DRACONIAN

A Rose for the Apocalypse

2011 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
06/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La "Napalm Records", nel 2008, si rende conto di aver fatto un vero e proprio affare prendendo con sé i Draconian: in quell'anno, infatti, la suddetta band rilascia un disco che, seppur controverso e molto criticato sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori, registra comunque delle vendite altissime permettendo al gruppo di entrare in quel preciso istante e per la prima volta per in quello che possiamo considerare il panorama / Olimpo più mainstream. Avevamo avuto modo di constatare, nei precedenti articoli, un fatto fondamentale: dopo i primi due dischi riconosciuti universalmente come album capolavori nell'ambito del Doom Death Metal e del Gothic Metal, i Nostri (da sempre tormentati da infiniti cambi di formazione) riescono a trovare quella che sembra una pace prospera e duratura, producendo così altri due dischi: l'uno criticato per essere troppo ancorato al passato, l'altro (paradossalmente!) per essere troppo distaccato dal suddetto e sopracitato passato. C'è da constatare, per dovere di cronaca, il fatto che negli anni contemporanei e successivi a quei due lavori poche volte le critiche contro questi ultimi ("The Burning Halo" e "Turning Season Within") pareva avessero senso, riducendosi invece a semplice rabbia contro i Draconian per non aver eguagliato i livelli di genialità dei primi due dischi. Mentre "The Burning Halo" tentava di aggrapparsi compilando una summa di tutto quel che erano stati i Draconian fino a quel punto, così da riassumere e concentrare tutto in un solo disco (di qualità quasi pari ai dischi precedenti, anche perché i brani furono scritti nello stesso periodo, "Turning Season Within" invece cambiò marcia; tentando di porsi come un passo avanti pregno di quell'ecletticità che da sempre contraddistingueva (e contraddistingue) la band. Il gruppo infatti è noto fin dalla propria nascita per la voglia di sperimentare, per le numerose idee messe ogni volta in gioco, sempre diverse, nonché per le continue mini-rivoluzioni compiute all'interno della propria proposta musicale: e Turning Season Within è questo quel che si proponeva, ovvero mostrare la volontà della band di compiere un passo ulteriore, di riuscire nel tentativo di presentare al pubblico un qualcosa di diverso. Peccato però che il tutto non sia stato condotto nel migliore dei modi e che agli occhi di molti (ai miei compresi, purtroppo) questo disco risulti essere più un passo indietro che un passo in avanti. I brani risultano assai alleggeriti, quasi standardizzati, e tutti si somigliano, avendo la stessa struttura, gli stessi riff; con l'aggravante, di quando in quando, di citare appena il passato del gruppo in maniera quasi insulsa. Il loro approccio più "easy" non piacque ovviamente a molti dei vecchi fan che di loro apprezzavano quella vena creativa che andava sempre ad aggiungere qualcosa, complicando (nel senso buono del termine) il discorso musicale e non andando a togliere tantissimi elementi quasi fondamentali, tipici del passato. Dobbiamo quindi dire, anche se non fu uno dei migliori, che "Turning.." risultò comunque un disco piacevole da ascoltare, spopolando moltissimo fra chi la band non la conosceva. Ed è proprio con questo disco che il gruppo acquista molta fama in tutta l'Europa e non solo: inutile dire che la "Napalm Records" fiutò subito l'occasione e sin da subito diede al gruppo il via libera per un nuovo disco. E carta bianca fu: i Nostri avrebbero potuto realizzare qualunque cosa avessero voluto. La band però decise di prendersi una breve pausa di un anno, così da assimilare per bene le critiche e da poter imparare dai propri errori. Giunti nel 2011, i Draconian si ritrovarono a lavorare su di un nuovo progetto. Cosa che sembra quasi una banalità mentre invece non lo è per nulla: durante questi anni non ci sono stati cambi di formazione di alcun tipo, quindi ciò che sentite ora in questo album è da considerarsi come la naturale evoluzione dei Draconian ascoltati nel 2008. Un nuovo lavoro che porta la band ad immaginare un nuovo concept. Fra i punti deboli del disco precedente, cosa assolutamente mai accaduta in precedenza, spiccavano i testi: noiosi, ripetitivi e banali fino alla nausea. I Draconian sanno bene che quel che loro sanno fare è creare cupe atmosfere dove a regnare sono morte, dolore e malinconia. L'idea è quindi di trasformare tutti quei profondi stati d'angoscia in reali visioni del mondo, un mondo distrutto da un'apocalisse dell'animaridotta in frantumi, la cui detonazione ha causato e causa morte. Tutto il mondo descritto, apocalittico in ogni aspetto, altro non è che uno stato mentale, decine di stati mentali che tutti insieme vanno a formare quell'apocalisse la cui conclusione è una fine totale di ogni cosa. Un nuovo lavoro, questo "A Rose For The Apocalypse", che porta la band a non voler abbandonare quell'atteggiamento easy dei brani, riscontrabile soprattutto nelle strutture delle canzoni stesse, ma che al tempo stesso presenta anche la volontà di creare qualcosa di più complesso e che possa ben esprimere tutte le idee che sono sorte, senza però andare a perdere quell'impatto per così dire immediato. Intenzioni non semplici che hanno portato ad una trafila lunga e faticosa, con la band che rimase ferma nella lavorazione di questo disco per ben due anni continui. Inutile dire, parlando a posteriori e tenendo bene a mente quanto successo in precedenza, che ci sarebbe comunque stata una netta divisione fra chi amava e chi odiava quest'album, ed il fatto che i Draconian non avessero scelto né di proseguire per la via di "Turning Season Within" né di tornare sui vecchi passi non fece che aumentare critiche e divisioni. Anche se, una vecchia regola non scritta, prevede che ogni scelta venga sempre criticata; quindi, l'unica cosa da fare è passare direttamente all'ascolto dell'album.

