DISPLAY OF DECAY

Dust Of Existence

2015 - Independent

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
28/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Come spesso accade è attraverso una serie di fortuite circostanze (delle quali non starò qui a parlarvi) che mi sono imbattuto nell'ennesimo album interessante, del quale già con queste poche righe introduttive mi vien da consigliare all'ascolto in primis se siete metalheads alla ricerca di materiale estremo di un certo interesse, e in secondo luogo - soprattutto - se siete dei deathster desiderosi di ascoltare qualcosa di reminiscenza "classica", dunque qualcosa capace di pescare a piene mani dalla storia del genere death aggiornandolo quel tanto che basta per non puzzare totalmente retrò. L'album in questione è "Dust Of Existence", secondo parto (dopo l'omonimo) dei canadesi Display Of Decay, gruppo di puro ed incontaminato death metal capace di fare riferimento alla storia evitando ingombranti citazionismi. E veniamo a questi "riferimenti" già accennati più di una volta. A riprova che ancora il mio udito funziona ancora e lo stesso possiamo dire della mia capacità di analisi, inserendo il disco nel lettore ho quasi sfidato me stesso a trovare validi riferimenti che mi potessero dare eventuali linee guida per procedere con la mia disamina. Dopo un ascolto molte cose sembravano rimandarmi al sound dei Deicide. E infatti, successivamente, spulciando nella loro bio pescata sul web ho avuto modo di confermare tale impressione: effettivamente i Deicide sono menzionati tra le loro influenze primarie, insieme ai Cannibal Corpse (che però, sinceramente, sembrano incidere in minor misura nel loro sound). Dunque per farsi un'idea di che genere di prodotto possa essere questo "Dust Of Existence" basti prendere come punto di riferimento proprio la sopracitata band floridiana. I Deicide sembrano aleggiare minacciosamente tra questi solchi, grazie alle vocals "bentoniane" del singer, ma anche per merito di strutture "pesanti", "ferali" che qualcosa alla band precedentemente menzionata devono sicuramente. Nessuna riproposizione di stilemi abusati, sia chiaro: basti far scorrere il disco per rendersi conto di come le differenze tra le due band siano palesi, pur essendoci indubbi punti di contatto. Le vie della distruzione percorse dai Display Of Decay sembrano sicuramente più ragionate e ragionevoli rispetto all'inferno proposto in alcuni degli album più celebri di Benton and co. E poi, a rimarcare differenze tra le più disparate ci pensano tanti elementi che possono essere colti solo sentendo con molta attenzione - e più di una volta - il suddetto disco, ed avendo bene alla memoria quanto partorito dalla band di Benton. Dunque non un'album-clone per una band-non-tribute, ma un prodotto serio, fatto a regola d'arte da un gruppo che dimostra di aver metabolizzato bene le sue influenze e si è reso capace di riplasmarle sotto una nuova ottica. Ma smarchiamoci da tante chiacchiere e da tanti paragoni che possono solo rendere in parte giustizia al disco in questione, decisamente ben fatto. Il disco risulta composto da otto tracce di purissimo e violentissimo death metal, mai troppo monolitico, anzi, forte di brani che si reggono su una sapiente alternanza di accelerazioni e parti ragionate, ove le prime sono davvero devastanti e le seconde brillantemente poste nei giusti frangenti. Abbiamo allora brani quadrati come "Cellar Goreatory" sfregiati a più riprese da sciabolate frenetiche (da antologia quella piazzata oltre i due minuti) e brani costruiti su agghiaccianti crescendo, come la title track. Inutile specificare che la band sa come costruire un brano, e riesce a farlo egregiamente in tutte e otto le perle incastonate in questo brillante diadema sonoro. E'ora lecito dare un'infarinata della biografia e del percorso dei nostri, dato che saranno sicuramente in molti a pretendere qualche info extra sulla band, dopo esserci abbastanza soffermati sul disco. I Display Of Decay, formati nel 2007, sono noti per proporre al loro pubblico una mescolanza di Death Metal old school ed elementi Thrash e Doom Metal. Nati ad Edmonton, presto hanno cominciato a rendere il loro nome famoso in tutto il versante ovest del Canada, condividendo il palco con nomi importanti come Cattle Decapitation, The Faceless, Origin, Beyond Creation ecc. Dopo aver rilasciato, autoproducendosi, due EP nel 2010 ("Blood Borne" e "The Feasting"), giungono alla pubblicazione del loro primo disco "Display of Decay" nel 2012. In seguito, nel 2014, pubblicano un altro EP dal titolo di "Outbreak of Infection" ed arrivano dunque al 2015 con il rilascio di "Dust of Existence", prodotto da Sean Watson e Tyson Travnik, missato dallo stesso Travnik e masterizzato da Vasilis Gouvatsos al "Grindhouse Studio" di Atene. La formazione attuale è composta da Sean Watson (chitarra solista), Avery Desmarais (Batteria), Jacob Maisonneuve (Basso), Jeremy Puffer (chitarra ritmica), Jessy Leduc (Voce). Avendo poco altro da aggiungere, al termine di queste stringate note sul disco e sulla band, direi di passare all'analisi più approfondita del loro ultimo parto.

