DESTRUCTION

Release From Agony

1987 - Steamhammer

A CURA DI
ENRICO BLACKWOLF FAGNI
29/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ben ritrovati cari lettori ad una nuova recensione! Quest'oggi continuiamo il nostro piccolo viaggio all'interno del mondo Destruction con "Release From Agony", uscito nel 1987 sempre sotto la immortale Steamhammer Records. Dopo le mirabolanti sciabolate di primitivo grezzume, a cui eravamo stati abituati con i primissimi lavori, quali "Infernal Overkill", "Sentence Of Death", "Eternal Devastation" e "Mad Butcher", veniamo letteralmente divelti dalle sedie da un'ondata di cambiamento. Nonostante l'album sia molto spesso lasciato nell'anonimato, questo lavoro un po' atipico, per modo di dire, dei Destruction lascia positivamente soddisfatti, a cominciare dalla formazione. Già dall'EP: "Mad Butcher", era avvenuto un piccolo cambiamento nella formazione: "Tommy Sandmann" aveva lasciato il posto alle pelli ad "Oliver Kaiser" ma in "Release From Agony" la line up venne rinforzata ulteriormente da un secondo chitarrista, tale Harry Wilkens. Con questo nuovo assemblaggio da battaglia, la band volle provare a distaccarsi dai cliché ma rimanendo pur sempre, il più possibile, fedele a se stessa. In questo album l'allora quartetto Tedesco, mise l'anti religiosità da parte in favore di testi più incentrati su condizioni mentali, incubi e sull'acidissima critica politico/sociale di Schmier. Anche l'artwork la dice lunga sul contenuto dell'album: un essere deforme e grottesco, fasciato da strette bende insanguinate da cui spuntano aghi e tubi. In una contorta smorfia di dolore, angoscianti occhi appaiono sulle sue mani. Il tutto rappresentava perfettamente la vena un po' più astratta e mentalmente disadattata di questo lavoro, vena che venne ancor più accentuata dai nuovi suoni ed atmosfere create dalle ormai non più novizie mani dei Destruction. Per certi versi, la linea più melodiche di questo disco, può facilmente far scattare facili paragoni con i lavori d'oltreoceano. Anche se non ho mai visto negativamente un avvicinamento ai sound dei colleghi della Bay Area o del New Jersey, poiché quando una scena diventa mondiale, altri modi di suonare o di vedere un determinato movimento, possono dare ispirazione per incidere materiale nuovo ed unico. Quindi benvengano certe contaminazioni, alla faccia di coloro che pensano soltanto a dividere gli animi. Oltretutto, proprio in quegli anni assistemmo alla nascita della scena Sudamericana e, se non fosse stato per lo stile Europeo, lo sviluppo di un sound così estremo, che ancora può competere e vincere con produzioni anche odierne, non ci sarebbe stato. Questo concatenamento è stato, a mio avviso, il motivo per cui la scena Thrash si è sviluppata in modo così forte e stabile. Ma adesso, andiamo a parlare in concreto di "Release From Agony", traccia per traccia, come sempre!



Si parte in pompa magna con la scurissima "Beyond Eternity", strumentale atmosferica di 1 minuti ed 11 secondi, che ci introduce fin da subito nel mood generale dell'album. La composizione è delle più classiche per una strumentale introduttiva: leggero arpeggio ritmico, un sottofondo di cori bassi ed una bella stangata solista sul finire. Veloce, senza fronzoli e stroppiature, l'introduzione perfetta in sostanza. Subito dopo la fine della prima canzone, veniamo assaliti dalla title track: "Release From Agony"! Il riff introduttivo è anche quello che andrà a comporre il main cantato. Poi ne seguono un piccolo intermezzo ed il ritornello. Un inaspettato momento di shredding chitarristico per ritornare sul principale e da li la struttura si ripete fino al ritornello. Poi, un nuovo riff cantato molto cadenzato e da pogo selvaggio che riattacca sul main e seguente solo. Se i soli erano già belli nei lavori precedenti, qui sono incredibili, sia per livello tecnico che melodico. Harry è veloce al punto giusto, melodico quando serve e rumorista all'occorrenza, senza cadere mai in snervanti virtuosismi fini a se stessi. Dopo il solo ritroviamo il principale e il primo intermezzo che va a chiudere la canzone. Come possiamo notare, la strutturazione dei brani sembra ulteriormente migliorata. Il testo di questa prima traccia delinea la linea di cambiamento anche a livello di tematiche: intrappolato in un sogno, il protagonista di questa disavventura tenta di sfuggirvi ma sente che