DISHARMONIC

Carmini Mortis (Omicron Omega)

2016 - Beyond.. Productions / Black Tears

A CURA DI
MAREK
19/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Black Metal made in Italy, in questo nuovo appuntamento targato "Rock & Metal in my Blood". A gelare questi caldi pomeriggi estivi giungono dunque i Disharmonic di Pordenone, gruppo attivo sin dal 1998, sorto dalle ceneri di un precedente complesso denominato Vangelia. Una band che vede i suoi padri fondatori nel batterista Lord Daniel Moloch Omunghus e nel chitarrista Sir. Robert Baal: due nomi d'arte a dir poco d'eccezione, che ben definiscono una proposta musicale sicuramente avanguardistica, nonché sulfurea quanto serve a rimembrare i fasti di grandi nomi della nostra scena (primi fra tutti, i Mortuary Drape). I Nostri sono infatti dediti ad un genere da loro denominato "Occult Doom Black Metal". Una nomenclatura più "tipica" di quel che si pensi, se non fosse per quell'aggettivo posto in apertura, il quale connota definitivamente un Black Metal fortemente legato ad alcune tradizioni, argomentazioni, liriche. Un contenuto che, per forza di cose, si ripercuote sulla musica proposta, di fatto rendendola unica, differenziandola da quello che potrebbe essere un "canonico" Black Metal di matrice scandinava (gli assalti degli Immortal, l'attitudine d.i.y dei Darkthrone, per intenderci; elementi certamente ripresi ma non cardinali, nella proposta di questo gruppo). Scorgendo brevemente la biografia dei Nostri, notiamo come il gruppo non abbia certo lesinato uscite discografiche, né a livello di demo né a livello di full-length: è il 2001 quando la band esordisce con la demo "Infernal Messengers", registrata nientemeno che in una casa abbandonata, adoperata dai Disharmonic come sala di registrazione. All'epoca dei fatti, la prima incarnazione della band vedeva solamente Omunghus (cantante, oltre che batterista) e Baal (quest'ultimo anche bassista) come membri principali. Diversamente andò l'anno dopo, nel 2002, quando venne alla luce una seconda demo, intitolata "The Gates of Death". Da duo, il gruppo diviene un trio, grazie all'accostarsi del chitarrista Namtar. Una formazione consolidata, un clima di stabilità che permise ai Disharmonic di dedicarsi al loro primo, vero full-length. Il 2003 è l'anno d'uscita di "The Black Dance of Evil Spirits", lavoro licenziato da una casa discografica (la "Black Massacre"), al contrario delle due precedenti demo, interamente indipendenti ed autoprodotte. Tutto sembrava avviato verso un futuro promettente.. eppure, dopo la pubblicazione di "The Black Dance..", tutto cessò. Una densa coltre di buio ingoiò i Nostri, i quali fecero la loro comparsa, inaspettatamente, molti anni più tardi. Nove, per la precisione, visto che il trionfale ritorno dei Disharmonic ebbe luogo nel 2012, l'anno di "Carmini Mortis" (licenziato dalla "Masterpiece Distribution"). Un disco che ha il merito di presentarci una formazione rinnovata, nonché una proposta musicale assai più evoluta e curata, rispetto al precedente full-length. Abbiamo infatti due nuovi arrivi, ovvero Il Profeta Isaia alla voce ed il Barone Von Hayden  al basso, i quali vanno dunque ad aggiungersi ai sempiterni Lord Daniel e Sir. Robert, questi ultimi sempre nel loro ruolo di batterista e chitarrista. Namtar, non accreditato nella line-up ufficiale, sarà comunque presente in veste di guest. Queste dunque le novità apportate a livello di organico, alla base della genesi di "Carmini..", il quale si presentò comunque come un'opera non del tutto compiuta, mancante di un tassello aggiunto due anni dopo. Proprio nel 2014, infatti, l'EP "Il Rituale dei Non Morti" fa la sua comparsa: tre tracce che vanno ad aggiungersi al Carme di due anni prima, dando forma ad un lavoro completo, anche grazie al patrocinio dell'italianissima e storica "Beyond.. Productions". Etichetta nota per le sue collaborazioni con artisti quali Paul Chain, Theatres des Vampires e Revenant, giusto per citare qualche nome. Un sodalizio, quello con la "Beyond..", destinato a continuare anche allo scoccare  del 2015, anno in cui arriva il momento di un altro full-length, "Magiche Arti ed Oscuri Deliri". Arriviamo dunque al Maggio di quest'anno, quando la band decide di donare la vita ad un disco che possa in qualche modo contenere TUTTE le canzoni scritte fra "Carmini Mortis" e "Il Rituale dei Non Morti". Un'opera omnia che sia capace di creare il concept definitivo sulla morte, il tutto sempre seguendo i precisi dettami che il gruppo ha sin dalla genesi posto alle basi della sua avventura musicale. "Tutto agli inizi ruotava intorno alla disarmonia dell'essere, alla magia e a alla cultura dell'occulto la quale sentivamo da sempre. Poi la naturale evoluzione dell'essere ci ha portato ad affrontare tematiche più complesse, Spirituali e ritualistiche, con richiami ancestrali. Musicalmente la sonorità ingloba molti stili musicali dal progressive rock al black metal con influenze sonore ritualistiche, tutto filtrato in puro stile Disharmonic"; questo il modo in cui la band descrive la propria attitudine, il proprio essere, citando fra le sue influenze band old school Black come i Celtic Frost, abbinando a sonorità dure alcuni tocchi Dark - Prog. - Doom, figli di formazioni come Death SS, Antonius Rex, Goblin, Paul Chain e Jacula. Un modus operandi che dunque si inserisce anche alla base di questa "raccolta", dell'unione di "Carmini" ed "Il Rituale..". Una summa che prende dunque il nome di "Carmini Mortis (Omicron Omega)", realizzato sempre in collaborazione con la longa manus della "Beyond.." con l'aggiunta della "Black Tears"; a livello di produzione, missaggio e mastering troviamo invece Giovanni Indorato, il quale ha messo a disposizione i suoi "Cyber Ghetto Studio" e si è anche occupato dell'aspetto grafico del disco, seguendo i dettami tracciati in precedenza dalle illustrazioni di Giulio Masieri. Per quanto riguarda i credits dei singoli lavori, invece, dobbiamo specificare come "Carmini.." fosse stato registrato in precedenza presso i "Black Massacre Studio"; musiche a cura di Baal e testi a cura di Moloch. Idem per quanto riguarda "Il Rituale..". Fatte le dovute premesse, non ci resta altro da fare che tuffarci all'interno di questo, lavoro, staccando un biglietto per l'Inferno; andata e ritorno, con una consapevolezza: quando risorgeremo, non saremo più gli stessi. Tendiamo la mano a Virgilio, dunque, ed iniziamo la nostra discesa. Let's Play!

Inni di dolce Morte e di amaro martirio

Percepiamo il gelido tocco della mietitrice con l'avvicendarsi della prima track del disco. "Inni di dolce Morte e di amaro martirio" fa la sua comparsa recandosi seco molte delle influenze citate in fase di introduzione. Background oscuro ed inquietante, seguito da suoni campionati simili a campane funeree. Una nenia, un motivetto annichilente; si prosegue a passo funebre, udendo e perdendosi dietro un battere minaccioso, ossianico per certi versi ma più tendente verso un'ambientazione oscura tout court. Un cupo sono di gong introduce la voce profonda e declamatoria del Profeta Isaia: sul propagarsi delle onde sonore dello strumento appena percosso, sul tetro scampanellio, sul suono oscuro posto come pilastro, il cantante si erge a banditore, sfoggiando un'ugola degna d'un celebrante d'arcane arti. Più che dinnanzi ad un brano, sembra di essere capitati al cospetto dell'officiare d'un vero e proprio rituale, con il suo modus operandi e la sua struttura ben precisa, posta alla sua base. Secondo 00:54, la batteria di Moloch fa la sua comparsa, scandendo un tempo tribale, concitato quanto basta, anch'esso degno dell'accompagno d'una sacra processione. Una parodo ben scandita dunque da una batteria giusta e sacrale, da tamburi ancestrali, ineluttabili. Ben presto è solo lo strumento di Moloch a lasciarsi udire; la bellissima voce di Isaia decide infatti di mettersi da parte, per permettere di seguito l'entrata di sintetizzatori adattissimi a creare un clima di ieratica suspance, ben legandosi con il lavoro del batterista. Percepiamo distintamente il basso del Barone, il quale va a dare man forte al suo collega, rendendo efficacissima la sezione ritmica. Il finale è dunque affidato ai soli basso e batteria, uniti in connubio con i synth, i quali anch'essi svolgono meravigliosamente il loro lavoro. Un brano dalla durata esigua, una intro che comunque mette le carte in tavola e ci svela un gusto tutto "Dark" dei Nostri, i quali sembrano prendere a piene mani anche da influenze extra. A parte il modus operandi tipicamente à la Antonius Rex, questo brano potrebbe tranquillamente venire adoperato in un film come "..e tu vivrai nel terrore", tanta è riscontrabile una malcelata passione per compositori come Fabio Frizzi, il Maestro delle sette note in nero. Davvero un inizio incredibilmente sui generis, pregno di sacralità ieratica, ed accompagnato da un testo interamente recitato in italiano, del quale è bene citare qualche passaggio integrale, tanta è la sua bellezza. "Quest'Ode ora vi narrerà, di inni e di martirio, di magia, di nero servizio". Un inizio a dir poco chiaro, un vero e proprio manifesto programmatico, espresso con la stessa delicata veemenza tipica di poeti come Emilio Praga, cantore degli Scapigliati Anticristi. "Un inno a colei , che di bella donna veste, ma di fetore molesto odora; di Morte, signori, stiamo parlando. Di morte, signori, di sonno eterno". Versi grazie ai quali capiamo che il concept dell'intero disco, come abbiamo già anticipato, è proprio la Morte. Un punto cardinale attorno al quale ruoteranno tutte le liriche che incontreremo, la definitiva musa ispiratrice qui cantata alla maniera dei primi componimenti di Tiziano Sclavi, verrebbe quasi da pensare, con un tocco leggermente più aulico e solenne. "Sporgetevi nell'Abisso ed osservate; l'Abisso parlerà di voi stessi.. la morte vi vuole, ed ora vi raggiungerà". La poesia continua, ed apprendiamo in questi versi finali un altro lato importante del tema cardinale: ovvero, l'ineluttabilità del trapasso, l'intrinseco far parte, della Mietitrice, della nostra vita. Morte e vita, ancestrale duello, alleanza secolare. Possiamo dunque procedere lungo il nostro cammino, apprestandoci ad ascoltare la traccia successiva.

