DOGMATE

Hate

2013 - Agoge Records

A CURA DI
MAREK
04/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Instancabile mutaforma, il Metal ha saputo evolversi in migliaia di sfaccettature diverse, nel corso della sua storia. Pensiamo alla vasta gamma di sottogeneri che oggi il mondo dell’acciaio ha da offrire soprattutto agli ascoltatori più giovani: Heavy, Thrash, Death, Black, Power, Sleaze, Glam, Progressive.. tanti termini, tanti tipi di sound, adatti a tutte le forme che il caleidoscopio altrimenti noto come umanità decide di assumere. Nessuno riuscirebbe a rimanere scontento, neanche volendolo. Davvero, ce n’è per tutti  i gusti, stati d’animo, modi di vedere la vita. In troppi, però, decidono di addentrarsi nel mondo dell’Acciaio Pesante senza porsi un quesito fondamentale: “com’è nato, tutto questo?”; “come ci è arrivata questa band a comporre un disco del genere?”. Domande che una mente sveglia e curiosa dovrebbe sempre porsi, in quanto il Metal è Storia della Musica, ché se ne dica. E la Storia va conosciuta, studiata, anche interpretata in determinati casi. Magistra Vitae, da questa possiamo imparare, dedurre, farci una nostra idea. Partire alla ricerca delle radici di un genere musicale è sempre molto affascinante ed appagante, ci fa scoprire ogni volta cose nuove, diverse da quelle che conosciamo.. ma soprattutto, questo atto empirico ci induce ad avere una visione di insieme del Tutto; la costruzione di una tavola sinottica, sulla quale segnare tutti i punti salienti, per la creazione di un nostro libro di Storia. Impensabile affacciarsi al nuovo senza sapere cos’è venuto prima.. e questo “prima”, nell’odierno contesto, si chiama “anni ‘90”. Gli anni delle grandi rivoluzioni musicali, il periodo in cui il concetto classico di Metal arrivò a scontrarsi con due figli definiti allora illegittimi, ma in seguito ampiamente rivalutati ed accettati: l’Alternative Metal e soprattutto il Grunge. Posto per motociclette, birra e chitarre sferraglianti sembrava non esserci più; gli anni ’90 decretarono un decisivo cambio di rotta, sia nelle sonorità sia nelle tematiche affrontate. Se da un lato lo zoccolo duro rimase tale e qualitativamente parlando non subì bruschi cali (Judas Priest e Running Wild c’erano ancora, più forti che mai), molte altre band dovettero ritrovarsi a fare i conti con il nuovo che avanzava imperterrito, l’Avanguardia Alternativa (“che non fa sconti comitiva”,cit.), un nuovo esercito di band carico di belle sorprese e tanta (pazza) voglia di cambiare le carte in tavola. Da un lato il funk ed il rap dei Faith No More, il bizzarro eclettismo dei Primus, dall’altro il pessimismo e la forte carica dirompente (e distruttiva) di band come Alice in Chains e Soundgarden. Minimo comun denominatore: sperimentazione. Riprendere a piene mani tutto il meglio dei vari generi musicali ed unire questo materiale in un Tutto, per formare quanto di più nuovo ed inedito si fosse mai ascoltato prima di allora. Il Grunge era fortemente debitore nei riguardi del mondo Punk e del mondo Rock - Metal, l’Alternative (come l’Avant – Garde) preferiva attingere da altre sfere del panorama musicale, come Rap, Funk o addirittura disco music. La rivoluzione iniziò ed i primi frutti di questa non si fecero attendere. Persino uno dei generi più duri e puri, il Thrash, conobbe la sua svolta definitiva con l’avvento degli anni ’90: erano nati gli Exhorder  ed i Pantera, band che in questo clima di sconvolgimenti e cambi di prospettiva arrivarono a proporre un loro personalissimo modo di intendere l’Acciaio Pesante, riconciliando il Thrash appunto con l’Hardcore Punk, suo importante Maestro, senza dimenticarsi dell’innesto di un particolare modo di concepire il ritmo, questa volta non più aggressivo e velocissimo, ma anzi non di rado dilatato e reso molto più cadenzato e, perché no, accattivante. Venne alla luce il cosiddetto Groove Metal, che vide il suo definitivo concretizzarsi con l’avvento di dischi come “Slaughter in the Vatican” (1990) e “Cowboys From Hell”, suo contemporaneo. Due album destinati a divenire a dir poco leggendari, e “cause” principali di quel che sarà poi il Metal sempre nel corso degli anni ’90 sino ad arrivare al 2000 e alla definitiva consacrazione del Nu Metal: basti pensare a band come Disturbed, Five Finger Death Punch, Korn, Slipknot.. band che oggi continuano ad infiammare i palcoscenici di tutto il mondo, che coinvolgono migliaia di ragazzi in tutto il globo, gruppi che hanno sempre ammesso di aver preso spunto dalla grande lezione di musicisti come Dimebag Darrell. Non occorre necessariamente, tuttavia, prendere un aereo per trovare gruppi validi, in questo senso. Nella nostra penisola c’è chi ha avuto voglia di unire le due tradizioni sino ad ora descritte, mescolare ancora una volta, sperimentare, provare nuove strade senza accontentarsi del già sentito. Direttamente dalla Città Eterna, i Dogmate sgomitano e scalpitano da due anni per cercare un loro posto sul podio, a suon di decibel e di metal da loro descritto come “Pantereggiante”, ma comunque venato di Grunge “à la Alice in Chains”. Band giovane, il combo romano, attivi come già detto da soli due anni ma comunque incredibilmente decisi e determinati, nonché coraggiosa. Non è da tutti cercare di unire due sound teoricamente diversi; basterebbe ricordarsi che, in pratica, entrambi sono figli di un contesto rivoluzionario, ambedue sono accomunati dalla voglia di cambiare le regole del gioco. Serve, tuttavia, una buona dose di “pazzia” ed estro creativo, che i nostri hanno sicuramente dimostrato di avere, durante questi loro inizi di carriera. Procediamo per gradi: i Dogmate si formano a Roma nel 2012, da un’idea di Stefano “Sk” Nuccetelli (chitarra), al quale ben presto si uniscono il batterista