DISNĎMIA

Blessed By Death

2013 - Autoprodotto

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
13/12/2013
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Quando si tratta di ascoltare del materiale proveniente da band underground, o alle prime armi, non si sa mai in cosa ci si potrà imbattere… Ad esempio, oggi il destino ha scelto gli italiani “Disnòmia”, autori di un energico medodic death/deathcore con il loro nuovissimo EP “Blessed by Death”, pubblicato il 31 ottobre 2013. La band di Lanciano è una giovane creatura, formatasi nel 2011 e fisiologicamente assestatasi in appena un anno, quando nel 2012 si stabilizzò definitivamente la line-up con l’ingresso di un chitarrista aggiuntivo, Mattia Tupone, ed il cambio del batterista, con l’arrivo di Marco Pompa. Partiti da lidi lontani di un punk/post-hardcore – come vedremo – mai del tutto dimenticato, l’esigenza di ampliare i propri orizzonti musicali si fa ad un certo punto bisogno naturale. Quando ingrani una marcia dopo l’altra è normale poi che le tempistiche si dimezzino e che le tappe si brucino: trovi l’amalgama giusta, stabilisci una certa sinergia con gli altri membri della band… ed insomma arrivi nella condizione ottimale per cominciare a scrivere del materiale, a gettare le basi di quella che sarà – si spera – la direzione giusta da intraprendere per mettere sullo spartito le tue emozioni, idee, esperienze. Ecco che i nostri Disnòmia, ad inizio 2013, entrano in studio, e per la precisione all’Hybrid Circle Recording Studio dei conterranei Hybrid Circle, sotto la supervisione tecnica di Alessandro Mitelli. Il risultato prodotto dalla band è un EP di quattro tracce, per la durata totale attorno al quarto d’ora. Insomma, c’è carne alla brace giusto per dare qualche valutazione ma, a prescindere dall’esito dell’analisi del disco, c’è da attendere il vero debutto per esprimere giudizi più definitivi. Questo perché "Blessed by Death" è pur sempre un EP, un biglietto da visita di quello che sono oggigiorno i Disnòmia, band che, oltre ai già sopracitati musicisti, vede tra le proprie fila Antonio Di Rico al microfono, Jacopo Dell’Arciprete al basso e Diego D’Andrea alla chitarra. L’EP si presenta con una copertina semplice, in cui è raffigurata la “D”, logo della band. Il loro primo prodotto musicale si apre con la track “Sick of My Life”, brano atipico perché attacca fin da subito col cantato. Non è la classica opener, per intenderci, che si apre con un’intro: difatti la prima cosa che salta subito all’orecchio dell’ascoltatore è la voce di Di Rico, in bilico tra un growl/scream isterico ed un cantato che deve ancora molto alla fase hardcore di quando i nostri si facevano chiamare Under the City. Continuando l’analisi sul piano musicale, i due chitarristi effettuano un buon riffing, compatto ma dinamico, rapido nel suo evolversi verso parti talora più veloci e cattive (minuto 00:37), talora più melodiche (00:59), il tutto sorretto da una sezione ritmica pertinente, dove il basso è sempre ben chiaro alle orecchie di chi sta dall’altra parte, mentre la batteria è davvero efficace con i suoi stop ‘n go che invogliano all’ascolto. Altrettanto buono e degno di nota è il lavoro di doppio pedale del drummer Pompa. Accanto ad una struttura musicale piuttosto semplice, dove pochi riff tengono abilmente in piedi tutta la composizione, è la parte melodica a spezzare un ritmo comunque sostenuto. Cosa convince di meno sono invece le linee vocali. Laddove nulla si può obiettare riguardo all’interpretazione, altrettanto non si può dire per l’andamento ritmico del cantato, i cui versi “franti” difficilmente rientrano nelle metriche quadrate che invece sono dettate a modo dagli strumenti. In alcuni passi, se l’ascoltatore dovesse esaminare la canzone col testo davanti, la sensazione che sperimenterebbe sarebbe quella di correre a perdifiato, in perenne svantaggio dietro al cantante, irraggiungibilmente avanti nell’evoluzione della propria parte. Con un tempo d’esecuzione già abbastanza andante, lèggere dei versi non propriamente quadrati non può che causare un lieve scompenso, che certo disorienta chi sta ascoltando. Dal punto di vista compositivo il testo della song è una dichiarazione di cambiamento, tipico di chi in vita ha sempre e solo indossato una maschera, fintanto che arriva ad un punto in cui non riuscirà più a sopportare il peso di aver celato la propria identità, avendo addirittura il coraggio di definirsi “sick” (malato, ma anche nauseato), parola che rende meglio nella sua forma inglese, coniugando due termini molto forti in un unico, espressivo, significato. Nota a parte merita il bridge armonico attorno al minuto 2:00, parte