DIO

The Last In Line

1984 - Warner Bros

A CURA DI
ANDREA CERASI
10/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Ronnie James Dio, il mito, la star, il talento assoluto. Ronnie James Dio, il folletto del rock che ha prestato i suoi servigi a svariate band, tra cui Elf, Rainbow e Black Sabbath, contribuendo fortemente all'ideologia e alla concezione stessa dell'heavy metal. Uscito dai leggendari Black Sabbath nel 1982 in seguito a una serie di litigi con Toni Iommi e dopo l'incisione di due capolavori che hanno conquistato il mondo dai titoli di "Heaven And Hell" e "Mob Rules", l'artista di New York decide di mettere in piedi una band tutta sua in modo tale da avere pieno potere sulla sua musica ed esprimere così tutta la sua filosofia e le sue più remote passioni. Cresciuto con film e libri di natura fantasy, in particolare con i poemi e i racconti di Sir Walter Scott, che avranno un ruolo formativo molto importante, è proprio grazie a questa innata passione che verte il progetto che porta il suo nome: Dio, appunto, hard rock band dalle tematiche fantasy concentrate non solo nei testi dei brani ma anche nei colorati art-work creati inizialmente dalla moglie Wendy, che inventa il simbolo stesso della band, ovvero l'inquietante demone che campeggia su tutte le copertine degli album. In tutto ciò, l'evanescente immagine del Demone, logo della band, trasmette sentimenti di odio, di malvagità, di paura, poiché è proprio grazie a questi elementi che Egli si nutre e respira, così come la musica dei Dio si alimenta di simboli, immagini, paesaggi e creature strettamente legati alla sfera fantasy. Ronnie e il fido batterista Vinny Appice, entrambi usciti dai Sabbath, reclutano il chitarrista Vivian Campbell, prelevato dai seminali Sweet Savage, e il bassista Jimmy Bain e negli studi della Mercury Records concepiscono il disco di debutto, "Holy Diver", uno dei lavori più famosi e importanti nella storia dell'heavy metal, uno di quegli album che escono una volta nella vita e che smuovono, intorno a sé, migliaia di articoli, recensioni, dibattiti, opinioni, per decenni, influenzando inevitabilmente la quasi totalità delle band appartenenti al mondo dell'hard 'n' heavy. Ecco, in seguito al clamoroso successo dell'esordio, Ronnie conferma i componenti della sua band (destinati  negli anni a un incessante susseguirsi di cambi di line-up) ed esattamente un anno dopo l'uscita di "Holy Diver" (1983) i Dio sono chiamati a replicare quanto fatto, sia dal punto di vista della qualità che da quello delle vendite. Compito non proprio semplice, contando il fatto che l'album del 1983 rappresenta il simbolo stesso dell'hard 'n' heavy americano ed è riconosciuto da tutti come opera fondamentale per capire questo genere; eppure, i nostri riescono in pieno a bissare il successo con la pubblicazione, nell'estate del 1984,  di "The Last In Line". L'album, dal titolo che profuma di sacro e che rimanda alla Bibbia, comporta coordinate simili al suo illustre predecessore, anzi ne ricalca le orme, con l'unica differenza nell'aggiunta del tastierista Claude Schnell chiamato a donare maggiore spessore epico alle composizioni. Una intuizione quella delle tastiere che si farà via via più marcata nel tempo e sempre più presente all'interno degli album che seguiranno, deludendo magari moltissimi adepti della vecchia scuola. Ma la seconda metà degli anni 80 è anche questo, che piaccia o no. Insomma, all'interno di questo lavoro c'è proprio tutto, condito da testi che, se a tratti sono limitati e confusi, spesso sanno rivelare una profondità inaspettata risultando anche molto intimi e ricercati per giungere al ricercato art-work ricco di simboli e in grado di abbracciare tutte le fantasie di Ronnie James dove compare all'orizzonte l'onnipresente Demone per svettare nel cielo infuocato e godersi lo spettacolo che prende vita sotto i suoi vigili occhi: in un luogo di fantasia ridotto in macerie e i cui luoghi ricordano alcuni imperi antichi, l'Egitto su tutti, una folla di strani personaggi, dagli aspetti più disparati, sembrano disperarsi di fronte al loro Dio, il Demone appunto, quasi sorpresi dalla sua presenza e sicuramente disperati per il castigo che spetterà loro. In effetti, l'atmosfera non è delle più tranquille o pacifiche, il sole rosso fuoco che rimanda a un tramonto ma anche a un pianeta lontano dal nostro (Marte ad esempio) potrebbe indicare una dimensione particolare, direi infernale, dove la divinità malefica veglia sul suo popolo (i reietti delle liriche della title-track probabilmente), un popolo disperato, terrorizzato, costretto a vivere di sofferenze, di stenti e tra le rovine di quella che forse un tempo era una grande civiltà.  Il secondo sigillo della band si tinge di chiari riferimenti mitologici e di immagini allegoriche dalle forme mistiche e fantastiche che troveranno la massima esternazione nell'imponente tour messo a supporto del disco, che vede strepitose scenografie con raggi laser e riproduzioni di ambienti antichi, curate nei minimi dettagli e volte a colpire l'occhio dello spettatore per proiettarlo in mondi fantasiosi. Insomma, tutta l'iconografia dell'adolescente Ronnie James Dio trova sbocco nella sua band, vera essenza della sua anima, dei suoi interessi principali e delle più care passioni. Il successo è immediato, "The Last In Line" vende all'incirca le stesse copie di "Holy Diver" e tre singoli vengono piazzati nei piani alti delle classifiche mondiali. Dio si conferma artista poliedrico, trascinatore di masse e vero eroe dell'heavy metal, e ora che la macchina da lui guidata è ben rodata, il nome del folletto di Portsmouth viene consacrato diventando l'icona stessa di questo mondo musicale.

