DOWN

Down II: A Bustle in Your Hedgerow

2002 - Elektra Records

A CURA DI
ALBERTO BIFFI
28/11/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Immergendoci nel clima sulfureo dei Nödferatu's Lair Studios di Phil Anselmo, dove dominano i candelabri, l'arredamento gotico e horror e le innumerevoli locandine di vecchi e mai dimenticati film dell'orrore, non possiamo che pensare ad una frase ricorrente nella cinematografia del terrore: "non sono le case ad essere infestate, ma le persone". Ci viene naturale porci, a questo punto, un'altra domanda: "sono i demoni a possedere le persone, o sono le persone che rincorrono i demoni cercando di farli propri, di incatenarli e assorbirli dentro di loro?". Pensiamo a Phil Anselmo, che dopo l'incendio di casa sua, i conflitti con il padre alcolista e un'adolescenza passata crescendo senza una fissa dimora trova un'appiglio, un aiuto, un conforto, uno sfogo nella musica. Quanto la sua vita tormentata è stata causata dalla sfortuna, dagli eventi e dai "demoni" della vita, e quanto si è iniettato in modo autonomo? Quanto veleno si è inoculato nelle vene, nella mente e nell'anima? Forse così tanto che i demoni che lo posseggono non potranno mai andarsene... perché prigionieri, succubi e dipendenti da quello che doveva essere il loro pasto, in un rapporto di simbiosi mutualistica. Phil li tiene reclusi dentro di sé, ben custoditi, ben nutriti, pronto a sguinzagliarli contro sé stesso. Era il 2002, esattamente il 26 marzo quando trovammo questo disco per la prima volta sugli scaffali. 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... '. Numero di catalogo 7559-62745-2, edito da Elektra Records, debutta direttamente al 44sima posizione nella Billbord 200. Non male dopo sette lunghi anni di assenza da quel capolavoro che risponde al nome di 'NOLA', pubblicato dai Down esattamente il 19 settembre del 1995. Non male per una band il cui leader era nel pieno del suo periodo più oscuro, nell'occhio di quel ciclone che per una volta non investe la Louisiana tutta, ma solo un uomo. Non male per un gruppo che miscela in modo alchemico generi oscuri, pericolosi, primitivi e tutt'altro che facili. Non male per i Down. La superband figlia illegittima dei Black Sabbath diventa ancora più super grazie all'ingresso di Rex Brown, immenso bassista dei Pantera che entra nel gruppo nel 1999 (per poi abbandonarlo nel 2011). In una vecchia intervista fatta a Vinnie Paul (Dallas, 11 marzo 1964 - Las Vegas, 22 giugno 2018) il mai dimenticato batterista dei "Cowboys From Hell" disse: "finché ci saremo io e Rex, Dimebag non avrà mai bisogno di una chitarra ritmica". Era vero... e questo a sottolineare la potenza e il groove sprigionato dalle 4 corde del bassista di Graham, comune degli Stati Uniti, capoluogo della contea di Young, Texas. Rex non era solo il bassista giusto in quel momento, in quella band... Rex era l'uomo giusto. Un anello di congiunzione con il passato per Phil, una parte vitale del suo equilibrio, un membro della sua famiglia. Era rassicurante per Mr. Anselmo vedere Rex al suo fianco, calcare le stesse assi dei palchi di tutto il mondo... come una volta. E rassicura anche noi, così come la presenza del sempiterno Kirk Windstein (Crowbar) affiancato alla colonna Pepper Keenan (Corrosion of Conformity); alle pelli il "solito" Jimmy Bower (Eyehategod), insostituibile metronomo dei cinque ragazzacci. 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... ' non fu accolto molto bene dalla stampa specializzata (sopratutto negli States), ma al contrario venne subito incensato dai fan della prima ora, coloro che si innamorarono di 'NOLA' e del suo sound paludoso, delle chitarre sempre al confine tra sludge e swamp blues, tra musica cajun e Black Sabbath. Per molti, questo disco supera l'esordio del 1995, per intensità, varietà e sopratutto per una interpretazione di Anselmo che lascia moltissimi a bocca aperta e orecchie spalancate. Registrato nel vecchio granaio di Phil, sulla riva nord del lago Pontchartrain tra il 28 settembre e il 26 ottobre 2001 e mixato in una chiesa sconsacrata chiamata 'Ocean Way' a Nashville, Tennessee, ecco a voi... signore e signori... direttamente da una citazione del testo di 'Starway To Heaven' dei Led Zeppelin... 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... '


Lysergik Funeral Procession

"Lysergik Funeral Procession"... primo brano, prima iniezione di sostanze musicalmente stupefacenti. Qui si viaggia, si viaggia tra territori stoner e si viaggia tra gli incubi e le allucinazioni di un Phil che davvero non lascia andare i propri demoni, legandoli a letti zuppi di piscio e sudore, inoculando nelle loro vene maledette e nel loro sangue nero droghe estratte da cervelli paranoici, da ghiandole pineali atrofizzate, da fegati distrutti dall'alcol. Un Phil Anselmo che sembra continuamente sussurrarci: "odio i miei demoni, ma non potrei vivere senza di loro". I Down partono alla grande, nel migliore dei modi visto che puntano su quello che sanno fare meglio: creare riff mastodontici, sabbathiani, oscuri, paludosi. Non sono trascorsi nemmeno 20 miseri secondi e già ci sentiamo trascinare nel fango, le gambe pesanti, bloccate. Dopo l'ingresso della voce di Phil ci gira la testa, sentiamo odore di marijuana e sapore di birra che gonfia le nostre papille gustative. Allucinazioni sensoriali? "Sto andando fuori di testa"... lo dice lo stesso Phil ma forse lo stiamo cantando anche noi. Ascoltate durante il main riff le linee melodiche che la chitarra di Pepper Keenan disegna in modo subdolo. Ascoltate il brano 10, 20 volte, togliendo 1mm di fango ad ogni ascolto, concentrandovi su quello che non vi viene sbattuto nei padiglioni auricolari, ma che vi viene fatto assorbire a vostra insaputa. Andate oltre il riff roccioso che farebbe sorridere compiaciuto anche il maestro Tony Iommi, proseguite... proseguite in modo verticale e non orrizzontale. Non ascoltate il pezzo, ma scavate dentro. Vi aiutiamo: indossate un paio di cuffie che vi isolino completamente dal mondo, quello vero, quello che fa schifo, quello che a volte sembra odiarci e che viene assolutamente ricambiato. Bevetevi una birra, accendete una sigaretta e ascoltate. Una  lisergica processione funebre. I Down non avrebbero potuto trovare titolo migliore. La vocalità di Anselmo ondeggia sempre tra il blues, il metal e lo stoner/doom, con quel suo timbro meravigliosamente nicotinico, stupendamente rovinato. Phil ha mutato la sua voce originariamente cristallina grazie ai suoi eccessi. Una vita eccessiva, esagerata, sempre "oltre", ma che si può percepire attraverso ogni suo vocalizzo. La sua voce è la sua fottuta biografia. "Mi alzo, mi preparo ad affrontare questo mondo"... il mondo sopra-citato, quello che ci odia... ricordate? Anche per Phil è una lotta, ma da buon pugile finisce al tappeto, senza restarci: "cado, cado così forte... ma poi rimbalzo. Mi sdraiavo in una pozza di piscio". E poi ancora quei demoni: "Una volta rianimato, stavo meglio di prima". Ricordate? 13 Luglio 1996,  overdose di eroina. "E sono così dannatamente pazzo, così fottutamente pazzo per perdere quell'oscurità speciale". L'abbiamo detto, Phil ama i suoi demoni.