The Drowning Age

Un breve suono crescente, sempre più inquietante, ci introduce all'ascolto di "The Drowning Age (L'era Dell'Annegamento)" che subito parte trasmettendo una forte carica. Un growl rabbioso e cupissimo di Jacobsson ci immerge definitivamente nell'atmosfera distorta del brano, con quest'ultimo subitamente caratterizzato da un riff di chitarra semplice e melodico, che trascina con sé tutto l'ensemble musicale. L'impatto di questa intro è forte, tanto da rimanerci spiazzati. Tutto sembra fermarsi d'improvviso ed una melodia malinconica si formerà lentamente, accompagnata dalla batteria che, da sola, continua incessante la sua marcia senza rallentare. Ancora il growl di Jacobsson, e veniamo successivamente catapultati in un vortice violento ed inquieto. Un semplice riff di chitarra molto pesante, in tipico stile Doom Death Metal, ci si para davanti ricamando la prima strofa. Un oscuro scenario di desolazione viene descritto dal growl forse troppo piatto di Jacobsson, uno scenario governato dalla morte imperversante su ogni cosa. Il sangue fluisce sterile, oscurità nelle viscere della terra, chimere che bruciano e che fanno parte di quest'era scolorita. Tutto è grigio e plumbeo, non ci sono colori. Ogni cosa intorno a noi, ogni scenario, ogni situazione.. tutto appassisce melanconicamente, tristemente, inesorabilmente. Come un malessere che avanzando divora ogni cosa gli si paia davanti, riducendo il tutto alla sterilità più totale. Niente in cui sperare, niente in cui credere. Dopo questa strofa il cupo riff di chitarra si prenderà una tregua e se ne udirà un altro di più ampio respiro, che accompagnerà la più luminosa voce di Lisa Johansson; la quale risulterà intenta, con la sua ugola melodiosa e cristallina, a perpetrare la descrizione della morte che la circonda con una strofa che sembra provenire da album come "Arcane Rain Fell". Tutto muore, come direbbero i Type O Negative. Tutto annega lentamente in questo vortice di morte e sorda indifferenza. Soffia un vento gelido, fischiando fra spoglie fronde e paesaggi desolati. Il triste silenzio della fine, del trapasso di questo mondo. Seguirà quindi un breve intermezzo di puro Doom in stile Draconian, con delle chitarre sullo sfondo che sembrano voler accennare vagamente a qualcosa, senza tuttavia risultare prepotenti. Di lì a poco tutto riesplode, e riavremo il growl di Jacobsson che, quasi come ad avvertirci, ci dirà della fine ormai vicina. La musica ferma la sua corsa incessante per un attimo lasciandoci nel silenzio: solo pochi istanti ed una tranquilla, ma triste chitarra verrà al nostro fianco. Sentiremo il suono di una batteria e poi ecco che l'atmosfera più eterea ed onirica ci avvolgerà immediatamente. Siamo come coperti dalla nebbia, intorpiditi, persi in quella musica che non ha quasi alcun punto di riferimento. Voci angeliche s'udranno in sottofondo, il suono della chitarra si ripete fino al divenire surreale. L'unica cosa che sembra proseguire nel tempo è la voce di Jacobsson che ora reciterà una strofa con voce pulita. La mano della morte sembra strangolare e non lasciare via di fuga: la metafora utilizzata nelle strofe precedenti non faceva che descrivere uno stato interiore ed ora la vita sembra non aver più senso. Essa è una terra arida, morta e senza più alcuna speranza. Per quale ragione dovremmo ancora illuderci di poterla mandare avanti? "Mi siedo sul vortice aspettando che il mondo cada". Un verso che sembra ricordare i Candlemass del periodo d'oro, quelli di "please, let me die in solitude..". Ormai rassegnatici al divorare incessante di questo spleen, di quests tristezza, di questa perdita d'ogni speranza, non facciamo altro che sederci sul ciglio del burrone, aspettando che tutto frani, e che la rovinosa caduta della nostra esistenza ormai ridotta in detriti ci porti via con sé. Non avremo rimpianti, né tanto meno voglia di sperare nel miracolo. Moriremo, e basta. Questa atmosfera procede indisturbata, sin quando (almeno così parrebbe) un timido riff decadente voglia formarsi sulla chitarra di Ericson. Abbiamo appena il tempo di ascoltarlo per intero che ritorna la voce di Lisa: con un tono pacato e quasi rassicurante sembra voler porgere delle scuse ad un qualcuno perduto, a quel mondo che va in rovina ed è costretto a morire dimenticato per sempre. Un commiato, un epitaffio da recitare in maniera per nulla disperata. La fine sta giungendo e lo sappiamo, sarebbe inutile piangere per un qualcosa di ormai deciso e comprovato. La voce della cantante ci accompagna verso un lento declino segnato drasticamente dall'ingresso in scena di Jacobsson. Al riff si aggiungerà una pesante chitarra elettrica e poi subentrerà anche la batteria, che esplode nella sua furia portandoci via da quella dimensione eterea. La chitarra continua per la sua strada mentre Jacobsson proclama la sua condanna contro gli dei di quel mondo, condanna che si concluderà con un'esplosione musicale che accelera sempre più. Al culmine di tutto ciò vi è la voce ora incalzante e quasi superba di Lisa, che ci canta una delle ultime strofe. Qui il dolore descritto in precedenza arriva al suo punto massimo e non fa altro che prendere forma. Esso riempie ogni spazio sotto forma di demoni che continuano ad assalire l'anima senza pietà; tutto è buio, si spegne, di luce non ne rimane. Le prime due strofe del brano si ripetono con solo una variazione nelle ultime parole di Jacobsson.