qualcosa di malsano è alle sue calcagna. L'insicurezza lo spaventa e sente che questa presenza lo sta per catturare. Le urla ed il suono della sveglia sono l'unico modo per non rimanere letteralmente imprigionati in questi sogni spaventosi, l'unico modo per essere liberati dall'agonia. Quando l'incubo lo circonda, egli si prepara al peggio e in un'improvvisa oscurità senza tempo, un secondo sembra un'eternità. Il panico lo pervade ed egli sa che ormai ciò non è più solo immaginazione. Prega per svegliarsi, per non affrontare più questo tremendo circolo vizioso e per non essere portato alla disperazione da questo incubo vivido. La realtà diviene dunque l'unico rifugio dal dolore e dalla follia, quando il mondo dei sogni diventa distorto e ferocemente violento.  Proseguendo oltre, troviamo "Dissatisfied Existence". Una delle altre cose che notiamo sin dal primo ascolto è che il mixaggio ed il mastering hanno subito un upgrade degno di nota. Adesso riusciamo a goderci a pieno il basso di Schmier, senza però dover tralasciare gli altri strumenti. Una piccola introduzione quasi cavalcata lascia il posto ad un "sistema" di riffing dalle tempistiche medio/alte, strutturate esclusivamente per scatenare i pit più terrificanti. Anche in questa canzone vi è il ritornello e non vi sto a dire, come vi si pianti in testa e non sloggi nemmeno ad aprirsi il cranio. Dopo il ritornello torniamo sulle due strofe cantate e di nuovo sul ritornello e poi su un intermezzo cantato che precede e forma il tappeto ritmico, per la prima breve parte del solo. Poi Marcel si insinua di nuovo con il suo cantato acido e tagliente e dopodiché, riapprodiamo sull'assolo. La ritmica ad accordi aperti e un iniziale pentatonica di pura epicità, ci conducono ad un tripudio di velocità assassina. L'alternaza fra Mike ed Harry gioca un ruolo fondamentale in questo solo, che ricorda i fasti del duo Hanneman e King. Dopo la chiusura del solo, ritornello, strofe cantate e poi di nuovo il ritornello che archivia la pratica e la ripone nel cassetto. Qui il testo tiene fede al titolo della canzone e ci narra di una vita passata nell'insoddisfazione. Sempre scritto in prima persone, troviamo il protagonista che vive un esistenza solitaria, in cui non ha mai chiesto niente a nessuno, poiché disgustato dall'idea di confrontarsi con i problemi altrui. Egli non ricorda niente e non vuole niente, non cerca niente e non ha memoria delle sue passate credenze. Ne deduciamo quindi che costui si trovi in un punto della sua vita, in cui al confrontarsi con l'esistenza, la strada percorsa sia stata quella della passività e del nichilismo. Non c'è quindi più un senso in questa vita ed egli non sa dove trovare le risposte. Continua semplicemente a vivere una vita noiosa, senza alcuna felicità o gioia e dubitando anche del fatto che, sia sensato anche il porsi degli interrogativi o il ricercare un senso alla vita. A questo punto, veniamo travolti da "Sign Of Fear" e dal suo sinistro intro che ci apre le porte di un mondo oscuro e disorientante. Il primo riff in accordi aperti, sovrastato da un solo acustico, lascia spazio ad un mid tempo dal groove intriso di angoscia. Ne seguono un riff serpentino ed il ritornello, sempre dai tempi medi e sinistri. Ci riallacciamo alla strofa ed al secondo riff per ritornare ancora sul ritornello ed i suoi pesanti cori di sintetizzatori. Dopo il secondo ritornello la struttura varia ancora, con un intermezzo intricato e labirintico, con alternanze di passaggi acustici che contribuiscono a mantenere l'atmosfera lugubre. Poi, proseguiamo con una nuova strofa dove la voce di Schmier viene pesantemente distorta. Successivamente c'è il solo, melodico ed un po' più lento rispetto ai precedenti, che si amalgama perfettamente con il ritmo della canzone. Dopo il solo troviamo di nuovo l'intermezzo precedente e poi il ritornello, variato vocalmente con un bel acuto sul finire. La prima strofa si riallaccia al ritornello, tascinandoci lentamente verso la conclusione, di cui è stato incaricato un bel riff dalla scalatura spasmodica e disturbante. Le lyrics di "Sign Of Fear" sono alquanto criptiche, forse un po' troppo. La prima strofa difatti recita così: "Spaventato da ogni possibilità di amare, fai attenzione alle persone che conosci! Ti hanno quasi preso mentre stavi barando, perché le persone lo chiamano segno divino?". L'astrattismo e i Destruction a