Livor Mortis

Giunge quindi il momento di "Livor Mortis", dall'imponente durata di oltre dieci minuti. Uno stacco netto rispetto all'introduzione, non c'è che dire. Rumori di percosse ritmiche echeggiano nel vuoto, ed un sinistro organo inizia ad emettere flebili e deliranti note, quasi come se a suonare fosse Erich Zann in persona. Un'ambientazione ritualistica, oscura ed avvolta da una coltre di nebbia; l'angoscia si insinua, serpeggiante, cerchiamo di sfuggirle ma siamo come incantati da un suono che reca seco chissà quali arcane verità. La batteria, ben presto, smette di percuotere violentemente le sue pelli e comincia ad accompagnare con un timido e sommesso pizzicare di charleston, mentre la voce di Isaia fa nuovamente la sua comparsa. Notiamo come il Profeta abbia leggerissimamente abbandonato i toni solenni e cerimoniali del brano precedente, optando per un tono leggermente più mefistofelico, "satanasso" se vogliamo. La sua voce è difatti caratterizzata da uno strano senso di lascivia, da un'andatura stranamente cantilenante, sempre coadiuvata da un effetto eco che le giova, senza dubbio. Il banditore decide in seguito di rimanere in silenzio, mentre una lieve parentesi strumentale ci avvia ad una nuova sezione del brano. Ben più tetra e soprattutto aggressiva: il processo di demonizzazione del cantante è presto ultimato, il suo declamare à la Linda Blair ne è la prova lampante. Ad inseguirlo anche l'intero ensemble strumentistico; possiamo ascoltare la chitarra di Baal, dal tocco arcano e delicato. Note funeree dall'andatura Doom-Black sostengono quindi il frontman, ora dedito ad un ruggire inquietante, pacato ma molto aggressivo al contempo. Valutando l'insieme di suoni, sembra in effetti di trovarsi al cospetto di un miscellaneo d'esperienze. L'influenza dei Mortuary Drape è tanta, come tanta risulta comunque essere la componente "ritualistica" che personaggi del calibro di Paul Chain ed Antonio Bartoccetti sanno immettere nelle loro opere. Senza contare i sempiterni Maestri, quei Black Sabbath praticamente imprescindibili e sempre presenti. Una girandola di espedienti che, sommati, danno dunque vita ad un qualcosa di assolutamente originale, nonché particolarissimo. Il cantato in italiano, poi, aggiunge grande fascino esoterico al tutto. L'inglesizzazione selvaggia non è mai un bene, soprattutto se in determinate frasi un gruppo decida per volontà di optare per una metrica che suoni più arcana e cerimoniale. Dopo quattro minuti il discorso non cambia: andatura lenta, tetra, maledetta, voce che alterna ruggiti a soluzioni più "umane", livelli ansiogeni che raggiungono cime impensabili. E' un colpo di gong al minuto 4:20 a cambiare il corso degli eventi, per un momento. L'eco della percussione ci conduce attraverso una parentesi strumentale in cui a dominare è nuovamente l'organo, sorretto da un charleston posto in sordina e da un "gocciolare" sinistro, ottenuto mediante un particolarissimo effetto sonoro. La voce di Isaia torna a declamare, in modo dapprima "neutrale" ma di seguito ri-adottando stilemi estremi. L'ensemble strumentale fa la sua comparsa, ma in maniera assai più aggressiva che in precedenza. In questo preciso istante, possiamo notare come il tutto sia divenuto più crudele e maggiormente "rovente", accentuando la componente Doom fino ad ottenere un qualcosa che risulti devastante e soprattutto ipnotico. La chitarra macina un accenno di assolo niente male, sfruttando una melodia carrilonesca, e ben presto il tutto si dà una calmata, tornando su stilemi cari ai Black Sabbath dell'omonima track. Anche la voce del cantante ha abbandonato stilemi più demoniaci, preferendo esprimersi al naturale, solo sfruttando il bell'effetto eco. Nuova parentesi strumentale verso la fine, nella quale udiamo dapprima la sola chitarra e di seguito l'organo iniziale, di nuovo unito in un tetro connubio con il battere sinistro che già avevamo avuto modo di apprezzare. Un organo che funge da grande protagonista di questa sezione finale, esprimendosi in totale libertà e dipingendo trame oscure come poche altre situazioni. Davvero un gran bel brano, e dire che siamo solo all'inizio. Il testo, sempre in italiano, continua sul filone poetico già introdotto dalla canzone precedente. Riprendendo dalla liturgia cattolica ma chiaramente stravolgendo significati e significanti, i Nostri donano alle liriche di "Livor Mortis" un principio or dunque "messianico": "le mie lacrime, seme di vita nella morte. Mangiate e bevetene tutti, questo è il mio piacere". Una frase elegante, malinconica, decadente ed al contempo eloquente. Il pianto riga il volto del morente, il quale non riesce tutta via a disperarsi per le sue condizioni. La Morte è un passaggio naturale dell'esistenza, andarle incontro significa solamente compiere il proprio destino. La lacrima diviene il frutto del trapasso, una lacrima che sgorga spontaneamente ma della quale dobbiamo abbeverarci, non lasciando che venga dispersa nella pioggia, od assorbita dal terreno. "Pallide gote, con fretta mi sbrigo a consumar il mio piacevole dovere, con amore inserisco, con premura e ossessione, prima che color scompaia per sempre". Un verso più criptico ed arcano, il quale giunge dopo la comparsa del cosiddetto "tetro pastello"; la tonalità dei corpi morti e moribondi, quel colore spento e rassicurante, che in un certo qual modo standardizza tutti noi, rendendoci uguali. Uguali nell'ora fatale, quando la Morte giunge a colorarci, a cancellare le vecchie tonalità per donarcene di nuove. Anche il protagonista sembra voler seguire questo esempio, crogiolandosi in questo stato di ineluttabilità. La Morte è un dovere che non pesa. La terra ci sarà lieve, se accetteremo che la falce, prima o poi, dovrà cadere sulla nostra testa. Prima che il colore scompaia per sempre, dunque, apprestiamoci a guardare il mondo con gli occhi di chi, il suo sguardo, sta per perderlo nell'eternità del sonno ristoratore. Il continuo delle liriche sembra quasi descrivere un amplesso fra il protagonista e la stessa morte, la Lei dalle "pallide gote". "Sfiorando le sue languide labbra, spingendo con insistenza, di forte impazienza. Sento l'odore; pallide gote, il venir molto atteso, attendo l'ora, di una miracolosa scala di colore". Amare la Morte fino in fondo, consumare con lei gli ultimi istanti di lussuria; languide labbra che sussurrano alle nostre orecchie la nostra fine. Il calore ci abbandona, il freddo ci assale, eppure il nostro cuore sembra pregno di vita. Paradossalmente. Ardiamo con la Mietitrice, consumando con essa il nostro ultimo pasto; la veneriamo, siamo alla sua mercé, pronti ad abbandonarci nel suo ultimo abbraccio. Ipnotizzati, mesmerizzati.. l'ultimo piacere, l'ultimo intenso atto colorato di nero e bianco.