The Last Hour of Ancient Sunlight

"The Last Hour of Ancient Sunlight (L'ultima ora dell'antica luce solare)" si apre con un lento e lungo riff melodico recante con sé un certo senso di Deja-Vù, come se questo riff provenisse direttamente da vecchie memorie della band o comunque da un qualcosa di molto simile. In ogni caso sembra funzionare bene e riesce a coinvolgere nella sua semplicità, costruito principalmente su di un gioco di chitarre che s'intrecciano fra melodie incantevoli, quasi fiabesche, ed una cupa marcia nello stile più malvagio della band. Tutto si ripeterà svariate volte, fin quando vi sarà poi un'interruzione seguita da una fase dove rimarrà solo una chitarra dolce a guidare la musica: il passaggio fra queste due fasi è eseguito magistralmente, tanto che neanche ci sembra di accorgerci del cambiamento, se non fosse per l'entrata della voce di Lisa. Forse (la nostra) un po' sottotono, iniziante la sua "cantilena" dotata del solito stile ipnotico dei Draconian. Ancora una volta la band ci presenta un paesaggio abbandonato a sé stesso, governato e distrutto da un qualche dolore immenso: se non fosse per il fatto che in questa occasione il tutto risulta più palpabile. Non sembra tutto ciò esser la semplice descrizione di uno stato mentale, ma bensì la "cronistoria" di un reale scenario di desolazione. Accade dunque l'irreparabile, quel che prima risultava metaforicamente il dipinto di un'anima in pena, in questo senso arriva a risultare la descrizione accurata e perfetta di un mondo che sta ormai salutando l'ultimo raggio di luce che mai riscalderà quest'arido pianeta. Cieli grigi e plumbei addensano le loro nubi sui nostri capi, aspettando di divorare (oltre al calore e l'allegria del sole) anche ogni nostra speranza. Chi avrebbe mai la forza di sognare, perso in un paesaggio così triste e decadente? Alla fine di questa strofa, con la sua voce misteriosa, Lisa ci dirà che questa nostra terra vorace l'abbiam dovuta abbandonare, costretti. Dalle intemperie, dal destino, da un qualcosa di probabilmente scritto od avvenuto per nostra causa.. non ci è dato saperlo. Tutto quel che abbiamo in mano è la certezza di dover a tutti i costi migrare verso un posto migliore. O meno peggiore. Ritornerà il riff di chitarra iniziale che condurrà la voce di Jacobsson, il quale sembra qui interpretare, seppur col growl, il motivetto già intonato da Lisa; molto meglio e quasi più espressivamente. Un nuovo capitolo si aggiunge alla storia di morte già citata in precedenza: siamo noi ad essere macchiati di quel sangue, il sangue versato dalla nostra "madre". Genitrice che ci siam rifiutati anche di guardar morire, nascondendoci dal suo sguardo, dai suoi pensieri e da chiunque, in un impeto di preoccupante e profonda ignavia. Con dei rallentamenti decisi, scanditi anche da profondi cali di tonalità, il riff riuscirà a porre tremenda enfasi su determinate parole pronunciate da entrambi i cantanti che così si daranno, lentamente, il cambio. La voce ancora misteriosa e sempre pulitissima di Lisa Johansson scandisce solo tre versi che sembrano una condanna inflitta da noi stessi, che tacitamente e sommessamente accettiamo la condanna da parte di una natura che giustamente ci rigetta. Con la voce femminile che ci lascia, veniamo raggiunti da un rullante e da quel ben noto ed ipnotico riff; senza dimenticarci della furia di Jacobsson, il quale scatena tutta la rabbia di una chitarra che sembra salire sempre più in alto. Pochi colpi di batteria ci lasciano nel silenzio di un rumore distante: quel rumore non è che l'anticipazione di un violino che sta entrando quasi impercettibilmente. Con esso la musica esplode drammatica e cupa, ed è ora la voce disperata di Jacobsson a farla da padrone, in quest'apocalisse. Tutto è perduto e non abbiamo più niente. Né una casa né protezione. Ogni cosa è andata in malora e noi con il tutto. Un assolo semplice di chitarra delinea la musica fino a che essa non si spenga ancora, per lasciarci con la voce di Lisa accompagnata da un'atmosfera eterea, e tutto si ripete ancora. Una sfuriata sul finale ci condurrà a questa tragica conclusione dominata dal violino.

End Of The Rope

Il tema apocalittico sembra esser divenuto molto caro ai Draconian, i quali si sforzano di trasmetterlo anche attraverso la musica: quindi un riff dai toni cupi, distanti, aprirà il brano "End Of The Rope (La Fine Della Corda)". Sempre distanti udremo delle chitarre stridere, sembreranno urlare. Un istante di silenzio e poi tutto esplode intorno a quel riff ora più potente che mai. La musica cambia, sembra acquistare energia e la chitarra prende la forma d'un riff alquanto banale, perdendo parte di quell'atmosfera creata fino ad ora; quindi entra il Growl di Jacobsson. Dopo due strofe che procederanno sempre nella stessa andatura, mostrandoci un dolore persistente dovuto forse ad un rimorso, notiamo breve intermezzo nel quale la chitarra si darà ad un breve assolo però distante dai toni cupi che c'erano all'inizio del brano. Altre due strofe continueranno le precedenti, continuando a mostrare illusioni infrante e dolori nascosti. Un'apocalisse dunque di rimpianti, composta da lacrime mai sgorgate e da sorrisi mai espressi. Tutto quel che volevamo fare e mai abbiamo fatto: per ansia, angoscia, paura. Non riusciamo a trovare una spiegazione plausibile a quanto successoci, sta di fatto che il rimorso arriva a pugnalarci sfruttando il suo dardo più potente. Una saetta piantata nell'anima, che brucia ed arde, consumando poco a poco il nostro respiro, impedendoci di andare avanti. Quando tutto ciò sembra esser arrivato al culmine, quando tutto ciò pare insopportabile, ecco che siamo arrivati "alla fine della corda". Quella corda che, tirata troppo, finisce rovinosamente per spezzarsi; lasciando due capi ormai inservibili, impossibili da ricucire ed impossibili da aggiustare. Raggiunto quel punto critico, raggiunto l'ultimo punto di quel tragico segmento.. ecco che la vita presenta il conto. La nostra ultima, definitiva fermata. La musica cessa il suo costante incedere e le due chitarre ci reintroducono nell'ambiente buio e solitario già creato precedentemente dal gruppo. Quest'oblio diventa sempre più pressante ed è alleviato soltanto dalla voce dolce, ma non troppo rassicurante, di Lisa Johansson, che con le sue parole sembra descrivere la fine stessa dell'uomo, la sua morte inevitabile. Un riff in pieno stile Doom Death che richiama vagamente i My Dying Bride ci porta ancor più in basso, ancor più nell'oscurità, dove ritroviamo la voce di Jacobsson proferire le ultime parole prima che la musica ricominci per la sua strada: "Il sole tramonterà.. sul bendato", ove il bendato è appunto il cieco, l'uomo che non si è accorto di essersi ritrovato ogni giorno di più in questo stato. L'uomo che ha proseguito imperterrito nell'intenzione di tirare quella corda, arrivando sino al punto critico. Arrivando sino al capo estremo: punto di non ritorno una volta superato il quale rimaniamo in balìa dei rimorsi e di quanto di peggio ci sia al mondo. La chitarra torna ad esplodere, veloce come prima e come prima la voce di Jacobsson continuerà a porci dinnanzi visioni inquietanti. Inquietanti, esattamente come la consapevolezza di non poter far più nulla, divorati da ogni tipo di rimorso. Questa volta il suo growl sarà protagonista di una sola strofa, dopo la quale la musica subirà un immediato rallentamento facendoci udire per l'ultima volta la voce di Lisa Johansson. "Il sole tramonterà.. sul bendato". Dopo queste parole, ripetute a mo' di mantra, ci resta soltanto un pianoforte che nel suo silenzioso riverbero ci accompagna sino alla fine del brano.