There's something on my side

"There's something on my side"... c'è qualcosa accanto a me.Uno dei pezzi più belli di questo secondo lavoro. Perchè? Perchè c'è tutto, sofferenza, melodia, riff, urla, cattiveria, poesia, soul e metal... nell'accezione più letterale del termine: anima e metallo. La seconda traccia di questo meraviglioso platter viene introdotta dal drumming nervoso e febbricitante di Jimmy Bower, il quale ci esalta con un lavoro ritmico tanto animalesco quanto pregno di influenze settantiane. Finalmente sopra il pattern percussivo e quasi tribale di Bower si presenta Rex Brown. Pelle d'oca. Sembra quasi che un amico che non vediamo da anni si presenti alla nostra porta con un sorriso sul viso, due braccia pronte ad abbracciarci e stringerci e un sixpack di birra. E birra dopo birra ci si scioglie, si ride... finalmente, si scherza e si torna a prendersi vicendevolmente per i fondelli. Come un tempo. Questo è il basso di Rex: la risata rassicurante di un amico, quella risata che ci fa capire che il tempo passato è solo sul calendario, ma non dentro di noi. Da lontano giungono anche le chitarre della premiata coppia Keenan/Windstein. Armonizzate come spesso succede tra i profondi solchi che i Down riescono a lasciare anche in un CD, tanto è "carica" la loro musica. Black Sabbath ovviamente presenti, ma c'è molto di più (anche) questa volta: dopo poco più di due minuti c'è un break che non ci aspettavamo, e quindi ben accolto tra il nostro stupore e la nostra curiosità. Phil qui si supera, lanciandosi in vocalizzi che ci ricordano gli Alice In Chains più dark e sofferti. Un grido che sembra richiamare i compagni all'ordine ed ecco che torna il riff nero e fumoso, il drumming percussivo e anfetaminico di Bower e Anselmo che sembra far cantare tutti i suoi demoni con le loro differenti voci. In questo pezzo Phil canta davvero con lo stomaco e non con le corde vocali e non solo, l'aria che spinge le sue parole non arriva dal diaframma, ma sembra giungere dalla porta del suo ex granaio... quella che dà sul bosco. Liricamente non ci discostiamo molto dalla presa di coscienza di Phil della sua "maledizione". "Ci è voluto molto per vendere la mia anima"... lo sappiamo Phil, è stato lungo il cammino ma alla fine ce l'hai fatta. Sembra quasi che per il tatuato cantante sia quasi un traguardo raggiunto, un qualcosa di agognato e desiderato sino alla fine, fine che però ha rifiutato. Phil si comporta da vero pugile italo-americano, incassa ma si rialza. Solo che nel suo caso i pugni che lo colpiscono sono i suoi. Sono le sue stesse nocche a schiantarsi sul suo viso segnato. Ma si rialza... sempre e comunque, contato da un giudice che ha il suo stesso volto e che arriva sempre fino al "nove". "Ho pagato il mio prezzo, poi mi sono sentito vivo, ma non c'è battito nele mie vene". Phil si accorge che c'è qualcosa, qualcuno... forse... vicino a lui. Demoni? Ma non ne è spaventato: "c'è qualcosa dalla mia parte, non è così male". Si sforza, si forza di essere lucido e vedere le cose attraverso la nebbia lisergica, ma più vede, più non comprende quello che gli succede, quello che permette gli succeda: "più si ottiene e più sono confuso. Sto pensando alla cecità. C'è qualcosa della mia parte".