Ivan “Ivn” Perres ed il cantante Massimiliano “Mad” Curto. Grazie all’ausilio di Roberto “Jeff” Fasciani (basso) ed al consolidamento della lineup, i Dogmate iniziano, verso la fine del 2012, a registrare i pezzi che andranno poi a comporre il loro album d’esordio Hate, che qui ci apprestiamo a recensire. Il disco vede la sua definitiva nascita nel 2013, registrato e mixato proprio da Sk all’interno dei “Music Up Studio”, mentre per quel che concerne il mastering menzione d’onore è dovuta a Gianmarco Bellumori della “Agoge Records”, etichetta per la quale il gruppo ha firmato nel Luglio 2013. Il disco è stato distribuito in diversi luoghi da disparate etichette (“MASTERPIECE Distribuition” per l’Italia, “Plastic Head” per quel che concerne il mercato Britannico, la “Darkzone” per gli ambienti teutonici ecc.). Per promuovere al meglio l’album, inoltre, sono stati realizzati ben due video, rispettivi delle canzoni “Dark in the Eyes” ed “Inflated Psychotic”. Grande lavoro e grande determinazione, dunque, nonché grandi doti musicali.  Da loro stessi, il loro sound viene descritto come “un groove – metal innovativo dai richiami panteriani e dalle sfumature grunge (Alice in Chains), che esprime al meglio la sua potenza proprio durante i live”. Aspetto, questo della predilezione per la musica dal vivo, da non sottovalutare. E’ indubbio come il cuore del nostro genere preferito rimanga il Live, il momento per antonomasia ove tutti possono dimostrare realmente quanto valgono. In studio ci si può fermare, riprendersi un secondo, concedersi una pausa.. su un palco no. L’importante è conciliare bene le due cose, certo, ma è sempre bene essere consapevoli che lassù, poi, sarà tutto totalmente diverso. Come suona, dunque, questo “Hate”? Il titolo ben si confà all’aggressività che i Dogmate vogliono esprimere mediante la loro musica. Riusciranno nel loro intento? Premiamo il tasto Play e scopriamolo assieme!



Un bussare nervoso ed una voce concitata fungono da breve intro per la traccia iniziale, Buried Alive, anch’essa (come il disco) dotata di un titolo quantomeno eloquente. “Sepolto Vivo”, questa la traduzione in Italiano, ed in effetti il contesto generale sembra proprio richiamare un senso di claustrofobia sprigionato a suon di commistioni musicali assai particolari e suggestive. L’inizio è scandito da un polveroso arpeggio profondamente debitore ai pionieri Alice In Chains, ricamato sapientemente da Sk, con il quale la voce di Mad ben si amalgama, tessendo una trama capace di trasportarci immediatamente in quel di Seattle. Vi è la forte malinconia tipica di album come “Facelift”, album nel quale uno degli elementi tipici era per l’appunto il sopraggiungere di “demoniache” cantilene ottenute anche in quel caso dalla mescolanza “chitarra + voce”. L’aggressività non tarda ad arrivare, il brano prosegue e ci propone un cambio di rotta: la chitarra di Sk diviene più massiccia, pur conservando un tono blando, quasi volesse assurgere a compromesso fra le due tendenze. Calma ed aggressività, dopo questa lieve scossa ci viene ripresentato l’arpeggio iniziale al quale fa seguito, questa volta, una vera e propria sfuriata in stile Alternative americano. L’incedere è quello tipico di questa corrente, la voce di Mad ricorda molto da vicino quella di Ivan Moody (anche se uno stile “à la Layne Staley” continua a permanere) mentre la ritmica, capitanata da Ivn e Jeff può dare sfoggio della sua forte presenza. La qualità della registrazione, ben curata, esalta quella che è l’abilità di basso e batteria, i quali dimostrano ampiamente di avere nelle loro corde (e nelle loro bacchette) quel groove molto amato dalla band Romana. Le ritmiche di Ivn sono coinvolgenti e mai banali, mentre le linee di basso di Jeff risultano corpose e ben inserite nel contesto musicale. Il brano prosegue in maniera comunque lineare, alternando arpeggi “tenebrosi” a ritornelli più “estremi”, sino a proporci un momento ben più degno di nota verso il minuto 3:21, in cui tutta la band lancia un preciso segnale all’ascoltatore: questi ragazzi hanno il ritmo nel sangue, e la capacità espressiva di ogni singolo strumentista viene in questo frangente esaltata. Momento che si protrae per una decina di secondi abbondanti, per poi lasciar spazio alla conclusione del pezzo, reso in questo preciso istante più incisivo e marcato. La sensazione generale è quella di trovarsi di fronte ad un brano dal quale forse ci si sarebbe aspettati qualche “esplosione” in più. Il ritmo c’è (eccome, se c’è), l’andamento melanconico degli arpeggi e la furia alternative costruiscono senza dubbio una trama interessante, ma la sensazione generale è quella di un mancato “decollo” di un brano che sicuramente in sede live acquisirà quel poco che gli manca per poter lasciare un marchio ben visibile. Il tutto è comunque costruito per entrare letteralmente “nella testa” dell’ascoltatore, e certi ritornelli non si scordano facilmente, poco da dire. Il testo è incentrato, per l’appunto, su una sepoltura per così dire “prematura”. Essa risulta essere, tuttavia, più metaforica che reale: l’ambiente stretto ed angustiante della bara posta a svariati metri di profondità nel terreno sembra difatti essere una sorta di simbolo, una metafora atta ad indicare una condizione psicologica posta abbastanza in bilico fra la cupa rassegnazione e la pazzia. Il protagonista del brano si sente oppresso e schiavizzato da qualcosa (o anche qualcuno) e non riesce a sfogare questo suo terribile malessere, tanto da sentirsi, infatti, come se fosse rinchiuso nella sua bara prima del tempo. Cerca di reagire, di urlare, di scavare, ma è tutto troppo tardi. Il suo aguzzino se la ride, mentre lui, ormai in trappola, pensa a tutti gli errori commessi e si accorge di non poter fare più