DISTILLATOR

Revolutionary Cells

2015 - Empire Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
19/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

La violenza è ovunque, permea il mondo come una calda coperta, ma soprattutto noi esseri umani non siamo in grado di non amarla, chiunque, anche il più pacifista degli uomini, tira pugni se viene provocato; qualcuno, di accezione più anarchica, direbbe che "la violenza è nulla, senza controllo". Tutto questo non perché bisogna amare la violenza, ma perché essa è insita nell’animo umano, radicata come un cancro dalla notte dei tempi, il progresso per l’industria bellica ha fatto passi in avanti quasi doppi o tripli rispetto al progresso medico o sociale, questo dimostra quanto il male sia parte integrante della nostra esistenza. Nel mondo, purtroppo, di violenza c’è  n’è anche troppa, uomini che soggiogano interi paesi, o anche più, soltanto per il proprio tornaconto personale, per vedersi spuntare quella grossa erezione nei pantaloni e bere il calice dolce e potente del potere assoluto. Nel corso della storia molti hanno anche cercato di agguantare fra le mani il mondo, ponendolo ad immagine di sé stessi, e permettendo quasi che tutti gli abitanti del pianeta si piegassero al suo volere. Nel mondo della musica la forma di protesta è sempre stata alla base, o quasi, dei meccanismi che regolano la produzione musicale stessa; si pensi, per esempio, soltanto a tutto ciò che è nato negli anni ’60, in cui la stratificazione sociale ed i problemi che affliggevano nazioni, hanno permesso la venuta di alcune delle canzoni più belle e famose della storia, quel sentimento di base era così forte che esse sono venute fuori dal petto quasi da sole, anzi, scalciavano per uscire già da un po’. Nel mondo del Metal invece, non in tutti i generi “si protesta”, spesso e volentieri le argomentazioni di questa accezione musicale sono improntate sul raccontare grandi storie, sulla mitologia, sulle leggende e sulla letteratura (ovvio che, a seconda dell’argomento, un minimo di ribellione c’è, in fondo); esiste però un genere che, forte delle sue tradizioni Punk, si è sempre discostato dai canoni classici del Metal, ed ha improntato, oltre che sul piano musicale, anche la sua parte testuale alla denuncia dei problemi del mondo, all’urlare in faccia al pubblico quali sono le cose che non vanno, e parliamo ovviamente del Thrash. Nel corso della sua (ormai lunga) storia, il Thrash Metal si è occupato di vari passaggi e fasi della vita mondiale, si va da dischi e gruppi leggermente più dediti a temi come ecologia, pianeta terra e natura (i Nuclear Assault, ma anche gli stessi Anthrax, così come gli Evildead), a chi, invece, preferisce dedicarsi alla denuncia storica, a saggiare a fondo i mali per far comprendere bene a chi ascolta quanto essi non debbano più tornare a calcare la nostra terra (l’esempio più lampante sono i Sacred Reich, gruppo che, a discapito del loro nome, sono stati fra i maggiori esponenti dell’anti-nazionalsocialismo americano, ma sono andati anche contro gli USA stessi, ponendosi fra gli antimilitaristi e gli anti-interventisti durante la guerra del Vietnam negli anni ‘70/’80); c’è chi poi, andando avanti, preferisce gettarci una granata direttamente fra le mani e farla esplodere, improntando tutto sulla violenza dei testi e degli argomenti, ma una violenza che, secondo il loro modo di vedere, dovrebbe fungere da catarsi per farci avere una chiara visione d’insieme dei problemi mondiali, scatenare la rabbia durante l’ascolto, e poi razionalizzare per fare la scelta giusta (gente come i Viking, i Living Death o i Testament ne sono un bellissimo esempio). Andando poi pian piano discorrendo nella storia, troviamo anche chi ha deciso di dedicare un intero full lenght all’argomento della violenza, ovviamente non a pro di essa, ma piuttosto una lunga suite che ci permette di saggiare a fondo quelle che sono le dinamiche dell’animo umano, cosa è che lo spinge a compiere atrocità così inenarrabili, da non poter essere neanche ascoltate da un orecchio allenato. Per trovare questi folli dobbiamo andare nella terra dei tulipani e dei mulini, una delle patrie della musica estrema Europea, l’Olanda. Qui, bussando alla porta giusta, possiamo incontrare i Distillator, band attiva dal 2013, e che in quell’anno pubblicò anche il suo primo EP, dal titolo di “Ep 2013”. Maturano gli anni, maturano gli artisti, e i nostri olandesi avevano voglia di assestare un altro calcio nel culo a chi si permette di fare del male al mondo intero; ecco allora che questi nerboruti ragazzi si sono presentati in sala prove, hanno lavorato per mesi e mesi a questo progetto, ponendosi, per realizzarlo, una semplice, ma controversa domanda, quand’è che la violenza viene legittimata? Cioè, quand’è che fare violenza, o usarla, viene riconosciuto come giusto dal mondo intero? I Distillator si sono fatti entrare questo tarlo in testa per mesi, e hanno cercato di dare le risposte grazie alle nove tracce che compongono questo primo lavoro ufficiale della band. Nove slot occupati da testi semplici, ma devastanti al tempo stesso, conditi con un sound old school senza fronzoli, che ci spettina letteralmente i capelli, nove slot che portano il nome di Revolutionary Cells.