Morire per essere devoto

Sempre caratterizzato da una durata importante, ecco dunque giungere il terzo brano del lotto, "Morire per essere devoto". Ad aprirlo, la chitarra di Baal, sempre splendidamente Sabbathiana e questa volta subito sul pezzo. Non abbiano introduzioni particolari, solo un tetro e crudele (nonché oscuro riff) subitamente ben scandito, sul quale ben si scaglia la voce effettata del Profeta Isaia. Si continua a doomeggiare alla grande, anche quando il cantante comincia a tratti a sussurrare, rendendo l'atmosfera ancor più pesante. Come se fossimo avvolti da una nebbia densissima, difatti, ci apprestiamo a camminare in questo aldilà deserto e freddo.. almeno, fin quando, il tutto non subisce un'accelerazione improvvisa. Quasi fossimo stati catapultati in "To Mega Therion", i Nostri schiacciano il pedale e per un minuto ricamano riff degni dei migliori  Celtic Frost, anche se questa bordata sonora viene ben presto surclassata da un ritorno al Doom più ipnotico ed oscuro. La versatilità della voce del Profeta, poi, ha dello straordinario: ora altisonante, ora demoniaca, ora crudele, ora sussurrata.. un continuo variare di stili che giova all'economia dei brani, rendendoli ancora meno prevedibili di quanto già non lo siano. Minuto 2:20, momento generale di pausa e lavoro di piatti da parte del batterista, potpourri di voce e cori pesantemente modificati; l'atmosfera torna a dir poco Lovecraftiana, sembra effettivamente di trovarsi in quel di R'lyeh, o persi nei blasfemi balli della corte di Azathoth. Demoni e fantasmi sussurrano sardonici, non riusciamo a distinguere parole che siano umane. Siamo schiacciati da un ritmo essenziale ma molto tribale, nonché da cori di bestie immonde. I Grandi Antichi banchettano nelle nostre orecchie, fin quando al quarto minuto assistiamo ad una nuova accelerata. Abbiamo addirittura un blast beat piuttosto violento, una bella impennata nella quale i Nostri danno il meglio di loro, picchiando ma sempre stando attenti a non disperdere il loro tratto peculiare: il saper creare un'atmosfera particolarissima. Notiamo come la sezione estrema si dilunghi per diversi minuti, presentandoci stilemi che variano dai già citati Frost a gruppi sempre europei come i Torr, per rimanere in chiave di proto-Black Metal. Il tutto si infrange con ritmiche ben più nere e lente verso il minuto 5:22. La voce pesantemente modificata del Profeta si fa sentire, gorgogliando cupa, mentre i Black Sabbath fanno nuovamente capolino. Doom a tutto spiano, impreziosito dagli inquietanti gorgoglii di Isaia. Bisogna comunque celebrare la bravura di Baal, del Barone e di Moloch, capacissimi di donare grande versatilità alla proposta musicale in toto, non distogliendo mai l'attenzione dell'ascoltatore. Parliamo di versatilità, e neanche a farlo a posta, verso la conclusione, si torna ad accelerare come forsennati. Tradendo un lato Black e vagamente Melodeath, per alcuni versi. E' affidato al frontman, in seguito, il compito di chiudere il brano, ripetendo in maniera mantrica le parole "Oscura Profezia". Altro bel pezzo, altra notevole interpretazione, non c'è che dire. Un contesto ancora una volta splendidamente arricchito da liriche poetiche, fra le più belle che mi sia mai capitato di leggerle. L'Ode alla Signora del destino continua imperterrita, e come il titolo suggerisce, questa volta il protagonista si ritrova ad anelare la mietitrice, continuando con essa la sua fusione, in linea con quanto avvenuto nella parte finale del brano precedente. La Morte, nuovamente vista come una bella donna nel cui abbraccio perdersi, soffia il suo vento sul nostro volto. Sentiamo il dolce freddo scompigliarci i capelli, pizzicare sulla nostra pelle. Ammaliati e conquistati, non possiamo fare a meno di distogliere il nostro sguardo dalla "giovane donna meravigliosa". Questo l'appellativo con il quale i Disharmonic descrivono la sorella della Vita; un modo suggestivo e candido di parlare d'un tema che spesso viene evitato, o comunque bistrattato. Male, perché la coscienza del dover morire è troppo spesso propedeutica alla possibilità di vivere serenamente. Per lo meno, secondo l'opinione del vostro affezionatissimo. "Abbracciami, o tenebra. O tu sonno eterno, che di colori nutri le mie vene, raggiungi la sfolgorante dimensione di magnetismo, che nutre il mio essere e di tutto nero avvolgi"; versi solenni, magniloquenti: un abbandono totale, una sincera devozione, una vocazione ancestrale quanto naturale. Il sonno eterno non visto come un nero perpetuo, ma come un eterno oscuro caleidoscopio. L'entrare in una dimensione sconosciuta, assaporando tutto ciò che essa possa regalarci, senza averne paura. La bella donna ci tende dunque la mano e noi non possiamo far altro che seguirla, incantati. Nuovo sangue scorre nelle nostre vene, nuova linfa. Stiamo per raggiungere un iperuranio, un regno perfetto ed immutabile, la quintessenza della Vita tutta. Alla quale non si può giungere mediante occhi mortali. Serriamo le nostre palpebre e cerchiamo di guardare in tutto con occhi nuovi, sacri e spirituali. Apriamo lo sguardo interiore e meravigliamoci di quante particolari sfumature sia dotato, quel nero per nulla immobile. Il torpore ed il sonno ci assalgono, è ora di chinare il capo. Il nostro corpo marcisce, diviene putrido e maleodorante.. eppure, il nostro spirito si colma di forza. I corvi gracchiano e banchettano con la nostra carne, le Sue creature predilette. La Fede nella morte è incrollabile: perfetta, immutabile. E' dopo aver compiuto questo passo che riusciremo a comprendere misteri arcani, mai svelatici. Finalmente, potremmo divenire esseri perfetti, ben lontani dalla sciocca concezione di "esseri umani". La Morte ed i suoi servi: la paura, il disfacimento, l'odore. La paura reca conoscenza, con il disfacimento colpisce, l'odore è la sua gioia. Un' "oscura profezia, di blasfema follia".. che, finalmente, si compie.

Oscurità Senza Tempo

Brano numero quattro, "Oscurità Senza Tempo" non smette di insistere su stilemi Sabbathiani e Black-Doom, ripescando alla grande alcune particolarità molto care a gruppi quali Root o magari My Dying Bride. Il riff scandito è molto essenziale, così come il tempo d'accompagnamento. Eppure, nella sua semplicità, la componente strumentale riesce incredibilmente a metterci a nostro (dis)agio, andando nuovamente a divenire profeta della Morte. Una marcia funebre degna d'un corteo del due di novembre, degna di un pellegrinaggio alla volta di un cimitero. Rendiamo omaggio alla morte, proseguiamo lungo il nostro cammino, verso il sentiero delle lapidi. E' grazie all'entrata di Isaia che il trio Moloch - Barone - Baal cambia leggermente stilema verso il proseguire, trovandosi di quando in quando a scandire ritmi un poco più concitati, ma di fatto preferendo sempre richiami Black-Doom evidenti e prediletti. Nei quali il basso del nostro Von Hayden è magnificamente udibile, fra l'altro, in concomitanza di lavori batteristici di quando in quando molto più essenziali che in altre circostanze. Minuto 2:45, il tempo cadenzato e particolare scandito da Moloch viene dunque sorretto dal basso del Barone e da un suono assai strano, emesso da Synth, stranamente classicheggiante, in alcuni momenti molto simile ad un clavicembalo. L'ugola di Isaia fa la sua comparsa ad intermittenza, sfruttando sempre tutta una varietà di stili ed ora rendendo la sua voce confusissima, ora gorgogliante. Il tutto, comunque, è come sormontato da una strana calma. La quale è comunque destinata ad infrangersi verso il minuto 4:33, momento in cui la quiete viene di fatto a mancare in virtù di un "ritorno" prorompente di tutta la sezione strumentale. Altra piccola accelerazione, con il proseguire e conseguente ritorno al modus suonandi di Tony Iommi e soci. Il brano dunque non rivela chissà che varietà o che sorprese, decidendo di avviarsi alla fine avvalendosi di tutta l'oscurità che la chitarra di Baal è in grado di profondere. A metà fra lisergia ed inquietitudine, note tremolanti, funeree, dense di pathos e di emozioni. La vera conclusione, però, si ha con la comparsa di un particolarissimo suono elettronico, il quale lascia spazio alla voce di Isaia, persa nel vuoto, echeggiante, misteriosa. Degna d'una nuova, emozionante poesia, i cui primi versi sembrano essere pregni di pessimismo e di Baudeleriano spleen. Viene infatti descritta tutta una serie di condizioni nella quale ritrovarsi, per poter veramente anelare la Morte. Quando ci sentiremo rifiutati, disprezzati, quando rimpiangeremo veramente il giorno della nostra nascita.. quando le lacrime righeranno il nostro volto, in virtù di questo insieme di emozioni.. solo allora, potremo renderci conto di quanto la Morte sia una nostra cara amica, nonché preziosa alleata. Riflettiamo: cosa, a parte un sonno eterno, potrebbe risollevare le nostre misere condizioni mortali? Esattamente la Mietitrice, esattamente la sua falce. Un colpo secco, per non pensar più annulla. Per poter intraprendere un nuovo corso, da esseri perfetti, del tutto privi di condizionamenti esterni. L'unico modo è morire, per far si che i mortali non possano più tangerci, con le loro cattiverie. Liberarci della vita, madre di parto ma di voler matrigna. La possibilità di immergersi in un mondo d'oscurità è quindi allettante: veniamo dunque traghettati verso la seconda metà del componimento, nella quale viene appunto descritta la volontò di divenire un tutt'uno con la Morte. "Oscurità, malvagità, che il rito abbia inizio; che compaia la protagonista. O ascoltami, oscurità; io ti evoco, compari o fine di tutto". Parole che non lasciano spazio all'immaginazione e che dunque ci mettono dinnanzi alla ferrea volontà, del protagonista, di compiere il gesto ultimo e fatale. Accettare la perdita della vita, liberarsi di un pesante fardello per non dover più subire alcun dolore. Un ultimo guizzo, un ultimo slancio.. e poi la pace. Il buio, l'oscurità perenne.

