DEVILDRIVER

Dealing With Demons

2020 - Napalm Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
22/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il disco s'intitola "Dealing With Demons": in pratica sono io che voglio muovermi in una direzione più "woke" dal punto di vista dei testi, e so che molte persone dicono: "Prendo molta forza dai tuoi testi, Dez, grazie per avermi sollevato", ma quello di cui non si rendono conto è quanto mi risucchi la vita, scrivere su questi argomenti di cui scrivo. Così questo è tutto, questo è il capitolo in cui espongo tutto su un doppio disco, volume uno e volume due. Ogni demone ha il suo piccolo spirito, giusto, quindi questo "Keep Away From Me" parla dell'agorafobia o della quarantena, comunque tu voglia metterla. Ma in un'intervista precedente mi avevano chiesto "è cambiato qualcosa per te durante la quarantena?". Ho detto no, niente. Non sono mai andato a fare la spesa, me l'hanno sempre fatta consegnare, non esco, non è cambiato nulla. Quindi è stato un periodo pazzesco, ma è stato anche un momento davvero positivo nella terra di Devildriver.
- Dez Fafara, dall'intervista a cura di Anderw Massie per The Rockpit

Rieccoci dopo diverso tempo a parlare dei DevilDriver, la creatura groove metal di Dez Fafara, mente anche dietro al progetto nu-metal Coal Chamber. In realtà i primi sono da anni il progetto principale del Nostro, caratterizzato da un suono che a più riprese ha mischiato i connotati del post-thrash ora con elementi melo-death, ora con parti metalcore ottenendo risultati alterni in una discografia che si avvicina sempre più al ventennale. La formazione ha visto diversi cambiamenti nel tempo, portando a quella attuale che vede il cantante accompagnato dai chitarristi Mike Spreitzer e Neal Tiemann così come dal batterista Austin D'Amond e dal bassista Diego "Ashes" Ibarra. Avevamo lasciato il gruppo con il loro album di cover a sfondo outlaw country "Outlaws 'til the End, Vol. 1", un lavoro tutto sommato egregio che rappresenta una delle punte della loro discografia grazie a un suono che è riuscito ad arricchirsi del materiale originale e a riproporlo con convinzione. A due anni di distanza nel 2020 il progetto si ripresenta con Dealing With Demons, un disco che riprende il discorso da "Trust No One" del 2016 presentando composizioni originali che seguono lo schema della band dove riff ipnotici, cambi di tempo occasionali con parti più calme, e passaggi tra voce pulita e parti aggressive sono all'ordine del giorno. Come detto in aperture i primi dischi della band hanno visto alcuni aggiustamenti nel suono partendo da basi più vicine al precedente nu-metal familiare a Fafara per poi spostarsi verso lidi core e commistioni melodic death; in seguito però il suono si è stabilizzato su una versione che prende tutti questi elementi e li configura in una sorta di metal molto americano e diretto dai pezzi spesso intercambiabili tra di loro. Il nuovo disco sembra continuare questa tendenza, mostrando una formula che si ripete molto spesso e dandoci più l'idea di una collezione di singoli, che di un album con una propria struttura interna. Ormai da alcuni anni i Nostri seguono questa direzione, e nonostante i cambi interni che hanno visto sopravvivere oltre al leader il chitarrista Spreitzer, l'evoluzione sonora sembra essersi fermata molti anni fa lasciando posto a un pacchetto già prestabilito e che viene ripetuto con costanza. Il risultato è un lavoro che può sempre contare su un'esecuzione formale competente che fa il suo lavoro, ma non molto di più, qualcosa di basato sulle aspettative dei fa guadagnati, e mai quel qualcosa in più che mantiene una band una spanna sopra rispetto al resto. Ecco quindi che "Dealing With Demons" è un ennesimo disco che non possiamo condannare come orribile, ma nemmeno premiare per la sua evidente pigrizia, un prodotto furbo fatto per un mercato consolidato, ma che mantiene fermo il posto della band tra i mestieranti dell'area più "commerciale" del metal d'oltreoceano.