nulla. L’odio lo ha dominato ed accecato per troppo tempo, ed ora si ritrova tagliato fuori dalla vita, incapace di porre rimedio ad una situazione ormai giunta alla deriva totale (“I feel chained because someone has enslaved me.. / what a mistake you make, you who are full of hate, 1,2,3,4,5, fuckin’ idiots, i’m buried alive! / I must do something before it’s too late.. i am blind but i see, i died but still alive” – “Mi sento incatenato perché qualcuno mi ha schiavizzato / Che errore che hai commesso, tu che sei pieno d’odio, 1,2,3,4,5, stupidi idioti, sono sepolto vivo! / Debbo fare qualcosa prima che sia troppo tardi.. sono cieco ma ci vedo, sono morto ma sono vivo”). Cambiamo totalmente tono con il sopraggiungere della seconda traccia, la più rabbiosa e possente Inflated Psychotic, non a caso uno dei singoli scelti per la promozione del disco e la realizzazione di un videoclip. L’inizio è degno dei migliori Pantera, seppur la voce di Mad preferisca non sfociare nelle sfuriate tipiche di Phil Anselmo, preferendo mantenere una sorta di pacatezza anche nei momenti in cui è maggiormente aggressiva. Il clima è ancora debitore nei riguardi degli Alice in Chains, tuttavia l’elemento “maliconico” e le melodie “disturbanti” cedono il passo ad una commistione assai singolare. Il Groove è quanto meno evidente e marcatissimo all’interno dell’impianto del pezzo, il quale giova decisamente della presenza di questo elemento in quanto permette alla ritmica di dare ulteriore sfoggio della sua preparazione. Un elemento, il combo basso e batteria, che si erge a vero e proprio comprimario della chitarra di Sk, aiutando il bravo guitarist nel suo intento di creare un sound decisamente corpulento e massiccio quanto basta. La componente Groove è ancora una volta affiancata dal lato più “radiofonico” dell’Alternative, senza lasciare da parte il particolare miscuglio “punk – metal” rimandante addirittura agli scanzonati e mostruosi Gwar. Facendo le dovute proporzioni e soprattutto evidenziando le sostanziali differenze che intercorrono fra le due band, non è comunque sbagliato parlare di somiglianze, sonore e anche vocali, fra i due gruppi ed in questo preciso frangente. Proviamo infatti ad udire per bene il ritornello, e soprattutto il tono di voce con il quale Mad pronuncia il titolo del pezzo: sembra quasi di trovarsi in un contesto maggiormente “serio”, derivato direttamente da dischi come “This Toilet Earth”; la voce di Mad somiglia infatti moltissimo a quella di Dave “Oderus Urungus” Brockie (R.I.P), ed il contesto musicale generale sembra rimandare proprio ai “Mostri” del Metal, di per loro grandi sperimentatori nascosti sotto la maschera della satira e dell’autoironia. Il brano risulta essere molto lineare e gradevole, dotato delle cadenze giuste e soprattutto di un tiro invidiabile. Un brano coinvolgente ed accattivante, la strada è senza dubbio quella giusta. Questa volta ci viene presentato  un testo assai particolare, basato su una sorta di “sfida”, a quanto sembra piuttosto impari. Il protagonista è intento a “cantarle” letteralmente al suo opponente, uno sprovveduto che nella sua vita non ha fatto altro che nutrire il suo fisico tralasciando il suo cervello. Privo di senso della strategia e colto impreparato dall’astuzia del Nostro, il gonfio psicopatico non può fare altro che soccombere dinnanzi al potere di una mente ben sviluppata, che può sottometterlo e governarlo come vuole, trattandolo come un vero e proprio manichino o come un animaletto da compagnia. La baldanza del “palestrato” è stata la sua rovina, i suoi bicipiti sarebbero stati la sua fortuna ed ora sono la sua rovina. Forse, un brano che in maniera metaforica vuole comunicare quanto alla fine sia inutile basare la propria vita sull’apparenza. E’ la sostanza, “ciò che c’è dietro” quello che conta, che alla fine ti salva la vita. La facciata viene presto smantellata, mentre ciò che è realmente importante rimane (“I am the stronger, i control the mind, you control only the body / your next opponent is stronger than the previously / you make me sick, between steroids and proteins… when your muscles are tired I’ll repeatedly strike your weak spot” – “Io son oil più forte, io controllo la mente, tu controlli solo il corpo / il tuo prossimo avversario è molto più forte del precedente / Mi fai vomitare, con i tuoi steroidi e proteine… quando i tuoi muscoli saranno stanchi, colpirò ripetutamente il tuo punto debole!”). Giungiamo così alla traccia numero tre, Witness of the Shamelessness, altro tassello importante che va a comporre sino ad ora un disco piuttosto variegato unito comunque dal filo conduttore del groove. L’inizio è affidato alla chitarra di Sk, il quale decide di adottare delle cadenze molto particolari, adottando la tradizione più nobile del thrash metal fondendola con il nuovo ormai avanzato, teorizzato e sviluppato. Se si provassero ad accelerare questi riff iniziali rendendoli più taglienti, potremmo quasi ottenere una intro simile ai riff iniziali di brani come “Holy Wars.. the Punishment Due” dei sempiterni Megadeth, per intenderci. Ma per dirla alla Pantera, “Revolution is My Name”, quindi osserviamo i rallentamenti tipici del Groove con un tipo di sound assai più desertico e venato di “southern”, alla maniera di Zakk Wylde. E difatti, il brano prosegue tingendosi proprio di Black Label Society, con la voce di Mad che diviene molto ma molto simile a quella del buon Zakk. Il ritmo è incalzante e coinvolgente, la “polverosità” di band come i Kyuss viene percepita grazie al sound che in questo caso non viene penalizzato da una produzione “cristallina”, e si sporca quanto serve per risultare efficace e di impatto. Del resto, la cattiveria viene espressa meglio quando gli accorgimenti ed il perfezionismo