We Rock

"We Rock (Noi Spacchiamo)" è il primo anthem che troviamo lungo questo splendido percorso musicale e tutto suona alla perfezione; potenza massima e melodia trascinante che lo hanno reso il primo singolo estratto per rappresentare l'album. La sezione ritmica esplode in un vortice metallico spazzando via tutto ciò che c'è intorno, Appice si lancia in una serie di rullate talmente vigorose che fanno tremare la terra, mentre l'ascia di Campbell è affilata come lama di rasoio e il basso di Bain palpita fortemente sovrastando addirittura la chitarra elettrica. Su questo attacco tremendo, più heavy che hard, si staglia l'immensa voce di Ronnie Dio che, con tono graffiante e acuto, ci proietta nelle prime due quartine dalla struttura quadrata. Come suggerisce il titolo, si tratta di un inno al metallo e al popolo che ascolta musica rock, non a caso questo brano è stato lanciato come primo singolo dell'album e solitamente posto in chiusura di scaletta come congedo durante i concerti della band proprio perché è l'essenza stessa della musica dei Dio, veicolo attraverso il quale si uniscono le orde di metallari incalliti. Eppure si presenta anche un messaggio più intimista e meno scontato, poiché il testo invita a credere in se stessi, ad essere ciò che si desidera. E' come se la band fosse sul palco, davanti a migliaia di spettatori, e guardasse in faccia ognuno dei ragazzi presenti riconoscendone la fedeltà e l'appartenenza a un gruppo e a un determinato ambiente. Infatti, basta giungere al famosissimo refrain, a dire il vero molto immediato e dalla melodia che conquista all'istante, per vedere proprio la band americana che si cimenta, sul palco, in questa vittoriosa canzone di rivolta. L'aspetto epico è palese, qui viene riversato tutto l'immaginario fantasy che ha sempre affascinato il vocalist, tanto che l'hard 'n' heavy della formazione spesso si tinge di venature epic metal. I versi che seguono sono l'apoteosi del metallo fantasy e, se proprio vogliamo dirla tutta, già qui si possono trovare i germi del futuro power sinfonico europeo degli anni 90. Il gesto rivoluzionario è descritto nel testo che segue, quando Dio canta di promesse che non vengono mai mantenute, cambiano i nomi ma mai la realtà dei fatti, e a noi non resta che pregare. Presumibilmente si sta parlando dei politici che entrano ed escono, promettono e sparlando, ma che alla fine non cambiano nulla tanto che la società resta sempre uguale. Ecco, "We Rock" è proprio il canto di protesta contro i mali che affliggono la quotidianità, è lo sfogo di migliaia di metallari incazzati col mondo e ai quali Dio presta la voce per gridare lo sdegno, ma anche per ribadire l'appartenenza a una fede non soggetta a leggi costituzionali o divine: il rock duro diventa religione. Vivian Campbell mette in mostra la sua grande tecnica attraverso un granitico assolo, roccioso come la compatta struttura del pezzo, per poi lanciare la fase finale dominata dalla ripetizione del ritornello nel quale Dio acutizza il timbro e viene accompagnato da cori che danno ancora maggior energia al suono. 