Una rullata di batteria possente, nel più puro stile anni ’80, ci apre a Guerrilla Insurgency (Guerriglia di Insurrezione); i ritmi sono serrati fin dalle prime battute, non abbiamo un attimo di respiro, il duo chitarra e pelli ce le suonano assai volentieri per questi primi tre minuti, mentre dall’altra parte del ring abbiamo Desecrator (uomo con il dono dell’ubiguità, visto che tiene in mano anche la sua ascia a forma di chitarra), che col suo stile di canto molto alto e tagliente, ci entra direttamente nel cranio ed inizia a colpirlo con forza, facendoci sanguinare da ogni dove. La struttura del brano è assai lineare, ma forse la sua semplicità è proprio l’arma vincente di questa sezione del disco, bridge e assoli si ripetono fino alla fine, dando risalto e lustro alla voce, ma anche al significato stesso del testo, che ne esce sempre bene. Qui si parla ovviamente di guerra, ma più che di guerra nel vero senso della parola, di guerriglia, di quel meccanismo attraverso il quale le persone un giorno, ormai stanche dell’oppressione che le circonda, afferrano il primo oggetto contundente che hanno a fianco, ed iniziano a menare fendenti per l’aria come se non esistesse un domani, dando sfogo e vita ad una insurrezione di massa. I Distillator ci pongono in uno scenario apocalittico, in cui un fantomatico paese è stato per anni vittima di un governo fascista, autoritario e senza scrupoli, pronto a sacrificare qualsiasi uomo che faccia parte del paese, solo per il proprio tornaconto personale. La situazione è pronta ad esplodere, vediamo la gente levarsi come un’onda nell’oceano e colpire duro, gli olandesi ci urlano che questo è inevitabile, che prima o poi, in una situazione come questa, doveva accadere, e allora a noi non rimane altro che guardare teste spaccarsi come meloni maturi, e sangue macchiare indelebilmente la strada che è sotto, rendendola viscida e liquida, quasi viva sotto alcuni aspetti. Abbiamo parlato prima di quanto la struttura del brano, musicalmente parlando, fosse semplice, ma in realtà anche la struttura testuale non è da meno; più che di un vero e proprio testo, con collegamenti e rimandi a frasi precedenti, il tutto con un filo rosso in mezzo, è preferibile parlare di frasi urlate, un corpus di frasi e concetti messi lì, come i colpi di una cartucciera, e gridati dal petto uno dopo l’altro, al fine solo di prenderci a schiaffi. E’ un inizio davvero al vetriolo con gli olandesi, che non badano molto al contorno, ma preferiscono proporci incassi chiari e diretti, forma semplice, ma tantissima sostanza. Di tutt’altro avviso invece, almeno a livello di struttura musicale, è la straccia seguente, Saturation Bombing (Bombardamento a Tappeto); qui assistiamo ad un cambio di stile deciso e mirato, passando dal brano precedente in cui non si badava molto ai dettagli, a questo in cui ogni elemento è curato e assai sagace nella sua struttura, proponendoci una musica che affonda le mani in pieno tanto nel Thrash classico, quanto nei richiami di uno Speed d’annata, anche se solo a livello musicale, e non di cantato. La chitarra di Desecrator inanella combo come se dovesse fare il punteggio più alto ad un videogame, la batteria di Marco Prij è una bella serie di colpi e fantasie che si rincorrono velocemente per tutto l’ascolto, passando da ritmi decisamente pregni di Groove, ad altri meno ritmati, ma molto più veloci, con possenti rullate sia sui piatti, che sui tom. In tutto questo poi si inserisce anche il basso di Frankie, che con le spesse corde ci sa davvero fare, all’inizio è quasi impercettibile, passa in secondo piano, ma quando andiamo ad ascoltare una seconda o terza volta, ci rendiamo conto che le sue plettrate danno un gusto ancora più eclettico al sound, e la sua fortuna, peraltro, è di far parte di una band con solo tre elementi (senza la presenza della seconda chitarra), in questo modo il suo strumento viene messo ancora più in luce. Si passa dall’insurrezione del brano precedente, alla guerra più totale in questo