che precede un accademico riff in crescendo, prima lineare e poi con l’altra chitarra sopra di una terza. Secondo brano della tracklist è “Killing Marylin”, canzone decisamente più convenzionale sin dalla sua intro di solo basso. Il guitar work che segue è davvero gradevole, meno impulsivo rispetto all’opener. Anche se certi fraseggi (00:24) sono tipici dell’heavy metal più scolastico, qua non demeritano per niente, scaraventando la canzone ad un livello già superiore a quello di Sick of My Lies. I richiami alla scuola death svedese sono più palesi rispetto alla prima traccia, che invece si rifaceva di più alla matrice “hardcoreggiante” della band. Da un’intro parzialmente ancora grezza, in cui s’intravede certo del buono, passiamo poi ad un verso, quello stoppato, in verità abbastanza scontato e canonico, piuttosto banale nella sua dinamica ripetitiva. Ecco che poi fanno capolino per la prima volta le clean vocals, affidate sempre a Di Rico e retaggio forse di influenze di stampo metalcore. Il chorus è assai melodico – come si confà nei più moderni prodotti mainstream – ma è la seguente intro reprise che merita davvero, dando una sensazione di grandezza, di maestosità non solitamente caratteristica ad un ensemble death metal. Anche in Killing Marylin la struttura è semplice, forse ancora più elementare, grazie a versi e chorus che si alternano in maniera lineare e davvero fluida. Il tutto almeno fino a che non irrompe una parte energica decisamente thrash (3:52), dove non è difficile ascoltare echi dei Metallica di “…And Justice for All”, oppure dei Pantera. Il cambio di rotta fa il suo dovere, se non fosse che però la canzone termini dopo neanche una ventina di secondi, ma comunque in maniera esemplare ed adeguata. Le critiche mosse al cantato della canzone precedente qua non trovano proprio posto, grazie ad un songwriting di sicuro più curato. Tuttavia le tematiche rimangono abbastanza scontate, giacché ci si imbatte facilmente nei cliché del genere: le liriche parlano dell’invidia e della gelosia che regnano sovrane nel mondo, dove tu non puoi nemmeno considerarti “re del tuo castello”, tanto sai che prima o poi tutto cadrà anche grazie solo ad un minimo soffio di vento. Persino l’amore che hai perso per colpa d’altri non è in grado di farti reagire, di metterti nella condizione di punire chi vi ha fatto del male, alla tua donna o a te, che proprio ora rimani da solo, incapace d’agire perché fondamentalmente non ne hai mai avuto la forza. Si procede così con la terza traccia, “Dark Lady”. Introdotta da un grasso riffone alla S.O.D., le sonorità hardcore tornano prepotentemente a farsi sentire, e con piacere l’ascoltatore nota che non sono affatto banali. L’energia che scaturisce da questo riff, specie nella seconda versione con la batteria dimezzata, è davvero notevole e sostiene il tempo giusto per un headbanging molto energico. Dopo il verso, il brano giunge già a quello che è possibile considerarlo come il chorus, costituito da un rapido fraseggio di doppia cassa con le chitarre appaiate a formare una melodia serrata e massiccia, sbilanciandosi con degli armonici artificiali che conferiscono quel non-so-che di industrial/experimental dei maestri Meshuggah. La novità risiede nel fatto che il secondo verso è differente dal primo, segnale che rende la song sicuramente più variegata. Da questo momento si incomincia a notare che Dark Lady denota chiaramente una maggior maturità nella fase di scrittura, che giova alla qualità globale del prodotto in esame. Il secondo verso, come appena detto, cambia in composizione ma non in struttura, infatti la sua seconda parte è sempre con la batteria dimezzata: bisogna riconoscere che questa scelta imprime maggior rilievo al verso, sottolineandone la sua espressività. Davvero pregevole – come sempre – è il lavoro di batteria, così come paiono riusciti i botta e risposta tra le due voci quasi sovrapposte al minuto 1:36. Neanche dieci secondi dopo ed ecco che incontriamo il primo assolo dell’album, ad opera di Tupone, che si costruisce su semplici giri di sweep-picking, davvero armoniosi col resto della band, che pur tuttavia esegue pattern di notevole durezza. Al minuto 2:10 riprende il riffone dell’intro, posto in una posizione devo dire azzeccata, perché dà una svolta netta al brano. Poco dopo subentra un breakdown, dove i richiami ai sopracitati Meshuggah sono davvero notevoli, per il ritmo cadenzato e per gli armonici quasi dissonanti. C’è ancora tempo per il secondo verso di prima, ma la canzone è destinata a terminare senza ulteriori cambiamenti o colpi di scena. Qualitativamente, Dark Lady si pone ancora sopra al livello della seconda