The Last In Line

Una canzone divenuta subito un classico e che sfuma lasciando la scena alla seguente "The Last In Line (L'ultimo Della Fila)", la leggendaria title-track, dall'aspetto melodico e dalla forma snella che la rendono incredibilmente avvincente (così come il videoclip ufficiale). Un delicato arpeggio in acustico ci culla in questa ninna nanna rock, qualche accordo e poi il tutto riparte con l'accompagnamento del basso e della batteria sul quale la calda voce di Dio svetta ultramelodica illudendoci di ascoltare una ballad. Le prime due terzine, infatti, sono molto morbide, ed hanno il compito di prenderci per mano per raccontare di tutti noi, identificandoci come nel caso precedente, in una comunità. Ma all'interno  di questa comunità noi siamo gli esclusi, i reietti del rock, allontanati dai finti perbenisti perché siamo pericolosi. Ma stiamo tornando a casa, forse per integrarci alla società, commettendo quasi un errore nella resa. Arrenderci però non rientra nel nostro DNA e così, proprio sulla parola Home, esplode la batteria di Appice, quasi un monito a redarguirci e per ricordarci che noi siamo diversi, siamo gli ultimi della lista ma i primi ad usare il cervello. Allora la struttura del brano si solidifica, esplode la chitarra elettrica e il basso si impenna svegliandoci dal torpore che ci avvolgeva. Non si tratta di una ballata, ma di un pezzo hard rock, audace, tronfio, dinamitardo. Prima di proseguire c'è una fase strumentale importante, il cambio di tempo è netto, lo stacco tra soffice e duro è improvviso, e il ritmo si assesta su binari rocciosi ma dai tempi medi, sferzati dalle tastiere futuristiche di Schnell che donano quel tocco magico e mistico in più. Si riparte con le strofe, questa volta rafforzate e in forma di quartina, nelle quali prende vita una grande allegoria, come se ci trovassimo a rivivere le epiche avventure di Ulisse e dei suoi soldati per fare ritorno a casa. Non a caso le similitudini col viaggio narrato da Omero sono molte, come ad esempio il canto delle sirene che ci distraggono per non farci tornare a casa, oppure il richiamo della strega, la maga Circe, metafora che sta a indicare la musica, un mondo lontano da tutti i compromessi che la gente accetta, lontano dalla quotidianità vuota e dalla società corrotta. La musica vista come un mondo lontano, un'isola che è un mondo a sé e che ci rende liberi, più vicini alla verità. Dopo tre strofe ecco che giunge solenne il magnetico ritornello, molto semplice e orecchiabile, dove il nostro eroe, dietro al microfono, dà sfoggio di tutta la sua potenza vocale. Proprio sugli acuti finali tornano le tastiere a suggellare il momento sacro, come a farci immaginare un luogo lontano dove potremo essere uniti e felici, un luogo che forse non appartiene a questa realtà, nella quale saremo sempre gli ultimi. Ma la ricerca della verità è lunga e difficoltosa, perché tutto si confonde; siamo il male o siamo il bene? Siamo angeli o demoni? Dio grida che la risposta è a metà strada, nel mezzo, perciò siamo noi che dobbiamo schierarci, anche se non sapremo mai se avremo fatto la scelta giusta perché la vita ha un doppio binario e noi non possiamo prevederne il percorso. Potremmo essere azzannati ma dobbiamo azzardare, dobbiamo esistere, vivere, per giungere alla meta finale, qualunque essa sia. Campbell esegue quello che forse è il suo miglior assolo mentre Appice è davvero terremotante dietro le pelli. Un'intensa parentesi strumentale della durata di un minuto e mezzo ed ecco che ritroviamo la mistica coda finale dominata dalle tastiere di Schnell.