Elysian Night

Un riff di chitarra semplice, molto melodico che vagamente ricorda qualcosa degli Insomnium, apre il brano "Elysian Night". Il ritmo è lento, ma incessante. Questo riff leggermente sottotono viene sostituito presto da una schitarrata violenta in stile Death di Ericson, che scendendo sempre più di tonalità incupirà tutta l'atmosfera. Tutto cessa e rimaniamo con una lieve melodia sullo sfondo ad accompagnare la voce di Lisa Johansson: quella che sembra essere una preghiera si eleva, preghiera innalzata ad un amore distante ed assente. Un amore che potrebbe riempirci il cuore di gioia ed invece è lontano, perso nella nebbia, negli anfratti più oscuri dello spazio e del tempo. Impossibile da raggiungere, anche solo da sfiorare. Per due versi la voce di Lisa diventa sovrumana, angelica, e tutto sa di quel gotico moderno molto apprezzato dagli ultimi Draconian. La musica incalzante esplode: tutto è dominato da una batteria asfissiante, dalla chitarra elettrica e da un sintetizzatore. S'innalza sempre più la voce di Jacobsson in un riff semplice e sempre più pesante che viene interrotto d'improvviso alla fine della strofa, al suo apice. Ancora siamo accompagnati dalla voce di Lisa Johansson che ripeterà la sua dolce melodia, seguita poi dalla musica oscura e trascinante che accompagnerà la voce di Jacobsson. Quella preghiera è proseguita. Una richiesta quasi disperata che si eleva in cerca di qualcuno nella notte, qualcuno che possa volare via con noi, nel silenzio. La preghiera che ti impedisca di morire e ti permetta di rimanere qui per sempre, di non andar via. Si crede dunque nel potere eternante dell'amore, inteso come sentimento in grado di sconfiggere persino la morte. Eppure, questo grande potere non può essere goduto dal protagonista del brano, il quale è in totale balìa di un destino crudele e privo di pietà. Perso, senza che nessuno lo ami o almeno lo consideri. Dopo la voce tenebrosa di Jacobsson riascoltiamo la voce di Lisa Johansson, questa volta distorta, a tal punto da risultare realmente angelica, una voce che s'innalza dalla musica. Pronuncia un solo verso, eppure la sua carica di malinconia e la forza del suo canto ci rimandano subito al primo album della band. Tutto si esaurisce e si ritorna al riff di chitarra che domina il pezzo. Dei colpi cupi di grancassa e la musica si ferma: non odiamo altro che vento. Solo dopo qualche istante entra una chitarra, solitaria e dal suono molto distorto, discordante con quanto suonato fino ad ora. Il senso di desolazione trasmesso è immenso. La voce di Jacobsson, con quell'effetto "Telephone Voice", si fa sentire bassa e pulita in tutta la sua freddezza. Quella che esprime è una consapevolezza superiore, consapevolezza dovuta all'attesa e consapevolezza del fatto che quest'attesa non possa proseguire. Insomma, non possiamo passare tutta la vita ad aspettare. Arriverà il momento in cui, forse, ci renderemo conto di non poter essere amati. Né dagli umani, né dalle bestie. Qualche parola ci viene detta dalla voce distante di Lisa ed infine, sempre con una musica vagamente offuscata, tutto culmina nella voce maligna di Jacobsson. La voce eterea e sempre più alta di Lisa ci porta ad un assolo finale della chitarra di Ericson, che imiterà la melodia che ci è stata proposta fino ad ora, dissolvendo poi in silenzio.