slot; si parla di bombardamenti, di giganti dell’aria che arrivano minacciosi sulla città designata per la deflagrazione, e come uno stormo di avvoltoi guardano la loro preda dall’alto, poi, al momento fatale, aprono il portellone e defecano sulla città ogive ricolme di esplosivo, dall’alto dei cieli le vedono esplodere, ed un beffardo e sadico ghigno si staglia sulle loro bocche. Nel corso delle guerre che hanno violentato il mondo, il bombardamento è una soluzione che, purtroppo, viene utilizzata ancora oggi, è una soluzione veloce ed efficace per radere al suolo più elementi possibile (vi ricordate il colonnello di Apocalypse Now? Quello di “i Love the smell of Napalm…In the Morning, ecco, quella era la devastante, non con bombe ma con benzina incendiaria, conseguenza di un bombardamento a tappeto), la stessa accezione “a tappeto” ci fa ben capire di cosa stiamo parlando, il tappeto è liscio e sta per terra, fili corti che non si ergono più di tanto, esattamente ciò che i nostri occhi vedono quando il B 52 è passato e ha eseguito la sua pulizia mortale. I Distillator in questo passaggio ci tengono a sottolineare l’orrore che si prova a vedere una scena del genere, dove un minuto prima vi era rigogliosità e vita, l’attimo dopo, una frazione di secondo in più, e tutto ha assunto il colore della notte e del sangue, misto ad un odore di morte che entra dentro le narici e non ne esce per anni, si ficca nella nostra testa e ci fa letteralmente vomitare. Di altro avviso invece è la terza gemma del disco, intitolata Shiver in Fear (Tremare di Paura); qui entriamo in un lavoro assai veloce e al tempo stesso devastante, due minuti e poco più di pura follia Heavy/Thrash senza precedenti, che ci perfora la testa e non ci lascia andare via. Pezzo improntato molto sulla velocità di esecuzione, Shiver ci presenta una serie di riff e rullate di batteria che fuggono così velocemente da non farci vedere dove stanno andando, vediamo solo il nostro contagiri prendere una piega decisamente strana, la lancetta, quasi impazzita, arriva a fine corsa e vorrebbe continuare senza sosta, spinta dalla potenza dei Distillator. Desecrator, al solito, inframezza le sue parti di chitarra, susseguirsi di bridge e riff, con la sua voce squillante e cavernosa, che riesce bene a districare il bandolo della matassa definito “tono”. Il suo modo di cantare ad alcuni potrebbe risultare fastidioso, essendo improntato quasi su uno pseudo falsetto in alcuni passaggi, ma personalmente lo ritengo perfettamente in linea col genere e con la musica che il gruppo genera, considerando che la violenza di fondo è così tanta, c’è bisogno di qualcosa che spezzi la monotonia, per non rendere il tutto una cacofonia senza alcun senso; da qui la scelta di una voce alta, che funge da spartiacque fra la parte strumentale, ed il messaggio del testo. Avete mai provato a pensare che cosa prova una persona che vive nella guerra? Avete mai provato ad immaginare cosa voglia dire non poter uscire di casa perché si teme che succeda qualcosa di irreparabile? Shiver in Fear parla proprio di questo, e non solo, si pone anche l’atroce problema di cosa voglia dire vivere nella paura di qualsiasi cosa, vivere in una situazione, seppur non di guerra, ma che come base portante ha il terrore, quel detto/non detto che permette agli uomini di farsi venire i brividi. La mente dell’uomo è volubile, può essere piegata se si usano i mezzi giusti, e storicamente la paura è forse lo strumento più utilizzato per ottenere questo fine; si cerca di innestare negli abitanti del mondo la paura di qualsiasi cosa, paura per il diverso, per il nucleare, paura anche per il proprio vicino di casa, tutto questo ovviamente perché una mente impaurita è decisamente più controllabile di una “sana”, chi ha grande forza di volontà infatti difficilmente si fa prendere dal panico, a meno di un motivo realmente esistente. Ed ecco allora che, già in questi primi tre solchi di Revolutionary Cells, abbiamo una chiara idea del filo rosso che conduce