Keep Away From Me

"Keep Away From Me" ci accoglie con un fraseggio delicato e sognante, che si stende nella composizione con le sue note incontrando una ritmica sospesa fatta di rullanti sospesi; all'improvviso un loop severo di chitarra si accompagna a un grido, muovendosi tra doppi rullanti improvvisi e cimbali più presenti. Un andamento contratto segnato da punte squillanti crea la base per il cantato di Fafara, intendo a dichiarare le sue intenzioni di distacco dagli altri in un testo che ha non pochi legami tematici con la famosa "Walk" dei Pantera: chiunque tu sia, qualunque cosa tu voglia, semplicemente continua a farlo lontano da me. Un messaggio chiaro e semplice espresso dal Nostro tramite versi in screaming che si destreggiano tra alternanze che vedono anche fraseggi notturni di chitarra. Qualunque cosa fanno gli altri, la devono fare lontana da noi, chiunque vogliano essere, devono esserlo lontano da noi, ovunque vadano, basta che vadano lontano da noi, e chiunque essi siano, devono starci lontani. Fafara non è nuovo a questo tipo di testi dove si contrappone agli altri, siano sconosciuti, ex amici o ex amanti, e anzi essi costituiscono una buona fetta del mondo tematico dei DevilDriver, basato sulla visione esistenziale molto "con me o contro di me" del cantante. Parti dalle falcate più serrate e dai groove melodici sottolineano una cavalcata controllata che enuncia nuove parti del testo: ci sono come delle briglie che ci tengono tutti legati, un peso così pesante che non è chiaro, e se guardiamo negli occhi degli altri vediamo solo uno sguardo vacante e comprendiamo che a loro non è mai interessato molto di noi. Esplode quindi un ritornello basato su suoni di chitarra ben strutturati, tra fraseggi evocativi e giri taglienti di chitarra, seguiti dalla ripresa del motivetto fatto per essere cantato con enfasi durante i concerti. La band sa quando aggiungere qualche passaggio diverso, ed ecco alcuni esercizi di chitarra dalle scale vibranti, sui quali il cantato riprende con le sue grida rauche. La strada intrapresa da noi è rotta e riluttante, sottomessa e piena di lividi, siamo come sordi, stupidi e ciechi a causa dell'abuso senza fine che abbiamo subito. Parolo rancorose che non possono che esplodere con una ripresa del ritornello ripetuto a oltranza con i suoi colpi ripetuti in una marcia che va a vanti fino alla conclusione improvvisa. Tutti i pezzi vengono qui messi in mostra, stabilendo gli stilemi e i modi che chiunque sia già familiare con la band conosce, e che ci accompagneranno per molto del disco.

Recensione

"Vengeance Is Clear" parte diretta con un suono roboante di chitarre sottolineato da suoni dissonanti e parti contratte, in una coda introduttiva che collima con colpi concitati di batteria e grida ruggenti di Fafara. Già il titolo ci fa intuire abbastanza facilmente il tema del testo, proseguendo i temi personali legati alle visioni di vita e alle esperienze personali del cantante, personaggio che ha chiarito da tempo il fatto che ogni torto verso la sua persona viene ricordato a lungo. Egli si sente intrappolato nella sua testa mentre risponde in automatico alle cose dette da un'altra persona, incapace di fuggire da un senso disperato di sentore negativo che lo opprime. Guarda nello specchio e vede occhi pieni di dubbio e paura, e non ha nemmeno il tempo di pareggiare i conti, semplicemente la volontà altrui viene fatta senza molte spiegazioni e senza molte ragioni. I toni rimangono aggressivi, segnati dall'incalzare dei giri di chitarra e dai ruggiti del Nostro, pronti ad aprirsi in un ritornello carico di groove squillanti: Non rimane che fare qualcosa o morire, ciò che è fatto è fatto, ed è solo allora che la vendetta è chiara nella sua essenza.Suoni dai cenni melodici death si contrappongono alla ritmica contratta prima della ripresa della corsa precedente, sempre diretta nei suoi montanti combattivi. Tutto questo è un cenno verso i colpevoli, disfatti dai loro dolori, non dobbiamo quindi torturare noi stessi per ciò che hanno seminato loro. Si tratta della fine di una storia, un capitolo da chiudere, e siamo come chiusi in un vano, fedeli fino all'avere torto, per tutta la nostra vita abbiamo atteso sotto la pioggia di non provare mai più questo peso addosso. Abbiamo giurato su un fulmine ed evocato la pioggia, pregando nello sporco di non cadere mai più. Sotto la pelle siamo tutti fatti di ossa e sangue, e ormai siamo andati contro così tanti muri da non ricordarli nemmeno più. Le urla continue si stagliano contro alcune bordate ritmate dove le vocals di Fafara conoscono filtri in studio, ma la loro durata è molto breve, destinate a collimare con la ripresa del ritornello gridato. Esso propone i soliti suoni più contratti, contornati però nel finale da bordate severe e suoni di chitarra dal gusto classico; segue una coda dalle bordate compulsive, sottolineate da punte vocali rauche, creando una sessione che ricorda il passato nu-metal (non a caso poi riemerso con il ritorno dei Coal Chamber sulle scene). Alcuni passaggi di chitarra seguono una linea più elaborata nei contrasti con i fraseggi squillanti e le sessioni più minimali della ritmica, ma non si dilungano molto e rimangono funzionali alla ripresa finale del ritornello che unisce parti groove e modalità melo-death.