La Litania del Chiedo

Arriviamo dunque alla quinta traccia, "La Litania del Chiedo", aperta da un'assai ritmata batteria. Moloch scandisce un tempo come sempre tribalisticamente affascinante, preciso, reiterato. A raggiungerlo, ben presto, un suono elettronico squillante ed ovattato, particolarissimo, il quale entra subitamente in sintonia con il fare messianico e celebrativo di Isaia. La batteria rende più decisiva e ritmata la sua presenza, mentre (come contraltare) le voci poste come officianti sembrano essere molto più misteriose ed evocative. Un brano che musicalmente si basa quindi su di una musicalità assai semplice: batteria - synth - voce, una struttura non certo imponente ma neanche stancante, anzi. Ha un discreto fascino, perdersi in questi tetri espedienti, ed immaginare di essere dinnanzi alla celebrazioni di un rito antico: persone incappucciate, incensi, coltelli consacrati, candelabri.. far lavorare la fantasia e cogliere appieno tutta una sorta di campionario di suggestioni, in questo caso, è più che naturale. I più maligni potrebbero magari disprezzare la "povertà" strutturale del pezzo, ma chi sa guardare oltre sicuramente apprezzerà, e non poco, la sua profonda carica d'arcana spiritualità. Un pezzo che sa coinvolgere, a modo suo, che con le sue cantilene invade la nostra mente, invadendola e fustigandola a suon di versi che noi stessi ci ritroveremo a cantare; inconsapevoli, posseduti, dominati dallo spirito guida di queste semplici note, di questo spoglio ritmo. Sei minuti abbondanti in cui lo stilema portante mai varia, sei minuti che comunque si lasciano udire ed apprezzare, in virtù del loro volto assai esoterico. Essendo una vera e propria preghiera - invocazione, il testo di questo pezzo risulta essere tutto un campionario di nomi pronunciati, provenienti dalle più disparate tradizioni. Si comincia con il "classico" Lucifero, ovvero "il portatore di Luce", l'angelo ribelle che per primo ebbe l'ardire di ribellarsi a Dio, ambendo ad un ruolo più importante / di maggiore entità di quello di un Angelo. Per la sua pretesa venne scacciato dal paradiso e costretto dunque a vivere nella voragine infernale, da egli stesso creata a causa del suo impatto con la terra. Passiamo poi a Belzebù, nome con il quale viene universalmente conosciuto il diavolo ma che in realtà designa un'antica divinità filistea; nel "Vangelo secondo Matteo", tuttavia, l'entità viene denominata come "principe dei Demoni" e dunque membro di spicco delle cosiddette gerarchie infernali. Si prosegue citando il Leviatano, biblico mostro marino dalla potenza inaudita, simbolo del caos primigenio, della potenza priva di freni. Arriviamo a parlare poi di Baal-Berith, originariamente divinità dei patti e delle alleanze, in seguito (dopo il concilio canonico di Braga) ridotto ad entità malvagia. Custode degli archivi infernali, duca di Satana e protettore delle attività di blasfemia ed omicidio, alle quali spingerebbe ogni uomo, mediante il suo palesarsi. Vi sono dunque Astaroth (principe dell'Inferno, cavalcatore di lupi e brandente serpenti) e Belial (spesso identificato con Satana e con il serpente che tentò Eva). Proseguendo, incappiamo anche in altre entità non meglio specificate, fra le quali: Terrier (definito "principe dei principianti"), Olivier ("Principe degli arcangeli"), Coltellinaio ed altri nomi più aggettivali ("Bocca fumante", "Carnivoro", "Pietra di fuoco"). Il citazionismo più marcato torna verso la fine del testo, quando incappiamo nei sempiterni Behemoth (essere gigantesco, belva possente e feroce quant'altre mai) e Belfagor, demone identificato come uno dei sette principi infernali nonché menzognero, promettitore di ricchezze e di doni di sapere. Un testo dunque strutturato a mo' di sequenza, di giustapposizione di nomi. Diversi dei quali saranno sicuramente molto cari ai nostri Disharmony. Solo loro potrebbero spiegarci alcune vicende legate a questa preghiera.. e, naturalmente, l'alone di mistero è ben accetto nonché assai affascinante. Giro di Boa raggiunto con la prima parte di un macro brano dedicato alla figura di "Mastro Titta".

Mastro Titta I Ode

Il sesto pezzo, per l'appunto intitolato "Mastro Titta I Ode", richiama a gran voce quanto di Sabbathiano abbiamo udito in precedenza, attingendo da brani come "Electric Funeral" e permeando di melanconia Goth un riff che effettivamente sa moltissimo di '70 e '90 al contempo. Un dipanarsi triste e lento, disilluso, ben reso dalla voce del Profeta, ruggente e sussurrata. La componente Depressive Doom, a tratti, è ben percepibile: la chitarra non sembra quasi mai veramente aggressiva, si limita a ricamare note madide di pianto, mentre la batteria ed il basso decidono di non strafare, limitandosi ad accompagnare Moloch lungo il cammino. Un incedere vagamente à la Candlemass ma reso assai meno prepotente, sporcato di lacrime e tristezza. Quasi come se i nostri stessero accompagnando Isaia, posto in un feretro. Isaia che, nella seconda metà di un brano, rimane da solo a declamare, per un brevissimo periodo; sorretto a malapena da un arpeggio accennato. Per il resto, il brano riprende subito il suo modus operandi, risultando come il precedente assai essenziale, privo di spunti particolarmente interessanti a livello di varietà.. ma, come al solito, capace di evocare particolarissime suggestioni esoteriche. Ritorna verso il finale il frangente arpeggiato in cui il cantante può sfoggiare il suo clean, mentre, fino alla fine, il tripudio del Doom Depressive avanza privo di ostacoli, andando a dipingere una triste tela sfregiata, sulla quale campeggiano teschi e squarci, realizzati in un impeto di folle tristezza. Sfumando, quindi, la prima ode si accommiata. Un brano che non varia poi molto ma che molto sa aggiungere, alla causa dell'emozionalità. Come facilmente intuibile dal titolo, il protagonista del testo risulta essere il celeberrimo Mastro Titta, altrimenti noto come "er boja de Roma", il più celebre esecutore di sentenze capitali dello stato pontificio. Il testo, in via introduttiva, ci va dunque a descrivere la figura in maniera incredibilmente romantica e quasi idealizzata. Egli è un portatore di morte, ed è dunque eletto dai Disharmonic come una sorta di antieroe drammatico. La personificazione del trapasso, colui che compie l'atto fatale e dunque porta a compimento la suprema volontà del rituale oscuro, negli altri testi celebrato ed osannato. Un uomo i cui passi scandiscono Morte, le cui mani recano la fine eterna. La bellezza di 516 esecuzioni, un "curriculum" di tutto rispetto; il testo è molto breve, ma possiamo già farci un'idea di quanto la figura del Titta abbia non poco colpito l'immaginario dei Nostri. "Ode, Mastro Titta, carnefice di memorie"; "il dovere divino s'appresta a compiere"; "Ode, Mastro Titta, nel saper compiere l'atto, sapiente intesa rilassata mano". Espressioni che dunque non fanno apparire il boia come un crudele assassino, ma come un portatore d'oscurità, la cui figura agisce spalla a spalla con la grande Mietitrice. 

Mastro Titta II Ode

Si prosegue con "Mastro Titta II Ode", il cui inizio risulta incredibilmente coinvolgente e ritmato. Un basso sugli scudi ed una batteria precisa, a tratti marziale. Riff che ricordano molto i Death SS primissima maniera ("The Night of the Witch", per fare un esempio) e "campanare" in sottofondo, si prosegue in tal guisa sino ad una ripresa di stilemi maggiormente consoni ai Nostri; ovvero, una bella virata verso lidi ben più estremi, quelli Doom offuscanti e crudeli, macchiati di Black. La scuola Ceca viene evocata a gran voce (Root, Torr), ed il solito gusto per l'incedere settantiano di un certo tipo di Rock (Black Sabbath onnipresenti) entra prepotentemente in auge, come di consueto. Una bella novità viene introdotta a partire dal minuto 1:58, frangente in cui la chitarra di Baal diviene incredibilmente malinconica e melodica, sfoggiando velleità quasi "Rock", per certi versi. La melodia non dura poi molto e subito assistiamo ad un'accelerazione prorompente, interrotta da una nuova frenata Doom. Stilema sul quale si decide di procedere. Il tutto, naturalmente, sempre impreziosito dalla voce poliedrica ed istrionica di un Isaia incredibilmente sugli scudi, capace di farsi letteralmente "possedere" da tante realtà differenti. Sussurrati gorgoglii scandiscono le poetiche parole di un testo incentrato sul famoso boia romano, mentre la chitarra di Baal torna ad essere grande protagonista verso il finale, momento in cui lo strumento decide di ritagliarsi nuovamente un suo posto sotto i riflettori, scandendo melodie decadenti, lunghe, cupe. Pianti e lacrime nel cantare desolato di una sei corde usata in maniera magistrale, per "spezzare" l'ossatura di un brano estremamente variegato e particolare. Una seconda ode che si differenzia dalla prima, per stile e poliedricità. Mentre ci dilunghiamo ad immaginare cieli plumbei ascoltando l'esecuzione di Baal, a malincuore ci rendiamo conto che il brano è terminato, sfumando, lasciando in noi un grande senso di malinconia. Davvero un'interpretazione che si lascerà ricordare, non c'è che dire. Nel testo si continua a narrare quanto anticipato nella prima ode, mettendo nuovamente in luce l'operato di Mastro Titta. Un'ode breve ed incentrata sulla dictomia "morte / fede", binomio perfettamente incarnato da un personaggio come il Titta: da una parte, fervente cattolico, dall'altra giustiziere implacabile, esecutore di una perversa volontà divina. Come si può, difatti, uccidere in nome di un Dio? Evidentemente, all'epoca del Nostro personaggio, la Fede non era sola pura trascendenza, ma anche rispetto di una legge tutt'altro che celeste. Una legge "umana" da non trasgredire assolutamente, pena la giustizia "capitale". Pena di morte per gli infedeli e per i criminali, ai quali Giovanni Battista Bugatti (vero nome del boia) infliggeva la condanna senza batter ciglio, senza pensarci due volte. In maniera non certo indolore, visto che molte esecuzioni avvenivano per impiccagione e conseguente squartamento. In altri casi, poi, i corpi venivano (usando il gergo dell'epoca) "mazzolati" e straziati sino a che i malcapitati non spirassero del tutto. "Nel tuo rimembrare niente di più amaro, nel tuo pensiero niente appare così caro", verso che potrebbe indicare il sostanziale disinteresse del Titta per la sorte dei suoi prigionieri, per i quali era incapace di provare la men che minima empatia; ed ancora "Ode, boja cospiratore, di anime, che fa rispettar la fede, con malsana fama, di cacciatore di legge". Parole che indicano dunque quanto Bugatti fosse dedito alla sua professione di "guardiano della parola divina", pronto a punire qualsiasi tipo di peccatore, a prescindere dalla colpa di cui questi ultimi si fossero macchiati. Far rispettare la legge in maniera dura e severa, senza concedere sconti a nessuno. Verrebbe quasi da pensare al celebre inquisitore cantato dai Death SS nel loro brano (per l'appunto) "Inquisitor", contenuto nell'album "Heavy Demons". "Per i tuoi crimini contro la Santa Chiesa questa corte ti condanna alla pena di morte, brucerai sul rogo per espiare i tuoi peccati.. questo è il volere del giudice supremo, il grande inquisitore!". Chiaramente, la band di Steve Sylvester avrà pensato maggiormente a figure Horror / cinematografiche (come ad esempio il ben noto Vincent Price nel film "Il Grande Inquisitore"), tuttavia nulla sembra occultare, in entrambi i casi, il fascino perverso che determinate figure possono suscitare. Uccidere mediante un potere quasi divino, sentirsi Dei in terra. Davvero una circostanza particolarissima, inquietante ma al contempo interessante da approfondire.