Created to Kill

Apre le danze "Created to Kill (Creato per uccidere)", brano di notevole impatto, veloce e deflagrante, ma dotato (come tutti gli altri brani del lotto) di un certo gusto per la melodia, in cui i nostri dimostrano di avere notevole dimistichezza su come si struttura un brano senza trasformarlo in un'accozzaglia di suoni estremi. La partenza è affidata ad un riff "grattato" atonale in un indiavolato botta e risposta con la batteria. Oltrepassati i dieci secondi, al termine di questo affascinante e violento scambio di convenevoli tra i due strumenti, la chitarra si trova gemellata in maniera continuativa ai colpi ora incessanti di batteria in un preambolo che definire apocalittico è poco. La matrice è sicuramente death, ma non priva di olezzi thrash seppur totalmente estremizzati. Al trentesimo secondo la struttura sembra farsi più quadrata e sferragliante, mentre il ruggito bestiale di Leduc inizia a fare capolino. Dieci secondi dopo, successivamente a quello che possiamo considerare un assaggio, Leduc ritorna imperioso con la sua ugola da oltretomba, lacerata e malefica. I ritmi si fanno ancora una volta parossistici a rievocazione di un sordido caos primordiale che la voce torturata del vocalist sembra alimentare con gran vigore. Ci si assesta su un riff vorticoso destinato ad essere reiterato per una ventina di secondi, un giro magnetico quanto disturbante che sembra il preludio ad un epico crescendo. Al minuto esatto confluiamo in una parte ugualmente lacerante ma sostenuta da un riff differente, ripetuto alcune volte, ancora vorticoso ma meno carico di epos rispetto al precedente, anzi, direi addirittura abbastanza grigio e freddo. Questa risulta giusto una parentesi, dato che dieci secondi dopo (esattamente al minuto e dieci) si torna sui binari di una "immaginifica caduta negli inferi" scortata da un riff ancora una volta vorticoso (e ripetuto allo spasmo). Al minuto e trenta, in maniera decisamente continuativa trova nuovamente spazio l'ottimo giro di chitarra udito dopo il quarantesimo secondo, ad alimentare un certo senso di smarrimento. I due frangenti (il precedente e questo), posti in continuazione uno dell'altro sembrano decisamente la colonna sonora per una discesa nel regno dell'Ade. Al minuto e cinquanta si ritorna in seno ad un riffing freddo, che qui trova degnamente il suo posto evitando che il brano si adagi troppo a lungo su soluzioni buone ma che alla lunga potrebbero risultare un pizzico monocordi. Spezzando il clima, la tensione (fino ad un certo punto) e la struttura in questa maniera, usando un riff più freddo, i nostri invece sanno tenere molto bene l'ascoltatore sul filo del rasoio. Oltrepassato il secondo minuto si torna su una struttura veloce che ci riporta ai primi frangenti del brano. Senza soffermarmi in maniera chilometrica su ogni singolo passaggio posso affermare, concludendo, che questo primo ottimo brano rappresenta (seppur in parte) le modalità espressive che ritroveremo nei restanti brani, fatti di parti più quadrate, repentine accelerazioni, una voce (quella di Leduc) torturata e infera e un senso della struttura da non sottovalutare assolutamente (ogni singolo brano, pur particolarmente estremo, è perfettamente assimilabile - anche al primo ascolto - e distinguibile dagli altri). A livello testuale, così come nella quasi totalità degli altri brani (poi lo vedremo) ci muoviamo in truci spaccati da film horror di serie b. In particolare, nel brano in questione, possiamo sottendere un velato omaggio "romeriano" del morto che torna alla vita, e trattandosi di un morto "resuscitato" da un elemento non citato, che potrebbe essere uno scenziato pazzo direi che i rimandi potrebbero anche essere "lovecraftiani" (si veda "Herbert West Reanimator"). Il brano tratta infatti di un cadavere resuscitato a nuova esistenza da questa figura, che non identifichiamo come un possibile baron samedi grazie ad un passaggio particolare ("sei il prodotto di una ricerca") mentre si sa che il baron samedi, secondo le leggende, riporta in vita corpi esanimi attraverso particolari rituali. Il cadavere, ora in vita, torturato a suo tempo, ha ora bisogno di nutrirsi, ha brama di sangue, e immaginiamo che il losco figuro artefice della sua "rivitalizzazione" non farà nulla per fermarlo, anzi ("La fine della tua vita non è nient'altro che l'inizio,/ sei resuscitato per eseguire i miei ordini,/ una carcassa priva di vita che torna alla luce del sole,/ visioni distorte, una nuova condizione!/ Un cadavere torturato,/ ora risorto/ Scintille di energia si riversano in te,/ gli arti si contorcono, riacquisisci forza,/ i tuoi occhi si riaprono,/ senti il bisogno di uccidere!").

