DIO

Holy Diver

1983 - Vertigo/Mercury/Warner Bros

A CURA DI
FEDERICO SICCARDO
09/12/2021
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione Singolo

Nato nel 1942 a Portsmouth, città degli Stati Uniti facente parte della contea di Rockingham (New Hampshire), Ronald James Padavona, di origini italiane, passò i primi anni adolescenziali a Cortland, nello stato di New York, dove manifestò i primi interessi verso il mondo della musica suonando la tromba in un gruppo rockabilly e usando il nome d'arte di Ronnie James Dio (ispirandosi a un noto gangster americano di origini italiane: Johnny Dio).
I The Vegas Kings furono il primo gruppo rock n' roll di Ronnie, conosciuti poi con il moniker di Ronnie Dio and the Prophets, fondati nel 1957, e nel corso della loro carriera riuscirono ad incidere singoli e un album dal nome "Dio at Domino's" pubblicato ad inizio anni Sessanta. Prendendo sempre più dimestichezza col genere, Dio passò ad inizio anni Settanta a sonorità indubbiamente più coriacee fondando la sua seconda band: gli Elf, nome scelto in omaggio alla passione che Ronnie coltivava sempre più premurosamente verso la letteratura fantasy e fantascientifica.
Con gli Elf, Dio riuscì oltre che ad incidere ben tre dischi, a raggiungere un discreto successo che lo portò ad aprire ai concerti dei Deep Purple, gruppo colonna portante dell'hard rock in cui militava un certo Ritchie Blackmore che rimase affascinato dall'incredibile voce di Dio. A seguito della rottura con i Deep Purple, Blackmore entrò negli Elf che ben presto divennero i Rainbow con cui Ronnie consacrò definitivamente le proprie doti canore nell'ambito hard n' heavy. Verso fine anni Ottanta, Dio si separò dai Rainbow per entrare nei Black Sabbath (rimasti da poco senza il cantante Ozzy Osbourne). Con il gruppo di Birmingham Ronnie garantì un debutto d'importante successo grazie all'album "Heaven and Hell" (nome poi ripreso per continuare le attività della formazione dopo il rientro di Ozzy nei Sabbath) ma purtroppo, dopo soli due album, Ronnie ebbe numerosi problemi con la band di Tony Iommi e decise di abbandonarla formando, assieme al batterista Vinny Appice, i Dio.

Oggi ci ritroviamo qui con l'immenso piacere di approfondire il primo singolo della band: "Holy Diver", estratto dall'omonimo album di debutto e di incredibile successo pubblicato nell'ormai lontano 1983, contenente sul lato B i brani "Evil Eyes" e "Don't Talk To Strangers".
Inserito il disco veniamo subito avvolti dal suono di un funereo e tenebroso vento, accompagnato da un selvaggio ululare che provocherebbe i brividi anche ai più valorosi avventurieri di un qualsiasi scenario fantasy. Ma l'atmosfera impeccabile subisce una sterzata con l'imponente ingresso del riff di Vivian Campbell, sorretto dalle galoppanti linee di basso del buon Jimmy Bain. Il leggendario ingresso di Dio spezza le catene nel migliore dei modi con le sue tonalità accattivanti e incisive, narrando di un "Santo Tuffatore" ("Holy Diver", appunto) che assume sempre più i contorni d una figura ostile e demoniaca: soffermandoci su questo nome particolare, ricordiamo l'esistenza in campo scientifico del "Cartesian Diver" (strumento di misurazione della pressione dei liquidi) detto anche "Diavolo di Cartesio", in quanto la parola "Diver" può raramente ricondurre a Messer Satanasso. Altro interessante accostamento consiste in quello fatto nei confronti della narrazione bibilica, all'interno della quale viene narrato anche del famoso "tuffo" direttamente negli inferi a causa della ribellione nei confronti di Dio da parte di Lucifero, che da angelo divenne il re delle tenebre. Come ci si poteva aspettare, ciò causò di conseguenza l'ennesimo accostamento tra Ronnie e il satanismo, prontamente smentito ogni volta dal dichiarato e convinto ateismo del cantante. L'assolo di Campbell rappresenta pienamente quello che ai tempi poteva offrire uno dei chitarristi più promettenti del periodo (molto spesso considerato il futuro successore di Van Halen). Il tutto venne accompagnato dal primo video musicale della band, nel pieno rispetto di quanto si ascolta, riportando visivamente tutto ciò che si potesse immaginare all'ascolto del singolo: dopo le prime riprese di alberi e boschi, le successive scene vedono Ronnie interpretare un barbaro ricoperto di pelliccia che combatte con epicità tra i resti di una chiesa abbandonata.
?Sperando che possiate perdonare il gioco di parole, possiamo essere certi di affermare che, a distanza di quasi quarant'anni il brano suona da dio (in tutti i sensi) e continua a nutrire ancora un alto tasso di coinvolgimento e pathos difficilmente ricongiungibili ad altri artisti.