Breathless

"Breathless (Senza Fiato)" è un brano tritasassi, introdotto dall'affannoso respiro del vocalist, dunque la sezione ritmica produce un vortice metallico che fuoriesce dalle casse dello stereo e che procede a suon di riffs letali, dove i nostri musicisti ci danno dentro con tutta la foga possibile. Dio, come un reverendo, raduna tutti attorno a sé e comincia a declamare, seguendo una specie di cantilena che puzza di rock 'n' roll fino al midollo, di una dimensione interiore legata alla paura. Il tema narrato è di matrice horror, infatti parla di un sentimento di smarrimento, di confusione, perché si è vittime di qualcuno o di qualcosa e allora bisogna correre, nella notte e a perdifiato pur di non soccombere. Si grida per la paura ma nessuno ci sente e nessuno accorre a salvarci, la notte è la zona pericolosa, dove la luce muore e resta solo l'odore di morte e di disperazione. E' il momento ideale per l'incubo, e l'incubo inizia proprio quando giunge il crepuscolo e il sole sparisce dietro la linea dell'orizzonte. Il pre-chorus è feroce ma è anche molto melodico, ed è in grado di far salire la tensione, le palpitazioni ora sono irrefrenabili e allora parte lo spettacolare ritornello, cattivo, cantato con ira funesta dal vocione graffiante di un Dio in grande spolvero e che ribadisce di essere il re nel suo campo. Il refrain poggia sul caos interiore, quando non si ha più fiato, quando tutte le speranze di salvezza vengono meno e si è sicuri che fuggire ormai non serve più a nulla. Qualcuno è dietro di noi, pronto ad assalirci. Riprendono le terzine dall'andamento abbastanza veloce ma capace di repentini rallentamenti, specie nel pre-ritornello, dove troviamo un riffing a singhiozzo, dall'animo doom e di chiara derivazione Black Sabbath. Anche in questo caso emerge la dualità, il conflitto della mente umana, ossia l'essere perduti in mezzo a due vie, l'una che porta al cielo, l'altra all'inferno. Siamo esseri smarriti nella notte, senza fiato, contesi tra due mondi totalmente diversi. Siamo foglie portate dal vento, in balia di una forza superiore alla nostra e non sappiamo che percorso affrontare, ci lasciamo andare a seconda degli eventi e oscilliamo costantemente tra questi due mondi ultraterreni. Ma a un certo punto ci troviamo davanti a una porta, che indica la fine della nostra vita e soltanto aprendola sapremo dove siamo capitati. Chiudiamo gli occhi e tentiamo la fortuna. L'assolo di Campbell è furioso, caotico, rispecchia alla perfezione lo smarrimento mentale, il limbo nel quale viviamo, il terrore notturno. Si ripetono le prime due terzine e infine il ritornello, ribadendo questo concetto estremamente semplice quanto profondo, un binomio che è alla base della mitologia creata dai Dio.

I Speed At Night

"I Speed At Night (Scatto Di Notte)" è una bomba assoluta, tra i brani più veloci dell'album, e che strizza l'occhio all'heavy metal di fattura inglese. Campbell e Bain incrociano le asce e producono un tappeto sonoro a dir poco devastante, senza contare le bordate di Vinny Appice che fanno tremare gli altoparlanti. La struttura del pezzo è molto compatta, scandita tra una lunga strofa, violenta e quadrata, e un refrain breve ma infernale, il tutto suddiviso in tre parti uguali. La notte è l'ambientazione ideale per la musica della band, visto che la ritroviamo spesso nelle liriche, e rappresenta un mondo di follia, di paure, ma anche di adrenalina e di peccati. Il bianco si trasforma in nero e il cervello è attirato da lampi immaginari, scariche elettriche che accendono una fiamma nella testa. È tempo di dedicarsi al piacere. Si riparte con la seconda fase, il ritmo è lo stesso identico della prima e ricorda molto quello del brano "Two Minutes To Midnight" degli Iron Maiden, uno dei singoli di "Powerslave", uscito proprio lo stesso anno di "The Last In Line", il 1984. I demoni tornano a tormentare la mente del protagonista, il quale si rifugia nel buio proprio per essere con loro, cercando di evitare la luce del sole e persino il l'accesso in paradiso poiché il suo mondo è quello infernale. Il ragazzo si sta trasformando in demone e la notte lo accompagna in questa traumatica trasformazione. Prima della terza e ultima sezione, troviamo un'intensa parentesi strumentale, con Vivian Campbell vero mattatore, in grado di squarciare il cielo grazie ad un assolo al fulmicotone, potenziato dall'accompagnamento del basso muscoloso di Jimmy Bain. Certo è che tutti i componenti si danno da fare spingendo l'acceleratore al massimo, Dio è impetuoso dietro al microfono e il compare Appice potente e preciso nel suo drumming, capace di dare una maggiore sfumatura a un pezzo statico nella forma e molto lineare, seppur dinamitardo nel suo incedere. C'è veramente poco da aggiungere, tre minuti di delirio per una speed song in piena regola che farà la felicità di tutti gli headbangers del mondo, costituita da una trama poco articolata e di brevissima durata ma che fa della ferocia il suo punto cardine, sicuramente una delle migliori mai prodotte dal folletto americano, dove l'heavy metal incontra una tecnica mai fine a se stessa.