Nest Of Vipers

"Nest Of Vipers" inizia con una chitarra dagli arpeggi delicati, che introducono un motivo poi ripreso da un fraseggio notturno inserito in un assalto groove fatto di chitarre squillanti e batteria serrata. Ecco le vocals rauche del cantante, intento a raccontarci tramite un dialogo a due parti una nuova storia di sfiducia e rancore verso il prossimo, seguendo la linea tematica spesso ricorrente nella musica dei Nostri. Egli chiede esplicitamente all'altra persona se morirebbe per lui come lui morirebbe per lei, chiedendosi anche ironicamente cosa dicano al riguardo le carte usate per leggere il destino (l'occulto è un altro tema in passato spesso presente nel mondo tematico di Fafara, e ricompare anche nelle sue metafore). Egli le ha sparse così tante volte e ha visto le lampade bruciare mentre capiva i loro significati e ciò che per tutto questo tempo vari segnali gli hanno detto. I movimenti contratti vanno a incontrare punte melodiche prima di aprirsi al ritornello contratto, cantato con una ferocia stemperata da assoli dalle scale squillanti e di fattura da vecchia scuola; gli uomini designati dai re sono bugiardi perfetti, e una figura femminile dorme insieme alle ossa, il suo corpo ritrovato in un nido di vipere. Dopo una breve cesura riprende il trotto distorto delineato da contrappunti fatti di bordate ritmiche. Fafara si chiede quante volte ha percorso la distanza fino a Babilonia girando il Sole, cavalcando le mani degli dei per ritrovarsi a versare vino e adorare cani. Riprende poi l'evoluzione precedente, tra chitarre dai giri contratti e punte melodiche pronte a esplodere nuovamente nel ritornello malinconico ripetuto con urla aggressive che promulgano ancora la metafora a sfondo medioevale che fa da perno tematico per il brano. Le chitarre creano giochi di assoli dalle scale abbastanza elaborate, permettendo al chitarrista di creare andamenti che fondono i connotati groove moderni della band con elementi ripresi dal heavy metal più classico in uno stile ibrido che è tipico dei DevilDriver. L'erede al trono ha le ali dispiegate e sputa fuoco, ma la corona che sopprime il desiderio è molto pesante, e ancora ci chiediamo se gli altri morirebbero epr noi come faremmo noi per loro. Le contrazioni qui incontrate si ripetono in modo ossessivo collimando con un fraseggio serrato scolpito da nuovi assoli vibranti, che poi si staglia nell'etere con colpi secchi di batteria prima di riprendere con giochi melodici collocati nei riff circolari e grida del ritornello. Ecco che la trama si consuma in una digressione che si perde con un feedback nell'etere, lasciando spazio al silenzio. Un brano che usa questa volta una metafora più astratta per parlare di temi molto comuni nella band e generalmente trattati in modo abbastanza diretto, in un contesto musicale comunque familiare che segue molti dei dettami tipici del suono del progetto.