Mastro Titta III Ode

Chiudiamo il "concept nel concept" con l'ascolto "Mastro Titta III Ode", aperta dalla brutale voce demoniaca di un Isaia sempre più posseduto e capace di alternare stili su stili. Gutturalità e clean vocals, in un inizio presto scandito da un bel riff di chitarra, coinvolgente e diretto quanto serve a credere che il pezzo si stia indirizzando verso lidi concitati. D'improvviso, tutto cambia. La voce del Profeta torna declamatoria e pulita, un arpeggio assai pacato e melanconico la sostiene, durante la sua narrazione. Un sottofondo incredibilmente riflessivo e particolare, che ci accompagna tuttavia verso una sezione che cambia nuovamente le carte in tavola: tempi batteristici particolarmente ritmati, lavoro di basso eccezionale, un groove unico che per una parentesi riesce a donare al brano un tocco quasi Prog., salvo l'avvicendarsi di una nuova sperimentazione: riff di chitarra posto in sottofondo, stridente e abbastanza veloce, "calmato" in seguito da un ritorno alla melodia, eseguito dal poliedricissimo Baal. Il quale torna nuovamente a far piangere il suo strumento, decidendo di ritagliarsi un'altra bella parentesi tutta sua. Una strumentale pregevolissima, che avevamo già avuto modo di apprezzare nella precedente ode, e che qui si ripresenta in tutta la sua magniloquente bellezza. Il sottofondo adatto ad un Vampiro che mesto osserva la realtà dall'alto di una cattedrale gotica, questa è l'immagine che questa musica così oscura e delicata riesce a suscitare. Verso il finale, un'impennata decisamente Black, sepolcrale, come la voce del Profeta, che di fatto chiude un altro bellissimo brano, accompagnato verso la fine dal cantilenare sinistro dell'ascia di Baal. Chiudiamo dunque, con questo terzo testo, l'insieme di componimenti dedicati al Titta. Un'ode assai breve, che fa parlare il boia in prima persona; egli descrive dunque i suoi sentimenti, nei primi versi, tradendo esaltazione e soddisfazione. "Supplizi di sentenza in atto, morirete! Per mia benevola e raffinata mano creperete..": una vera e propria auto-celebrazione, intrisa di senso di giustizia e soprattutto di volontà d'onnipotenza. Il boia, dall'alto della sua posizione, si auto-definisce come una persona giusta e soprattutto autorizzata a fare quel che sta facendo, proprio perché egli è l'esecutore materiale del volere divino. La sua è la legge unica e perfetta, nessuno può definirlo "assassino". Egli è l'equilibrio, la forza che regola il cosmo: egli è la Morte, e pone le persone dinnanzi al loro inevitabile destino. "Il sangue raffermo del quale il patibolo è intriso, fa suonar morte..". Dopo il supplizio, il sangue delle vittime cola inevitabilmente, spargendosi dovunque sul luogo dell'esecuzione. Il sangue che suggella, come un timbro, un tetro sigillo, l'operato della Morte. Giustizia è stata fatta, la vita ha abbandonato il corpo di chi, evidentemente, proprio quel giorno era destinato a morire. Un'ode crudele dedicata ad un personaggio crudele, il quale sentiva nelle sue mani il potere che solo la Mietitrice è in grado di manipolare. Un potere incredibile, devastante, con il quale poter eseguire a proprio piacimento una legge universale. Dopo la vita, la Morte. Quando è il momento, nessuno può tirarsi indietro. Ecco dunque che il Titta assume in questo senso il ruolo di giustiziere semidivino, portatore di quel trapasso tanto agognato e celebrato lungo i solchi di questo brano.

Sotto il flusso di una Luna malvagia

"Sotto il flusso di una Luna malvagia" è un brano che non si discosta molto da quanto abbiamo già udito, presentando un protagonismo sempre più cardinale delle melodie le quali Baal è in grado, con maestria, di ricamare. L'andatura vagamente Depressive Doom è infatti ripresa alla grande dal bravo musicista, il quale è al contempo coadiuvato dall'eccellente batteria di Moloch e dai preziosissimi cesellamenti del Barone, entrambi assai espressivi e per nulla "passivi". Il brano si staglia dunque su di una lentezza straniante, meno "sabbathiana" d'altre volte, e sicuramente assai più gotica. Verrebbero in mente i già citati My Dying Bride, proprio per via del connubio "lentezza / voce demoniaca" (quest'ultima, comunque, sembra in grado di alternare i vari stili); d'improvviso, al minuto 2:15, una strana escursione assai ritmata e particolare, simile a quella già incontrata nel brano precedente. Improvvisa e forse un po' "stonata", visto che va di fatto a dilaniare il clima sino ad ora instauratosi. Ma non certo malvagia od antipatica, chiariamoci. Una parentesi in cui Moloch sembra quasi "swingare", tali sono i tempi scanditi. Tuttavia, l'andatura "naturale" è ben presto pronta a tornare sulla piazza, immergendoci nuovamente in un mondo d'oscurità e di straniante ipnotismo. Poco dopo, il ritmo viene di nuovo monopolizzato da quella soluzione già udita pocanzi, che sicuramente aggiunge un tocco Prog. ma continua forse a sgomitare un po' con il resto della struttura. In "..III Ode" il tutto era sembrato più preciso e ragionato, in questo senso l'efficacia di questa "impennata ritmica" viene sostanzialmente a calare. Comunque, il tutto è un espediente per lanciare una porzione di brano in cui la musica diviene senza dubbio più accentuata e "decisa". Le dinamiche ritmiche cambiano e la batteria osa "pestare" maggiormente, le chitarre si ingrossano ed il basso frastorna il giusto, più del solito. Basso che si lascia udire in seguito, supportando le vocals di Isaia in maniera "intermittente". In sottofondo, successivamente, si aggiunge anche una chitarra profondamente effettata, il cui suono sembra riprodurre quella di un violino tristissimo e lugubre. Effetti simili ad urla, "cantato" che diviene una sorta di parlato, almeno finché la sezione strumentale non torna a ruggire, facendo sentire la sua presenza corale. Minuto 5:03, il basso viene lasciato nuovamente da solo, in compagnia della batteria, la quale ricama un ritmo incalzante e coinvolgente; il tutto va sfumando sino al ricomparire della chitarra di Baal, sempre impostata sulla modalità "tetro violino". Note che dilaniano, urticanti.. e che sfociano in quella ormai celeberrima "parentesi Prog." incredibilmente ritmata, ripresa per poco. Brano chiuso dunque dal sound Doom al quale eravamo stati abituati, ed un nuovo excursus "ritmico". Un'alternanza sicuramente piacevole, ma ripeto: quell'eccesso di "allegria", in quella porzione, forse stride leggermente con un contesto che avrebbe sicuramente giovato di un excursus maggiormente più consono all'andatura generale. Abbandoniamo Mastro Titta per avventurarci, liricamente parlando, in un altro bel componimento di forgia romantica. Un contrasto estremamente forte fra sogno e realtà, il mondo dei vivi in netto contrasto con l'eterna valle delle ombre. Una pallida luna splende nel cielo, ombre sinistre danzano per essa, illuminate dalla sua fioca luce. Il protagonista, naufragando in questo mare d'angoscia, teme questa visione sabbatica e sente il terrore scorrere nelle sue vene. Sogno o realtà? La paura sembra essere l'elemento cardine di questo componimento. Una paura che non fa distogliere lo sguardo ma anzi lo fissa verso la cupa manifestazione. Danze blasfeme al chiaro di luna.. unirsi alla festa, o scappare? Le gambe dolgono, sembrano di cemento. La testa è in confusione, gira e preme. Si danza in allegria, in impeti di terrore. Bisogna proseguire, andare avanti.. nonostante certe visioni divengano più nitide man mano che ci si avvicini, quasi si stesse percorrendo un triste corridoio degli orrori. "Mi par di udire meraviglia al quanto spaventosa; senti lo strider di voce. Il cuore in gola, la mia paura manifesta la via. Incredibile brillare, per un così lugubre lunare": versi che riassumono perfettamente quanto sino ad ora scritto. Da una parte, il contrasto fra paura e meraviglia, fra terrore e curiosità, voglia di conoscere. Dall'altra, la ferrea volontà (a prescindere) di proseguire lungo quel sentiero. Il cuore batte all'impazzata ma è proprio grazie a questo tetro sentimento che riusciamo a vedere la via da percorrere. Un chiaro di luna per nulla rassicurante illumina i nostri passi, spingendoci sempre più in avanti, sino alla fine. Che sia, dunque, la descrizione del naturale passaggio fra Vita e Morte? Probabile. Del resto, tutti noi temiamo la mietitrice, eppure ne siamo parimenti attratti. "Loving you is like loving the Dead", diceva Peter Steele, una frase che in questo contesto sembra dannatamente appropriata. Il nostro rapporto con la morte, dopo tutto, non è altro che una perversa attrazione irrefrenabile: non riusciamo a scacciare mai del tutto il pensiero del suo mantello, essendo noi tutti intrinsecamente consci del fatto che prima o poi le campane suoneranno per noi. Sappiamo che quello è il destino al quale mai potremo sottrarci. L'unica cosa certa della nostra vita. La temiamo più d'ogni altra cosa.. ma percorriamo comunque quel sentiero.