One Night In The City

Lasciamo la scena alla seguente "One Night In The City (Una Notte In Città)", dal cui titolo si capisce che qui siamo ancora in territori notturni. La monotonia dell'ambientazione però non significa superficialità, perché Dio, con la sua penna affilata, riesce a donare una magia tutta sua ad ogni testo, personalizzandolo a seconda dei casi. Questa volta il ritmo è più cadenzato, un hard rock sinuoso dotato di un corpo mobile che cambia pelle e melodia nei passaggi dalle strofe ai ritornelli e ancora nei bridge. Si parla di un mondo fantastico, dove tutta l'iconografia della band americana viene messa in risalto. Johnny è un ragazzino misterioso tenuto nascosto da un ordine dei cavalieri, Sally invece è una principessa destinata a diventare regina ma tenuta in catene all'interno di una torre. Dio è il cantore di questa novella, una fiaba cavalleresca dotata di delicati passaggi e di brillanti melodie. Il ritornello è talmente leggero e delicato che arriva d'improvviso, quasi confondendosi con i versi che lo precedono. La notte, la notte che è sempre presente è anche luogo di libertà e di luce, intesa come speranza; infatti, qualcuno apre la porta della stanza di Johnny, il quale fugge via andando incontro all'aurora, raggiungendo la principessa reclusa. Il bambino si intrufola nella torre, si presenta stringendo la mano alla bambina e proponendole di fare un gioco. A questo punto, al posto del ritornello, il pezzo cambia forma, lasciando spazio a un break dalla melodia accentuata messa in evidenza anche dall'uso quasi divertente delle tastiere da parte di Claude Schnell. La principessa capisce che il ragazzino che ha di fronte ha un dono, qualcosa di magico lo circonda, non è una persona comune. Egli può raccontare storie incredibili, difficili da credere. C'è una forte alchimia tra i due, due esseri costretti alla solitudine ma che hanno trovato il mondo di venire in contatto, nella notte di una città fantastica, irreale. Una mitragliata sparata da Appice alla batteria, un breve assolo di Campbell e una deliziosa parentesi tastieristica per rendere idilliaca la notte, trasportando l'ascoltatore all'interno della fiaba. La parte più delicata giunge con l'ultimo verso, nel quale i due bambini si prendono per mano e iniziano a giocare, fino al sorgere dell'alba, raccontandosi storie di eroi e di mondi immaginari, dopodiché si riprende con il meraviglioso refrain, davvero trascinante, ripetuto molte volte cambiandone l'intonazione e la melodia. "One Night In The City" è una traccia bellissima, potente ma allo stesso tempo raffinata, dove rock duro e poesia trovano un punto di congiunzione.