The Man That Follows Hell

C'è una frase al termine del testo di questa canzone, recita esattamente così: "Il termine appropriato per me è un uomo che segue l'inferno". "The Man That Follows Hell" Basterebbe questo a riassumere il significato dell'intero testo di questa terza traccia. Un testo che nuovamente non di discosta dal pensiero pessimista ma consapevole di Anselmo. "Alcuni potrebbero dire che ce l'ho fatta, (chiedersi) per cosa sto piangendo". "Lucifero sta cadendo così in basso. Ho dato la mia vita per tutto questo... ma (lui) mi ha ingannato così bene... ". Qui leggiamo tutta la dannazione di una rockstar. Un uomo che si è fatto ammaliare da un diavolo incontrato magari ad un crocicchio (crossroad), come si dice fece Robert Johnson, il mitico bluesman che a 27 anni, sempre secondo la leggenda, vendette la sua anima per diventare un bluesman (vicenda narrata anche nel film 'Missisipi Adventure', diretto nel 1986 dal regista Walter Hill). "Vivere fuori da una città di dolore dove la quiete diventa dolore", una frase che si presta a molte interpretazioni: la città di dolore erano i Pantera? La città, piena di luci, voci, suoni, rumori. E "vivere fuori" rappresenta il suo ritorno a casa? Nell'America del sud, così quieta, silenziosa, dove si ha tutto il tempo di pensare, riflettere: "dove la quiete diventa dolore". Musicalmente il brano è totalmente circolare, con un riffing che si avvolge su ste stesso aggiungendo e togliendo elementi come un serpente che muta la pella ma che resta sempre lo stesso. Armonici artificiali, accordatura ribassata, rif monolitici che vengono irrobustiti dal rullante di Bower che viene straziato dal suo drumming deciso. Proprio il batterista membro di Eyehategod, Crowbar e Superjoint Ritual riesce a donare dinamismo ad un lavoro di chitarra altrimenti eccessivamente monolitico e ripetitivo. Ma anche in questo caso il lavoro dei due chitarristi riesce a centrare l'obbiettivo, risultando mesmerizzante, sciamanico e lisergico. Assoli strazianti e stranianti in un incastro perenne di note, dove ogni fill di chitarra inizia dove finisce il precedente e termina quando inizia il successivo. Ci sembra sempre di vedere i due chitarristi guardarsi negli occhi e lanciarsi quei segnali che solo i musicisti coinvolti in una jam session riescono a capire. Basta un sopraciglio sollevato, un sorriso, un cenno... e tutto viene suonato come fosse scritto su uno spartito ingiallito.


Stained Glass Cross

"Stained Glass Cross"una croce in vetro opaco, una canzone che inizia con un riff "storto" e una voce che sembra filtrata, ma in realtà solo arricchita da molto eco e riverbero. Una delle canzone più blues che i Down abbiano mai scritto e suonato, con uno dei testi più blues che Phil abbia mai cantato. Ebbene dicevamo, un riff non certo entusiasmante apre il brano, se non fosse che dopo nemmeno mezzo minuto è il "solito" Keenan a riempirci le orecchie e il cervello di antichi e vissuti fill chitarristici e la canzone prende un piglio totalmente diverso. "Special" con tanto di organo Hammond che si lancia in una fuga rincorso dalla ritmica stoppata e rocciosa delle chitarre. Fantastica nella sua semplicità l'intenzione di Bower, il mood, il suo modo così scarno e asciutto di suonare la batteria, ma sempre così perfetto, calzante, comodo come un vecchio vestito consumato dagli anni e che si è modellato sul nostro corpo, sulle nostre cicatrici, consumandosi laddove il nostro corpo ha delle frizioni con il mondo e lasciandosi andare nei punti in cui abbiamo forse esagerato nell vita. Insomma è tutto così caldo e rassicurante... anche se si parla di morte. Il testo di 'Stained Glass Cross' è una vetrata colorata, piena di emozioni, doppie sensi, ironia e cupa serietà. "Ero solo un ragazzo. Mio padre sembrava pazzo". Ricordate la vita di Phil? La sua fuga dalla casa in fiamme, da un padre che incendiava il proprio stomaco con l'alcol. Per tutto il testo il cantante si rivolge ad un "vecchio". Suo padre? Forse... o forse quel Lucifero che tanto lo ha ingannato nella vita, offredogli tanto ma togliendogli tutto: "Ehi vecchio, quando andrò sotto terra per sei piedi, devi farmi una promessa, una croce di vetro macchiato che mi guarda dall'alto in basso". Alla fine del brano, i ruoli si invertono: "Ehi vecchio, quando stai andando sotto terra per sei piedi, devo farti una promessa. Una croce di vetro colorato dietro la tua testa". "Hei vecchio, quando andrai sotto, ti ho fatto una promessa segreta. Una croce di vetro colorato che ti guarda dell'alto in basso". Una rivincita verso il padre? Uno smacco a Lucifero? O forse è sempre il buon vecchio Phil che si vede invecchiato, che lotta contro se stesso? Una canzone relativamente breve per un brano ritmato, quasi scherzoso, che ricorda per alcuni versi uno dei pittoreschi funerali di New Orleans.  Un divertissement dove Phil si toglie qualche sassolino dalla scarpa e sembra sorridere mentre canta con la sua voce aromatizzata al tabacco.


Ghost Along the Mississippi

"Ghost Along the Mississippi", il fantasma del Mississippi. Traccia numero 5 e splendido connubio tra l'iniziale e serrato riffing con il successivo rallentamento che stende il tappeto rosso per l'ingresso della voce di Anselmo, davvero espressiva per tutta la durata di questo secondo lavoro dei Down. Testo schietto, duro, come uno schiaffo sul viso in una giornata freddissima. "Al mattino mi ci vuole un po' di tempre per schiarire la mente. Mentre il giorno scorre faccio fatica a sorridere a qualcosa che mi si dice". Poi la consapevolezza, la presa di coscienza, i fumi di alcol e droghe che si diradano: "Prendo controllo, priorità numero uno, sono io". Poi Phil dice qualcosa che ci spaventa: "metto via la pistola, così sia". Sembra sia una routine... sembra che dica: " anche questa mattina rimando quello che vorrei fare". Ma cosa vorrebbe uccidere Phil? Quale parte di se? "Sto provando ad uccidere cosa c'è di sbagliato in me. Un fantasma lungo il Missisipi". Qualcosa lo inquina, se ne rende conto: "sto morendo prematuramente, sto sprecando la mia vita sicuramente". Ma come? Lucifero in persona aveva promesso a Phil una vita stupenda in una città piena di luci e splendido rumore... cos'è successo? Si ripete, verso la fine della canzone: "Non può succedere a me. Non farlo a me. Non può succere a me. Non farlo a me".  Si rende conto che la vita è effimera e il tempo passa, gettato tra siringhe e bottiglie, tra ore trascorse nell'oblio in compagnia del proprio fantasma: "non c'e tempo per sprecare un altro giorno. Sto provando ad uccidere quello che sta succedendo dentro di me. Distruggendo quello che mi trattiene. Niente più fantasma del Missisipi". Ancora armonizzazioni chitarristiche, con i riff che necessitano di maggior spessore che vengono suonati all'unisono dai due axeman, per poi armonizzare l'ultima nota, oppure eseguire interi fill di chitarra armonizzando di terza o di quinta. C'è anche del flanger in una chitarra ritmica lasciata spesso risuonare mentre Keenan si lancia nei suoi assoli pregni di cultura americana. Fantastico come la band riesca a fondere il blues americano con il riffing inglese forgiato dai Black Sabbath. Anche qui, sono consigliate delle ottime cuffie per poter godere dell'intricato ma dannatamente viscerale intreccio delle chitarre.  Phil Anselmo canta su più tracce doppiando la propria voce e terminando il pezzo con un vocalizzo nero e blues. Siamo al quinto brano... "solo" al quinto brano e già avremmo voglia di ricominciare l'ascolto dall'inzio, riascoltando questo primo terzo del disco nella paura di esserci persi un dettaglio, un passaggio, una sfumatura. La paura di gettare il tempo, di sprecarlo, ci sta contagiando. Dobbiamo però pensare che questo disco è come un buon distillato dove ad ogni sorso scopriamo un gusto sempre più rotondo e completo. E abbiamo tutto il tempo per ubriacarci di buona musica. 