Iona

"Iona" è una traccia che usa la figura di un ragno presente solo nelle isole Tonga della Polinesia per parlarci di una donna fatale che attira le sue prede con il suo sguardo ipnotico, una misteriosa figura vestita di nero e assetata di sangue. Ancora una volta Fafara usa uno stile tematico inusualmente metaforico, mostrando quella che forse è l'unica vera novità di questo disco, ovvero una scrittura più legata ai simboli astratti rispetto ai testi urbani e diretti a cui siamo abituati da anni. Un effetto stridente e misterioso, quasi horror, ci introduce a un fraseggio dall'accordatura bassa e greve, che poi si apre a suoni metal squillanti supportati da colpi di batteria cadenzata. Segue un trotto ossessivo che segue le modalità tipiche della band tra groove taglienti e contrazioni delineanti, naturalmente base per la voce ruggente del cantante che ci espone il suo racconto gotico che ha come sfondo delle sperdute strade americane. Malata e perversa, l'entità si erge come con un ruggito di leone, lasciandoci senza respiro, mai contata, una creatura che maledice e caccia con uno sguardo notturno e pesante. Vestita di nero, ci lascia senza respiro e tutti sanno che quelle strade sono un luogo di morte, dove si trovano sguardi nascosti. Una parte dal ritornello ripetuto si dispiega sulla musica perduta in un loop continuo fatto di chitarre distorte e rullanti di batteria. Fraseggi dissonanti si dispiegano mentre il cantante ripete come la nostra porti una rosa nera con sé, in realtà l'anima della sua ultima vittima trasformata, un'effige di come l'ennesima storia con lei coinvolta si è conclusa. Una struttura lineare che non può che rincontrare i galoppi iniziali in un nuovo corso ossessivo dai groove taglienti; la dolce Iona è in realtà assetata di sangue, quindi è meglio che tutti gli uomini facciano attenzione, non tanto a uno sguardo, quanto piuttosto a un vero e proprio fissare in modo violento, che ci lascia senza respiro. Tutti sanno che la morte cammina in quelle strade, ci viene ripetuto con un crescendo contratto destinato a esplodere ancora nel ritornello dai suoni ruggenti e dalla batteria frastagliata. Inevitabilmente assoli dalle scale altisonanti fanno da contrappunto prima di incontrare una breve cesura preparatoria dal gusto nu-metal. Riecco quindi il trotto portante, mentre Fafara ci chiede se siamo mai stati innamorati e ci avverte del fatto che l'amore è un assassino, come tutti sanno: insomma, il senso reale del racconto gotico prende forma nel più semplice dei casi di delusione amorosa, e capiamo che Iona è il simbolo di qualsiasi donna mangia-uomini che Fafara ha incontrato nella sua vita usandolo. La corsa finale quindi si configura su parti lanciate che vanno a infrangersi contro un'ultima ripetizione del ritornello, prima di chiudere nel silenzio la traccia.

Wishing

"Wishing" ci accoglie con fraseggi di chitarra dalle scale sentite, contrapposti da riff ruggenti che vanno a creare un galoppo sottolineato da assoli malinconici di buona fattura. Presto le grida di Fafara annunciano l'arrivo del cantato, che però questa volta presenta una sorpresa: l'uso anche di parti in pulito filtrate, che ricordano molto il dualismo vocale dello stile nu-metal di fine anni '90/primi 2000. Il frontman ci parla di nuovi inganni e tradimenti, dai quali solo una persona speciale potrebbe salvarlo, una persona però che non è con lui. Un taglio malinconico che si nutre di metafore in un testo che per una volta non si concentra sullo scontro con gli altri, bensì su una figura angelica che potrebbe salvarci da un giardino fatto di insidie, metafora del mondo. Nulla qui è quello che sembra nel giardino pendente, nessuno viene perdonato qui per i peccati che ha ricevuto, se solo quel qualcuno speciale ci tendesse la mano, lo guideremmo via da questa oscurità, in un luogo sicuro. Bordate ritmate seguono il passo del cantato, aprendosi poi in riff dal groove circolare in vista del ritornello fatto di screaming rauco e suoni notturni di chitarra squillante: il Nostro declama con veemenza come desideri che lei fosse li con lui, ripetendo il concetto varie volte. La musica mantiene un impianto melodico dai tratti evocativi, promulgato dai movimenti di chitarra dalle scale altisonanti. Un nuovo trotto ci riporta alla sequenza con voci in pulito dal gusto radiofonico, dove viene descritto come siamo tutti riempiti di paura mentre l'universo crolla e l'umanità incespica, lasciandoci tutti come morti. Dio non dimora qui, e quindi rompiamo tutti gli specchi guidando verso il domani, mettendo da parte le nostre paure. Procediamo con passaggi sempre più altisonanti verso il ritorno del ritornello emotivo, sempre condito di chitarre struggenti, ma in questa occasione interrotto nel breve da una ripresa del movimento portante. Nel giardino pendente i fiori morti fioriscono, la radice di ogni male piena di mortifera corruzione e disperazione, e ancora una volta solo prendendo la nostra mano l'altra potrà venire con noi in n posto sicuro. Ritorniamo per l'ennesima volta al ritornello, ma non prima di un assolo di chitarra dalle scale elaborate e dal gusto vecchia scuola, che si ripete prima di collimare nei tratti ormai conosciuti per una cavalcata conclusiva che si chiude con assoli coinvolgenti e bordate che seguono il passo fino al disperdersi nell'etere.