Evil Eyes

"Evil Eyes (Occhi Malvagi)" invece ripropone grinta e velocità per un pezzo dalle linee vocali strepitose. Appice dirige la sezione ritmica con passo svelto e grazie a drumming dalle battute potentissime, poi un sommo Ronnie James Dio riprende a narrare di strane entità notturne che indicano la via, fluttuano nel nulla e ti prendono per mano per accompagnarti in luoghi mistici dominati dal piacere e dal peccato. Soltanto un puro di cuore può attraversare il sentiero delle tenebre a giungere a destinazione, ma deve poter dividere il corpo dall'anima, poiché soltanto quest'ultima può attraversare i cancelli dell'oltretomba. Anche in questo caso si evidenzia il tema dell'inferno come luogo di piacere, che rifugge le luci del sole e che è sempre immerso nell'ombra. Le due strofe vengono letteralmente divorate dal vocalist, il quale si inerpica nel lungo e ben calibrato ritornello, melodicamente eccellente, nel quale dare sfoggio di tonalità piuttosto alte. Lì, nel cuore della notte e nel centro di questo mondo ultraterreno, due occhi luciferini faranno capolino tra le ombre, indicando la direzione giusta per giungervi. Sono gli occhi della creatura che regna nelle tenebre, colui che accende fuochi e attorno ai quali fa danzare i suoi adepti. Sembra un po' di vedere una messa nera, una danza tribale intorno alle fiamme o un rito pagano, avvalorato dal fatto che bisogna compierlo solo dopo la mezzanotte, quando il cielo è privo di luci. Interessante notare che quando Dio ripete le parole che compongono il titolo, le tastiere di Schnell, sommessamente, eseguono una specie di tintinnio che dona al refrain quell'aurea sacrificale e sacrilega in più, destinata a proseguire anche dopo, quando si riparte con la strofa. In tutto ciò si stagliano i possenti assoli dei due axe-men, e quindi troviamo prima quello di chitarra e poi quello di basso a incorniciare il tutto. In realtà, questo pezzo non è che offra moltissimo in termini di evoluzione, quindi, così come era stato per "I Speed At Night", anche qui troviamo una traccia veloce, brutale, di brevissima durata e dalla struttura semplice incentrata su un testo ridotto all'osso che lascia molte interpretazioni. Tuttavia la melodia e ovviamente la tecnica a supporto colpiscono l'ascoltatore, piazzandosi come un pugno allo stomaco e lasciando tanto dolore.

Mystery (Mistero)

Purtroppo, questa sintesi efficace tra gioia e sofferenza è destinata ad infrangersi con l'arrivo di quello che probabilmente è il brano meno riuscito dell'album, ovvero "Mystery (Mistero)", canzone hard rock abbastanza solare e che stona un poco con il leitmotiv principale del disco. Qui, le tastiere sono ben presenti e sia queste che il riffing portante ricordano timidamente il capolavoro "Baba O' Riley" dei grandi Who, seppur con le debite distanze. Eppure il senso di scopiazzatura di fa sempre più palese, specie quando arriva il ritornello. In realtà, le strofe hanno un bel andamento hard rock, le tastiere decorano e intensificano la base strumentale e il testo crea una serie di domande esistenziali e che portano a poco attraverso la contemplazione del cielo. Adesso il cielo è sferzato da fulmini e da saette, la pioggia si fa sempre più battente e ci si chiede perché il mondo sia suddiviso in due categorie, sereno e burrascoso, come l'animo umano. Come accennato pocanzi, i versi reggono bene e trascinano anche, ma poi si giunge a un chorus piuttosto banale e stranamente solare che nemmeno la grande prova di Dio può salvare. Nulla di preoccupante, siamo pur sempre a livelli accettabili, solo qualche tacca inferiore al resto del platter. Il buio del cielo è anche quello del profondo del nostro animo, illuminato fiocamente da un fuoco che brucia in lontananza; il senso del testo è che noi umani siamo come il tempo, abbiamo un cuore diviso in due metà, la parte buona e quindi serena e quella cattiva e quindi burrascosa. Due metà che comportano ovviamente varie sfumature. Basta solo aprire la mente e ascoltare il proprio cuore, anche se l'intelletto dell'uomo resterà sempre un mistero bello e buono. In pratica, si concentra tutto nella prima parte della canzone, visto che tutto accade nei primi due minuti e mezzo per poi proseguire con qualche battuta a vuoto. La fase centrale, ovvero quella strumentale, è la migliore, l'assolo di Campbell è ottimo come al solito, terminato il quale gli strumenti si smorzano e restano solo le tastiere di Schnell a cullare il pubblico e a indurlo a riflettere su se stessi. Poi si procede ancora con un ritornello ripetuto fino alla nausea che mette in evidenza le poche idee sia a livello musicale che lirico per la composizione della traccia. Poco male, un piccolo calo può capitare, anche se "Mystery" è stata scelta come terzo singolo di "The Last In Line" ed è dotata di un affascinante e sfarzoso videoclip entrato subito nelle classifiche di mezzo mondo, simbolo che pur non essendo ai livelli delle altre tracce possiede l'appeal giusto, un sapore radiofonico e una melodia che si memorizza all'istante.