Learn From This Mistake

"Learn From This Mistake", "Impara dall'errore". Che antica lezione. Perché gli errori e i fallimenti sono nati con l'uomo e ben prima di ogni vittoria. E così Phil parla ancora dei suoi problemi, dei suoi sbagli. Lo fa sfacciatamente: "Non c'è nessuna spalla su cui piangere quando non hai vergogna". Lo fa guardandosi dall'esterno con un cinismo spietato e annichilente: "credimi (tra tutti i miei amici) alla fine della storia, non c'è un drogato con un lieto fine". "(la droga) ti consuma e perseguita come il diavolo". E sembra ancora che Anselmo pensi al suicidio, come unica soluzione, come fuga, come esorcismo contro quel diavolo, contro i suoi stessi demoni: "sono venuto così vicino, è quasi difficile da credere. Quando sei vicino, ti acceca brillantemente. Solo una cosa può cambiare la tua vita per sempre". Già... il terminarla. E infatti il testo prosegue con una frase tanto chiara quanto gelida: "basta una spinta per terminare tutto insieme". Il brano è una ballata profondamente blues e laddove la musica dell'anima non tocca per forza di cose la pentatonica, sono il mood, l'interpretazione, il testo, la sofferenza, il "chilometraggio" (citando ancora il film che vedeva protagonista un giovane Ralph Macchio) a rendere il brano quanto di più sudista, sporco, sentito, sudato e vissuto abbiamo mai sentito dai Down. Un Phil Anselmo che canta come raramente abbiamo sentito, usando solo ed unicamente toni sommessi, quasi sussurrati, modulati dai suoi sentimenti. Qui non ci sono lezioni di canto, non c'è tecnica o una impostazione premeditata. Qui c'è dolore, vita, birra, sigarette e solitudine. Un brano stupendo dove paradossalmente sembra che la band non stia suonando insieme, ma che ognuno di loro sia lontano, solo con il proprio strumento, jammando con se stesso ed i suoi problemi e i suoi ricordi. Ma tutto funziona così bene... il suono smaccatamente Fender della chitarra elettrica che si erge sopra un tappeto acustico che profuma di incenso e lacrime, in un brano che sembra  la confessione di un peccatore, che canta i suoi errori nel confessionale di una chiesa eretta al centro di una Bayou, tra mangrovie, magnolie, immensi cedri, serpenti e alligatori, voodoo e iconografia cristiana. Immersi tra i fumi della marijuana ci sembra quasi di vedere le croci presenti nella chiesa che si capovolgono, e il prete sorridere diabolico mentre rivelandosi come il diavolo del crocicchio irretisce nuovamente un Phil Anselmo che abbassa la guardia. "Impara da questo errore. Impara dal mio errore. Impara dal nostro errore. Impara dal mio errore".


Beautifully Depressed

Giungiamo dunque a "Beautifully Depressed". Il cantante di New Orleans, dato in prestito al Texas ma ora novello figliol prodigo, sembra proseguire nel suo mood drammaticamente autobiografico, in maniera meravigliosamente depressa. "Non puoi ingannare il pazzo, perché lo so nella mia testa". "Puoi prendere il mio corpo e asciugarlo al sole. Vedere gli avvoltoi girare in cerchio. Questa è la casa del bellissimo depresso". Queste parole vengono cantante mentre Jimmy Bower suona in modo nervoso dei contro-tempi che spingono le chitarre verso riff stoppati, ritmici, dove è la mano destra a dettare legge e non la sinistra, qui relegata inizialmente alla sola evocazione di accordi potenti e risonanti. La coppia di chitarristi non si fa pregare troppo però, e si lancia presto in linee melodiche che seguono le litanie di Phil, così come si prodiga in fraseggi atti a rendere il brano riconoscibile dopo poche note, complesso nella sua apparente semplicità e linearità e tradizionalmente blues rock. "La vita è solo un momento che precipita tutto in una volta". Quanta verità in una sola frase. E quanta potenza nell'immagine di un gruppo di amici tatuati, barbuti e ubriachi che cantano di quanto la vita sia effimera. "Fedelmente, piegati per me. Senza sosta, aspetta per me. Senza fine, senza fine. Spingimi al limite. Non ho paura di morire. Guidami al limite. Io con orgoglio mi impegno a morire". Sembra quasi che stia firmando un contratto con il diavolo. Chiede la sua fedeltà e la sua guida per portarlo sino alla morte. Lui offre coraggio, orgoglio e impegno. Anche qui abbiamo un fotogramma mentale di una potenza inarrivabile, un insieme di vita vera, tradizioni, leggenda, poesia, dolore, coraggio e abbandono. Phil Anselmo vive in un limbo tra la resa e la vittoria. Un pugile che finisce al tappeto, dove tutto è interrotto: le urla della folla, ora così lontane, i pugni dell'avversario che ora è un immagine astratta e innocua. Si sta quasi bene a tappeto... così rassicurante, protettivo. Ma da un lato vuole rialzarsi, spronato dall'orgoglio. Tanto al tappeto potrà tornarci tutte le volte che vuole... basta abbassare la guardia e farsi colpire. La canzone termine in una lunga coda in cui tutto viene spinto al massimo, dalla vocalità di Anselmo alle chitarre che si lanciano in strazianti assoli pentatonici. L'ennesimo immenso brano di questo oscuro e magnetico disco. 