Uno Scritto a Mezza Mano

Traccia numero dieci, "Uno Scritto a Mezza Mano" beneficia ancora di un'andatura lenta ed oppressiva, perfettamente scandita dal basso marziale del Barone e dal riffing soffocante di un Baal sempre più sugli scudi, deciso in questo senso ad accentuare la componente Black adottando un rifferama simile a quello degli Immortal di brani come "Tyrants". Ben presto si aggiunge un bel lavoro ritmico da parte di Moloch, il quale tintinna sul ride e batte con decisione sulle pelli, donando all'incedente riff in sottofondo una dinamica particolarissima. Molto convincente, e questa volta adattissima al contesto. Si continua in tal guisa sino ad un momentaneo stop, seguito da un synth minacciosissimo, che per un attimo ringhia e successivamente lascia spazio ad un tempo di batteria abbastanza preciso e ritmato, sul quale ben si staglia una cupa melodia di chitarra. La voce di Isaia giunge a coronare il momento, donando particolare colore al contesto, rendendolo ancora più funereo e decisamente più malinconico che prima. Un ensemble magnifico, quello dei Disharmonic: capaci di trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda, in maniera quasi del tutto naturale. Come se i Nostri fossero nati per suonare assieme, non v'è altro da dire. Fra asce decadenti e ritmi incalzanti ci avviamo dunque al proseguo di un brano dalla durata imponente, il quale non trova ulteriori sorprese sino al palesarsi del minuto 4:22, momento in cui tutto si arresta ed una strana cantilena di synth si lascia udire, emettendo due note. Un pretesto per presentarci un proseguo che non differisce dalla porzione precedente di brano, se non per via di una maggiore incisività di tutto il combo strumentistico. Baal, Moloch ed Il Barone cercano infatti di "picchiare" leggermente di più, non spostandosi tuttavia di una virgola dal collaudatissimo stilema Black Doom, osservandone scrupolosamente tutti i dettami. Cambio totale di registro al minuto 5:50, momento in cui la batteria inizia a scandire un tempo più concitato e l'ascia torna a martoriare melodie spettrali e mortifere. La voce del Profeta, come sempre sepolcrale ed effettata, aggiunge il resto. Il ritmo adottato dallo strumento a pelli fa sì che il clima divenga sicuramente più acceso e dinamico, almeno sino al minuto 6:50. Tutto tace, udiamo solo rumori di vento e la voce di Isaia, sino al momento in cui l'ascia di Baal non si lancia in una rapidissima esecuzione di note, un solo dal tocco quasi neoclassico, mescolato con la sua attitudine Black. Le bacchette di Moloch tornano a danzare sul ride ed a percuotere il rullante, mentre l'ascia scorda le sue velleità neoclassic e torna a scandire un riff nero ed ineluttabile, che a conti fatti ci accompagna alla fine di un bel brano. Continuiamo, liricamente parlando, ad interfacciarci con testi dal pungente sapore romantico e scapigliato. Soprattutto in queste liriche possiamo osservare un miscuglio di elementi molto cari tanto a Leopardi quanto a Tarchetti. Da una parte, abbiamo un abbandono totale al pessimismo cosmico, inteso come supremo male di vivere. La figura protagonista è stanca della vita, stanca di tutto ciò che la circonda. Desidera più d'ogni altra cosa che la Morte giunga presto ad abbeverarsi con le sue lacrime, leccandole via, trascinando dunque il protagonista in un mondo ove la sofferenza non sia contemplata. Una figura, quella predominante di questo testo, infiacchita da illusioni e disillusioni; presa in giro dal mondo e dalla sorte, messa a dura prova da situazioni insormontabili. La noia, lo spleen, la malattia suprema divora la sua anima. Le sue carni. Un male di vivere incurabile, che nessun medicinale al mondo potrebbe mai lenire o anche solo affievolire. Una creatura che si definisce deforme ed orribile, rimembrando alcune descrizioni apparse in romanzi come "Fosca", nel quale il "brutto" veniva esaltato a verso, romanzo, poesia. Se dunque il pessimismo romantico ed il fascino malato dell'orrido si fondono assieme, il risultato non può che essere un componimento come questo. Un testo nel quale si decanta la sconfitta, la perdita di ogni tipo di illusione, in favore di una putrescenza avanzante e distruttrice. Un cadavere avvolto nelle bende, ecco cosa rimane del nostro corpo, straziato e martoriato da una sorte beffarda. "Di illusione mi cibo, di dolore ne muoio" - "..nel mio corpo, devastato, imputridito, bendato, impaurito"; versi eloquenti, che anticipano una conclusione triste e netta: "scrivo di me, di perché, di chissà, attendo l'oscura mietitrice; che di penar chiuderà l'atto". L'unico modo per sfuggire a tutto questo è dunque la morte. Attendiamola con gli occhi madidi di pianto, rimembrando delusioni e sogni infranti.

E' giunta la Fine

 Ci avviciniamo alla conclusione del fu "Carmina Mortis" con l'arrivo della traccia numero undici, "E' giunta la Fine", aperta da un rullante a dir poco marziale, quasi come se una delle vittime di Mastro Titta stesse, in questo preciso momento, avvicendandosi al patibolo. Atmosfera ben presto stemperata dal subentrare ipnotico della chitarra di Baal, lisergica e disturbante, dedita al ricamo di note lente e pesantissime. Ogni tanto, il Nostro accelera in purissimo stile Black, tuttavia la componente Doom resta sempre la prediletta. Solita grande prova del Profeta, come sempre grandissimo interprete, ed il brano può dunque riprendere le sue velleità marziali raggiungendo circa la sua metà, momento nel quale Moloch batte sul charleston in maniera precisa e determinata. Ritorna il guazzabuglio di suoni lenti e disturbanti già uditi, la confusione regna sovrana, almeno fin quando il Doom non torna a farla da padroni, rimettendo un po' d'ordine e svolgendo linee più nette e distinguibili. L'ascia continua ad urlare, a fermarsi di quando in quando, a ricamare melodie tristi e gotiche; viene creato un sottofondo perfetto per Isaia, il quale beneficia di quest'aura dapprima generata dalla sola chitarra ed in seguito coadiuvata dalla precisione di Moloch, batterista versatilissimo e musicista a tutto tondo, in grado con le sue dinamiche di donare al brano ogni volta una veste diversa. La conclusione è dunque affidata ad una chitarra che ama dividersi fra situazioni à la Candlemass con un tocco di Darkthrone, la quale lascia poi spazio alle ultime parole effettate del cantante, il quale sembra parlare direttamente da una catacomba. Come il titolo suggerisce, la fine è giunta, ed anche liricamente parlando. Un componimento che riprende alla grande molti elementi che potremmo definire Baudeleriani, visti i suoi toni scoraggianti e profondamente ammonitori, proprio come quelli del famoso "Spleen". "Quando..": un incipit che fa pensare ad una fine imminente, ad un'Apocalisse in atto. Quando giungeremo ai nostri ultimi istanti di vista: il momento in cui i cinque sensi crolleranno e saremo ridotti a creature insensibili, ormai incapaci di provare alcunché. Ciechi, sordi, freddi, persi in un'eterna apnea, in bocca il sapore della terra.. questo il nostro destino, adagiati in un sepolcro, per sempre nei secoli dei secoli. Il nostro cuore, stanco, cesserà di battere. Un cuore che ha provato odio, sino a qualche momento prima. Un cuore corroso da cotanto odio, distrutto, disintegrato, ridotto in brandelli di carne marcia. L'odio, la vera linfa della nostra vita, più prezioso del sangue. Quello stesso odio che ci ha portato alla morte, che ora ci abbandona per lasciare che le nostre membra vadano incontro al loro inevitabile trapasso. "Tra noi e lei, fino al confronto finale, fino all'ultima goccia di odio, dentro di noi"; la morte che giunge a reclamare quanto gli spetta, la nostra vita che pian piano se ne va. La fine del mondo come lo conosciamo, la fine di tutto. "il mondo si sbriciolerà d'orrore.. sprofonderemo in laghi di sangue, versato dagli innocenti.. i nostri sensi cadenti, non riusciranno forse neppure a vederla.. è giunta la fine, di tutto". Dei versi oscuri e premonitori, i quali ci mettono dinnanzi all'ineluttabile. Questo è il nostro destino, che ci piaccia o meno. Non riusciremo a vedere la nostra fine, a sentirla.. forse la percepiremo vagamente, e solo allora ci renderemo conto di come la vita sia breve, e fugace. Di contro, capiremo che l'unica vera giustiziera, regolatrice, eternatrice.. è proprio lei, la donna così ben vestita, avvolta nel suo lungo mantello.