You Give Me A Reason To Drink

"You Give Me A Reason To Drink" ospita Simon Blade Fafara, ovvero il figlio del cantante della band, già comparso moti anni fa nell'album "The Last Kind Words" del 2007. Il pezzo parte con una cozzata fata di bordate distorte sottolineate da alcuni suoni dissonanti, un andamento che poi si arricchisce di rullanti cadenzati e chitarre altisonanti. Ecco quindi il cantato aggressivo che si estende nelle sue parole incalzanti, parlandoci di evidenti problemi di alcolismo che vengono usati anche come un mezzo per trattare della solita visione antisociale dei rapporti con il prossimo. Il protagonista non ha bisogno di nessuna validazione, e quindi possiamo tenerci la nostra approvazione per noi, così come i nostri inviti. Abusato e confuso, il narratore è convinto che tutto questo non abbia effetti su di lui, nessuno lo costringe, è un solitario che sceglie di essere fuori luogo. Raggiungiamo così una serie di contrasti dove un cantato filtrato riporta quel gusto nu-metal che ogni tanto compare nel disco, preparandoci per il ritornello roccioso dove le grida dichiarano che siamo noi a dargli una ragione per bere, trasformando l'acqua in vino (una metafora biblica abbastanza semplice e scontata per indicare come siano gli altri a spingerlo verso l'alcol). Le falcate distorte si ripetono, collimando poi in una cavalcata furiosa dai groove contratti; non dobbiamo inviare le nostre condoglianze, e la nostra opinione ce la dobbiamo tenere, e la nostra pietà non è richiesta. E' tutto così confuso e abusivo che il Nostro si rifiuta di essere definito da questo, ingannandosi nel credere che ha il controllo. Riecco quindi le evoluzioni precedenti, con tanto di passaggio strisciante che ci riporta alle bordate robuste del ritornello. Esso prosegue nei suo giri circolari, andando a infrangersi con una ripresa della corazzata iniziale, con un gusto marziale. Esplodono di seguito ruggiti urbani che ci parlano di corpi freddi impiccati su una strada sacra, corpi morti lasciati mentre la vita fiorisce, prosciugato dal ricevere falsa simpatia da una società senza cuore a cui in realtà non importa nulla delle persone. Inevitabile la cesura fatta di assoli classici, ormai un marchio di fabbrica del disco, contornati da un drumming pestato. Fraseggi notturni e trotti si uniscono all'ultima ripetizione del ritornello, ripetuto fino alla chiusura della traccia.