non eccedono. Ottimo lavoro, come sempre, del duo Jeff / Ivn, perfettamente a loro agio in mezzo a tanta rabbia southern (impossibile non cercare paragoni con i Down di Phil Anselmo) addirittura tendente allo Sludge, con chiare influenze derivate da band come Crowbar. Il brano arriva ad “esplodere” letteralmente verso il minuto 3:30, quando un urlo cavernoso di Mad beneficia di una chitarra intenta a dispensare riff come colpi di mitra, senza dimenticarsi della batteria e del basso, letteralmente picchiati e percossi dai loro proprietari. Un climax niente male, culmine di un brano per nulla noioso ma anzi, arrabbiato e dinamico. Il trend si è notevolmente alzato, dopo un inizio forse un minimo in sordina la band si è facilmente ripresa ed è possibile godersi questo “Hate” senza farsi troppi problemi. Il testo in questo caso riprende l’aggressività della musica: i Nostri decidono di canalizzare la loro rabbia scagliandola letteralmente contro il mondo, o forse contro una non precisata entità, in questo caso identificabile come il Dio creato ad hoc dal clero e dalle corrotte istituzioni ecclesiastiche, o comunque religiose in senso lato. Questa Entità viene percepita come cieca e sorda, egoista e tirannica, in grado unicamente di soggiogare e riempire la testa dei suoi adepti con bugie ed idiozie colossali. Viene addirittura paragonata ad un cancro, da estirpare appena possibile per poter avere qualche speranza di guarire. Anche se il tutto sembra ormai troppo radicato nell’animo umano per farsi cacciar via come se nulla fosse (“Praise what you cannot see, worship what you can never be / Its word echoes down the centuries, laying down the law, manifest itself in each of you in the form of the worst cancer” – “Prega ciò che non puoi vedere, adora ciò che non potrai mai essere / La sua parola riecheggia nei secoli, ci si inchina dinnanzi alla legge, egli si manifesta in ognuno di voi nella forma dei peggiori cancri”I). Testimone delle marcatissime influenze Grunge della band, Stripped & Coldgiunge alle nostre orecchie proprio portando quel tipo di sound meravigliosamente distruttivo e “marcio” tanto caro alla scena di Seattle. Una chitarra angustiante dà il via alle danze, tessendo riff in puro stile Alice in Chains (con qualche tocco di Soundgarden vista la “metallicità” dell’impianto generale) che vanno a ripetersi componendo un brano relativamente breve ma comunque considerabile come un piccolo capolavoro di aggressività, testimone di quanto la scena degli anni ’90 non abbia “distrutto” proprio nulla, ma anzi abbia saputo creare molto, un molto di qualità. Di per se, il brano non è certo una fucina di imprevedibilità o comunque di estro creativo, tuttavia funziona e permette ai nostri di dotare il loro repertorio di un pezzo facilmente assimilabile in grado di scaldare le folle. Personalmente parlando, lo vedrei particolarmente efficace come opener di un live, tanto permette alla band di esprimere quella rabbia primordiale che tanto vogliono sottolineare di avere nel loro tipo di sound. Il groove è sempre particolarmente percepibile, tuttavia continuano ad essere presenti influenze Southern – Sludge; la Black Label Society colpisce ancora, anche se la prova generale della band non può non farci pensare comunque ai titanici Pantera. Un bel mini trattato sulla musica degli anni ’90, composto filtrando le varie esperienze mediante una forte concezione Personale della musica di quegli anni. Ottima lezione di rispetto della tradizione e dell’originalità al tempo stesso, un brano che forse un ascoltatore disattento potrebbe giudicare come “scontato”, ma che invece nasconde più di quanto si creda. Tutti i dischi dovrebbero essere dotati di tracks così “catchy”, ove il termine non designa per forza nenie pregne di ritornelli sdolcinati e coretti francamente imbarazzanti, tutt’altro. Un po’ di “cattiveria radiofonica” è sempre ben accetta, e questa “Stripped & Cold” non solo si lascia ascoltare e cantare, ma risulta essere anche un bel Panzer sparato a tutta velocità su di una strada in discesa. Cosa volere di più? Già dal titolo possiamo intuire in un certo qual modo di cosa tratteranno le lyrics, questa volta. Parliamo difatti di una donna, particolarmente a suo agio nel ruolo di persona libera da inibizioni. Fredda, calcolatrice, estremamente sensuale e menefreghista nei riguardi dei sentimenti delle sue “vittime”, ha come unico scopo quello di divertirsi e soddisfare il suo piacere. Gli uomini con i quali si ritrova a giacere sono unicamente dei giocattoli, forse dei trofei, ai quali comunque non vuole concedere soddisfazione alcuna. Il nostro protagonista è ben consapevole di ritrovarsi a che fare con  una persona di questa risma, tuttavia capisce sin da subito di non poterla cambiare o comunque sperare di strappare da lei qualche emozione o sentimento. Forse a malincuore, accetterà di perderla per sempre una volta calato il sipario sul loro incontro (“You are sensual and uninhibited, don’t feel emotions.. / you don’t care who you are dealing with.. hello, don’t you want to know me better? ..Behind my eyes there’s a soul, but outside I’m just the item that you bought” – “Sei sensual e disinibita, non provi emozione alcuna.. / non ti preoccupa con chi hai a che fare.. ciao, non vuoi conoscermi meglio? ..dietro I miei occhi c’è un’anima, ma al di fuori, sono solo un oggetto che hai appena comprato”). Il giro di boa coincide con l’arrivo della traccia numero cinque, Dark in the Eyes, anch’essa decisa a partire possente e non regalando compromesso alcuno a noi ascoltatori. L’inizio non è certo di quelli più miti e sommessi: la chitarra di Sk scandisce il riff d’apertura con un’andatura southern – grunge da manuale, e sembra veramente di ritrovarsi in un deserto durante una