Where I'm Going

"Where I'm Goingè senza dubbio una delle canzone più belle mai cantante da Phil Anselmo. E non è solo la chitarra dobro di Pepper Keenan (che ci riempi di brividi) ma anche le incredibili armonizzazioni vocali di un Phil davvero ispirato e che sembra aver ritrovato tutta al voce di un tempo. Riesumata, disseppellita, che puzza però di vita e non di morte. Un brano malinconico dove il cantante sembra più vivo che mai, lanciandosi in una traccia dove dimostra (se ancora servisse) del perché è stato uno dei cantanti metal più influenti degli ultimi 30 anni. Per chi pensa che Anselmo sappia solo urlare in modo sguaiato, consigliamo di indossare nuovamente le ormai famose cuffie, chiudere gli occhi e per una volta concentrarsi solo sulla sua voce. Come se fosse un rito, come se lui fosse un sciamano e voi le persone che devono essere guarite, esorcizzate. Funziona. Provate. Alla fine di questa canzone starete davvero meglio, in uno stato catartico di morte apparente dal quale non vorreste mai svegliarvi... esattamente come il pugile che si lascia cullare dal tappeto del ring. Ma poi aprirete gli occhi e vorrete solo premere nuovamente "play"... e allora quella litania oscura diventa droga, e lo sciamano il vostro pusher. Ringraziamo comunque John Dopyera, emigrante slovacco che inventò la chitarra resofonica o "a risuonatore" o ancora... appunto... "dobro", che significa "buono" in diverse lingue slave. Dalle foto presenti nel booklet del disco possiamo vedere Pepper Keenan suonare questa chitarra, precisamente una di tipo squareneck e suonata in posizione orizzontale. Ma torniamo alle splendide armonizzazioni vocali che Phil ci fa ascoltare in questa canzone. Anselmo porta avanti la linea principale, doppiata dalla sua voce in tonalità più alta (ed era molto che non sentivamo l'ex Pantera cantare così alto) e da un'altra linea quasi sussurrata. Keenan porta avanti una linea melodica indipendente, che ogni tanto si avvicina a Phil, altre volte si sovrappone alla voce principale e ci canta insieme, rispettosa complice di una preghiera in musica. Un testo positivo che dice: "ora non ti preoccupare di nessuno. Lascia questa parte di te alla spalle. Ti sto restituendo a te stesso". Viene citato curiosamente anche Charles Manson. Lasciamo questa parte in lingua originale, per renderla libera alla vostra interpretazione e donare un po' di ulteriore mistero: "Charlie Manson's eyes. Are looking through you back to myself". Sembra rivolgersi a qualcuno, temendo che sia arrabbiato, per poi cercare di placare la sua potenziale rabbia dicendogli: "... amore mio, hai la maggior parte di tutto per te". 'Where I'm Going' termina con una ammissione, quasi una giustificazione: "dovrei agire secondo la mia età, o forse semplicemente non appartenere (a nessuno), perché non posso cambiare dove sto andando". Non si può far nulla... non si può cambiare la propria destinazione.


Doob Interlude

Un breve divertissement, un intermezzo in cui sembra di ascoltare una musica lontana, lontana nel tempo e nello spazio, un disco riprodotto da un grammofono. L'effetto volutamente creato dalla band è quello di farci visualizzare su una sedia a dondolo, che scricchiola sulle assi di legno di una vecchia casa costruita sulle riva del Mississippi, intenti a schiacciare zanzare mentre serpenti e alligatori vivono intorno a noi, noi che siamo i veri "invasori" in un terreno inospitale che è sempre appartenuto a loro. E se non vogliamo immaginarci come vecchi che si dondolano fumando una sigaretta mentre la nostra casa fatiscente riposa stanche ossa insieme noi, immaginiamoci come bambini che guardano il proprio nonno, che con gli occhi semi-chiusi ascolta questa vecchia musica. Chissà, forse un giorno contagiati dalla sua passione per questi suoni magici imbracceremo una chitarra elettrica, e fumando come lui jammeremo insieme agli amici che abbiamo sempre avuto, con i quali siamo cresciuti, ed ora... tatuati e barbuti, carichi dei nostri demoni, suoneremo un brano chiamato 'New Orleans Is A Dying Whore'.


New Orleans is a Dying Whore

La coda di "Doob Interlude" lascia spazio al prepotente ingresso della puttana morente. La decima nella tracklist di 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... ': "New Orleans is a Dying Whore". Il riffing si fa ancora più pesante e sfacciato, ignorante e diretto. Forse il brano meno dinamico all'interno del disco, ma che racchiude alla perfezione le intenzioni della band. Rappresentare l'aspetto decadente di New Orleans, che sembra davvero una vecchia prostituta morente. Inutile imbellettarsi, vestirsi in modo provocante. Sarebbe solo uno specchietto per le allodole, per coloro che non capisco e conoscono la vera anima della città. New Orleans è un crocicchio di anime dannate, di tradizioni contrastanti che convivono legate da una maledizione, è una città dove i profumi delle prostitute e della cucina cajun si mescolano con l'odore della povertà, con la puzza di sudore, con l'odore di acqua stagnante e con il caldo afoso. Una città fuori dal tempo che ti intrappola in un limbo: "Intrappolato in un fuso orario. Non c'è nessun posto come casa. New Orleans è una puttana morente". E il dinamismo qui è andato davvero a prostitute, o meglio... rispetto agli altri brani questo è quello che ci riserva meno sorprese sia dal punto di vista armonico che da quello lirico. Il titolo viene ripetuto da Phil fino allo spasimo e per quanto riguarda l'arrangiamento le uniche impennate sono da attribuirsi agli interventi solisti, sempre puntuali, essenziali ma di "pancia", dannatamente viscerali e sentiti. Lo ripetiamo, niente che la band non volesse. La consapevolezza che la band ha di sé stessa ha dell'incredibile. Un gruppo sicuro di se, della propria identità così forte e oscurante da riuscire ad annullare e al contempo esaltare le identità dei singoli. Un pezzo ipnotico, circolare, che sembra un vecchio cane intento a mordersi la coda ma sempre attento e vigile a quello che gli accade intorno: pronto a mordervi. Il testo non è molto vario ma con poche, calcolate parole, riesce a farci vivere tutta la decadenza di questa vecchia città: "New Orleans è una puttana morente. Nuda, dorme sul mio pavimento". "Direttamente sulla strada, visione sdoppiata, cocaina... una casa chiusa piena di dolore". "New Orleans è una puttana morente, coperta di sangue, incollata al mio pavimento. New Orleans è una puttana morente". Piccola variazione del testo sul finale di questo decimo brano. Phil ci canta un passaggio che, se fossimo degli investigatori privati ci potrebbe (e dovrebbe) far pensare. Se fino ad ora abbiamo pensato alla città come ad una prostituta anziana, stanca, morente per le cicatrici nell'anima, lasciate da una vita di sofferenze e povertà  ("... una casa chiusa piena di dolore") ora quel sangue, tutto quel sangue, tanto da incollarne il corpo sul pavimento, ci fa pensare ad una violenza diversa. New Orleans non si sta lascando morire, ma viene uccisa. 