Rentless Reprisal

Si continua con "Rentless Reprisal (Rivolta Implacabile)" altro brano che definire eccellente è poco, forgiato su note di pura violenza "calcolata", quindi non sterile, manieristica e fine a se stessa. Ci introduce al brano un bell'urlazzo gutturale e mortifero di Leduc, accompagnato da colpi belluini di batteria e un rifferama truce e monocromatico. Questa prima parte (quasi una sorta di introduzione) si presenta molto veloce, fragorosa. La potenza è incompromissoria e sembra che quel che conti maggiormente, in questi primi venti secondi, è dare quanto più possibile l'idea di un terremotante caos apocalittico. Ma giunti in prossimità del venti secondi si cambia registro: infatti entriamo in una strofa dominata da un riff più ragionato, barcollante, dall'appeal - concedetemi il termine - zombesco. Un riff claudicante che, ripetuto più e più volte, coadiuvato dal gioco sempre energico - ma non spossante - della batteria  non può che comunicarci sensazioni "marce", "putrescenti". I ritmi sono sicuramente più lenti, anche se si fatica a scomodare il termine doom-death (ricordate? I nostri parlano nella bio anche di reminiscenze doom, ma è fuori luogo cercarle qui). In questa pozza putrida si inserisce anche la voce del singer, che adeguandosi ai ritmi più contenuti si limita ad "abbaiare" in modo più calcolato evitando di far schizzare la propria voce come una poco edificante tempesta di catarro. Il brano si mantiene su queste coordinate sino a circa un minuto e un quarto - un frangente non eccessivamente corto in cui il singer si divincola licantropico in ritmi claudicanti e macilenti senza spostare troppo il tiro rispetto ad un impostazione vocale putrida ma "ragionata", insomma in totale sintonia con il pattern - dunque, superata la soglia del minuto e un quarto ci si riproietta verso ritmiche forsennate: un arzigogolo chitarristico è il preambolo a questo nuovo frangente, a seguito del quale si riparte in quarta trainati da un riffing "demente", schizofrenico, capace di contorcersi su se stesso come un verme. E qui Leduc riprende letteralmente ad abbaiare come un Cerbero incarognito, in velocità e carico di astio. La batteria sfoga una gragnola di colpi secchi e decisi imponendo ritmi serrati. Verso il minuto e trenta tanta velocità e veemenza reimplode su se stessa sino a riportarci su frangenti più controllati. Alle baionettate si sostituisce qui la mastodontica avanzata di un panzer infernale, troppo elefantiaco per procedere oltre una certa velocità, ma ugualmente offensivo e letale. Sulla scorta di tali ritmi, con qualche modesta variazione nei riff, si procede spossati sino alla fine. Ancora una volta, testualmente, ci muoviamo in ambiti da filmaccio horror, stavolta con puntate gore data la natura "slasher" del testo. Il "protagonista" (è in realtà una figura antagonista, un assassino, ma come insegna il genere neo-noir la figura nera può essere eletta a protagonista) sta vedendo morire la sua vittima, ferita mortalmente con un fendente alla gola. E l'assassino se ne compiace, vedendo la sua vittima agonizzante mentre esala l'ultimo respiro. La guarda spegnersi, guarda mentre diviene un rigido sacco di ossa e pelle accasciato a terra e gode, asserendo che la sconfitta dell'uomo appena ucciso è la sua rinascita ("Ombre nella notte, situazione critica, terrore puro./ In cerca di vendetta, occhio per occhio.. prenderò la tua vita!/ Pugnalato alla gola, annaspi in cerca di ossigeno,/ questa vendetta terribile è solo all'inizio!/ Riderò quando morirai!!/ Sanguini copiosamente,/ la mia lama risplende!/ Giaci senza vita,/ non c'è posto in cui puoi andare!!/ Non c'è posto in cui puoi andare!!"). 