tempesta di sabbia. Il riff si calma e la chitarra diviene molto più pacata e la voce di Mad, anch’essa tranquilla e priva di velleità aggressive, comincia a declamare i primi versi; tutto questo sino al minuto 1:01, in cui, dopo un breve climax, assistiamo alla definitiva esplosione del brano. Mad si scatena, inacidendo la sua performance e dando sfoggio di una voce ruvida e rugginosa, quanto una motosega. Sk, Jeff ed Ivn dal canto loro non vogliono certo rimanere a guardare ed a loro volta seguono l’esempio del frontman, lanciandosi in una performance da brividi: la chitarra suona decisamente meglio che in tutti i pezzi ascoltati sino ad ora, alterna la malinconia dei momenti più pacati all’aggressività qui descritta, sempre non abbandonando momenti tipicamente southern; idem per la ritmica che non è mai e poi mai banale, ma anzi arricchisce il suono di Sk concedendogli di fare pressappoco ciò che vuole. Rimaner dietro ad un determinato tipo di modus operandi non è mai facile, soprattutto nel Groove ove avere una solidissima base (Rex Brown e Vinnie Paul insegnano) è a dir poco fondamentale. Se non c’è il ritmo, non c’è il Groove. I Dogmate hanno il Ritmo, ed hanno il Groove. La rabbia Grunge condisce il brano quanto basta, senza esagerare, e giungiamo al minuto 3:24, ove un’altra sorpresa è pronta ad attenderci. Abbandonata l’andatura southern – sludge, la chitarra di Sk subisce un’improvvisa impennata, serrando le note, raggruppandole in vere e proprie raffiche che rendono il clima veloce e vorticoso. La batteria comincia a scandire il ritmo in maniera nervosa, il basso gli fa eco, la voce di Mad diviene più aggressiva, ed arriviamo alla detonazione definitiva dell’esplosivo. Minuto 3:43, se non fosse per il tono di voce abbastanza differente, potremmo tranquillamente dire di trovarci ad udire un brano degli Slipknot dei tempi migliori, condito comunque di sanissima rabbia Hardcore Punk. Un momento da incorniciare, a degna coronazione di un pezzo veramente ben riuscito. La conclusione è affidata alla ripresa degli stilemi iniziali, ed il tutto si ri-tinge di southern grunge, lasciandoci piacevolmente sorpresi e meravigliati al tempo stesso. Non è da tutti riuscire a districarsi fra generi così diversi tuttavia mantenendo una trama ben precisa e mai offuscata o dimenticata. Le lyrics del brano, questa volta, sono maggiormente incentrate su una profonda concezione pessimistica del mondo e della vita in generale, anche se ci offrono due distinti spunti di riflessione. Vengono descritti vari stati d’animo legati a vari tipi di malattie (come la narcolessia), stati d’animo direttamente collegati al Malessere generale del pianeta dove viviamo. Siamo vivi, ma è come se non lo fossimo, perennemente uccisi e resuscitati con il solo scopo d’essere uccisi ancora. Oppressi dalla depressione, dall’oscurità, da tutto ciò che di negativo affligge le nostre esistenze. Capovolgendo la prospettiva, però, e considerando varie citazioni a tema, sembra quasi che il brano arrivi a trattare il tema della tossicodipendenza, parlando delle conseguenze che inevitabilmente colpiscono chiunque abusi troppo di determinate sostanze (“he’s cold as if dead, his soul doesn’t breathe. Narcolepsy from a nervous break down… / Absent, Absinthe, Amphetamines… look around, they bleed, and what’s going on. They’re dead, in mind, try to hold on.. / what’s going on in this whole fuckin world” – “E’ freddo, come se fosse morto, la sua anima non respire. Narcolessia, dopo un crollo nervosa… / Assente, Assenzio, Anfetamine.. guardati attorno, sanguinano, ecco che succede. Sono morti, nella loro mente.. cercano di andare avanti.. / Cosa diavolo succede, in questo fottuto mondo”). Un inizio inquietante contraddistingue la traccia numero sei, Me - stakes: la chitarra di Sk emette poche note, suonate in maniera nervosa ed addirittura tremolante, quasi fossero un battito cardiaco intento ad amplificare la propria frequenza in vista di un enorme stress lì in agguato per sopraggiungere. Il tutto in linea con l’intento che le contraddistingue, ovvero spianare il terreno per ciò che verrà in seguito; una decisa esplosione di crudeltà sonora, in linea con quanto già udito verso la conclusione del brano precedente. La lezione degli Slipknot torna prepotentemente a farsi sentire, l’urlo selvaggio di Mad fende l’aria in maniera prepotente e la sua voce sporca e gutturale continua a martellare seguita dagli strumenti, mai stati così aggressivi prima d’ora. Un assalto in musica che sembra voler riprendere il discorso intrapreso dagli Slayer in album come “Diabolus in Musica”, seppur mantenendo comunque le dovute distanze. Gli strumenti comunque eseguono quella che sembra essere una strumentale adattissima ad un cantato estremo in stile thrash tendente al death, tutti sono d’accordo e seguono una volontà comune: cercare in tutti i modi di sconvolgerci nell’arco di due minuti, comunque non pieni. Un brano che stupisce, dato l’impianto sonoro tipicamente aggressivo e le linee vocali di Mad, che non adottano unicamente il registro musicale udito in precedenza ma che anzi variano, non risparmiandosi più di qualche momento tipicamente Layne Staley. E’ interessante sentire questa melodia oscura stagliarsi senza paura su di una base che invece dovrebbe trovarsi più a suo agio con un’aggressività tipicamente thrash metal di Slayeriana memoria, una carta vincente, quella della varietà, che riesce a coprire forse l’unico difetto sino ad ora riscontrato nell’album: una produzione che limita abbastanza la potenza dei nostri. Potenti comunque, nessuno lo mette in dubbio.. ma pensiamo a cosa avrebbero potuto fare “sporcando” leggermente di più il loro sound, distorcendo ed estremizzando qui e là. Il brano, come sottolineato in precedenza, è