volte non vanno troppo d'accordo. Le restanti parti del resto, che sono due strofe più il ritornello, sembrano dissociarsi da ciò che abbiamo letto prima. Si parla di qualcosa che diventa più grande, forse la paura (visto che la canzone si chiama "Sign Of Fear"). Pian piano si sparge come la peste e quando ce ne rendiamo conto, non ci rimane più tempo e nessun modo per affrontare questa...cosa. Proseguendo, l'ultima strofa ci vuole insinuare un dubbio, come se non bastassero già quelli che avevamo. Sarà ciò una punizione sleale per uno stile di vita troppo libero? Torneremo forse al medioevo? Alla fine otterremo solo diffidenza anche dalle persone più care e tutta questa incuria porterà alla morte. Questo testo non è decisamente chiaro ma proviamo a dargli un'interpretazione ulteriore: forse questo "simbolo della paura" viene inteso come una sorta di introspezione paranoica, che infetta le persone e si sparge come un morbo ed alla fine, le porterà ad una fine in totale solitudine. Più chiaro invece è il testo di "Unconscious Ruins", quinta canzone dell'album. Tutti i volti e le voci sembrano svanire tra la folla, le menti nevrotiche si rendono conto del pericolo, aspettandosi un destino funesto e temendo ciò che riserva il futuro. Il passato non cambia mai ed il futuro non può essere nascosto, stiamo correndo verso una rovina inconscia e chi sa non parla. Un giorno le preoccupazioni diverranno realtà, gli uomini saranno spenti come candele e si stermineranno da soli. Ma non è troppo tardi per realizzare perché le persone fingano ignoranza, sono semplicemente spaventati a morte ma troppo deboli per reagire. Rimirando delle inconsce rovine, la morte ci bussa alla spalle, questa è la fine dell'umanità, un olocausto nucleare, forse, è la nostra imminente fine. Analizziamo adesso la parte musicale: dopo la potente introduzione "stoppata", un selvaggio micro solo precede il primo furiosissimo riff cantato, seguito poi a ruota da una seconda strofa, che poi si trasformerà nel ritornello con i classicissimi cori thrash, da urlare nel pit tra una botta e l'altra. Di nuovo il riff introduttivo e il main cantato, successivamente ritroviamo il ritornello ed un piccolo intermezzo solo di chitarra, ripreso poi dagli altri strumenti. Ci si allaccia ad un terzo riff che vede una variazione cantata, seguita poi da segmenti in cui la chitarra ci urla contro rabbiosamente con dei pinch squeal, poi di nuovo variazione cantata. Un tagliente acuto sovrasta la prima nota del solo, velocissimo ed implacabile, mirabolante nella sua scalatura e tarato appositamente per essere implacabile. Poi un altro intermezzo quasi breakdown molto "Slayeristico". Si ritorna sul ritornello ancora una volta, un altro piccolo interlude e di nuovo sul ritornello. Ci riconnettiamo con il riff introduttivo ma questa volta di breve durata, giusto per chiudere la canzone. Degna di nota è la presenza di strutturazioni precise all'interno della scrittura dell'album. Questo schema compositivo, dona una base solida e le canzoni, divengono complete. Inoltre riusciamo ad apprezzare ancora di più le ulteriori novità, già descritte precedentemente, visto che abbiamo un modello di scrittura che mette in evidenza tutto l'insieme di questo album, senza lasciare niente al caso. Altra pesante introduzione per "Incriminated", sesta traccia del CD. A livello compositivo, questa traccia strizza l'occhio ai vecchi componimenti, con riff che suonano di "Thrash Attack" e di "Black Mass", però in chiave molto più veloce e precisa. La cadenza vocale di Schmier è più lenta sul principale e sul ritornello ma scatta improvvisamente sul secondo riff cantato, dandoci una sensazione quasi schizofrenica. Harry ci frastorna di nuovo con l'assolo, sempre nello stesso identico stile dei precedenti, per poi sfociare in un pericoloso riff centrale che scatena copiose mazzate e poghi che nemmeno fossimo in guerra. Dopo un altro riff cantato, raggiungiamo nuovamente le prime strofe ed il ritornello dal suo distorto coro sotto l'acidissimo Marcel. Arriva il secondo solo, più nello stile del buon vecchio Sifringer e sempre con il secondo assolo, chiudiamo la canzone. Qui le tematiche della canzone toccano il "post Grande Guerra" e l'eredità infame che il Nazismo ha lasciato al popolo Tedesco. Allora, tutto iniziò mezzo secolo prima. Un impero senza speranza fondato con l'illusione di durare 1000 