"Evil Eyes" rappresenta il B-side del singolo, brano purtroppo escluso dal full-lenght ma che, fortunatamente, venne recuperato e inserito nel successivo "Last In Line" (1984). Qui le ritmiche del batterista Vinnie Appice trovano più spazio grazie al drumming rapido e potente, coronando un'ottima prestazione da parte di tutti i musicisti senza esclusioni di colpi. Ritroviamo dunque un impeccabile Dio a narrare nuovamente di presenze tenebrose in grado di stregarci con il "richiamo della città" e trascinarci dove tutto è concesso, dove i luoghi di piacere e divertimento sono costantemente circondati dall'oscurità. Il costo del biglietto? "Ecco le nostre anime andare via".

"Don't Talk to Strangers", terzo e ultimo brano del B-Side, viene celestialmente introdotto da raffinate melodie acustiche, con Ronnie che sbalordisce cimentandosi in morbidi falsetti dando l'impressione di aprire una classica metal ballad anni 80', ma così non è. Un improvviso e lungo grido fa detonare un brano che evolve strofa dopo strofa tra riff elettrizzanti, sontuose linee di basso e pattern di batteria altrettanto pomposi. Il motore dei Dio va su di giri e, mettendo la quinta, fa decollare maestosamente la band grazie all'assolo di Campbell da standing ovation: un solo tecnico, veloce e consistente che sottolinea ancora una volta il talento di questo giovane chitarrista che sarà presto ripagato lungo tutta la sua carriera futura (militerà infatti in gruppi come Whitesnake, Thin Lizzy e Def Leppard). Il testo si concentra sulla classica lezione di vita, "non ti fidare degli sconosciuti", ma ribaltandone il significante: lo "straniero" è proprio colui che potrebbe aprirti la mente, un rischio che la società cosiddetta "perbene" ti sconsiglia caldamente di prendere. Il cantante infatti continua: Non scrivere alla luce delle stelle, perché possono uscirne parole vere. Non nasconderti dietro le porte, potresti trovare la chiave che apre la tua anima. Dio pare volersi mettere nei panni di un diavolo che un diavolo, in realtà, non è; lo stesso demone vendicatore e giustiziere  sulla copertina di Holy Diver, colui che castiga severamente dei buoni che buoni, in realtà, non sono. Il senso ultimo della di "Don't Talk to Strangers è comunque lasciato all'ascoltatore. Per taluni, il brano è un invito a vivere la vita prendendosi i rischi necessari, per altri è una critica a certi genitori iperprotettivi (dopotutto il pubblico di riferimento di una metal band, all'epoca, erano soprattutto gli adolescenti), per altri, i più cinici, un onesto e lapidario consiglio.

Terminando l'ultima traccia siamo dunque alle conclusioni. Sicuramente uno dei singoli di lancio più importanti della storia dell'heavy metal, "Holy Diver" portò alle stelle le vendite dell'omonimo album dei Dio, un disco storico divenuto immediatamente l'opera più nota della band - e di Ronnie James Dio in particolare. Un successo che portò il brano a sfondare persino nel mondo dei videogiochi: nel 2006 venne difatti inserita in GTA Vice City, suonata nella stazione radio V-Rock e, ancora nel più recente 2009, riuscì a piazzarsi nella posizione numero 43 della classifica di VH1 tra le "Top 100 Hard Rock Songs", conclamandosi di fatto come canzone immortale di un genere immortale, composta da un artista immortale.

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