Amaro Martirio

Primo disco concluso dalla brevissima, ultima traccia: "Amaro Martirio", dalla sua durata assai esigua, ha dunque il compito di accommiatarci in attesa che le tracce di "Il Rituale dei Non Morti" facciano la loro comparsa. Notiamo come la traccia riprenda in toto gli stilemi di "Inni di Dolce Morte e di Amaro Martirio", in toto. Stessi suoni e stessi espedienti, un disco dunque "circolare", che comincia così com'era finito. Anche la voce del Profeta risulta la stessa; un modo singolare per congedarci, momentaneamente, in attesa di ascoltare quanto poi seguirà. Il brevissimo testo non fa altro che riprendere quanto già esplicato nel precedente componimento, mettendoci dinnanzi ad una fine triste e decisamente "gore", sotto molti aspetti. L'esaltazione della morte fisica e di tutte le conseguenze che essa comporta: interiora putrescenti, cadaveri lentamente consumati dal tempo, una morte nella morte, lenta ed inesorabile. Questo è quel che ci spetta e questo è quello a cui andremo incontro. Il nostro martirio, lo scotto da pagare. Atroci sofferenze e lentissime agonie. "Nei miei occhi vedo solo il fosco essere mal pensante quale sono; dopo aver intrapreso, il sentiero funesto dell'abisso della mia ragione". Versi che in qualche modo elevano l'essere umano a pupazzo inutile, vuoto. Incapace di competere con la sua realtà, bombardato da sovrastrutture ed illusioni, perso in un mondo di fantasia che non ha attinenza con la realtà oggettiva dei fatti. Chiaramente, essere messi dinnanzi alla verità, non può che renderci folli. Siamo morti, e non v'è più nulla che possa distoglierci da questa condizione, ormai verificatasi. E proprio come i protagonisti di "..e tu vivrai nel terrore", ci ritroviamo a vagare ciechi ed impauriti, lungo un deserto nebbioso, che giorno dopo giorno infiacchisce i nostri corpi, rendendoci mucchi d'ossa privi di valore. 

Il Rituale dei non Morti I

Battezziamo dunque la seconda parte di questo lavoro, appropinquandoci ad ascoltare "Il Rituale dei non Morti I". Batteria subito accattivante ed ascia come al solito sospesa fra soluzioni Goth ed altre ben più Black, in sottofondo lamenti strazianti, mostruosi; respiri malati, rantolii atroci, sospiri pestilenziali. Una vera e propria sofferenza espressa mediante un quasi "scat", da parte del Profeta, in questo caso più "zombesco" che mai. Un non morto che ben presto comincia a declamare i cupi versi del pezzo, complice anche un cambio di ritmo da parte di Moloch. Un battere più essenziale, sempre in combo con una chitarra che ricorda sempre più da vicino alcune soluzioni parecchio care ai The Black più ispirati e liturgici. Lo spettro di Mario Di Donato aleggia in maniera abbastanza preponderante, possiamo sentire lungo questi solchi tutta la sacralità espressa e la volontà di risultare "misteriosi" ed esoterici; insomma, avvolgere il proprio sound in una coltre di nebbia e malinconia, per meglio rendere l'idea. Lo stesso Isaia, se sfruttasse delle clean vocals totalmente "pulite", potrebbe tranquillissimamente essere affiancato ad un Antonio Bartoccetti, proprio per dire un nome a caso. Lo stile estremo carica dunque di tensione un pezzo che punta invece, strumentalmente parlando, sulla malinconia e sul fascino occulto del trapasso, inteso filosoficamente, romanticamente, non soffermandosi solo sul mero concetto di "fine" fisica. Un incedere lento che ben presto, verso il minuto 4:00, viene parzialmente accelerato da un nuovo ritmo scandito da Moloch, il quale adotta nuovamente dinamiche più coinvolgenti e particolari, incalzanti. Tornano i lamenti in sottofondo, i rumori indecifrabili, e tutto si protrae per una buona porzione di tempo, sino a quando (al minuto 5:24) la voce del cantante, profondamente effettata, torna a declamare in maniera inquietante. La chitarra torna ad essere gelida e desolata; sfruttando la sua intrinseca predisposizione alla decadenza, Baal riesce infatti a de-velocizzare alcuni espedienti i quali, se suonati a velocità maggiori, potrebbero benissimo tramutarsi in un riffing tipico del Black Norvegese. Al solito, è l'ugola del malsano Profeta a chiudere un altro, singolarissimo brano. Con fare omerico, il trittico di testi qui presentatoci si apre con una sorta di invocazione ad una musa sconosciuta; ma non certo rassicurante o ispiratrice quanto Talìa. "Raccontami la storia di questo posto, ogni qual volta la notte, cala calda e afosa..". Una poesia dunque dedicata ad una sconosciuta valle delle ombre, nella quale la Morte sembra risorgere notte dopo notte, recando seco non pochi "adepti". Come putrescenti secrezioni del terreno, i morti risorgono, per fare delle città le loro cattedrali. Avanzando lenti e compatti, guidati dalla nera falce del destino. La volontà del macabro esercito è quella di nutrirsi d'altra vita, fare in modo che quante più persone possibili incontrino il loro destino una volta per tutte. L'aria è irrespirabile e l'aura di disgrazia è nettamente percepibile. "Sotto i nostri piedi ti celi, vieni a me, morte eretta". Il cantore, il bardo maledetto, cerca dunque di evocare la triste Signora, per poterla ammirare e decantarne l'oscena bellezza. Tristi presagi di fine, notti senza luna, terreno intriso di sangue.. al passaggio della schiera dannata, niente e nessuno potrà mai sopravvivere. I fiori appassiranno, la nebbia calerà, ammanterà i nostri corpi di grigio e ci porterà dritti nella tomba, luogo nel quale dovremo riposare in eterno, posti al servizio della Regina dei dannati. Un'ambientazione dunque ossianica e romantica al contempo, sempre intrisa di quel gusto dell'orrido che tradisce una grande affezione per un certo tipo di letteratura Horror. L'eco di Sclavi è sempre presente, visto si che il tema del trapasso è sempre trattato con quel fare magniloquente che in qualche modo rende la figura descritta sinistramente affascinante, componente imprescindibile della nostra esistenza.

Il Rituale dei non Morti II

Proseguiamo senza indugi con "Il Rituale dei non Morti II", aperto da un Profeta sempre più zombie che cantante. E non è certo una critica, anzi. La batteria di Moloch si fa presto sentire, scandendo al solito il bel tempo cadenzato, che con le sue dinamiche offre alla chitarra di Moloch la possibilità di riprendere laddove aveva lasciato. Questa volta, l'ascia suona più "spettrale" che malinconica, ed anche il pregevole lavoro di synth in sottofondo riesce a rendere benissimo l'idea di quanto asserito in tal sede. Minuto 1:14, un battere di timpani stile "2001 Odissea nello Spazio" fa la sua comparsa, anche se gli strumenti a percussione non saranno certo i protagonisti del brano, aggiungendo solo un breve frangente a quanto ci apprestiamo, ora, ad analizzare. Un passaggio a dir poco stupefacente ed inquietante allo stesso tempo, proprio perché i timpani vengono letteralmente scalzati da un inquietante scampanellio, accompagnato a sua volta da voci acute e cantilenanti. Quasi stessero cantando una ninna nanna od una filastrocca, i fantasmi del coro si fanno udire in tutta la loro tetra maestà, terrorizzandoci ed insinuando nella nostra testa il tetro motivetto. Ben presto veniamo accolti da un suono simile a quello di un sassofono, il quale si diverte a serpeggiare lungo la track, rievocando alcune situazioni tanto care ai Black Widow. Sorretto dalla batteria e dalla voce del Profeta, un tocco quasi prog. che potrebbe anche farci pensare ad un parziale ripescaggio di stilemi più à la Capillary. Ben presto il brano riprende una piega più Doomeggiante, con il ritorno della chitarra (spettrale e malinconica al contempo) ed il solito ottimo lavoro di voce - cori in sottofondo, senza contare il tempo di batteria ben scandito. Un cerimoniale empio e blasfemo al quale è impossibile sottrarsi, ben scandito da un ensemble eccezionale. Dal primo all'ultimo, tutti i Disharmonic sono letteralmente immersi nella loro realtà, capacissimi di evocare immagini e situazioni personalissime, che nessun'altro potrebbe a sua volta immaginare o pensare. Liricamente parlando, possiamo dire di trovarci dinnanzi al testo più singolare dell'intero lotto. Brevissimo e strutturato come un'insana filastrocca, probabilmente d'origine popolare, ed assai cupa come molti canti delle tradizioni folkloristiche. I quali, c'è bisogno di sottolinearlo, potevano passare dal licenzioso al macabro in un battito di ciglia, trattando con fare cantilenante temi quali la morte o comunque vicissitudini d'ogni giorno. In questo caso è la Mietitrice a venir lodata, mediante rime singolarissime. La campana della chiesa scandisce il passare dei giorni, poi vi è una piccola parentesi bucolica: i buoi sono intenti a tirare un carro mentre ci si appresta a raccogliere il grano, forse perché il momento propizio è giunto ed è dunque tempo di beneficiare dei frutti della terra. A questo punto vengono tirati in ballo streghe e rumori sinistri del vento, nonché la Paura, che sembra ormai dominare. Criptico più che mai il finale: "Bocca fumante, di dominio pensante, il rituale latente, mordi l'immondo presente". Non possiamo azzardare tesi o spiegazioni, tuttavia si può ragionare sulla struttura delle liriche, e sul loro flavour incredibilmente folkloristico. Dopo tutto, cosa vi sarebbe di più arcano d'un antico canto popolare? Tradizioni dimenticate, spesso inquietanti, ma vissute dai propri celebranti con rispetto e ieratica sacralità. E' proprio nel sobborgo rurale, negli anfratti dimenticati da Dio, che certi riti sopravvivono, e proliferano. Una grande metropoli non potrebbe mai accogliere determinate tradizioni. La sua frenesia ed il suo attaccamento al materiale non lo permetterebbero. Occultismo che può sopravvivere solo quando i suoi adepti sono pochi e motivati. Non c'è dunque da meravigliarsi, se anche i Nostri abbiano optato per una scelta simile. Tipico di molti gruppi Black Metal e derivati, inserire nelle loro opere più e più riferimenti ad antiche culture popolari.. per rendere il tutto più misterioso ed inquietante.