molto breve, e sicuramente il più breve del disco tutto. Nella sua brevità risulta comunque uno dei migliori episodi, degno inizio di questa seconda metà del percorso. Le lyrics sembrano incentrate su un tema abbastanza impegnativo, quello della Malvagità. Seppur brevi, esse sembrano delineare una figura abbastanza compiaciuta del suo essere una figura negativa, tuttavia non troppo da vivere in pace. Il peso dei peccati pesa, egli cerca in qualche modo di dimenticare e di salvarsi dalla schiavitù del rimorso.. ma il tutto è pressoché impossibile, dato che il Male è il Demone per antonomasia. Una volta posseduti, difficilmente potremo trovare altri modi per salvarci, se non la Morte, unica consolatrice e salvatrice (“Medicines are anesthesia for your rotten thoughts, you put every single hope in your sins. The Floor burns around you, all the water in the world will not quench the fire of your mistakes” – “Le medicine anestetizzano I tuoi pensieri malsani, hai riposte ogni tua singola speranza nei tuoi peccati. Il terreno brucia attorno a te, ma tutta l’acqua del mondo non potrebbe comunque spegnere il fuoco dei tuoi errori”). Senza sosta ci accingiamo a giungere al settimo brano, Hunter’s Mind, dai connotati diametralmente opposti al suo predecessore. Pezzo molto più articolato, è ancora una volta incentrato sullo schema per così dire “vincente” adottato dai Dogmate nella maggior parte del disco tutto: climax, crescendo ed estremizzazione passo dopo passo, preferendo tenere “per dopo” i momenti migliori, invogliando l’ascoltatore a proseguire per scoprire cosa accadrà in seguito. La prima parte del brano è ordinaria amministrazione per i nostri, bravi strumentisti, che si destreggiano su riff dal sapore southern – grunge portando avanti la canzone sino a metà abbondante. Il clima sale, si arroventa, e come già successo in “Dark in the Eyes” vengono emesse delle piacevoli scintille. Dal minuto 2:35 il tutto comincia a farsi più concreto e veloce, tirato, sino a sfociare in un momento solista di pregevolissima fattura, interrotto dalla “tosse” di Mad il quale ripercorre la strada vincente dell’alternanza, in questo caso composta da melodia ed aggressività, perfettamente bilanciate, senza mai risultare troppo stucchevoli. La chitarra di Sk è una importante fucina di melodie sabbiose e moderne, fondate su esperienze importanti, mentre la ritmica si rivela ancora una volta il punto forte del combo romano. Diversi gruppi vorrebbero mettere le loro grinfie su due ottimi esecutori come Jeff e Ivn, poco da dire. Bravura tecnica e grande presenza a livello di personalità. I loro dettare i tempi è fondamentale per la band tutta, che può rimanere solida ed esprimersi al meglio senza mai avere timore di perdere il filo, neanche per un secondo. Come già accaduto in “Me - stakes” il testo del brano in questione è molto breve, ma in questo caso estremamente criptico e di difficile interpretazione. Il “cacciatore” di cui i Dogmate ci parlano sembra essere più interessato a prede umane che animali, ed uno di questi umani è proprio il bersaglio preferito dei suoi colpi. In poche parole, egli ama “cacciarsi” da solo, facendosi ripetutamente del male, auto braccandosi, non dandosi possibilità di uscire dalla traiettoria delle sue armi. Delle lyrics che dunque sembrano essere incentrate sull’autodistruzione e sull’autolesionismo, anche se non ci è dato sapere sino a che punto i temi qui esposti siano trattati. E’ certo, comunque, che il protagonista veda la sua vita come un qualcosa di totalmente inutile, degno di essere trattato con noncuranza e di conseguenza distrutto (“He goes to the root of the problem, distractions, intolerable, he ha san objective in his life, to destroy his life. He is an unusual hunter, he destroys his life” – “Lui va alla radice del problema, distrazioni intollerabili, egli ha un solo scopo, distruggere la sua vita. E’ un cacciatore strano, lui distrugge la sua vita”). Inizio molto più tirato ed aggressivo per il brano numero otto, Mesmerizing Truth, che sembra abbandonare in parte le velleità grunge per proporci un groove denso di alternative metal. Gli echi dei Pantera sono facilmente riscontrabili, fusi con le esperienze di gruppi come Disturbed e Down, elementi questi ultimi che concedono una certa scorrevolezza alla canzone, la quale parte sparata come un treno e non accenna a placarsi. Il tutto scorre liscio come l’olio, la chitarra di Sk è forse un po’ più prevedibile della norma ed il lavoro della ritmica è un po’ più semplificato, mentre il cantato di Mad risulta sempre in bilico fra i vari stili che caratterizzano il sound della band. Un piccolo intermezzo acustico verso il minuto 1:16 risulta essere l’unica “sorpresa” che questo brano ha da offrirci. Da questa mini pausa, il tutto riprende a proseguire in climax sino alla prossima pausa “acustica”, ripetuta questa volta durante il minuto 2:31. Un brano non troppo impegnativo, che punta decisamente sulla formula dell’ “easy listening” (che non è comunque sinonimo di mancanze o comunque difetti, sia chiaro) e tende ad incastrarsi nella mente di chi ascolta, senza star troppo dietro alla potenza dinamica e distruttiva udita in brani come “Me - stakes”. Nulla contro certi episodi, figuriamoci, è bene che una band cerchi in qualche modo di comporre tracce magari meno impegnate di altre ma comunque facili da ricordare e più semplici da ascoltare, in modo tale che queste facciano “da traino” per l’album tutto, che sicuramente gioverà della loro presenza. Un brano come “Mesmerizing Truth” è presente in tutti i dischi di ogni genere, è il pezzo che forse si fa conoscere ed apprezzare di più, che aiuta a scoprire tutto l’album e molto spesso il gruppo intero. Non un riempitivo, un episodio forse non brillante per