Witches

"Witches" parte con un trotto roboante accompagnato da fraseggi stridenti e dai toni acri del cantante, investendoci subito con il loro assalto. Qui Fafara impiega ancora una volta uno stile molto metaforico dove ci parla di rituali arcani e prezzi da pagare, cercando qualcosa che non esiste, e impiegando ulteriori immagini di streghe e sabba notturni per parlarci di scelte di vita e di illusioni esistenziali che traggono in inganno. Abbiamo quindi modo di notare ancora una sorta di commistione tra i temi occulti molto cari ai primi DevilDriver con quelli più personali ed esistenziali, una sintesi interessante. C'è quindi un prezzo da pagare per noi, per la conoscenza del domani e le domande che poniamo oggi, mentre lanciamo delle ossa per tre volte, ed esse finiscono sulla nostra via. Cerchiamo quello che non esiste, mentre cadiamo verso il fondo di un abisso e rivediamo i segni che avevamo ignorato, mordendoci la lingua che sanguina e fuggendo tagliando la corda. I trotti di chitarra proseguono fino all'esplosione di una corsa dal gusto thrash che accompagna vocals più ruggenti, destinati a scontrarsi con il ritornello altisonante dalle punte ariose: le streghe complottano mentre evochiamo i sigilli durante tutta la notte, offrendoci con il loro potere un'eterna veglia. Qui i suoni sono semplici, ma ben orchestrati, offrendo uno dei momenti più ispirati del disco. Ecco che riprende dopo alcune bordate la marcia precedente, ma con maggiore intensità: siamo ala fine di una storia, un capitolo chiuso, ma poteva finire diversamente con un finale che non è stato rivelato. Tutto viene al pettine e le acque si fanno torbide non potendo mai più tornare limpide. Riprendono gli andamenti già incontrati, in un crescendo di elementi che evolve nella corsa destinata a reintrodurre il ritornello reiterato con veemenza tra suoni di chitarra melodici e colpi di batteria dai rullanti decisi. Segue una cesura dai fraseggi elaborati e dai movimenti contratti, che incontra grida graffianti e atmosfere tetre: il sangue scorre freddo sotto la pelle, e i giorni del dispiacere sono finiti, perché è arrivato il momento di pagare il prezzo. Si organizzano ora giochi di assoli dalle scale elaborate dal gusto classico, seguiti da groove moderni dove vocals filtrate e grida si seguono tra loro. Dopo una cesura, riparte per la terza volta il ritornello ritmato, che prosegue nei suoi modi contratti fino alla chiusa improvvisa della traccia.

Dealing With Demons

"Dealing With Demons" è presentata da un fraseggio notturno sul quale si innestano colpi duri di batteria e riff rocciosi, creando una marcia che si interrompe in concomitanza con suoni ariosi ed evocativi, prima di riprendere una cavalcata questa volta condita con vocals aggressive e ruggenti. Un suono adatto per il mood del testo, dove un Fafara molto vendicativo ci narra di notti brave passate in giro fino alla mattina per cancellare dalla memoria qualcuno che ci ha tradito. Stiamo quindi fuori fino al sorgere del sole, dopo l'ora delle streghe e il terzo colpo l'altra persona è morta per noi, senza lasciare alcuna memoria. Siamo in uno stato d'animo nel quale è meglio non provocarci, senza nulla da perdere o da guadagnare. Non fuggiremo mai perché siamo andati troppo oltre, in una città piena di malattie dove lasciamo il nostro corpo e sangue sulle strade. I suoni roboanti alternano colpi contratti e parti ariose in un gioco di contrasti che crea una certa dinamicità; per dodici ore abbiamo affrontato i nostri demoni, cercando un modo per compiacerli, capendo che l'altra persona è un un caso perso, una doppia faccia come tutti sanno. I suoni proposti ci ricordano una versione molto più standard e meno tecnica dei Meshuggah, creando con le chitarre un movimento meccanico dal gusto groove. Ritroviamo di seguito le corse lanciate con riff taglienti e grida cavernose, pronte a offrire nuovi temi di rabbia: c'è una nuova destinazione, anche se siamo andati troppo oltre, ci aggiungeremo comunque, tanto non ci fa male, è una notte alla Hollywood, un volo da funerale, non perdiamo di vista l'obbiettivo e abbiamo l'acquolina in bocca. Riecco quindi i suoni precedenti che ci riportano al ritornello contratto dove le alternanze ben congegnate ci trascinano con i loro giri dissonanti e suoni di chitarra notturni. Segue un trotto dai suoni melodici e dagli assoli tecnici che si stendono nell'etere, sottolineati da rullanti cadenzati. Largo a gioco d'incastri tra ritmo e strumento a corda, seguiti da cesure serrate. Sembra che ci sia stato un malinteso, se gli altri stanno sulla difensiva, noi li abbattiamo, sappiamo che l'altro sta facendo il doppio gioco, e la cosa ci ha stancati. Si ripresenta per la terza e ultima volta il ritornello, sempre dai groove circolari delineati da suoni evocativi e malinconici, che nel finale lasciano spazio a rullanti e bordate che ci portano verso il silenzio.