Deadlight

"Deadlight (Luce morta)" è uno dei migliori brani prodotti dai Draconian nella loro intera carriera, seppur breve. Si apre con una chitarra molto morbida e malinconica, subito seguita dall'ingresso della batteria, con l'atmosfera che diviene sempre più desolata. La musica esplode in un riff in perfetto stile Doom Death Metal carico di energia e malinconia, intriso di una melodia che da sola ha un grande potere evocativo. Tutto è un crescendo fino all'apice, il quale si configurerà come un crollo improvviso, un riff cupo di una chitarra distorta e pesante che s'introduce con forza, e con esso anche un growl estremamente cupo di Jacobsson. Il ritmo è rimbalzante, ossessivo, la voce claustrofobica quanto il riff di chitarra. Alla fine della prima strofa ne seguirà una che ne riprenderà la struttura; ora però si aggiunge una voce femminile, bassa e quasi impercettibile, che quasi sembra aumentare il senso di disagio avvertibile. Entrambe le voci sono perfettamente mescolate, impossibili da scindere. "Guardateci, i nostri occhi sono morti": ritorna in auge e prepotentemente il senso di apocalisse che pervade l'intero brano, mediante un collettivo che esprime con innaturale disinvoltura la propria consapevolezza, quella d'essere ridotti a pupazzi privi di sentimenti, in balìa degli eventi. Come un coro di dannati, questi insani burattini parlano all'unisono, battuti da ombre fitte e gelide come la morte in persona. Niente più sentimenti, né positivi né negativi. Là, dove la luce muore, possiamo unicamente restare in silenzio, depredati d'ogni briciola della nostra umanità. La chitarra s'innalza potente, sempre più in alto, sempre più dominante come la voce di Lisa, la quale non serba in sé nulla che possa rimandare alla dolcezza che di solito ispira. Ora è forte, potente; ed anche questa voce sembra voler puntare sempre più verso l'alto. Eppure, quell'ugola che tanto sembra elevarsi potente ci canta di una persona oramai senza speranza, la cui vita pare inutile e che invoca la morte. L'apatia di cui parlavamo pocanzi. Il sentirsi un giocattolo nelle mani del tempo, lasciato lì ad usurarsi in un angolo della soffitta; senza la possibilità che nessun nostalgico apra nuovamente quel baule, trovandolo e donandogli di nuovo il lustro che meriterebbe. Semplicemente, la vita ci usa. Prepotentemente, incessantemente. Possiamo unicamente stare al gioco, aspettando che quest'ultima ci metta poi alla porta, sperando che quest'atto venga compiuto nel modo più indolore possibile. Il riff continuerà quel suo gioco ipnotico mentre un sintetizzatore sullo sfondo darà sfoggio di tutta la sua potenza, elevandosi anch'esso ed arrivando a sembrare un violino, mescolandosi con la chitarra. La voce cupa di Jacobsson darà ancora una volta forma a questa disperazione, ormai esasperata, fino a che la chitarra deciderà di liberarsi da quel riff e vagare libera. Una dissolvenza sembra volerla portare via, portarci nel silenzio, questa si sforzerà per farsi ascoltare: produrrà le stesse note un paio di volte, note che saranno offuscate. Infine, tutto esplode di nuovo, la furia della batteria governa ogni cosa, un nuovo riff di chitarra delinea la malvagità di questa strofa, le parole di Jacobsson stridono la sua intolleranza verso la vita che si trova a vivere, quasi costretto, come se proprio non riuscisse a liberarsi del prepotente gioco impostogli da questa crudele esistenza. Quella mancanza di speranza è dovuta proprio all'odio verso la propria vita, che però è immutabile e mai e poi mai risulterà capace di potersi spostare dalla sua posizione, anche solo di un millimetro. "Questa camera ha un cattivo odore | C'è sangue sulle pareti | Ed io ho bisogno di uscire": parole crude e dirette, che descrivono dunque uno scenario di desolante depressione. La vita intesa come una prigione, come una cella dalla quale è impossibile fuggire. Triste e tetro maniero dalle pareti sanguinanti, in cui il tanfo di muffa e dolore aleggia in maniera palpabile. Impossibile districarsi da tutto ciò, impossibile uscire da questa fetida prigione. I lucchetti sono ben stretti, le porte ben serrate: ogni tentativo di fuga è praticamente inutile.
Il ritmo rimbalzante continua a martellare impietoso fino all'arrivo di un assolo che sarà quasi dolce. Il riff torna ad essere quello di prima e si ripete anche il coro già udito, con entrambe le voci che tentano di descrivere il loro stato. "Guardateci, i nostri occhi sono morti". Il coro dei dannati, che prosegue la sua cantilena. Ancora una volta la voce di Lisa s'innalza su tutto, ed infine la condanna viene sancita dal Growl disperato di un Jacobsson che chiude il brano, seguito solo da una chitarra. 

Dead World Assembly

Con un riff semplice si apre il brano "Dead World Assembly (Costruire un mondo morto)". Da subito tutto esplode nello stile dei Draconian, con il sound in generale che ci richiama alla mente alcuni stilemi tipici di "Turning Seasons Within". Entra dunque in gioco la voce di Lisa Johansson che, morbida, cantandoci di "quel momento" che sta per arrivare e mostrandoci ancora una volta un'apocalisse imminente, ci piazza dinnanzi all'ennesima visione di desolante distruzione. Un ammonimento: l'irreparabile sta per accadere, e nessuno di noi potrà porre alcun rimedio a quanto sta effettivamente per succedere e scatenarsi. Siamo spalle al muro, non dobbiamo fare altro che ascoltare quel che ci verrà detto, e dunque prenderne tristemente atto. La musica si apre di nuovo trionfante ed arriva la voce di Jacobsson che si fa spazio fra i riff nevrotici di Ericson; tutto diviene cupo, ascoltiamo in lontananza il riff di chitarra che lentamente torna ad esplodere in tutta la sua forza, supportato dalla furia di Jacobsson. Lo scenario apocalittico ora si concretizza: gli angeli sono in adunata e giudicano la terra che oramai è densa di ogni cosa esista di male. I loro visi che trascendono la bellezza terrestre nascondono il veleno che ucciderà per sempre questo mondo, destinato ad esser distrutto nonostante sia già morto da anni, forse secoli. Questa è un'assemblea di morte convocata da un tiranno che quindi malgiudica il nostro comportamento di umani, decidendo di distruggerci una volta per sempre, ritenendoci indegni di vivere e di godere di questo splendido creato, da noi ucciso e martoriato senza ragione. Avevamo il potere di vivere in pace, di provare sentimenti positivi.. ed invece, cupidigia e avidità hanno preso il sopravvento. Mala tempora currunt. La chitarra di Ericsson ripeterà il riff continuamente, ancora ed ancora, facendoci rimanere totalmente invischiati in quella melodia. D'improvviso tutto si ferma e la voce di Lisa, accompagnata da una chitarra acustica (distorta e dal forte riverbero) , rimane sola nel buio. Ella decanta di un mondo probabilmente vuoto e perso. Crea uno scenario misterioso, che si estende oltre anche i semplici confini fisici. Una visione confusa, particolare, ove si estendono i mari del tempo nei quali ci si perde. Ancora una volta l'apocalisse dei Draconian è più figurata, quella condanna a morte sancita dall'alto altro non esprime che uno stato interiore di abbandono, una sofferenza dovuta al silenzio nel quale si è costretti da sé, incapaci di competere o comunque rapportarsi con il mondo reale. Se qualcuno prova ad entrare in quella dimensione, cercando di comprenderla, crea solo sofferenza ulteriore, proprio perché impossibilitato a capire od anche solo comprendere. La musica torna forte ed aggressiva con la voce di Jacobsson che non lascia scampo. Il pianto della chitarra però cessa presto e viene sostituito prima da alcune note che aumentano la solitudine percepita, e poi ecco arrivare il violino che si miscela alla perfezione con la voce di Lisa Johansson. Ed è proprio grazie a lei che ci ritroviamo dinnanzi alla descrizione della disperazione più grigia, frangente che cita direttamente ed indirettamente il celeberrimo l'autore William Blake. Ancora una volta tutto esplode, Jacobsson proclama la morte dicendoci che il nostro impero si sbriciola inesorabile; la perdita è ormai certa. L'assemblea ha giudicato ed ha condannato a morte il mondo intero. 