quel che riguarda l’originalità ma comunque dal grande impatto. Da notare come Mad, sul finale, declami la parola “mesmerizing” in un tono assolutamente basso e minaccioso. Accorgimento singolare, che rende il tutto ancora più affascinante. Il testo è nuovamente abbastanza criptico, e tratta della Verità. O meglio, della presunta verità: i nostri ci parlano infatti di una particolare “casta” di personaggi, i cosiddetti “ipnotisti”, persone in grado di manipolare la realtà circostante facendoci credere cose che in realtà non corrispondono al vero. Per noi è sicuro che tutto sia quel che vediamo, ma ignoriamo che ci siano loro dietro tutto il mondo che ci circonda. Entrano nella nostra mente, leggono i nostri pensieri, la manipolano e decidono cosa e quanto farci ricordare. Quel tanto che basta per tenerci buoni al guinzaglio, insomma. La prima strofa sembra quasi fornirci uno spiraglio di ottimismo, ma dalla comparsa di questi ingannatori il tutto precipita (“Welcome to the world of Truth, here you will be judged by your own words, you are the judge of your destiny / Hypnotists come from far away.. if they come slowly into your mind they can take what they want… they invaded our corrupt world to take away our freedom to live” – “Benvenuto nel mondo della Verità, qui sarai giudicato in base alle tue stesse parole, sei tu il giudice del tuo destino / Giungono gli Ipnotisti da molto lontano.. entrano pian piano nella tua mente, prendono ciò che vogliono.. invadono il nostro mondo corrotto per portarci via la libertà di vivere”). Una chitarra singolare apre, scandendo un ritmo accattivante, la traccia numero nove, World War III, forse uno dei pezzi in cui le esperienze Grunge ed Alternative sono meglio mescolate. I sempiterni Alice In Chains sono sempre più presenti soprattutto nelle linee vocali di Mad, mentre il sound della chitarra di Sk ricorda abbastanza il lavoro svolto da band come i Korn. Il tutto, combinato, da vita ad un pezzo assai tenace, diretto al punto giusto e soprattutto per nulla noioso. Dopo la mite chitarra in apertura, la voce cavernosa di Mad rompe il silenzio, le note emesse dalla sei corde di Sk si sporcano meravigliosamente ed il suono tutto acquisisce quella pienezza e completezza che tutto il disco avrebbe dovuto avere. Mad si destreggia bene fra un cantato aggressivo à la Anselmo ed evocativo alla maniera del già citato Staley, mentre Ivn e Jeff come al solito tengono meravigliosamente banco senza perdere nemmeno una nota. Una variazione arriva verso il minuto 2:00, in cui il brano perde aggressività e diviene più “solare”, certo southern alla maniera di Black Label Society e Down ma non barbaro ed aggressivo, anzi molto arioso e caldo. Una nota sicuramente positiva ed inaspettata, che si ritrae però subito per lasciare spazio ad una sfuriata Alternative – Nu Metal prettamente strumentale, la quale lascia in seguito nuovamente spazio al momento pocanzi descritto, per lasciar poi il pezzo avviato verso la conclusione, ancora una volta di Slipknottiana memoria, se non fosse che la voce di Mad ci ricorda quanto è stata importante, sui Dogmate, l’esperienza di Seattle. Un bel brano denso e decisivo, arrivati a questo punto. Decisivo perché mostra senza dubbio la capacità che i Dogmate hanno, di variare ed aggiustare il tiro quando serve. Un ottimo episodio che decisamente ripara molte delle piccole “pecche” illustrate durante il corso di questa analisi. Come ci suggerisce il titolo, le parole di questo brano sono profondamente incentrate sulla Guerra e sull’inutilità dei vari conflitti. I nostri ci illustrano dapprima come la volontà di farsi del male a vicenda (parlando di umanità), non sia mai cambiata: se un tempo si combatteva con le spade, oggi si combatte con bombe e missili. La sostanza non cambia, la guerra è uno strumento di controllo e manipolazione nonché di propaganda, che i potenti adottano per distrarre la popolazione e mascherare, sotto il velo del patriottismo o delle “minacce estere”, biechi interessi legati come sempre ai soldi. Ad essere condannate sono comunque, più che le guerre con dei veri e propri eserciti, sono quelle “intestine”, civili, combattute fra di noi, proprio noi che dovremmo essere compatti ed uniti contro il potere che ci sta distruggendo. Dividi et Impera, un detto mai troppo sottovalutato (“Nothing is created, everything is trasformed, swords become guns, bombs become missiles / And you stay there to manifest your rights, and they will look through the screen as you fight” – Nulla si crea, tutto si trasforma, le spade diventano pistol e le bombe diventano missili / E tu stai qui a manifestare per I tuoi diritti, e loro ti osservano da dietro un monitor, mentre tu combatti”). Giungiamo alla fine di questo lavoro con la toccante Black Swan, aperta da un malinconico arpeggio, fra i più sentiti e mesti mai uditi sino ad ora in questo disco. I nostri sfoderano una vera e propria ballad dal sapore Grunge, appesantita comunque dalla loro attitudine selvaggia, ma finemente cesellata ed impreziosita da suoni che mai, avendo ampiamente capito il modus operandi dei Dogmate, avremmo potuto mai aspettarci di trovare. Si presentano in tutto il loro splendore, difatti, un violino, una viola ed un violoncello, atti a rendere il clima ancor più sentito di come già non sarebbe. Strumenti magistralmente impugnati dalle bravissime Adriana Marinucci (Violino, Viola) e Luisa Marinucci (Violoncello), trasportano i Dogmate in un contesto incredibilmente decadente (nel senso poetico del termine) che gioca proprio sulla capacità di suscitare grande pathos in noi ascoltatori. Un momento del genere sarebbe potuto essere assai rischioso, in altri contesti: la ballad non è mai né croce né delizia nel senso assoluto del termine, il momento