High Voltage Castration

La terza "High Voltage Castration (Castrazione ad alto voltaggio)" è aperta da un'introduzione molto dinamica e catchy. Dopo circa trentacinque secondi e un arzigogolo di basso si passa alla prima vera strofa, impostata su ritmi ancora una volta quadrati e granitici, in cui viene accantonata ogni possibile velleità ipercinetica. La parte in questione procede mastodontica e grassa sino al minuto e dieci, confluendo in una parte più veloce scortata da marziali colpi di batteria e da un reiterato riffing tanto brutale quanto magnetico, destinato a susseguirsi sino al minuto e trenta, precisamente sino a quando non lo vediamo sostituito da un giro più ragionato e meno parossistico. Un guitar work ancora una volta ripetuto sino allo spasmo che vede estinguersi solo verso i due minuti e un quarto. Dopo una dissolvenza in fade out, si apre, accompagnata da effetti sonori ad hoc (metallici, quasi qualcuno caricasse una pistola) una parte molto più veloce introdotta da un latrato agghiacciante di Leduc. I blast beat si sprecano e la chitarra si mantiene su partiture atonali e fredde. Verso i due e trentacinque subentra anche un arzigogolo chitarristico free form che rimanda, non so per quale assurda alchimia, a certe soluzioni morbidangeliane (e molte cose in questo frangente ce li potrebbero ricordare. Non solo loro a dire il vero, ma a sentire la parte questo è il primo nome che mi è balenato per la mente). Verso i tre minuti e dieci vengono lasciate da parte le mitragliate ipercinetiche a favore di un ritorno su tempi medi e granitici, già sentiti ma di cui apprezziamo notevolmente il riutilizzo. A quatttro minuti e venti, un teso guitar working introduce una strofa altrettanto tesa il cui riff si muove sulla scorta del precedente lavoro di chitarra. Ancora una volta il riff in questione viene reiterato più e più volte tanto da stamparsi indelebile nella nostra corteccia (cosa che ritengo positiva per una fruizione "immediata"). A quattro minuti e cinquanta circa un giro di chitarra inizia a serpeggiare nefasto tra queste trame (la reminiscenza è di molto death floridiano, Morbid Angel e Deicide in primis) scortato da una batteria essenziale. Quello che viene dai cinque minuti e dieci in poi risulta molto "à la Deicide": un coro compulsivo e catartico digrignato a pieni polmoni, comunque particolarmente "molleggiato", quasi il famoso inframezzo di Dead By Dawn aggiornato in salsa grooveggiante. L'ultimo vagito infernale prima della conclusione. Stavolta il testo si muove in un binomio horror/elettricità, che ci potrebbe idealmente rimandare a pellicole come "Sotto Shock" di Wes Craven (in originale "Shocker") del 1989. Ma la tematica è assai diversa e si ricollega, esattamente come la successiva "Maruta" al tema della tortura. In questo caso il protagonista viene torturato con una scarica estremamente potente di elettricità che lo evira letteralmente. Il pene finisce a terra e quel che rimane è uno sfregio cicatrizzato, purulento ("Migliaia di volt sparati nella mia mente,/ una forza paralizzante che corre nella mia pelle,/ urlo per l'agonia, mentre il mio cazzo viene staccato,/ vivo un orrore inumano, mentre realizzo che stanno privandomi del mio sesso./ Il mio cazzo è a terra,/ le mie urla di dolore coprono gli altri rumori."). 

Maruta

A seguire troviamo "Maruta", quarta track. Aperta da un minimalista drum working, dopo dieci secondi ci si apre (stavolta si) ad una parte di reminiscenza doomeggiante, lenta ed esangue, destinata a durare sino a quasi il quarantacinquesimo secondo, quando la batteria parte più veloce in una parte spenta che (inizialmente) può ricordare il clangore di certi primi Devourment. Questo sino a che non subentra tonante un rifferama sordo, atonale e spossante, memore di molta della scena storica del death metal. Il riffing si ripete ad libitum accompagnato al vocione di Leduc in una parte che più true death non si può. Tale frangente si rafforza attraverso stacchetti brevi che creano sottili pause nell'andamento generale, segnate dalle urla isteriche del singer (e qui l'influenza dei Cannibal Corpse si fa notare). Dopo il minuto e venti si prosegue su binari non dissimili a quanto udito in precedenza, giusto con qualche piccola variazione ritmica. Stesso dicasi superato il minuto e quaranta: è ancora la lentezza a farla da padrona, ma cambia il rifferama di base. Ancora stacchetti correlati di urla isteriche e ancora lentezza, pesantezza a go go e ritmi che si trascinano morenti per tutto questo lungo frangente. A due minuti e dieci la parte precedente si estingue sulle note di un mortifero solo guitar. Lo sfondo si fa più nebuloso, rarefatto ed è questo sordido giro a dominare tale breve parte. Quindi, verso i due minuti e mezzo le trame divengono più tese, sino ad esplodere in una parte veloce (due minuti e trentacinque) fomentata da una gragnola di blast beat. La chitarra intesse monotona giri febbricitanti e il singer si lacera le corde vocali, mentre la batteria detta tempi parossistici a velocità turbo. A due minuti e cinquanta un altro giro mortifero di chitarra (ancora di reminiscenza classic death) si insinua in queste trame mentre la struttura torna su binari più ragionati. Oltrepassati i tre minuti e dieci la batteria torna a dettare tempi quadrati, monolitici, accompagnati da un riffing basso e monocorde e dalla voce al solito cavernosa di Leduc. Conseguentemente ai quattro minuti abbiamo, prima della fine, un'altro frangente dilaniante sostenuto da un'incessante slavina di blast beat. Stavolta il testo ci narra di una serie di truculenti esperimenti e torture eseguite su di un uomo bloccato su una sedia di acciaio. Torture atroci - sfregiato da un bisturi, sbudellato, bruciato, sottoposto ad un "controllato attacco cardiaco". E mentre gli "esperimenti" (ma si tratta in realtà di orrori "mengeliani") proseguono la sua carne marcisce e si gonfia in neoplasie, e lui urla dal dolore e prega di morire ("Chiuso in questa camera per esperimenti,/ bloccato su di una sedia d'acciaio./ su di me vengono eseguiti test atroci,/ posso solo urlare dal dolore./ Un bisturi che succhia sangue,/ sventrato, scavato.. rimuovono le mie interiora!/ Rimango conscio sino alla fine,/ mi viene indotto un attacco cardiaco./ Bruciato vivo, un cadavere vuoto./ non c'è speranza per nessuno."). 

