, ed è forse questo il punto di forza del disco. Quelle emozioni sono così umane e vicine a noi stessi, che ogni singolo brano trattante di determinate tematiche "lontane" e "divine" riesce invece a renderci partecipi, facendoci in qualche modo ricordare di quando anche noi eravamo nelle medesime condizioni. Un'enorme metafora sulle delusioni umane.  Con tutti questi elementi a dominare, il disco è difficile da descrivere nel complesso, tanto risulta vario e ben fatto; e forse, come già detto, il complesso di quest'album è perfettamente descritto dal brano di chiusura "Death Come Near Me", da molti considerato capolavoro assoluto nel Death Doom d'ogni tempo. Ed effettivamente, è difficile definire in altro modo un brano lungo quindici minuti e che sembra durarne tre, per quanto riesce a trasportarci ed emozionare. Rispetto all'album precedente si nota una notevole maturazione: c'è la presenza di un concept forte e i brani seguono tutti una stessa scia di suono, rendendo il tutto più compatto ed omogeneo, a differenza di "Where Lovers Mourn" dove il tutto sembrava estremamente più "colorato" e lievemente dispersivo. Nonostante ciò non si vede propriamente un netto miglioramento: seppur la band abbia raggiunto effettivamente la qualità del precedente disco, non è riuscita a superarlo se non di un minimo. Ovviamente, questo "Arcane Rain Fell" resta uno dei dischi più belli ascoltabili oggi nel panorama Doom/Death, e che mai nessuno dovrebbe perdersi. Un lavoro il quale avrebbe decretato un discreto successo commerciale e l'inizio di una breve pausa compositiva per i Draconian, i quali sarebbero tornati comunque un anno dopo.

1) A Scenary Of Loss
2) Daylight Misery
3) The Apostasy Canticle
4) Expostulation
5) Heaven Laid In Tears (Angel's Lament)
6) The Abhorrent Rays
7) The Everlasting Scar
8) Death Come Near Me
9) Conclusione
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