l’andamento del lavoro, abbiamo parlato di insurrezione, bombe e paura, tre sfaccettature che hanno sempre un minimo comun denominatore, la violenza, la domanda posta all’inizio è ancora senza risposta, vedremo se andando avanti nell’ascolto, riusciremo a capire quand’è che la violenza è legittimata. Una potente abbassata di toni invece ci catapulta quasi nell’universo Groove grazie a Distinct or Extinct (Distinto o Estinto); il ritmo è cadenzato, la chitarra rulla impazzita, prima di partire per la tangente dopo circa un minuto di ascolto, dando una energica sferzata alle corde, e producendo il sound del caos. In tutto questo la batteria si tinge dei toni rocciosi quasi dello Sludge, dando colpi martellanti, potenti e ripetuti per tutti e cinque i minuti, con nostra grande sorpresa anche la voce abbassa qualche semitono, diventando leggermente più gutturale e cavernosa, pur non risparmiandosi qualche sezione di toni alti. Nei cinque minuti e quaranta che compongono il pezzo assistiamo, come era accaduto nel primo brano, ad una struttura ripetuta e semplice, senza troppi dettagli a metterla in risalto, se non uno dei più importanti, la potenza che ne esce fuori; si crea, grazie a questa traccia, un muro di suono composto da cemento armato fatto di note, invalicabile per i più, ma noi, grazie alla benevolenza dei Distillator, lo superiamo ed entriamo nel vortice della distruzione. Una intensa sessione finale ancor più rallentata e corposa ci trascina verso l’ultimo punto del brano, in cui la chitarra accenna qualche stralcio di riff, prima di decantare l’unico assolo dell’intero brano, che a differenza di quelli sentiti precedentemente, tira fuori molto più l’anima da metalhead di Desecrator. Considerando che è un disco che parla della violenza, e aggiungendo che siamo in un lavoro Thrash, potevano esimersi i nostri olandesi dal tirare un bello schiaffo morale (e fisico) al simbolo delle violenza legalizzata, la chiesa? Certo che no, ed ecco che questo brano, nella sua interezza, ci parla proprio di questo, dell’essere “Distinto”, colui che si china e piega la testa, sottostando al volere di un Dio effimero e inesistente, oppure “Estinto”, colui che non crede, che rinnega, ma che rimane inevitabilmente schiacciato. Noi però possiamo porre fine a tutto questo, possiamo dire no e ascendere al cielo per strappare la carne del creatore in persona, tirarlo giù dal suo trono dorato, e sbatterlo sulla nuda terra, per fargli assaporare quel piccolo sentore di umanità che lui non ha mai provato, pur forgiandosi dell’appellativo di “creatore”. Non manca poi un piccolo accenno storico ad una piaga che, per colpa della chiesa, ha vessato il mondo in secoli assai bui, le eresie; migliaia di persone torturare o uccise perché ritenute indegne o professanti di magia nera e occulta, quando magari semplicemente erano uomini che sapevano vedere al di là del proprio naso. Dopo la calma (se di calma si può parlare in un disco così) arriva un’altra poderosa accelerata grazie alla title track, Revolutionary Cells (Cella Rivoluzionaria): tre minuti di pura follia omicida Thrash Metal che ci prende a schiaffi finché non arriviamo in fondo, tumefatti e pieni di bozzi sul corpo. Il ritmo torna ad essere quello dei brani sentiti in precedenza, particolarmente del secondo, in cui avevamo visto una brusca sferzata di energia. La voce di Desecrator torna di nuovo a saggiare i toni più alti del cantato, falsetto e acuti la fanno da padrone, anche se conserva quella base di vena maligna che abbiamo visto scatenarsi nello slot appena passato. La chitarra, nelle sue mani, diventa nuovamente infuocata, esercendo riffs come un ubriaco vomita la cena e tutto ciò che ha bevuto in un putrido e buio vicolo di strada, il tutto mentre la batteria funge, come sempre, da metronomo, e come il capo schiavista delle navi da guerra, da il tempo per far andare il vascello verso la destinazione, così le pelli dettano legge per i tre minuti di ascolto, fornendo ulteriore carica al brano, in