Cellar Goreatory

La nostra discesa negli inferi continua con "Cellar Goreatory (Lo scantinato della violenza)", brano impostato su una prima e un'ultima (breve) parte dai ritmi fortemente cadenzati, e una parte centrale maggiormente deflagrante. Si inizia con un frangente impostato su un riffing basilare reiterato parecchie volte, accompagnato da colpi essenziali alla batteria e da comparsate grottesche della voce (pochi, essenziali grugniti a marcare il territorio). Tutta questa prima parte, sorta di preambolo, risulta monotona, monocorde ed ossessiva, dal flavour doomeggiante. Si continua dal quindicesimo secondo in su con una parte maggiormente cadenzata, trainata da una batteria più energica ed accompagnata da una sezione riff ancora piacevolmente inespressiva (poche note spente ripetute più e più volte, essenziali per alimentare un certo clima di fatiscenza). Dai trenta secondi in su il vocalist inizia ad abbaiare con astio, mentre il riffing si fa più serrato, compulsivo. Ancora ci si mantiene su tempi medi, quadrati e grassi che per l'ennesima volta rimandano a tanto death di scuola americana. Dal quarantesimo secondo i tempi sembrano accelerare, e questo grazie ai vorticosi cesellamenti di chitarra, accompagnata da potenti colpi di batteria. Ma è solo una chimera (al momento): infatti circa dieci secondi dopo si ritorna in seno a tempi quadrati e possenti. Oltre il minuto e dieci un urlo mefistofelico ci fa drizzare i peli sulle braccia: un urlo che si estingue subito per lasciare spazio alle tessiture granitiche (ancora una volta) in mid tempo. A quasi un minuto e quaranta si accelera di misura. Non eccessivamente ma i tempi sembrano tendere sempre ad un piccolo incremento dinamico. I latrati di Leduc ora sono accompagnati da una sezione chitarristica abissale, vertiginosa, reiterata. E ci sentiamo sull'orlo di un baratro, in attesa di essere scaraventati giù.  I ritmi ora sono più veloci, e oltre i due minuti aumentano ulteriormente d'intensità (grazie ad una gragnola di rintocchi secchi di batteria). La velocità ora è alta, la batteria detta il tempo, la chitarra geme sorda, Leduc si getta a capofitto in una performance da pelle d'oca, scandendo le vocals marcissime su tempi cronometrici, e alternando il cavernoso growl a un terribile shriek (come nei migliori Deicide: siamo intorno ai due minuti e tredici, e il cuore di questa parte centrale mi fa gridare al capolavoro). Il pezzo quindi prende a rallentare, e tra nuove brevi esplosioni e l'ultimo rallentamento finale, giunge dunque alla fine. Un pezzo favoloso! Stavolta, a livello testuale, sembrano esserci rimandi con il celebre "Non Aprite Quella Porta" di Tobe Hooper ("Texas Chainsaw Massacre"). Il "protagonista" si diletta ad "adescare" turisti portandoli nella sua casa per poi ucciderli e farli a pezzi. Naturalmente se parliamo di pellicole il primo rimando che ci viene in mente è proprio la pellicola di cui sopra (ma sottilmente anche "Psycho" o "Il Silenzio Degli Innocenti", con il suo Buffalo Bill), ma portando il tutto in un piano reale non possiamo non citare il celebre quasi-serial killer Ed Gein, responsabile della morte di due donne, opportunamente scuoiate e "riutilizzate" (la loro pelle e i loro arti sono serviti per usi differenti). Ho detto "quasi-serial killer" dato che per esserlo a tutti gli effetti bisogna totalizzare più di tre morti, e Gein nell'effettivo ha ucciso (seppur orrendamente) solo due persone ("Sangue!!/ I loro viaggi giungeranno alla fine,/ esattamente quando saranno morti!!/ La mia sete di uccidere è insaziabile,/ il tempo è giunto!!/ Bisogna agire!/ Adesco i turisti e li porto qui da me,/ presto moriranno tutti!!/ Morite in gloria!!/ I muri sono tappezzati di carne putrescente,/n morite in gloria, nella mia cantina della violenza!/ A casa mia, la morte./ A casa mia, la vita vi abbandona.").