Recensione

"Questo stile di vita è diventato una dipendenza". Chiaro, semplice, diretto. "The Seed", il seme, parla "semplicemente" di marijuna e possiamo trovare ogni significato recondito, nascosto, subliminale. Possiamo cercare di esaminare le parole trovando sinonimi poetici ma c'è davvero ben poco da fare. Questo pezzo parla di marijuana e lo fa musicalmente dannatamente bene. Stoner rock, hard rock americano, Black Sabbath. Questa è la vera magia alchemica che proviene dalla terra. I Down assorbono nei loro polmoni tutti i fumi inalati da anni di ascolti e poi espirano il fumo sotto forma di brani stordenti, completi, affascinanti, inebrianti, in grado tanto di rilassarci quanto di caricarci. La migliore delle droghe. Come nel brano precedente il riffing è monolitico e non molto vario, ma è la linea vocale di Phil a fare la differenza. Quando canta le parole: "higher than mountains... " con una tonalità così alta, maschia e vibrante, non possiamo che caricarci come batterie pronte a riversare a nostra volta l'energia su questo ascolto. Phil canta divinamente per tutto questo pezzo, con quel timbro sudista che ci fa accapponare la pelle. "Fumi, fai quello che devi fare. Svegliati, inspira i fumi della terra. Più in alto delle montagne, ma così dannatamente in profondità". Il ruolo di Phil, e/o della band però, non sembra limitarsi al solo consumo, ma hanno una parte attiva a questa cultura della coltura: "Guardati intorno, circondiamo i campi. Di guardia per la perfezione del seme. Perfezione del seme. Cerca di fermarci, cosa che non puoi. Superato in numero dai campi di marijuana". "Deve uccidere il re della siccità .Piantare il piacere, (vederlo) alzarsi, allungarsi verso il cielo". Si trascende dalla realtà, si arriva alla magia, alla superstizione. Uccidere il re della siccità, invocare la pioggia che faccia crescere i semi. Paradossale poi, come Phil parli di uccidere colui che impedisce la pioggia e poi aggiunga: "Nonostante il giusto o sbagliato e la loro superstizione chiusa... ". Un testo semplice ma affascinante e poco più di quattro minuti per una canzone davvero bella, potente... oseremmo dire "stupefacente". 


Lies, i don't know what they say but...

Qui i The Doors sono dannatamente presenti. Sembra quasi di sentire Robby Krieger lanciarsi nei suoi fraseggi ipnotici e liquidi e quei pattern ritmici così "da sballo" da invogliarci a bere e fumare. Tutta "Lies, i don't know what they say but..." è avvolto da un aurea jazzata, soft, "sdraiata". Sembra un gigante di metallo placcato oro mollemente adagiato su un campo coltivato. Che impressione sentire Rex suonare linee di basso così lontane da quei groove ricchi di energia ai quali ci aveva abituati nei Pantera.  Non che qui l'energia non sia presente... è solo diversa. Anche Phi sembra rapito da questo mood, completamente immerso in questa bisca clandestina, dove i muri puzzano di fumo e vecchie storie, e dove uomini dall'aspetto tutt'altro che rassicurante giocane a carte scommettendo soldi, sogni e vita. In un angolo di questa buia stanza ci sono loro... i Down, depositari di tutte i bluff detti, di tutti le bugie raccontante, di tutti i drammi consumati, che cantano questa canzone così atipica, ma così avvolgente e calda. E ci sembra di leggere nella mente dei giocatori... già... chissà a cosa stanno pensando: "A volte mi sento come un uomo che ha due mani rotte Tutto questo mi ha gettato addosso, affondandomi nel collo nella sabbia. Non possono più uccidermi, non so cosa dire perché sono bugie. Bugie". "Sotto questo, dovrebbero vedere l'uomo che sono. Tutta la mia vita sono stato processato e poi perseguitato". E intanto le chitarre proseguono con le loro litanie, con i loro accordi mai eccessivamente distorti mentre la premiata ditta Brown & Bower ci spiega il significato di groove, di ritmo, di "suonare con lo stomaco" e non solo con le mani. "Catene fredde sulle mie mani, a pochi centimetri di distanza. Morte o vita. Guarda profondamente nei miei occhi. Fuoco in fiamme". E poi l'attacco dal cielo, lo sfogo di un uomo che dalla vita non ha avuto nulla o forse ha perso tutto: "Un "fuck you" vola attraverso il cielo". E i Down, nel loro puzzolente angolo, stretti tra casse di birra, ragnatele e amplificatori, continuano a suonare. 


Flambeaux's Jamming With St. Aug

Altro breve intermezzo musicale che spezza la seriosità di un disco a tratti davvero sofferto, sofferente e oscuro. Un pezzo di musica che è un pezzo di folklore e un pezzo di musicista. Jimmy Bower scrive questo pezzo strumentale in realtà ovviamente improvvisato.  C'è tutta l'anima percossa e percussiva di Bower qui dentro, tutta la sua tecnica imparata anche sulle strade, jammando con chiunque gli capitasse a tiro. Un brano divertente che allevia la tensione. Sembra che ci stiamo togliendo quella cintura stretta intorno al braccio, che ci stiamo rilassando dopo un dose che ci ha sparato il cuore in gola. Un brano nervoso ma positivo, e forse lo è semplicemente perché non c'è un Phil Anselmo a cantarci di sconfitte, cadute, rimpianti e dolori. Qui è solo musica ancestrale... dobbiamo solo lasciarci andare.