The Damned Don't Cry

"The Damned Don't Cry" ci accoglie con un riffing distorto e ronzante, scolpito da colpi selvaggi di batteria e sottolineato da suoni dissonanti. La coda ritmata si apre a mura di chitarra marciante e voce rauca, in un groove ipnotico. Fafara ci parla di duri risvegli e vite maledette come la sua, fatte di tradimenti, dolori, tristezza e sconfitte, senza però arrendersi e tenendo duro. Una narrativa abbastanza tipica per il Nostro e per l'universo tematico della band; ecco quindi che appena svegliato, egli pensa alle promesse che nessuno mantiene mentre combatte per la propria salute mentale ogni notte. Si sveglia con macchie sulla sua anima, ricordando tutto. Passiamo di seguito a un ritornello fatto di suoni notturni e ariosi, sui quali il cantato si mantiene sgolato e aggressivo: i dannati non piangono, sono nati per scavare e morire, giocando con poste molto alte e sopravvivendo alle sfide più ardue. Alcuni rullanti si alternano al tema portato avanti, mentre un gioco di chitarre stridenti e cassa lanciata fa da cesura prima della ripresa del trotto marziale. Egli ha visto molte cose con i suoi occhi, e ha sopportato sconfitte lasciando andare dolori e tristezze. E' però chiaro che la sua anima è ammucchiata da diversi rimpianti che si porta dietro, ricordi che lo perseguitano durante la notte. In uno schema molto semplice, ritroviamo le evoluzioni precedenti, dove bordate ripetute lasciano poi spazio al ritorno dei toni più evocativi e malinconici del ritornello. Questa volta al suo finale troviamo un ponte fatto di riff cadenzati e toni evocativi, in una parte dove alcune accelerazioni creano una struttura dinamica, completata anche da assoli stridenti dal solito sapore classico. Arriviamo così alla conclusione dove si ripete per la terza e ultima volta il ritornello, chiudendo una traccia che non brilla per una struttura particolarmente elaborata, ma che offre dei bei suoni, che culminano in alcuni giochi ritmici nella punta del pezzo.

Scars Me Forever

"Scars Me Forever" è il brano conclusivo del disco, un ennesimo acconto di fiducia persa e tradimenti, dove s'instaura un dialogo immaginario con chi ci ha traditi, esprimendo il nostro disappunto. Che Fafara sia una persona che non dimentica e che si lega al dito ogni torto è fatto chiaro ormai da anni, e sembra proprio che i DevilDriver siano nel bene e nel male la sua valvola di sfogo per esprimere reiteratamente questo concetto. Un suono plumbeo, quasi delicato, di chitarra ci accoglie in quella che potrebbe sembrare una ballad conclusiva; ecco però che una serie di rullanti massicci e riff rocciosi convertono il tutto verso toni più duri. Un andamento vivace di chitarra fa poi da sottofondo per il cantato tagliente, in una composizione che trascina l'ascoltatore con ogni verso enunciato. Il sorriso dell'altra ci ha feriti per sempre, lei vive la vita come un dio selvaggio e diceva che il loro legame non si sarebbe mai interrotto; ora il Nostro è solo in una stanza e pensa al futuro e al passato, cercando di non cedere, ma scivolando sempre di più come in un tunnel, molto velocemente. Alcune parti più pestate sottolineano momenti topici del testo, mentre le vocals assumono alcuni connotati urbani d'estrazione nu-metal. Il crescendo ci porta verso un ritornello fatto di chitarre dissonanti e cantato ruggente, dove Fafara mostra tutto il suo disappunto: quando tutto non è ciò che sembra, l'unica cosa da fare e mettersi in saccoccia tutto e andarsene senza guardarsi indietro. Dopo una serie di bordate sottolineate da toni stridenti, torniamo alla marcia portante. Tutto ciò che è bene è destinato a finire, e il Nostro è stanco delle frequentazioni e dell'ambiente dell'altra, e grazie all'intuizione capisce facilmente che è il momento di dire basta e liberarsi. Ma è anche vero che ora egli è solo in una stanza scivolando sempre più nei suoi pensieri. Inevitabilmente ritroviamo il procedere che ci riporta al ritornello altisonante e combattivo, ripetuto con veemenza e potenza. Segue un ponte fatto di assoli emotivi e scale elaborate, su cui giocano ritmi incalzanti e poi il solito cantato urlato. Ci si chiede se sarebbe facile per l'altra vederci andare via per sempre, facendo quello che entrambi avevano spergiurato di non fare mai. La sua risata ci ferisce in eterno, e vediamo come facilmente se ne va nonostante avesse detto in passato che c'era un legame profondo. Il crescendo ci porta come da abitudine all'ultima manifestazione del ritornello lanciato in un climax che fa da epitaffio alla traccia e all'album mettendo in mostra i suoi modi fino alla conclusione. Qui rimane solo un fraseggio sospeso, destinato a perdersi nell'etere.