anni, guidato da un crudele comandante che catturò una nazione intera con un falso idealismo. Perché ancora oggi, alcuni devono prendersi delle responsabilità che non hanno, pur non tollerando questo sporco lascito? Supportato da fanatici sotto il suo controllo ed ossessionato dall'idea di sterminare tutti i "non Ariani", Hitler condusse milioni di persone alla rovina e al disastro, ma i Destruction ci chiedono ancora: che responsabilità ne abbiamo noi della sua follia? Anni dopo questo regno di pazzia, il popolo Tedesco è costretto a prendersi ancora accuse e responsabilità, di eventi passati che ormai sono solo scritte su libri di storia. La matrice di questo testo non era molto inusuale a quei tempi, se prendiamo anche la canzone "Germanophobe" dei "Protector", possiamo leggervi la stessa identica tematica. Queste canzoni sono dei manifesti di cambiamento e di voglia di discostarsi da avvenimenti storici, che non sono descrittori di un popolo ma solo di un periodo storico particolarmente nero. In fondo, nessuno giudica più gli Americani come coloni Europei massacratori di popoli autoctoni, quindi perché farlo con la Germania?. A questo punto del nostro viaggio incontriamo: "Our Oppression" che sfortunatamente è la penultima traccia di quest'album. Dopo una breve ma furiosa introduzione "shreddistica", un pesante groove mid tempo ci accompagna sulle strofe cantate. I bpm aumentano dopo un piccolo stacco silenzioso, introducendoci sul terzo riff della canzone. Dopodiché ritroviamo il ritornello con i cori, formula che non delude mai in questo CD. Poi si ritorna sul terzo riff e di nuovo sul ritornello che ha la funzione di pre solo. Qui la sezione solista è molto veloce e rumoristica e sfocia in un intermezzo formato da riff contundenti e sfrenati. Di nuovo l'introduzione e poi il secondo assolo, fatto della stessa pasta del primo e culminante sul ritornello. Poi, la chiusura viene affidata al riff pre ritornello, variato sul finire per dare uno stacco netto e pulito fra traccia e silenzio. Leggi illogiche e regole senza senso, create al solo scopo di ostacolare le nostre vite, così recitano le prime frasi del testo. Vivere liberi, democrazia, solo stupide credenze, poiché il governo vede e sente tutto ed i politici, altamente comprabili, prendono decisioni senza curarsi delle persone. Accecati dalle bugie ed ipnotizzati dalle illusioni, la classe politica bara sulla nostra libertà. Perché quindi chiamarla democrazia? Crediamo che il potere decisionale sia nelle nostre mani ma com'è possibile ciò, se chi ci governa non è realmente chi scegliamo? Bene, dopo la parentesi politica dura come il marmo, giungiamo infine a "Survive To Die" e ai suoi riff dai tempi medio/alti, che ci regalano le ultime mazzate sonore. La struttura non cambia: sempre un'introduzione (in questo caso molto cadenzata), main riff cantato e variazione sempre cantata, poi ritornello con gli onnipresenti cori. Dopo si ricomincia il tutto con strofa e variazione e ritornello. All'improvviso un nuovo riff ci accoglie a pugni chiusi e la velocità aumenta considerevolmente. Il ritmo incalzante e violento ci trascina inesorabilmente verso il solo, velocissimo e tecnico. La ritmica sotto il solo consiste in uno stupendo riff di matrice thrash melodica e varia molto, rispetto alle ritmiche delle altre canzoni dell'album, che in genere erano semplicemente un continuo dei riff precedenti. Poi rallentiamo di nuovo con il refrain, variato da un breve stacco di batteria nella parte centrale. Ci ritroviamo sui primi due riff ed ancora una volta sul ritornello. Terzo riff leggermente variato ed allungato, presumibilmente per non interrompere troppo presto il mosh selvaggio sotto lo stage. Stacco secco come una sabbiatura ed un inaspettato finale "swing" che termina a sorpresa l'album. Ma veniamo alla lyrics: morte e distruzione regnano in questo mondo, sappiamo che la vita è solo un breve viaggio e viviamo con l'idea che prima o poi, dovremo morire tutti, non c'è ne scampo ne pietà. Approfittiamo di ogni momento poiché la morte colpisce senza distinzione e non c'è sfida: abbiamo tutti già perso. Nessuna prospettiva, nessuna tregua, quando il tuo tempo finisce il destino ti insegue come un'ombra. Piani e progetti futuri, solo una perdita di tempo. La soluzione è vivere giorno per giorno poiché in questo modo, ci sembra di vivere un'esistenza più equa e giusta.