Eat Your Heart Out

"Eat Your Heart Out (Mangiati Il Fegato)" è trainata dal possente e imprevedibile drumming di Appice, quindi, quando la chitarra e il basso si lanciano in una serie di fraseggi minacciosi, la voce imperante di Dio domina la scena masticando parole di asprezza ricordando la fine di un rapporto. La relazione conclusa è paragonata a una lunga e assolata strada deserta nella quale Dio ha costantemente cercato acqua nel deserto dell'animo della sua donna. Evidentemente il cuore della sua compagna era arido e non poteva ricambiare i sentimenti dell'uomo, arrivando persino a mentire, facendo promesse mai mantenute. Ma ecco che l'uomo ha tirato fuori l'orgoglio e prontamente l'ha lasciala. I versi, dall'animo lisergico, non sono nulla in confronto a un ritornello ricco di acidità, mefistofelico e vendicativo, sottolineato da una melodia brillante e carica di emozione. A rimetterci, adesso, è la donna, lasciata così su due piedi perché è stata una stronza sfruttatrice dal cuore freddo. Adesso tocca a lei mangiarsi il fegato. L'andamento della sezione ritmica è un hard n' heavy dal sapore polveroso, riportando alla mente l'immagine di questa strada in mezzo al deserto e che non ha nessun capolinea ma prosegue all'infinito senza portare a nulla. La compagna è paragonata a un carceriere sadico che ha rinchiuso per troppo tempo l'animo dell'amante, tenendolo al buio e affamandolo solo per il piacere di farlo. Ma ora il carceriere è bruciato ed è morto tra atroci sofferenze, poiché la cattiveria prima o poi si paga. E' tempo di libertà. Il bridge è clamoroso perché dotato di ira funesta ma contemporaneamente di una dolce melodia, scandita e rafforzata attraverso una doppia voce effettata che modifica quella di Dio rendendola demoniaca e soprapponendola a quella originale. E qui viene spiegato il motivo per cui l'uomo non ha troncato prima la relazione, riconducendo tutto al puro sentimento, all'amore che fa perdere la testa e che ci rende poco razionali, facendoci perdere il controllo a causa della passione che ci divora la carne. L'assolo di chitarra parte lento e apparentemente poco ispirato ma si intensifica piano piano fino a brillare nell'oscurità creando scintille data la velocità di esecuzione. Prima della coda finale troviamo ancora una strofa, che è la ripetizione della prima parte e quindi che poco aggiunge a livello lirico, ma dà lo slancio per la conclusione del pezzo, appunto, che vede la ripetizione del bel refrain intermezzato da continui rallentamenti del drumming che creano una grande e coinvolgente effetto, movimentano un po' una fase altrimenti statica.

Egypt - The Chains Are On

Arriviamo alla fine di questo percorso, ascoltandoci la strepitosa "Egypt - The Chains Are On (Egitto - Siamo in catene)", evocativa canzone dalla consistente durata e dal fascino antico. Una cantilena tipicamente egiziana e prodotta dalle tastiere è accompagnata dal soffio di vento, facendoci immaginare un posto lontano nel tempo, una civiltà antica. Appice ci va giù potente ma restando cauto nell'andamento, infatti il pezzo, dal sapore epico, rimane un mid-tempo altezzoso e doomish. La struttura portante è costruita tutta sulla batteria, la chitarra produce un riff affilato ma poco dominante, e poi la voce di Ronnie svetta incontrastata cantando dell'Egitto e della sua bella regina, trasportandoci indietro di tremila anni. La cosa particolare è che il protagonista del testo è uno schiavo in catene, costretto molto probabilmente alla costruzione della piramide, perché dice di lavorare per il corpo di una regina tenuto al freddo e al buio, e quindi all'interno della piramide (come da tradizione nell'antico Egitto, dove venivano sepolti i nobili). Ci troviamo esattamente durante il dominio dell'impero egiziano, quando, secondo la leggenda, Mosè guidò il popolo ebreo all'esodo facendolo passare attraverso il Mar Rosso, sfidando così il faraone e la sua dittatura. Il chorus è un tripudio di dolore ma anche di speranza, visto che Dio grida di alzare in lato le catene per essere liberati da questo profeta giunto dal nulla. Si procede con gli altri versi, questa volta supportati dal leggerissimo tappeto sonoro creato dalle tastiere, a dare quel tocco magico in più e a narrarci della fatica della schiavitù, della debole speranza di vivere una vita dignitosa, di attendere la fine della giornata per avere un po' di riposo, lontano dalla sabbia dorata e bollente del giorno. Ma il giorno della libertà è vicino. Dopo il secondo ritornello gli strumenti si smorzano all'unisono e per qualche secondo, e così inizia una un break da brividi, molto evocativo e mistico, dove il vocalist dialoga con le tastiere di Schnell inscenando un momento profondo e intimo nel quale si palesa la figura del profeta che apre le acque e vi passa attraverso, tra lo sconcerto di tutti, ebrei ed egiziani. Appice riprende a battere colpi e Campbell esegue un lento e letale assolo, mentre Bain al basso accompagna il tutto con grande maestria. Il momento è catartico, le tastiere si fanno più vigorose e ritorna il refrain, ripetuto molte volte con passo velenoso e cadenzato, che ci conduce al termine dell'album lasciandoci con un ghigno gioioso stampato in volto.