Conclusioni

"Dealing With Demons" è un disco che porta avanti la discografia dei DevilDriver inserendosi perfettamente nello stile da loro confermato ormai da anni. Le sperimentazioni melo-death del passato lasciano ora solo alcune ombre, per lo più in alcuni cambi di tempo accennati e strutture contratte, mentre è chiaro l'elemento core e groove unito ad alcuni sprazzi nu-metal. Il risultato è un metal statunitense sui generis che coglie un po' da diversi elementi che hanno caratterizzato dalla seconda metà degli anni 2000 l'ala più "commerciale" del metal oltreoceano. Troviamo una zona sicura dove non vengono ne ripetuti i sbagli del passato, ma nemmeno vengono raggiunte le vette della discografia della band, dove erano stati mostrati alcuni segni di possibile "qualcosa in più"; spesso non è facile definire quel quid che una band ha o non ha per distinguersi, anche a fronte di un'esecuzione che non possiamo definire brutta. La band sembra aver deciso da tempo di adagiarsi per mestiere su una sequenza di elementi, crescendi, ritornelli,alternanze, e anche temi, che sembrano scritti su un manuale come una ricetta seguita abbastanza diligentemente durante tutto il disco. Certo, le variazioni ci sono, ma sono davvero minime e non portano mai una vera novità nel suono dei Nostri. Come detto in fase d'introduzione non possiamo definire la musica qui proposta come mal suonata, uno dei punti di forza dei DevilDriver è sempre stata la competenza dei musicisti coinvolti; ma non possiamo nemmeno parlare di qualcosa di terribilmente interessante o che non sia chiaramente fatto per chi semplicemente vuole dei nuovi pezzi della band che ripetano un certo ciclo e stile. I fraseggi dissonanti sono presenti, così come le bordate, i groove di chitarra, le alternanze che portano verso i ritornelli, le esplosioni emotive. Tutto, come detto eseguito con diligenza, forse però anche troppa e senza dare spazio ad altro. La voce di Fafara inizia a mostrare l'età del nostro, ormai nei suoi cinquanta, ma comunque si difende abbastanza bene per quello che deve fare, fermo restando che non è mai stato famoso per vocalizzi estremamente elaborati. Se il precedente album di cover riusciva a tirare fuori qualcosa in più, probabilmente grazie all'origine dei brani e alla rielaborazione di strutture altre, qui nello standard ritorniamo sui territori di "Trust No One". Tirando le somme, "Dealing With Demons" è un disco dei DevilDriver suonato secondo i modi che possiamo aspettarci dalla band, fatto per il pubblico della band che ormai conosce cosa suonano e vogliono quello, senza pretendere un eccessivo impegno dai musicisti coinvolti, ma mantenendo almeno un minimo attenzione a come la cosa viene riportata su disco. Un territorio d'intermezzo che non merita la condanna, ma nemmeno le lodi, e nel quale ogni singolo ascoltatore deciderà se gli va bene così, o se pretende quel qualcosa in più dalla musica che ascolta. Intanto, i Nostri proseguiranno di sicuro la propria carriera fintanto che le forze rimarranno dalla loro parte, raccontandoci di metafore occulte e della vita da strada (vera o presunta) del frontman, deciso come sempre a non mandarla a dire a nessuno e a ricordare nella sua musica ogni torto subito e avversità della vita.

1) Keep Away From Me
2)
3) Nest Of Vipers
4) Iona
5) Wishing
6) You Give Me A Reason To Drink
7) Witches
8) Dealing With Demons
9) The Damned Don't Cry
10) Scars Me Forever
correlati