traccia. Infatti finora abbiamo assistito ad un netto innalzamento del livello compositivo, partendo da una traccia decisamente (troppo?) hardcore, basata sull’impatto e basta, passando per una seconda canzone notevolmente più elaborata ma ancora un po’ accademica, arrivando alla terza song, quella in questione, dove nemmeno i soliti luoghi comuni del metal paiono più esserci. Insomma più si prosegue con Blessed by Death e più le cose migliorano. Anche dal punto di vista delle liriche, Dark Lady è quella che affascina di più perché parla di un amore perverso con un Oscura Signora: che sia la morte stessa? Come ci si può innamorare della carnefice dell’umanità? Ma soprattutto com’è possibile consumare un amore con la morte? Già quest’ultima affermazione è davvero forte, quasi antitetica, ma tuttavia pare che una soluzione esista: il loro amore si sublimerà in un altro mondo. Il testo è strutturato in modo che nelle prime strofe sia la Dark Lady a parlare, mentre dal ritornello in avanti è l’innamorato che parla, che dice che l’unica soluzione è quella di lasciare che il caos regni in lui, bruciandolo di dentro. Man mano che si legge il testo ci si rende conto dell’ovvietà che questo rapporto amoroso non convenzionale non sia materiale, ma puramente ideologico. Chissà se questo uomo (un pazzo omicida, forse) riuscirà ad incontrare davvero la sua Oscura Signora in un qualche altro mondo. Ultima canzone è “Venom”, quello che si rivelerà fin dall’inizio il brano più sperimentale. L’intro è strutturata su un bel riff di chitarra (che ricorda i Pantera), decisamente d’impatto quando le chitarre si fermano lasciando un basso graffiante a condurre le redini, anche se per poco. Questo “gioco” riesce, colpisce, e i Disnòmia lo sanno bene: sono infatti abili nel riproporlo più volte. Anche il cantato è notevole e si mette bene in risalto tant’è che Di Rico pare esprimersi agiatamente con questo misto di scream metalcore e parti più gutturali. Una sezione che fa storcere un po’ il naso è la seconda strofa, cantata con delle clean vocals al limite dell’irritabile, eccessivamente commercialotte, che paiono essere davvero troppo ruffiane, utilizzate solo per imbonirsi quella fetta di pubblico più giovane. Dopo questa svolta, la canzone si connota davvero come una traccia pesantemente metalcore-oriented, tesi supportata anche dal piccolo breakdown a centro canzone (1:26) e dal successivo riffing. La traccia è composta, dal punto di vista delle parole, da due parti completamente identiche, ma anche sul piano musicale le cose non cambiano molto, fatta eccezione per l’intro e per la chiusura. Da notare la solita precisione d’esecuzione del drummer quando, nella parte con le clean vocals, alterna colpi sul ride e colpi sul charleston. Insomma, anche se si analizza il testo, Venom non è nulla di eclatante: si parla della paura che ti cresce dentro e come veleno ti si espande dappertutto. E’ difficile in questo stato affrontare quelle paure, quei demoni che t’imprigionano come dentro una gabbia. Difficile è altrettanto giudicare questa canzone dopo le precedenti due, perché certo il paragone non gioca a suo favore. Con quest’ultima song si chiude il disco, ma ci saremmo augurati che si fosse concluso in maniera meno banale e ripetitiva. Insomma, Blessed by Death è, come detto, troppo poco per giudicare i Disnòmia. La band è giovane e dentro di sé porta sicuramente voglia e passione, ma al contempo è ancora troppo prigioniera degli stereotipi musicali del genere. Nonostante questo, alcune canzoni (Killing Marylin) riescono comunque a lasciar intravedere le potenzialità della band, ancora inespresse su più alti livelli. Altre canzoni ancora (Dark Lady) ci mostrano il gruppo sotto un’altra luce, più professionale e certamente più pronto per il grande passo. Restano tuttavia i brani d’apertura e chiusura a smontare – un po’ – quanto di buono si è riusciti a costruire complessivamente. Non è una critica allo stile: non è vero che l’hardcore sia cattivo mentre il death sia migliore. Semplicemente non si riesce ancora ad uniformare tutte quante le influenze che arrivano dai diversi musicisti, finendo a creare canzoni dove si sente troppo una determinata matrice. Non è un caso che Dark Lady – il miglior brano – sappia soppesare tutte le influenze in maniera bilanciata, alternando parti più crossover ad altre più death, senza dimenticare comunque l’influenza “core”. Quando i Disnòmia troveranno il giusto mix in sede di scrittura, ci auguriamo che sia nel momento in cui i nostri saranno in studio per il loro primo full-length, e sarà lì che tireremo davvero le somme.


1) Sick of My Lies
2) Killing Marylin
3) Dark Lady
4) Venom