Messiah Compex

"Messiah Compex (Il complesso del messia)" è fondamentalmente impostata su una parte iniziale maggiormente quadrata e sferragliante, e una seconda ben più dinamica, con tanto di ottimo solo guitar piazzato ad arte ad abbellire il tutto. La prima parte, granitica, si presenta corredata da un sordo inserimento chitarristico piazzato a cadenze regolari . Il riffing varia di poco mantenendosi sempre monocorde ma roboante, mentre la batteria si esime dal gettarsi su particolari voli pindarici. Dai tre minuti e dieci si impone un'accelerazione, dettata dalla batteria ed accompagnata da un lugubre quanto fragoroso rifferama perfettamente fuzionale alla struttura. E' la visione colma di grandeur di un baccanale, compiuto nei più reconditi abissi infernali. La visione del caos che avanza, tanto frastornante quanto piena di fascino. Dai tre minuti e trenta il riffing diviene più arrogante, feroce, in your face, e anche la batteria pompa che è una bellezza pur non arrivando a mitragliare blast beats. Il clima è ferale, ma mai esagerato, sapendo dare forma compiuta ad una vera, purissima visione del concetto di "estremo". Oltre i tre e quarantacinque esplode anche un ottimo solo guitar, infilato come una coltellata tra queste mefitiche trame impazzite. La trama non conosce sosta, procedendo su questi ritmi forsennati sino alla fine. Stavolta si abbandona l'horror tout court per visioni apocalittiche che ben si potrebbero sposare con un film o un racconto di genere fanta-horror. Data la natura del testo ancora una volta scomoderei Lovecraft, stavolta con il suo Nyarlatothep, messaggero oscuro venuto nella nostra civiltà per dominarci e preparare l'avvento a forze ben più oscure. Si parla infatti di un  oscuro leader che successivamente ad una catastrofe (non viene specificato che genere di catastrofe, di che entità, ma possiamo immaginare con un po' di fantasia che si parli di catastrofe post guerra mondiale o addirittura post-atomica ) sale al potere per dettare un "nuovo ordine". Si intuisce che il protagonista e il "leader" di cui si parla possono essere forse la stessa figura (il testo, con un pizzico di ambiguità ci suggerisce che il protagonista è un servo del potere, uno di quelli che "ucciderà gli inutili") dato che a un certo punto il protagonista asserisce "io sono qui perchè sono un dio", e ci risulta difficile immaginare "qualcuno" (il messia di cui sopra) che comanda un dio. Dunque quando il protagonista parla del messia parla di se stesso in terza persona. E il protagonista/messia è qui per dare al mondo nuovi binari da seguire, eliminando chiunque possa essere inutile. E riferendosi ad un simbolico "tu" dice "mi seguirai"("Sorgerà un nuovo leader,/ il governatore dei tempi moderni./ Sopravvissuto alla catastrofe,/ riporterà all'ordine questa landa desolata,/ sconvolta dal caos./ Egli sarà il re,/ ricostruirà tutto,/ riuscirà a soggiogare il mondo./ Io sarò uno di quelli che ucciderà gli inutili,/ e contribuirà a questa evoluzione./ Scriverò il mio destino.").

Nyctophilia

La penultima traccia "Nyctophilia (Nictofilia)" si avvia a chiudere degnamente questo disco iniziato bene e proseguito ancora meglio. Il brano in questione (il secondo più corto dopo Rentless Reprisal) fondamentalmente alterna passaggi medio-lenti a improvvise accelerazioni, in maniera molto costante, dato che il brano si apre con un passaggio granitico su tempi medio-lenti destinato a durare una trentina di secondi per poi passare ad un frangente ben più arrembante scortato da un rifferama colmo di epos. A un minuto si ritorna su coordinate medio-lente per poi passare (verso il minuto e mezzo) ad un nuovo passaggio veloce e lacerante. A due minuti ancora un passaggio lento sostenuto da un riffing drammatico. Trenta secondi dopo ci si assesta su tempi medi ed aggressivi, destinati a perdurare sino alla fine del brano. Il brano si fregia di un nome che letteralmente indica l'"amore per la notte" (da "nykto", notte e "philia" amore). Analogamente notiamo come esista una nictofobia, ossia paura della notte, che in termini altrettanto corretti può essere chiamata acluofobia o scotofobia. Alla stessa maniera dunque possiamo ribattezzare questa sorta di "amore", "passione" o più semplicemente patologia come acluofilia o scotofilia. Dunque amore per la notte, il buio, l'oscurità, il sentirsi al sicuro tra tali nere spire. Un titolo che giustamente va a braccetto con il testo del brano in questione, il cui argomento è la resurrezione di un essere, un non morto (intuiamo possa trattarsi di un vampiro) tornato a nuova vita. Le parole spese riguardo alla notte come elemento benefico, salvifico (che si riallacciano al sopra citato titolo) unite alla parte in cui il non-morto afferma "L'ultimo della mia stirpe" rafforza in noi la certezza che di vampiro si tratti. Dunque il non-morto, vampiro o dannato si risveglia e ci delizia sui benefici del buio, necessario per la sua resurrezione ("Accecato dalla luce.. risorgono le tenebre!!/ Io resuscito, dalla mia tomba!!/ L'ultimo della mia stirpe, un antico sacrificio../ una carcassa vuota, avvolta dalle tenebre!/ Sono tornato dall'oltretomba,/ la morte ti tormenta, è qui vicina a te!/ Nella notte io rivivo,/ nell'assenza di luce../ le tenebre vincono!!").