Ok, dopo il nostro mirabolante viaggio attraverso questo capolavoro firmato Destruction, è il momento di tirare le somme, stilare i pro e contro e parlare degli ultimi dettagli. Iniziamo dai punti negativi: "Survive To Die" è la traccia meno forte e personalmente, non l'avrei mai utilizzata come chiusura. Simpatica l'idea del finale ma dopo aver sentito delle sciabolate di pura epicità in pezzi come "Dissatisfied Existence", "Unconscious Ruins", "Incriminated" e la stessa "Release From Agony", le aspettative sono alte. Diciamo che l'unico vero difetto è il fatto che la canzone conclusiva, sembra un po' tirata nella stesura finale, con dei passaggi un po' appiccicati alla bene e meglio talvolta. Questa sinceramente parlando è l'unica pecca che ho trovato. Per il resto: oro che cola da un crogiolo incandescente! La vocalità di Schmier è fantastica ed unica, portando in auge ancora di più le voci acide del thrash metal. La nuova formazione è una bomba: Harry è un chitarrista provetto ed un vero e proprio virtuoso, che però non risulta mai fine a se stesso. Oliver è una macchina, preciso e potente, non perde mai un colpo e non arranca nemmeno per un secondo. Mike invece è in gran forma e riusciamo ad apprezzare meglio la sua innata capacità di comporre riff, che fanno male anche a volumi bassissimi, forse spronato proprio da Harry. Produzione buonissima che accentua la nuova atmosfera "Destructioniana", testi scritti bene e diversificati l'uno dall'altro, abbandonando i cliché ma senza ostentarlo, cosa da non sottovalutare ai fini dell'attitudine, poiché è sempre facile sputare nel piatto dove si è mangiato fino all'anno precedente. I Destruction passano la prova attitudinale a pieni voti e non mercificano il loro spirito, poiché in "Release From Agony", non c'è stato nessun adattamento atto a racimolare consensi, fra la nuova fascia di pubblico e quella più consolidata, che però presentava i primi sintomi di noia verso un prodotto, che stava diventando un po' troppo a senso unico. Il voto che assegno a questo album è un bell'8, sia per i motivi citati prima ma anche per un altro motivo che voglio elencarvi ora. Ho tralasciato questo dettaglio perché in me ha sempre suscitato un po' di interrogativi e ritengo quindi, che parlarne anche in maniera un po' estemporanea, sia appropriato. "Release From Agony" è molto diverso da "Infernal Overkill", lo sappiamo, però la diversità non è celata solo nel prodotto che i Destruction ci hanno servito in questi due lavori. La diversità sta anche in come lo hanno fatto. Nel 1984 una band come i Destruction era impensabile, improponibile, un incubo per tutti i cultori del buon gusto e dell'educazione bigotta e puritana. Erano semplicemente l'estremo a cui ci si poteva spingere. Con l'andare del tempo però, non hanno mantenuto propriamente questo status, ed è per questo che ho voluto diminuire il voto. Diciamocelo: questo è un album anche da 9 pieno, però è un po' troppo "figlio del suo tempo". Nonostante non sia, come lo diciamo oggi: mainstream, e nonostante non sia stato concepito come un contentino per i nuovi fans, subisce un po' troppo il suo tempo a mio avviso. Penso che sia anche per questo motivo che l'album in se non è molto esaltato dal pubblico, anche da quello con una certa cultura o con un certo interesse. Gli manca quel qualcosa che "Infernal Overkill" aveva. Ascoltandolo, non proviamo più quello stupore, quella gasatura immane che ti fa ribollire il sangue e ti offusca il cervello, non più. Adesso troviamo un ottimo album ma niente di più. O almeno questo è il mio pensiero, ed il vostro? Arrivederci a tutti da Black Wolf.


1) Beyond Eternity
2) Release from Agony
3) Dissatisfied Existence
4) Sign of Fear
5) Unconscious Ruins
6) Incriminated
7) Our Oppression
8) Survive to Die

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