A Phantom Dissonance

Con "A Phantom Dissonance (Una Dissonanza Fantasma)" i Draconian decidono di andare oltre alcuni concetti che fin troppo spesso li tengono forse troppo "ingabbiati" entro alcuni stilemi: non rimangono troppo saldi ad una struttura del brano, creano un'atmosfera magica, semplice e dal fortissimo impatto che conferisce alla canzone una personalità forte; questo sin da subito. Un brano che decide di andare oltre gli schemi classici dei Draconian (proprio come la band usava fare abitualmente in passato) e riesce così ad essere uno dei più riconoscibili e ben studiati dell'intero album. Un arpeggio semplice di chitarra acustica apre il brano, un vento lontano soffia impercettibile: la chitarra ricorda vagamente band come Opeth e Novembers Doom, nella sua atmosfera intrisa d'un sapore gotico. Tutto viene interrotto da un violento riff incalzante che si sprigiona spietato in tutta la sua forza, ossessivo e ripetitivo. Tutto si blocca d'improvviso, senza un senso, e ci ritroviamo in un'atmosfera inusuale per la band: una chitarra dalle tinte calde ci avvolge lenta con poche note. Nonostante tutto risulti caldo ed avvolgente, l'insieme continua però ad essere carico di malinconia. La voce di Lisa, più dolce che mai, ci mostra con tristezza un passato che ci tormenta da molto lontano, tanto che quasi sembra non esistere; proprio come un incubo. Intrappolati a metà fra la veglia e la realtà, cerchiamo di decifrare cotanta angoscia, risiedente nei più oscuri meandri del nostro Io, della nostra vita. Spettri oscuri cercano di prendere il sopravvento, recando con loro angosce e frustrazioni le quali proprio non riusciamo a contestualizzare; né temporalmente, né fisicamente. Tutto così vago ed impalpabile da non farci comprendere la radice del male, della nostra tristezza. La chitarra acustica continua ad accompagnare la voce di Lisa finché il riff non riprende la sua marcia, spezzando la prova vocale della donna e permettendo al growl di subentrare in una lunga strofa sofferta. Tutta l'umanità è qui racchiusa, in un connubio di triste esaltazione del fallimento: alcuni furono re, pochi dèi, molti erano semplicemente seguaci di questi. Una cieca obbedienza che, a lungo andare, ci ha destinati a perdere tutto ciò che avevamo. Ci aggrappavamo alla futilità, pensandola fondamentale, perdendo di vista l'unica cosa che realmente avevamo stretta fra le mani, la nostra vita. Svenduta e svalutata, barattata in cambio di trenta denari. Un bene il quale, una volta perduto, risulta irrecuperabile. Ci vergogniamo, stiamo male, il nostro malessere inizia a corroderci da dentro: l'umanità è perduta a causa nostra, di quelli come noi.. e ci nascondiamo in silenzio, non potendo fare altro. L'atmosfera si fa sempre più cupa, la musica è sempre più opprimente: si apre un coro che alterna il cantato di Jacobsson a quello di Lisa. Mediante l'intreccio delle due voci ci viene narrata la farsa pestilente in cui viviamo, l'inganno che alimentiamo e che ci condurrà alla morte, poiché morte e peste è la stessa razza umana, che vita non merita. La malvagità nella musica svanisce e siamo riaccolti dalla chitarra acustica intenta a scandire il tempo, unita ad una chitarra elettrica molto calda e melodiosa, le cui note si andranno fondersi perfettamente alla voce di Lisa Johansson; tanto che sarà quasi impossibile scindere i due suoni. Uno scenario d'un mondo morto e senza speranza ci viene presentato dalla voce crudele di Jacobsson, prima che il riff muti e se ne crei uno nuovo. Senza darci un attimo di pausa lo "scenario d'apatia" ci viene ripresentato con il coro, che si ripropone ancora una volta con le due voci che s'intrecciano e chiudono questo brano. I Draconian sono in quest'occasione riusciti sia a proporre la loro accezione più moderna (il voler creare brani più schematizzati e più semplici da ascoltare), sia nel fondere quest'ultima con quel loro stile passato, ricco di complessità e di infinite sfaccettature.

The Quiet Storm

Una chitarra distante e coperta da un disturbo si apre "The Quiet Storm (La Tempesta Calma)". La voce di Lisa Johansson si unisce anch'essa distante a questo sound misterioso e disturbato. La futilità della vita traspare dalle sue parole, mentre quel che sembra un suono angelico comincia a diffondersi nell'ambiente. "Inciampiamo attraverso la vita | Versiamo le stesse lacrime | Formando la stessa corrente | Chiedendoci le stesse domande | Temendo il nuovo giorno". Versi quantomeno esplicativi e capaci di esprimere un disagio universale, comune a tutti gli uomini. Anche i più felici ed ottimisti, in profondità, soffrono le pene dell'inferno a causa di ferite mai guarite, mal celate da un sorriso di circostanza. Quasi a riprendere una leopardiana caratterizzazione della sofferenza (quella espressa nella Ginestra, secondo la quale a soffrire sono tutti, a causa della malvagia natura della vita), i Draconian vogliono quindi narrarci sì di un mal comune.. il quale, però, non prevede il proverbiale "mezzo gaudio". Non vi è allegria in questa condizione disumana, né tantomeno riusciamo a provare empatia verso i nostri simili. Come un coro dì inanimati burattini, non facciamo altro che cadere, piangere, rialzarci e chiederci perché tutto questo stia succedendo proprio a noi. Un male al quale non riusciamo a far fronte, né da soli né in compagnia. Ed è così che la ripetitività della vita stessa, attraverso milioni di medesimi esempi ripetuti, rende inutile un'esistenza che altro non è se non un continuo ripetersi delle stesse identiche dinamiche. Un lento riff di chitarra, molto cupo, s'innalza sempre più fino a svanire. Siamo lasciati soli con la voce di Jacobsson, dapprima con una chitarra che lo accompagna distante e fredda, poi con un suono duro e pesante che sembra voler dominare la scena. Vivere questa vita ci porta a percepire il fatto che un qualcosa sta diventando sempre più forte in noi; un qualcosa che sta per esplodere in tutta la sua crudeltà: come sempre i Draconian trasformano in musica determinate sensazioni, e siamo dunque certi di ciò che accadrà di lì a poco. La tempesta sta per raggiungerci e non potremo evitarlo, proprio perché subdolamente essa si scatena in sordina, non facendosi quasi percepire. Il riff sale sempre più in alto, sempre più potente e si alterna con fasi dove svanisce completamente, sostituito da una chitarra più pesante ed incisiva. Tutto sembra culminare in un'atmosfera celeste interrotta dalla batteria, che aprirà di nuovo la musica, ora mutata, mediante un ritmo più rapido che in precedenza. La voce di Jacobsson è furiosa e ci mostra come la vita sia solo, in fin dei conti, un camminare in cerchio sino all'arrivare, in fila, verso la morte che nessuno vorrebbe ma che comunque ci attende imperterrita ed armata di falce. Siamo a quattro minuti e tutto svanisce. Rimane un silenzio, un rumore di disturbo ed una chitarra che delinea qualche suono sullo sfondo. La voce di Lisa (ora molto distante dal Metal e dal Rock in generale), prima di lasciarci in compagnia di una chitarra piangente che esplodera di lì a poco in maniera maestosa, ci dirà che l'essere umano cammina in cerchio sperando di raccogliere quel "bagliore residuo", continuando in perpetuo ad annegare nella propria afflizione. C'è dunque un barlume di speranza? Possiamo aggrapparci alla fioca luce d'una flebile scintilla? Può darsi. Eppure, Jacobsson ci narrerà in ultima battuta di uno stato di non speranza. Negli ultimi due versi, poi, il triste epilogo: "Ma noi esistiamo | E piangiamo nella notte".