Dust Of Existence

Si conclude in bellezza con "Dust Of Existence (Cenere dell'esistenza)", title track del disco, ottimo brano capace di riassumere in nuce tutte le peculiarità del disco: efferatezza, gusto per la struttura e per una certa melodia (seppur malata), oltre alla capacità di creare atmosfere incredibilmente malsane e desolate. Cosa che in questo brano si manifesta particolarmente dopo una serie di brani votati alla devastazione (ma di certo non scevri dalla capacità di evocare panico ed orrore). Un brano piazzato saggiamente alla fine, un po' la loro Northern Emispheres (chi conosce i Carpathian Forest sa di cosa parlo), che ugualmente nell'album Black Shining Leather, dopo un'autentica orgia di efferatezza viene posta in chiusura a sugellare catarticamente il tutto. Ma potrebbe essere anche la loro Phallus Maleficarum (Impaled Nazarene, Nihil) dove il giochino è simile: trentotto minuti di nefandezze e finale atmosferico. Ma stopperei qualsiasi paragone, sicuramente improprio con una scena a cui i nostri non appartengono (il mio volo pindarico serviva più che altro per dare un idea di come il "sistema" di piazzare il brano atmosferico alla fine del disco, nel metal estremo, funziona e decreta un finale pregno di una certa grandeur) e passerei all'analisi del brano. L'introduzione è affidata a rumori ambientali, folate di vento che già gettano le basi per un clima desolante. Folate di vento e poi tuoni, all'orizzonte. Quindi un lieve ricamo di chitarra acustica, che rafforza decisamente il nostro senso di desolazione. Verso il minuto un ricamo altrettanto lieve di chitarra elettrica, rarefatto e non invasivo. A un minuto e trenta si cambia parzialmente registro: il vocione di Leduc entra prepotentemente in scena, accompagnato da un riffing ferale ma lento. Ci si muove su tessiture che sembrano olezzare di doom-death. Dopo una pausa, verso il minuto e quarantacinque riappare la voce di Leduc, gorgogliante tipo orco (o incarnazione di qualche Grande Antico). Poi di nuovo torna nell'oblio, lasciando il compito agli strumenti di affrescare tale "palude sonora", pozza magmatica di puro oblio dei sensi. A due minuti la trama rallenta di nuovo, si contrae su se stessa. La chitarra si limita a vagire note lunghe (come in qualche torbido pezzo funeral doom). Poi a quasi due minuti e un quarto si ritorna in seno a ritmi più "scanditi", ancora una volta (la parte è speculare a quella verso il minuto e trenta) di gusto doom-death. Si continua così (evitando di citare qualche piccola variazione) sino ai due minuti e tre quarti, quando questa "terribile lumaca", dopo essersi contratta, si stira nuovamente esibendo la sua facciata più lenta ed agonizzante. A tre minuti e mezzo il brano parte in quarta sulla scorta di implacabili colpi di batteria, aumentando improvvisamente la velocità. Un riffing malato viene reiterato più e più volte, mentre Leduc "arricchisce" il tutto con la sua voce da catacomba. A quattro minuti si cambia ancora registro, dato che il brano inizia a muoversi su coordinate più quadrate e muscolari (diventa un distruttivo mid-tempo, insomma). Trenta secondi dopo il brano ritorna su binari lenti e morenti, forgiati con la stessa materia della desolazione. Un ennesimo cambio strutturale arriva verso i cinque minuti e venti: a screziare il brano subentra un rifferama epico e glorioso ripetuto più e più volte sostenuto da una batteria non eccessivamente veloce ne aggressiva, usata qui solo come puro accompagnamento. Verso i sei minuti un nuovo riffing, sempre screziato di epos, reiterato dapprima su ritmi lenti, quindi aiutato da una batteria più decisa. Verso i sei minuti e mezzo un urlo infernale del singer si adagia su questa conclusione all'insegna del più puro epos mortuario. Il finale, dai sei minuti e quaranta, ci regala una nuova decelerazione prima della fine. Il lugubre testo della song è incentrato stavolta sulla fine di tutto. Sulla distruzione finale e il sorgere di un reame del buio. Se anche stavolta ci vogliamo perdere in rimandi cinematografici è impossibile non pensare a pellicole come "Il Seme Della Follia" ("In The Mouth Of Madness") di John Carpenter, che narra pressappoco della stessa cosa, con la fine del mondo che conosciamo iniziato da un paese immaginario chiamato Hobb's End partorito dalla fervida mente di tale Sutter Cane, uno scrittore che nel film in questione, si dice, abbia venduto persino più di Stephen King, e che scompare misteriosamente per essere poi ritrovato dai protagonisti proprio nella città precedentemente citata, dove grazie al suo ultimo libro ha dato inizio alla fine del tutto. Ora, i rimandi con questa song si possono fare con un pizzico di immaginazione, ma lo scenario evocato dai canadesi a dire il vero non è poi troppo dissimile ("La fine della vita, la fine della luce./ L'epilogo dell'infezione./ La vita termina e termina un'epoca,/ l'umanità si estingue,/ emergono le tenebre,/ regnerà solo il vuoto./ Le ceneri dell'esistenza vengono spazzate via!/ Via!!!/ Un nuovo regno di terrore/ prenderà il sopravvento,/ la Terra si deteriora!/ Evochiamo il reame dell'ignoto!").