accoppiata col sempre spesso basso. Qui arriviamo forse al tema principale del disco, e anche alla risposta che la band ha cercato quando ha iniziato a comporlo; la violenza può essere esercitata quando la situazione sociale lo richiede, ma deve essere una violenza dettata dalla rivoluzione, da quella sana ed incontrollabile voglia di rivalsa sociale che alberga nella mente dei popoli oppressi; è così che si formano le “celle di rivoluzione”, squadroni di individui pronti a tutto, anche a morire, per portare di nuovo la pace dopo anni di caos e distruzione. Questo manipolo di coraggiosi imbraccia le armi e combatte, combatte contro quel sistema che li ha incasellati come numeri in una griglia invisibile, che li ha costretti a diventare non più uomini, ma quasi macchine automatiche, con ordini da seguire anche per le azioni più semplici, un corpus di regole la cui disattenzione porta alla morte. Quindi la risposta alla domanda è assai semplice, ed immediata: la legittimazione della violenza esiste, ed è insita in ognuno di noi, tutti possiamo, anzi, dobbiamo, saper alzare la testa quando il mondo, o il tuo governo, ti dice di alzarla, nessuno si può permettere di soggiogare nessuno, e quando non v’è altra via di uscita se non prendere fra le mani un’arma e combattere, allora è quello che si deve fare, le generazioni precedenti alla nostra lo hanno fatto, e se capitasse, anche noi dovremmo darci alla guerra, lottare fino allo stremo per i nostri diritti, farli valere con tutto ciò che abbiamo, far sentire che il nostro urlo è più potente del loro potere. E’ arrivato il momento di cambiare cartucciera alla nostra mitragliatrice, i colpi sono finiti, ma i Distillator ne hanno in serbo ancora qualcuno prima di lasciarci andare: proseguendo in ordine troviamo Bloody Assault (Sanguinosa Agressione), in cui vediamo un percorso a metà fra quelli che abbiamo udito nelle ultime due tracce; i ritmi di base sono quasi Groove, conditi con qualche sprazzo di Metal classico qui e là, ma in alcuni frangenti la traccia assume i colori del Thrash puro, specialmente nelle parti di chitarra, che ricomincia a percorrere il manico con grande velocità, dandosi agli hammer on e al tapping con fare da guerriero. Non è affatto facile gestire una sezione con uno strumento solo (nella quasi totalità delle band esistono due chitarre, se non tre, proprio per questo, permettere il “duello” fra le parti, che si alternano durante la canzone), Desecrator però ci riesce assai bene, dando una verve all’intero brano davvero degna di nota, passando da ritmi più easy listening, a classiche plettrate vecchio stile, decisamente più ragionate e costruite, seppur sempre nel segno del male. Stando alle dichiarazioni della presentazione di Revolutionary scritta dai Distillator stessi, questo è un album che non parla di un fatto di sangue o violenza in particolare, semplicemente vuole cercare di ricordare a tutti quanto sangue è stato versato nel corso della storia, quante persone sono rimaste chiuse al buio per i deliri di un folle, e quante popolazioni sono scomparse per il capriccio di un dittatore; l’album vuole lasciarsi andare e lasciarci andare con un monito, quello secondo cui la violenza, a meno che, come già detto prima, non scaturisca da una protesta, va assolutamente condannata, in ogni sua forma, nessuno può arrogarsi il diritto di mettere i piedi in testa a nessuno, se accade, bisogna reagire. Purtroppo spesso tali episodi finiscono, e questa traccia ce lo racconta bene, in un liquido e melmoso bagno di sangue, aggressioni immotivate, colpi scorretti, agguati a gente che non si meriterebbe ciò che gli sta accadendo, di questo parla la canzone, dedicata a tutti coloro che la violenza la hanno subita sulla propria pelle, e che ne portano addosso i segni ancora oggi. Dedicata soprattutto a tutte quelle persone troppo deboli di carattere per reagire, e non è una colpa, perché spesso chi aggredisce si scaglia proprio contro di loro per sentire la famosa erezione nei pantaloni di