Conclusioni

Ripresi dall'estasi musicale, che raggiunge il suo picco proprio in prossimità della conclusione del disco grazie all'ultimo capolavoro a nome "Egypt", è tempo di fare bilanci su questo "The Last In Line". Il pubblico e l'etichetta discografica, la Warner Bros., chiedono ai Dio di bissare il successo del glorioso debutto "Holy Diver" e la band risponde positivamente con un album destinato a diventare un classico del genere, costruito su una tecnica magistrale ma mai fine a se stessa e quindi composto da una manciata di canzoni pregne di passione e scaturite dal cuore. "The Last In Line" piazza ben tre singoli in classifica ("We Rock", "The Last In Line" e "Mystery") riscuotendo un grandissimo successo di vendite e di critica, piazzandosi, sia per copie vendute che per qualità, di poco al di sotto del suo illustre predecessore. Registrato al Caribou Ranch in Colorado e prodotto dallo stesso Ronnie James Dio, l'album offre il meglio di questa band, qui ancora molto ispirata e affiatata, supportata da un budget iniziale, stanziato dall'etichetta, davvero imponente proprio perché convinta del successo del progetto e fiduciosa di un artista che ha pochi eguali in ambito rock. Il folletto del rock e i suoi compari non tradiscono la fiducia riposta in loro e consegnano un autentico gioiello di hard rock che può essere inteso come album-gemello del primo capitolo, vuoi perché la formazione è la stessa, vuoi perché le coordinate stilistiche sono identiche, vuoi perché gli anthem destinati ad entrare nella storia sono di pari intensità. Tutto ciò rende i Dio una delle miglior band al mondo e una delle più grandi realtà musicali degli anni 80, anche se Ronnie James aveva già dimostrato abbastanza che razza di fuoriclasse fosse e perciò non ci dobbiamo sorprendere dell'altissima qualità delle tracce qui presenti. Certo, non tutto è perfetto, qualche giro a vuoto c'è, come un paio di brani minori ("Mystery" su tutti), così come qualche passaggio fin troppo statico nella conclusione dei singoli pezzi unito a qualche imperfezione lirica che, spesso e volentieri, non si sa dove voglia andare a parare; eppure, accanto a questi piccolissimi difetti, esiste la classe di brani come "We Rock", inno generazionale tanto semplice quanto trascinante, la profondità concettuale della title-trak, oppure l'epica magnificenza della conclusiva "Egypt - The Chians Are On", senza contare le dinamitarde "I Speed At Night" e "Evil Eyes" che contrastano con le cadenzate e oscure "Breathless" e "One Night In The City". Da questo momento in poi, Claude Schnell entra a far parte in pianta stabile all'interno della band (almeno per tutti gli anni 80), ritagliandosi un ruolo sempre più predominante, tanto che già dal seguente "Sacred Heart" e poi "Dream Evil" le tastiere diventeranno più protagoniste (anche se non in maniera eccessiva) facendo storcere il naso a molti fans, anche se va detto che un po' tutte la band, in quegli anni, abbracciano nuove sonorità, alcune deludendo le aspettative, altre, come i Dio, continuando a sfornare opere di grande qualità. Sinceramente non saprei dire quale sia il miglior album di questa band, "Holy Diver" resta il loro capitolo fondamentale, l'album che rappresenta appieno la filosofia artistica di Ronnie, ma anche gli altri non sono da meno, in particolare questo "The Last In Line", un must per tutti gli appassionati ed un cult che ha scritto una bella fetta di storia del metal.

1) We Rock
2) The Last In Line
3) Breathless
4) I Speed At Night
5) One Night In The City
6) Evil Eyes
7) Mystery (Mistero)
8) Eat Your Heart Out
9) Egypt - The Chains Are On
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