Dog Tired

"Dog tired", il cane stanco. Ennesimo brano liricamente autobiografico. Anselmo si paragone ad un cane... un cane da combattimento, sempre pronto (come un pugile) a combattere e rialzarsi, un cane randagio, senza fissa dimora, un cane vecchio e stanco che cerca la rivalsa spinto dall'orgoglio e dal suo istinto atavico, scontrandosi però con la realtà: ovvero il non riuscire a sopportare il peso della lotta, il ritrovarsi senza energie in un campo di  battaglia (ormai) divenuto troppo grande: "cane stanco nella corsia di sorpasso". I demoni all'interno di Phil si fanno sentire, e pur essendo tornato a casa per ritrovare la pace pensa già al dove spostarsi per evitare che quei demoni lo prendano ancora. Ma i demoni sono dentro lui, se li porta con sé come fosse una valigia colma di nulla, vuota ma pesante, quasi inamovibile: "un giorno potrei andarmene da qui. Un giorno otterrò quello che mi sta per succedere". E poi la punizione... una punizione non solo corporale, con quei piaceri che ora sono solo condanna e maledizioni, ma anche mentali: "tempi duri per il figlio di puttana. (Dolore?) Auto inflitto, sto per cadere steso. Imprevedibile... è li che sono così dipendente, cane stanco nella corsia di sorpasso. Si parte con un riff classicamente stoner rock, al punto che ci sembra quasi di essere nel deserto a jammare con i Kyuss, con la sabbia che si insinua nei coni del nostro amplificatore. Un immagine che sparisce praticamente alla prima variazione, in cui Phil Anselmo tira fuori tutto il "suo" blues e le sfumature sudiste della sua splendida voce. Ecco allora che il sole viene cacciato dalla note, e la sabbia viene coperta da paludi e fiumi. Che strano contrasto: da un lato lo stoner solare e desertico dei Kyuss, dall'altro quello notturno e afoso dei Down. Anche qui la stratificazione delle chitarre rappresenta il plus valore. Ormai la modalità di ascolto che vi suggeriamo la conoscente vero? Birra, cuffie... rilassatezza e concentrazione. Non limitatevi a sentire ma... ascoltate. Ascoltate le ritmiche rocciose e cariche di groove che supportano l'assolo, ascoltate gli armonici prodotti dalle chitarre, in questo brano vere fucine di suoni. Ascoltate il finale sincopato in cui Bower innesta la quarta e conduce i suoi soci verso un finale dominato dall'ennesimo ottimo assolo di Keenan. Bella l'interpretazione di Phil, che in questo disco sembra calzare un paio di scarpe fatte su misura. Raramente abbiamo sentito un Phil così coinvolto e a suo agio. Sente ogni pezzo e ci permette di capirlo trasmettendoci le sue emozioni, i suoi pensieri. Qui non ci sono solo ottimi autori e/o meri esecutori in studio. Qui si torna indietro nel tempo, con quel grammofono che suona vecchie canzoni e in cui 5 ragazzi sognavano la musica appesa sulle loro pareti. Qui la musica è un veicolo per gridare dal fondo della palude, mentre si affonda trascinati da alligatori e serpenti. Qui la musica è magia, è voodoo, è cultura nera, blues, estremismo sonoro ed emozionale. Ma come non esserlo in un paese a volte dimenticato e che mostra come una "puttana morente" il suo lato migliore, restaurato per l'occasione, imbellettato e coprente. E quando i turisti se ne vanno via, tornando a casa con i loro souvenirs, i nostri 5 amici restano li... a casa loro... a suonare. Ma come dice Phil... forse un giorno se ne andrà anche lui, e quel cane stanco nella corsia di sorpasso riuscirà ad ottenere quello che cerca. Forse solo una cuccia per riposare.


Landing on The Mountains Of Megiddo

Arriviamo così alla fine, atterrando sulle montagne di Megiddo. Secondo alcune interpretazioni della Bibbia cristiana a Megiddo accadrà l'Armageddon (che deriva dal nome del luogo in ebraico antico: ?? ?????,Har M?giddô, "monte di Megiddo") ovvero la battaglia finale tra le forze del bene condotte da Cristo e quelle del male guidate da Satana- La fine del mondo. Torniamo a cose terrene, come la bellezza di una donna. Stephanie Opal Weinstein, musicista americane ed ex moglie di Phil Anselmo, ci fa ascoltare la sua splendida voce in questo brano intitolato "Landing on The Mountains Of Megiddo". Sposati il 31 ottobre 2001 nella proprietà di Phil che ospita anche i suoi studi di registrazione, gli splendidi occhi verdi della donna e la sua versatile voce seguiranno i progetti del marito sostenendo  molti (spesso insicuri) passi del suo poliedrico e inquieto compagno. Questo è senza ombra di dubbio uno dei brani più epici e mistici dei Down. Non pensate all'epicità metallica, a ritmiche arrembanti, riff incalzanti e linee vocali testosteroniche. Qui si parla di epicità quasi biblica, mistica. Prendete 'Planet Caravan' dei Maestri Black Sabbath, metteteci il canto di uno sciamano e le antichi tradizioni voodoo che si scontrano con le credenze cristiane. Forse non basta a rendere l'idea. Pensate ad una chiesa le cui fondamenta stanno affondando nel terreno paludoso sul quale è stata disgraziatamente eretta, e mentre affonda un coro gospel canta preghiere antiche, accompagnato dalla chitarra da un uomo vestito di nero... incontrato al famoso crocicchio. Un testo che è un attacco alla chiesa e alle sue menzione, con i suoi scritti opportunamente manipolati per guidare l'uomo nel corse de secoli: "le letture incrinate, grigie e plagiate fino ad oggi. Alterate dai bastardi (maestri) di puro travestimento di mari e cieli". Phil accusa la Chiesa di occultare la verità. Diretto, senza peli sulla lingua come ci ha abituati da sempre. Una religione supportata (e sopportata per molti) dai deboli e senza speranza: "Attraverso i voti costanti dei perduti e andati, ciechi e sbagliati". Curioso constatare che nei pezzi musicalmente più duri i testi di Phil siano rivolti verso se stesso, mentre in questa ballata pregna di misticismo e profumi antichi il tatuato cantante attacchi in modo così duro la religione cristiana. Forse preferisce sussurrare la verità nelle orecchie degli stolti piuttosto che inveire contro di loro. Forse vuole svegliarli lentamente, lasciandogli tutto il tempo di capire: "i tamburi pagani dovrebbero svegliare gli sciocchi dal loro sonno, per dimenticare la lingua della chiesa". Phil si mette in gioco, fronteggiando un ipotetico cristiano: "chi è il passo? Io o Te? La più grande maschera del destino". Una canzone da pelle d'oca, dove gli accordi soffusi di una chitarra acustica vengono arricchiti da suoni spaziali, da tamburi che sembrano risuonare dal passato, dai cori della già citata moglie". Quando Phil canta la frase: "This is what wars are made of... " (questo è ciò di cui sono fatte le guerre), la sua voce entra in risonanza con la nostra anima, con il suo vibrato roco e blues che che ci taglia il cuore in due. Già... di cosa sono fatte le guerre? Di uomini messi gli uni contro gli altri dalle divinità. Che poi si chiamino Gesù o Maometto, o petrolio e territori... poco importa. 