cui parlavamo nella introduzione, perché soprattutto è gente che non ha niente da dire, ma riesce ad esprimersi soltanto menando fendenti come se niente fosse, incurante di chi ha davanti. In più, nel brano, si da anche un poderoso affondo all’arte macabra della guerra, a tutti quegli assalti contro un nemico, ma che inevitabilmente portano alla morte di tanti innocenti, persone che si sono trovate nel posto sbagliato, o ancora più ironicamente, che si sono viste arrivare la guerra alla porta, e non hanno potuto fare niente per fermarla; tutto questo turbine di distruzione è qualcosa che fa stringere il cuore, quando le immagini che vediamo alla televisione ci scorrono davanti noi quasi distogliamo lo sguardo, ma il gruppo olandese pretende, giustamente, che noi ce le ricordiamo, quel sangue intriso di terra non deve lasciare la nostra testa, sono ricordi che ci permetteranno di far si che, nel nostro piccolo, certe cose non accadano mai. Purtroppo spesso chi si ritrova oppresso finisce col togliersi la vita, quella brama di libertà che non arriva mai, quel desiderio di rivalsa che diventa sempre più lontano nel tempo, fanno si che un uomo, arrivato ad un certo limite, decida di farla finita, non tanto per ingiustizia, quanto quasi per “legittima difesa”. Di questo cruccio enorme si forgia il protagonista di Suicidal  (Suicida), una ottima suite di old school in cui ritorna il concetto di “no limits”, niente dettagli inutili, tutto viene ridotto all’essenziale distruzione musicale a cui ormai i Distillator ci hanno abituato fin dall’inizio del disco, le reminiscenze sono chiare, spiattellate lì visibili a tutti, eppure, nonostante le basi le conosciamo, gli olandesi sanno come proporcele, offrendoci un ricco piatto di mazzate a cui noi possiamo attingere senza problemi. I riff tornano ad essere veloci ed imparziali, ponendosi in vetta a questa particolare traccia, trasudano dolore come quello che prova il protagonista, mentre la batteria fa la parte del diavolo additandolo con ritmi d’accusa, quasi come se gli stesse dicendo “stai facendo un grave errore”. L’annichilimento che si respira in questo passaggio è palpabile come la roccia di una montagna, intenso, dissacrante al tempo stesso, il nostro uomo analizza la devastazione che i suoi occhi hanno visto per troppo tempo, tutto quel male e marcio che la sua testa contiene, ormai inizia a starci stretto, tanto è stipato, per cui egli decide di praticare un “buco” da cui far uscire tutto, dimenticarsi dei problemi e dell’anima stessa che gli alberga in corpo, liberandola dal male che sta crescendo. L’energia sprigionata è a tratti assai interessante, si respira, riprendendo il discorso di poc’anzi, quell’aria di sofferenza che deve essere innestata nella mente di chi sta per compiere il fatale gesto, e le sezioni musicali così grezze e taglienti ce la fanno assaporare ancora di più, entriamo in un turbinio di emozioni contrastanti fra loro, da una parte ci sentiamo vivi per la musica che stiamo ascoltando, ma dall’altra non possiamo fare a meno di soffrire come cani per ciò che sta accadendo al malcapitato character del pezzo; potrebbe anche essere, il protagonista, un uomo che la violenza non l’ha subita, ma l’ha procurata, ecco che allora il theme del brano può essere completamente cambiato, passando dalla disperazione per i dolori visti, a quella per le atrocità commesse, e col suicidio si cerca di rimediare, togliendo di mezzo un efferato assassino del mondo. Purtroppo spesso (e malauguratamente volentieri) coloro che partono per la guerra vengono indottrinati come automi sul loro scopo, essere macchine letali dispensatrici di caos (si pensi al “credo del fuciliere” dei marines americani, una lunga preghiera di sangue che fonde il soldato con la sua estensione, l’arma che tiene fra le mani), o pensate magari a film come Rambo (tratto dall’ancor più celebre libro “First Blood” di David Morell, datato 1972, in cui il protagonista alla fine non è molto diverso dal topic di questa canzone, un