Conclusioni

Arrivati alla fine di questo disco - e di questo viaggio tra truci orrori di ogni tipo - confermiamo, e sarebbe quasi superfluo ribadirlo date le buone parole spese in precedenza, la nostra impressione decisamente positiva riguardo ad un parto che siamo sicuri possa fare la felicità di ogni deathster che si rispetti, specialmente tutti gli aficionados del "classic death" di scuola americana. Infatti, come precedentemente sottolineato, il suddetto disco, pur avendo un proprio "peso specifico" ama attingere con una certa finezza dalla storia. Talmente risulta sottile il gioco di rimandi che solo un orecchio abbastanza fino arriverà a percepire i cosiddetti "maestri spirituali" del gruppo. Cosa comunque non indispensabile, perchè quando si parla di buona musica bisognerebbe tralasciare qualsasi inutile turba mentale. E qui siamo al cospetto di quella che con orgoglio posso definire davvero buona musica. Infatti, a prescindere da quelli che siano i gruppi che i Display Of Decay ci possano riportare in mente, teniamo conto innanzitutto che ci troviamo di fronte ad otto tracce di vero, purissimo death putrescente, capaci anche prese singolarmente di farci letteralmente sobbalzare dalla sedia. Tanto è il gusto per la melodia, per la struttura, e al contempo è innegabile la potenza. Vogliamo poi parlare della varietà delle singole tracce, dotate ognuna di una propria personalità (grossa personalità direi). E dunque, prendendole una ad una, facendo loro una sorta di "autopsia", già potremmo timidamente bisbigliare la parola "perfezione"... se poi le prendiamo in blocco, se ascoltiamo tutto il disco dall'inizio alla fine saremmo trascinati in un viaggio (non a caso all'inizio di questo outro ho usato tale termine), un terribile viaggio tra atmosfere talvolta opprimenti e claustrofobiche, talvolta deraglianti. Tutto intagliato alla perfezione come la Maddalena Penitente del Donatello (la famosa scultura lignea). Dunque per questo secondo parto discografico dei Display Of Decay scomoderei già un aggettivo come "magnifico", pur, data la mia indole, con una sorta di "piccola riserva" per il futuro: è già stato fatto un album formidabile come questo, ma prossimamente, considerando le capacità innegabili della band sotto molteplici aspetti (voce ottima, musicisti davvero buoni, capacità complessiva del gruppo di non saper far scemare l'attenzione dell'ascoltatore) mi aspetto un Capolavoro con la C maiuscola. Un'ottima strada è stata tracciata, ora non resta che proseguire così, limando alcuni impercettibili microdifetti (ma ci vorrebbero i RIS per individuarli) e rimpolpando la dose di violenza e di "gusto per la struttura". Nel frattempo gustiamoci questo disco ottimo (per me una delle migliori release death da un po' di tempo a questa parte) e.. considerate le feste, se volete fare un bel regalo sapete ora su cosa puntare. Io ho già scelto!

1) Created to Kill
2) Rentless Reprisal
3) High Voltage Castration
4) Maruta
5) Cellar Goreatory
6) Messiah Compex
7) Nyctophilia
8) Dust Of Existence