Conclusioni

Innegabile che la musica sia fatta di emozioni e per emozionare. La musica è per persone empatiche, ovvero coloro che riescono a porsi nello stato d'animo o nella situazione di un altra persone. In altre parole, entrare in risonanza come due corde che vibrano alla stessa frequenza. Ecco perché questo 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... ' per molti non eguaglia l'esordio 'NOLA' e per altri è la summa del suono dei Down e dell'incredibile talento di Phil. Ogni persona produce una nota diversa, e ogni nota di questo disco riesce a far "vibrare" gli ascoltatori in modo differente. Questo perché questo disco è davvero pregno di anime: le anime dei musicisti, le anime che vivono in quelle paludi, tra quelle mangrovie. Questo disco è pregno di storie, vere e false. Storie di uomini che hanno sofferto e che chiudono la bocca ma aprono le cicatrici per poter permettere al proprio dolore di diventare musica. Storie di credenze antiche, di vecchi muri che hanno visto vite nascere e morire. Storie di una città decadente nella sua bellezza e spaventosa nei suoi misteri. Una cosa oggettiva però la possiamo dire, senza paura di essere smentiti. Non abbiamo mai sentito un Phil Anselmo così coinvolto emotivamente in ciò che canta. Non lo abbiamo mai sentito usare la sua voce in modo così "soul", così come non abbiamo mai sentito i Down così ricchi di emozioni e voglia di trasmetterle. Se 'NOLA' fu un fulmine a ciel sereno, ma principalmente un grande tributo ai Black Sabbath, questo 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... ' è il vero primo disco dei Down, dove i 5 musicisti trovano il coraggio di non ripetere la lezione a memoria... ma di insegnare. Se nell'esordio la loro 'Planet Caravan' era 'Jail', dalla struttura e dall'arrangiamento molto simile, qui è 'Landing On The Mountains Of Megiddo' a tributare il mitico pezzo dei 4 di Birmingham. Capite la differenza? La crescita esponenziale... enorme. Se in 'NOLA' potevamo quasi associare ad ogni traccia la propria controparte sabbatthiana, qui è tutto indiscutibilmente Down... certo... con le loro influenze, le loro passioni ed ossessioni... ma qui sono loro. Punto. Qui non serve il singolo ammiccante come 'Stone The Crow', qui non devono presentarsi a nessuno, non devono bussare prima di entrare. Con questo disco i Down dettano le regole e le regole sono le loro. Se pensiamo poi che al basso c'è una vera e propria icona come Rex Brown, non possiamo che prostrarci dinanzi a questa formazione e commuoverci. Parlavamo di empatia no? Pensate all'emozione di Phil nel trovare il suo vecchio amico con lui. Leggetela nei suoi testi, quando ci dice che è scappato per poi tornare nella sua casa, ma che (forse) un giorno se ne andrà per cercare altro. La leggete la sua inquietudine vero? Pensate quanto possa essere rassicurante avere nella propria band qualcuno che rappresenti il passato, il presente e il futuro. Pensate a Rex come ad un calmante o ad un esorcismo per uno spirito senza dimora. Pensate ancora... magari mentre le note di questo disco risuonano ancora nelle casse del vostro stereo impolverato: quanto ha rassicurato  noi, questo disco? Lo ascoltammo quasi in apnea sperando che non ci fossero cadute, che ogni canzone fosse perfetta per far sì che la Dea Musica ci regalasse una vera band, e non un supergruppo destinato ad essere una cometa... una stella (de)cadente. I Down sono una realtà, un gruppo di amici che suonano la musica "del diavolo", un rock sporco, fatto di vecchi vinili, ricordi, odori, dolori, demoni e angeli. Un rock vero, che risuona al di là di contratti, soldi e copie vendute. I Down hanno sempre rappresentato la verità in musica. La trasparenza e la passione per quello che ci scorre nel sangue come una droga, per quello che sentiamo bruciare dentro di noi come una sorsata del peggior whiskey: il rock. I Down non si possono considerare metal... ma che importa? Perché etichettare l'arte? I Down suonano "soul", perché raramente abbiamo ascoltato un musica così ricca di anima come quella immortalata a imprigionata in questo 'Down II: A Bustle In Your Hedgerow... '.


1) Lysergik Funeral Procession
2) There's something on my side
3) The Man That Follows Hell
4) Stained Glass Cross
5) Ghost Along the Mississippi
6) Learn From This Mistake
7) Beautifully Depressed
8) Where I'm Going
9) Doob Interlude
10) New Orleans is a Dying Whore
11)
12) Lies, i don't know what they say but...
13) Flambeaux's Jamming With St. Aug
14) Dog Tired
15) Landing on The Mountains Of Megiddo
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