uomo i cui bulbi oculari piangono morte, e la cui testa trasuda dolore, l’unica soluzione logica, è farla finita, inabissarsi nel mondo sotterraneo in cui abbiamo spedito anche troppa gente. In passato, si trovò una soluzione per sedare la violenza di un paese, per fermare quella brama di devastazione che albergava negli uomini, ma fu una soluzione che si rivelò semplicemente essere un pretesto per far circolare soldi ed alimentare, poi, una guerra che non c’è mai stata veramente, una guerra silenziosa e letale, una paura incontrollabile inculcata in un intero mondo, una guerra fredda. E simbolo di quel conflitto nebbioso fu il muro dei muri, quello di Berlino, edificato agli inizi degli anni ’60, e resistito fino alla data che ha cambiato la storia, 9 Novembre 1989, in cui, sotto i poderosi colpi dei berlinesi stessi, il muro della vergogna cessò di esistere (e diede anche vita, peraltro, ad una celebre canzone degli anni ’80, la grande Wind of Change dei teutonici Scorpions). I Distillator, forti del loro essere europei, non potevano esimersi dal dedicare, in un album così, anche una canzone a questa disastrosa pagina di storia mondiale; così ha preso vita Death Strip (Strada della Morte), in cui si cerca, in poche parole, di raccontare sensazioni e terrore di coloro che hanno vissuto i 30 anni del muro, quei ragazzi, ora adulti, che sono morti tentando di valicarlo, ma soprattutto, che il muro non era altro che l’espressione della chiusura mentale di due popoli, alle fazioni opposte del mondo, che si davano battaglia senza sparare colpi, ma con la politica del terrore. Tutto questo gli olandesi lo fanno seguendo la linea del brano precedente, pochi punti, assai sostanza, riff serrati e chiusi, proprio come il muro, una batteria che pare essere più dura del cemento con cui fu costruito, e la voce di Desecrator che, al solito, si lancia nei suoi acuti a metà fra il cavernoso e l’alto, creando un dualismo assai interessante da sentire. Una struttura che, proprio come il percorso della vergogna che divideva in due Berlino, ci fa ricordare quanto sia stata stupida un’idea così, pensare che una fila di mattoni potesse soggiogare una nazione intera, pensare soprattutto che ci si potesse permettere di fare quello che si voleva, senza conseguenze. Il mondo, ogni volta che ci ripensa, viene scosso da una nube di paura, erano anni bui, gli anni del terrorismo politico, gli anni della segregazione e dei limiti imposti, ed in tutto questo il muro di Berlino si colloca proprio “nel mezzo”, il simbolo di tutto ciò che non deve ripetersi, la assoluta inconsapevolezza di quel che si stava facendo, soprattutto dopo 7 anni di guerra sanguinosa che aveva coinvolto tutto il mondo. Per fortuna, gli abitanti della città, non rimasero a guardare per sempre, ma piano piano scavarono sempre più a fondo nella società, e appena riuscirono a trovare quell’impercettibile dettaglio che era sfuggito alle sfere di potere, ci si infilarono tutti assieme con grande forza, e spezzarono le catene dell’oppressione, ponendo fine a quella guerra senza proiettili, ma che non è stata affatto esente da morti e sofferenze arrecate agli uomini. Chiude questo cerchio di violenza un altro attacco alla chiesa, ormai protagonista delle più atroci sofferenze umane, l’ultimo slot del disco è occupato da quella che è considerabile come il testamento dei Distillator, la energica Sacred Indoctrination (Sacro Indottrinamento); una corsa di quattro minuti in cui il gruppo ripercorre tutto ciò che ha suonato fino ad ora, inserendo parti prese da tutti i pezzi e ritmi che sono riusciti a tirare fuori, abbiamo una chitarra che si districa fra riff elaborati e con molti accessori, a parti molto ritmiche e acri, in cui invece si cerca di spingere sul muro di suono. La batteria si comporta allo stesso modo, si barcamena fra un ritmo ora poliedrico, ora martellante come un ciocco di legno, così come il basso, il cui proprietario, è bene ricordarlo, si occupa anche dei cori nel disco. Una degna