Il Rituale dei non Morti III

Arriviamo quindi alla fine dell'opera con il terzo capitolo del fu EP, "Il Rituale dei non Morti III". E' il lamento sepolcrale di Isaia a scandire la partenza di questo brano, il quale si ricollega al precedente e riprende esattamente lo stesso stilema riscontrato nel finale di "..II". Batteria cadenzata, dinamica particolare, chitarra spettrale.. quasi come se il tutto fosse stato concepito come una sorta di suite, scollegata però e divisa in due brani diversi. Il tutto continua a protrarsi a lungo, con il cantante che non fa altro che ripetere, come posseduto, il titolo del brano. Davvero un espediente disturbante, a lungo andare, capace di farci effettivamente dubitare sulla natura umana o "immanente" di quel che stiamo ascoltando. Siamo dinnanzi a persone, o dinnanzi a chissà che entità? Il beneficio del dubbio, la paura di conoscere la risposta. Minuto 1:53, torna il sound simil sassofonesco e tutto si calma, la voce di Isaia sembra nuovamente attingere dalle esperienze dei Capillary e l'aura Dark Progressive risulta quindi favolosamente percepibile. Un sassofono del quale Clive Jones sarebbe stato fiero, in seguito lasciato da solo, sorretto solamente dalla batteria di Moloch. Una ventata di Prog. che dona al brano un'aura ancor più malvagia. Minuto 3:30, un urlo mette da parte lo strumento a fiato e possiamo dunque udire la sezione ritmica in solitaria. Il Barone e Moloch decidono di rimanere umilmente contenuti, preferendo fungere da ottimo background per Baal ed Isaia, i quali tornano pochi secondi dopo per farci udire la loro presenza, catacombale come poche. Il brano si chiude dunque con l'ascia che ricama una tetra nenia doomeggiante, concludendo di fatti un disco eccezionale. Un testo ancor più breve chiude dunque questo viaggio nell'aldilà: il profeta Isaia, ormai calatosi del tutto nelle vesti di un negromante, è intento a resuscitare i morti per farne il suo personalissimo esercito. Il rituale giunge dunque alla fine, e le creature putrescenti sono ormai capaci di poter lasciare i loro sepolcri, per potersi riunire attorno al sommo sacerdote. Un complesso rituale occulto che dunque arriva a riesumare corpi morti da tempo, a donargli una nuova vita. Fra il puzzo della morte e fra i brandelli di carne tremolante, quindi, un nuovo concetto di "esistenza" si appresta a sorgere. E' lui che ce lo comanda, il Profeta, coadiuvato da tutti i nostri Disharmonic. Niente è in salvo e la Morte domina. Sui vivi come sui morti stessi.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo "to Hell and back", è tempo di stilare una disamina circa quanto ascoltato e letto sino ad ora. Partiamo da un presupposto fondamentale: ci troviamo dinnanzi ad un'opera assai impegnativa. E se questa caratteristica potrebbe forse rivelarsi un'arma a doppio taglio, col rischio che molti si arrendano dopo tot. ascolti senza voler approfondire maggiormente, il vostro affezionatissimo si sente di voler sostenere, fieramente, quanto la singolarità alla base di questo concept sia invece un'arma pressappoco vincente. Sotto ogni punto di vista. Si è cantato a lungo della Morte e per molti anni il Pessimismo ha dominato sound e testi di svariate band per così dire "settoriali" e non solo meramente considerabili "Metal". Qui parliamo di un genere particolarissimo, a sé stante, che per l'appunto decide come da tradizione di narrare storie rimandanti ad una tematica ben precisa. Dove sta, dunque, l'originalità? Partendo dai testi, sicuramente nella lingua italiana. I componimenti nel nostro idioma madre recano seco grande fascino, fervore romantico; come se fossero contornati da un'aura di nero tinta, di malvagità intrinseca, capaci di suscitare un fascino malsano e perverso. In questo caso, l'italiano ha reso anche originale una proposta che sarebbe forse stata appiattita dall'uso dell'inglese. Il nostro, per forza di cose, è un linguaggio molto più ricco, aulico, poetico. La lingua di personaggi come Dante, Praga, Foscolo. Immaginate "Alla Sera" tradotto in lingua albionica: perderebbe tutto il suo fascino, non trovate? L'intelligenza dei Disharmonic risiede dunque nella volontà di rimarcare la propria appartenenza geografica, rendendo variegato e sempre mutevole (grazie alle parole) un tema assai inflazionato. Ogni poesia (sarebbe limitativo parlare di "testi") è custode di arcani segreti, di sfumature sempre nuove, particolari. Analizzare determinati versi è stata una vera e propria sfida, ed ho tutt'ora l'impressione di aver tralasciato chiavi di lettura alle quali mai potrei arrivare. Se non facendo parte della stessa band, se non venir messo al corrente dai membri stessi. Il tocco "esoterico" di questi componimenti rimanda per forza di cose alla cripticità di uno Steve Sylvester, di un Antonio Bartoccetti. Alla cripticità di chiunque crei i suoi testi seguendo un sentiero ben preciso, delineandolo in base alle sue letture, ai suoi studi, alle sue esperienze. Un percorso proprio ed assai intimo, privato. Addentrarsi in determinate selve è confrontarsi con l'ignoto, l'arcano: un qualcosa che potremmo percepire solamente a metà. Una complessità lirica che sta alla base del progetto, naturalmente supportato da ottima musica. Il combo predilige stilemi originali e codificati, sfruttando le proprie abilità strumentali per sopperire, tal volta, l'utilizzo di soluzioni non propriamente originalissime. La voce di Isaia è un sensazionale campionario di stili e suggestioni diverse, la batteria di Moloch non è mai prevedibile così come il basso del Barone; senza scordarsi di Belial, in grado con la sua chitarra di costruire trame ed atmosfere sempre lugubri e spettrali, sempre sfuggenti e misteriose. Un ascolto dunque impegnativo. Molto, impegnativo. Che eccede in lunghezza ma che senza dubbio riesce a farsi ricordare, a colpire. Ad imprimersi nella mente di chiunque voglia scandagliare quella componente d'animo un po' cupa e decadente, che ognuno di noi possiede. I Disharmonic hanno dunque compiuto l'opera omnia che tanto desideravano di voler portare a termine. Cos'è la morte, si domandava Ze Do Caixao? Direi che per comprenderlo appieno, si potrebbe senza dubbio ascoltare questo vero e proprio masterpiece. Una splendida testimonianza di originalità, creatività, attenzione, minuziosa programmazione. Niente è trascurato o lasciato al dettaglio; e seppur è vero che determinati episodi risultino meno ispirati d'altri, questa risulta comunque essere una questione di lana caprina. E' un disco che va inteso come se fosse una macrotraccia, un percorso da iniziare, da battere senza timore alcuno. Inciamperemo ogni tanto, ma fa parte del destino. Con l'attesa spasmodica per un nuovo full-length, non posso fare altro che promuovere a pieni voti questa raccolta / riedizione. Due dischi che, uniti assieme, formano il connubio ultimo, la definitiva delineazione del concetto di Morte. Ite, missa est.

1) Inni di dolce Morte e di amaro martirio
2) Livor Mortis
3) Morire per essere devoto
4) Oscurità Senza Tempo
5) La Litania del Chiedo
6) Mastro Titta I Ode
7) Mastro Titta II Ode
8) Mastro Titta III Ode
9) Sotto il flusso di una Luna malvagia
10) Uno Scritto a Mezza Mano
11) E' giunta la Fine
12) Amaro Martirio
13) Il Rituale dei non Morti I
14) Il Rituale dei non Morti II
15) Il Rituale dei non Morti III