The Death Of Hours

Atmosfera cupa, chitarra macabra ed il sintetizzatore sempre più forte. Così parte "The Death Of Hours (La Morte Delle Ore)", inno apocalittico dei Draconian. La chitarra viene risucchiata nel silenzio per poi riapparire ancor più forte di prima: il sound è roboante, sembra volersi elevare vittoriosa così come la voce di Lisa Johansson che l'accompagna. L'inquietudine umana è descritta con una semplice metafora ed ecco che sopraggiunge la voce di Jacobsson, violenta. Il peso del silenzio non si rompe né si allevia, quel peso che ci schiaccia l'anima mentre guardiamo con sguardo fisso una persona che è lì, ferma: quel silenzio ci divide da lei, come uno schermo che le impedisce anche di vederci. Come fantasmi aleggiamo attorno a Lei, non riuscendo però a farci capire, a farci neanche notare. Proprio non riusciamo, siamo impossibilitati a compiere ogni cenno faccia scorgere la nostra presenza. La musica subisce un'improvvisa metamorfosi, diviene ipnotica e di ancor più forte stampo Goth, mentre udiamo una voce quasi impercettibile sussurrarci parole disperate. S'innalzerà misteriosa e sovrumana la voce di Lisa, grazie alla quale comprendiamo il motivo della triste desolazione la quale si sta spandendo durante tutto il proseguo di questo brano: si ha bisogno di quell'amore, del suo amore. Senza di quello non si riuscirà a vivere, eppure siam costretti a dovervi rinunciare, forse proprio a causa di quel silenzio mostratoci in precedenza. Numerose lune passano senza alcuna speranza, la sofferenza aumenta, un fiore di morte cresce. Persi e tristi, aneliamo a ciò che nessuno potrà mai donarci. E non è ben chiaro, se i versi si rivolgano ad un amore fra uomo e donna oppure ad un disperato bisogno di serenità, e di felicità. Il pianto di un essere umano che dice di amare la vita, purtroppo non ricambiato. Come s'essa, cieca e sorda, ci voltasse le spalle, fingendo di non vederci. Aleggiamo come anime in pena, urlando, facendo gesti, scuotendola.. eppure, la vita continua a risultare stoica nella sua maligna sordità. A questo punto, con struttura simile ad una ballata, il brano si ripete da capo, solo che questa volta la crescita di quel fiore di morte ha un continuo, mostrandolo senza troppi problemi. Sprofonda nell'oscurità più nera e da lì ci porta a nuova morte; morte che, ancora una volta, ci conduce alle radici di quel fiore. Un fiore che potrebbe rappresentare la bellezza dell'amore che però mai vedremo e che quindi continuerà a tormentarci, portarci sino alla morte per poi ricominciare da capo a soffrire. Ammiriamo la bellezza di quella pianta, che mai potremo cogliere. Una condanna terribile, devastante. Forse, peggiore della morte stessa. La chitarra di Ericson ci accompagna con un suo assolo verso una strofa narata da Jacobsson, dove si cita la poetessa Lawrence Hope: quell'amore, quella "stella brillante" rimane lì, fissa. Quindi in me v'è il desiderio di partire per raggiungere il luogo ove la notte non finisce mai nella speranza che lì quella stella, quell'amore, possa esistere. La musica diventa un oblio in continua discesa, sempre più cupo, e ad essa si affianca la voce di Jacobsson sempre più furiosa. La chitarra e la batteria cominciano a scatenarsi con furia. Quella barriera di silenzi, come un vetro sporco, viene finalmente distrutta e con essa ci si taglia. Il dolore insopportabile ci porta ad una nuova nascita, una nuova primavera di quiete e speranza e quella pagina insanguinata viene voltata. La voce di Jacobsson è ora parlata: quasi come una presa in giro veniamo ancora gettati via, abbandonati nel dolore e tutto ricomincia proprio come previsto. Quell'amore non era reale. A chiudere il brano c'è un assolo di chitarra, che però fa un po' storcere il naso, non risultando particolarmente brillante o degno d'essere ricordato.