chiusura per un disco che, nonostante la sua linearità, non delude certo le aspettative, così come non le delude il testo, l’ultimo attacco degli olandesi al mondo. Si parla di indottrinamento appunto, quella pratica attraverso la quale si infilano con forza le idee nella testa della gente, si cerca di impedire loro di pensare ed agire, se non secondo il proprio volere. La chiesa, in tutto questo, si inserisce come vero e proprio vate di questa pratica, essa è il simbolo dell’indottrinamento, un baluardo di poche persone che ne controllano migliaia, è forse, paradossalmente, la più grande dittatura ideologica esistente. Col suo finto buonismo e le sue parole dolci, in realtà rende schiavi coloro che si avvicinano, gli promette paradiso in cambio dell’anima, e addita l’inferno per installare la paura negli uomini, così che seguano sempre i suoi dettami. Con questo è ovvio che non sia vietato avere un lato spirituale, ma, preferibilmente bisognerebbe averlo con sé stessi, scelta di vita, e non perché qualcuno vestito di rosso o bianco ce lo ha detto in televisione o per la strada. Questo sacro instaurarsi di idee i Distillator lo hanno capito fin troppo bene, ed in questo ultimo colpo di reni si scagliano proprio così, senza freni, gettando in faccia a chi di dovere tutto ciò che hanno; rispondono anche ulteriormente alla domanda posta all’inizio, ma stavolta sotto forma di denuncia sociale: nel corso dei secoli, la chiesa ha legittimato la violenza per il proprio tornaconto, improntando vere e proprie guerre sacre in nome di niente, ha donato ai contadini l’arma e li ha mandati ad uccidere i suoi simili, tutto questo sempre nel nome di non si sa bene cosa, e non certo di misericordia  o carità, ma piuttosto brama, brama incessante ed incontrollabile di potere. Loro sono professatori di bene ricoperti di oro, che non si smuovono se qualcuno soffre, ma preferiscono mandare i seguaci ad aiutarlo, convinti che il loro sia solo un compito di guida, senza necessità di sporcarsi le mani. Come sempre però, una risposta a questa danza della morte esiste, ribellarsi, credere in qualcosa che non siano le loro diabetiche parole, ma piuttosto formarsi una coscienza, sapere come va il mondo, rendersi conto di cosa c’è fuori della nostra porta, e non rimanere ancorati alle credenze mistiche così lontane nel tempo da essere ormai polvere; facendo così, la nostra anima, ma soprattutto il nostro cervello, non saranno mai controllati.



Che dire, è stata una bella lotta quella accanto ai Distillator, in un album che, come già assodato prima, non delude mai, nonostante la sua linearità e reminiscenze ben marcate. Due parole le spendiamo anche sull’iconico artwork, in cui vediamo un gruppo di ribelli (membri della “cella” si presume), che lottano all’ultimo sangue con gli squadroni della morte, contro i simboli di quel potere fascista, di qualsiasi matrice, che per tutto il disco abbiamo cercato di combattere, ne siamo usciti stanchi, coperti di sangue, ma vittoriosi. I Distillator, dal loro canto, si sono forgiati di un titolo assai nobile, quello di combattenti per la libertà, ma soprattutto di analizzatori dei comportamenti, senza ricerca infatti, molte delle cose contenute nel disco non sarebbero mai venute fuori, soprattutto a livello di liriche. Per cui, lode e gloria agli olandesi, che nonostante una parte musicale, seppur mai banale, molto sintetica, e a tratti anche poliedrica, hanno saputo sfornare un piccolo diamantino da tenere con sé, un disco per tutti coloro che si sentono oppressi, non necessariamente (si spera) dalla guerra o dai conflitti, ma anche dalla vita stessa, questo album fa per loro, è dedicato a tutti quelli che hanno voglia di combattere, a tutti coloro che vogliono avere una propria cella rivoluzionaria con cui scatenare il caos se la situazione lo richiede.


1) Guerrilla Insurgency
2) Saturation Bombing
3) Shive In Fear
4) Distinct or Ectinct 
5) Revolutionary Cells
6) Bloody Assault
7) Suicidal
8) Death Strip
9) Sacred Indoctrination