acustico, delicato e tranquillo non deve mai e poi mai scadere nello sdolcinato e rovinare così, tramite un’atmosfera melensa, tutto il lavoro compiuto sino al suo “arrivo”. I nostri invece fanno centro, aiutati da due musiciste assai brave, e riescono a tingere persino questo brano della loro naturale “cattiveria”, qui però tramutata in cupa rassegnazione, rabbia malinconica; lacrime amare che rigano il volto di chiunque sappia che ormai non c’è più nulla da fare, si può solo accettare ed andare avanti. La prova vocale di Mad è a dir poco eccelsa, raggiunge il suo apice dal minuto 2:40, in cui la voce del cantante diviene splendidamente “viscerale” ed appassionata, in linea con quanto strumentalmente possiamo udire. Il tocco “baroccheggiante” donato dagli strumenti classici ci trasporta in tempi lontani, molto distanti da un presente eccessivamente caotico. Una nuova “esplosione” avviene al minuto 4:04, impossibile non menzionare la validità dei cori a supporto del vocalist, autori anch’essi di una prova a dir poco da manuale. Un episodio eccezionale, singolare, romantico e potente, che beneficia di una rabbia intrinseca e di una qualità del suono in questo caso avvolgente e per nulla troppo insipida. I Dogmate hanno saputo stupirci con una prova davvero fuori dal comune, come poche band riuscirebbero a fare, c’è da sottolinearlo. In tinta con la musica, il testo segue le stesse dinamiche emozionali. “Black Swan” è molto probabilmente dedicata ad una persona scomparsa, della quale non è mai stato compreso il dolore che Ella era costretta a portare dentro di se. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare, nessuno si era mai soffermato a scrutare il suo animo, la sua personalità. La Vita è comunque crudele, e questa persona, nonostante avesse provato a vivere, a reagire, a sorridere e ad andare avanti, è stata portata via senza che nessuno potesse, ancora in vita, capirla ed accoglierla fra le sue braccia, magari donandole un po’ di conforto, facendola sentire parte di un qualcosa, e non lasciarla sola. Il protagonista si strugge al pensiero di non aver potuto manifestare il proprio affetto a questa persona ormai scomparsa, si limita a scusarsi per non aver voluto capirla e a versare delle lacrime, quasi queste possano fungere da tributo per le mancanze passate (“I don’t know you, i don’t know anything about you. The pain i feel knowing has happened.. to you.. pushes me to apologize. You live into the mind of everyone who cried for you. Your sweet life, the desire to live, remains in the memory of those who’ll never forget you..” – “Non ti conosco, non so nulla di te. Il dolore che sento, conoscendo quanto ti è successo.. a te.. mi spinge a scusarmi. Vivi nella mente di tutti quelli che piangono per te. La tua dolce vita, il tuo desiderio di vivere, rimangono nella memoria di chiunque non ti dimenticherà mai”).



Dopo questo toccante momento acustico, il giudizio globale nei riguardi del disco cambia sicuramente in positivo. “Hate” è un lavoro ancora seminale, degno sicuramente di una band giovane e dinamica, vogliosa di esprimere un qualcosa che non sia puramente abilità tecnica o voglia di “essere famosi”. I Dogmate hanno un indubbio potenziale dentro di loro, ma stanno ancora imparando come concretizzarlo nel migliore dei modi e proprio per questo non vanno eccessivamente penalizzati, ma anzi incoraggiati. Il punto debole di questo lavoro rimane senza dubbio l’aver voluto forse eccedere nella cura del sound, privando molti pezzi di una cattiveria ancestrale che invece live, sicuramente, esploderà come una bomba dal potenziale distruttivo elevatissimo. E’ senza dubbio ottimo il voler dimostrare sul palco quel che si è: molte band hanno proprio questo grande difetto, quello dell’abbassare e di molto il potenziale dei pezzi una volta saliti sul palcoscenico, proprio perché fra il lavoro in studio ed il Live la differenza è abissale. Una volta che sei lì fuori, dinnanzi ad un pubblico caldo e sanamente “arrabbiato”, non puoi certo fermarti perché hai sbagliato un riff o rieseguire il pezzo perché “non ti è piaciuto molto”.. l’attitudine da concerto è importantissima, ed i nostri fanno senza dubbio benissimo a prediligere quest’ultima. Debbono tuttavia fare in modo che anche il prodotto in formato fisico abbia una buona parte di quel potenziale. “Hate” è pieno di ottimi spunti, vario, mai noioso, dotato sia di pezzi maggiormente articolati che di potenziali singoli da hit parade, adattissimi per far conoscere al meglio il prodotto. In troppi casi, però, manca di mordente. Il sound sembra quasi “spoglio”, privo di quella potenza che i nostri invece riversano sulle loro canzoni una volta giunto il momento di esibirsi. Un buon passo avanti sarebbe giungere ad un compromesso: d’accordissimo, mai svelare subito e totalmente le proprie carte, ma cercare in un certo qual modo di bilanciare le due attività. Sporcare maggiormente il sound, renderlo più “incivile”, più ronzante e meno succube di una produzione troppo curata potrebbe essere un ottimo passo avanti. Del resto, la musica è come una partita di poker.. nessun bravo giocatore cerca di rubare il piatto alla prima mano, né tanto meno abbassa la guardia quando tutto sembra favorevole. Bisogna avere l’accortezza e soprattutto la freddezza di valutare per bene ogni situazione che si presenterà, ed in questo caso, donare ai pezzi in studio un po’ di quell’attitudine guerresca mostrata nei live potrebbe senza dubbio essere la mossa vincente da fare, attualmente. Promossi, ma in attesa di conferme e soprattutto di dimostrazioni.


1) Buried Alive
2) Inflated Psychotic
3) Witness of the Shamelessness
4) Stripped & Cold
5) Dark in the Eyes
6) Me - stakes
7) Hunter's Mind 
8) Mesmerizing Truth
9) World War III
10) Black Swan