Wall Of Sighs (Muro di Sospiri)

"Wall Of Sighs (Muro di Sospiri)" si apre anch'esso con una forte chitarra in stile Doom Death Metal che crea molta atmosfera e ci introduce solo ad un nuovo riff, ben più decadente e malinconico. Il cantato in questo brano è affidato totalmente a Jacobsson la cui voce molto triste si fa sentire con parole da subito esplicite, chiare e che non lasciano spazio a fraintendimenti: "Oggi ho perduto la mia strada | Piansi un cerchio di luce". L'apocalisse, che traspare nel corso di tutto questo "A Rose For The Apocalypse", rappresentando la fine di ogni cosa oltre la propria persona, sta giungendo a termine nella sua accezione più drammatica; e quella fine tanto agognata, quella morte irraggiungibile, sembra ormai essere cosa fatta. "Dormii una mascherata terribile", versi poetici da assaporare in tutta la loro cupa decadenzam in tutto il loro misterioso palesarsi, parola per parola. Piangere cerchi di luce, come se gli ultimi residui di speranza fuggissero da noi, perdendo il posto occupato nel nostro cuore. Orribilmente mascherato, celato, velato; tutta la vita è un'illusione e non possiamo far altro che equipararla ad un incubo senza fine, dal quale è ormai troppo tardi destarsi. Certe esperienze, così vere e palpabili, continueranno a tormentarci senza ritegno alcuno. Ogni illusione cessa. Ogni senso d'esistere è smarrito nella nebbia. Il riff è sempre più cupo, sempre più pressante e spietato verso la nostra anima che langue e si tormenta. La chitarra decide di lasciarci respirare e così esplode per una lunga strofa con un riff neanche troppo veloce, ma di più ampio respiro del precedente. Il grido disperato di Jacobsson si spande attraverso quella musica macabra, gettando odio e disprezzo contro il mondo. Lo incolpiamo, lo disprezziamo, vomitiamo sangue e disperazione contro quella prigione che non fa altro che soffocarci, sin dalla più tenera età. Ogni illusione è persa, ogni motivo di sperare viene soffocato nella tristezza più totale. Strepitiamo, piangiamo, urliamo, tiriamo pugni sul muro.. pur sapendo che tutto sarà inutile. Eppure, cerchiamo di sfogarci; almeno, per non impazzire silenziosamente. La musica si ferma e ci ritroviamo soli con un violino che lento, sempre più lento, ma sempre più intenso, emerge durante quest'attimo di quiete. Un vero e proprio assolo del violino nasce quindi fra la crudezza della chitarra, che cupa disegnerà lo sfondo. La malinconia domina incontrastata nelle note dello strumento ad arco, che si fa sempre più distante fino a svanire ed esser sostituito con la chitarra elettrica. Il riff torna maligno, la voce di Jacobsson pure. Tutto si ripete da capo: ancora la chitarra esplode dandoci respiro in questi ultimi attimi che precedono la fine. L'odio è forte, il mondo altro non è che morte. Siamo giunti alla fine, fra crisi e voglia di distruzione. Ormai, la nostra esistenza verrà annullata, terminata nel peggiore dei modi. Il silenzio, l'indifferenza; il gelo, la desolazione. Con la voce di Jacobsson che svanisce si chiudono dunque il brano e l'album.

Conclusioni

Giunti al termine, non possiamo non considerare innegabile il fatto che "A Rose For The Apocalypse" sia assolutamente da considerarsi un bel disco: la tecnica qui mostrata è impeccabile, perfetta in ogni punto, tutti i musicisti sono talentuosi e ricchi d'idee. In aggiunta sanno bene come sfruttarle, sensazione distintamente percepibile ciò durante tutto l'ascolto, nessun brano o neanche minuto da escludersi. Le parti di chitarra, scritte tutte da Ericson, sono tecnicamente perfette; ed oscillano fra il sembrare a volte (ma non troppo spesso, per fortuna) qualcosa di già sentito o messo lì tanto come riempitivo, per allungare il brodo, al dispensare veri e propri "attacchi di genio". Mostrati mediante riff cupi e diabolici, ipnotici fino all'ossessione più totale. I suoni sono perlopiù freddi, taglienti e carichi di una malinconia che pervade tutto l'album ancor più che in passato (soprattutto facendo il paragone con il disco precedente, che non raggiungeva minimamente questa potenza espressiva a livello musicale). Spiccano le parti di violino che, seppur non tantissime, tornano di prepotenza in un disco dei Draconian e risultano in grado di fare una figura non indifferente; prestazione cordofona che meriterebbe degli applausi da tutta la platea. Anche la produzione pare essere perfetta, riuscendo a dosare momenti di suoni grezzi e disturbati ed alcuni dove invece viene mostratya una purezza totale del sound: la grande varietà che la band ricerca, in parte si realizza arrivando a toccare addirittura atmosfere più calde del solito. Degna di nota infine la cover del disco, un capolavoro di arte visiva fra colori e forme utilizzati sapientemente tanto da creare realmente un senso d'inquietudine che pare trasparire dall'immagine. Un contesto surreale e grottesco che affonda le sue radici in un macabro gotico ricco d'eleganza. Insomma, tecnicamente parlando qui ci ritroviamo dinnanzi ad un disco da inchino e di tutto rispetto.. quindi, quali sarebbero i lati negativi di questo "A Rose For The Apocalypse", dal quale anche solo il titolo trasuda un concept forte e ben studiato? Purtroppo (e per fortuna), la tecnica non è tutto. Certo, lo sforzo creativo è stato immenso e si premia, infatti questo disco si colloca decisamente più in alto del predecessore, ma non sembra possedere in toto quello spirito tipico dei Draconian, quello che li spingeva ad andare sempre "oltre" in ogni senso. Anche se in maniera meno marcata rispetto a "Turning Season Within", anche qui i brani sembrano tutti incastrati in strutture predefiniste, standard. Nonostante questa volta la varietà sia molto maggiore, l'album sia studiato meglio e si sia abbandonata l'intenzione dell'ascolto facile e certo i brani non sembrano tutti un infinito ripetersi, comunque  i pezzi sembrano ripetersi in maniera spesso fastidiosa all'interno di sé; ed ascoltando il disco intero quel fastidio non può che aumentare, dato che noteremo alcune meccaniche ripetute alla nausea (soprattutto nella prima metà dell'album). Una strofa introduttiva, un coro, una nuova strofa, poi il coro al massimo con qualche variazione e poi un bridge, un intermezzo che spezza il ritmo.. e poi, si conclude o con il coro o riprendendo la prima strofa. Potrà sembrare una piccolezza, ma cose del genere rendono i brani prevedibili ed alla lunga insostenibili. E' da premiare comunque lo sforzo fatto dai Draconian, che con questo disco tornano a volare alto. Non possiamo dunque che sperare bene per il futuro, aspettandoci qualcosa di più profondo ed uno sforzo ulteriore.

1) The Drowning Age
2) The Last Hour of Ancient Sunlight
3) End Of The Rope
4) Elysian Night
5) Deadlight
6) Dead World Assembly
7) A Phantom Dissonance
8) The Quiet Storm
9) The Death Of Hours
10) Wall Of Sighs (Muro di Sospiri)
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