DESTRUCTION

Infernal Overkill

1985 - Steamhammer

A CURA DI
BLACKWOLF
16/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Continuiamo il nostro viaggio all'interno dell'universo Destruction con il primo full lenght: "Infernal Overkill", uscito nel ruggente 1985 per l'immortale casa discografica: "Steamhammer". La formazione non è cambiata rispetto "Sentence Of Death", EP uscito l'anno prima: abbiamo ancora Marcel Schirmer al basso e alla voce, Mike Sifringer alla chitarra e Tommy Sandmann alla batteria. A dir la verità, niente è cambiato rispetto all'anno prima: quest'album è solamente un "Sentence Of Death" più lungo ma nessuno, in effetti, poteva chiedere nulla di più. Al pubblico thrash di quegli anni le cose piacevano veloci, cattive e potenti. Le uniche differenze che possiamo riscontrare sono a livello esteriore: artwork in copertina con, per la prima volta, il logo finale (lo stesso che viene usato tutt'ora) e la "mascotte", il rinomato teschio dal cranio fracassato e dagli occhi demoniaci. L'artwork in se non è affatto male: oscuro ma pieno di colori, astratto nella sua idea di devastazione infernale ma comunque sia molto d'impatto, espressivo. Per il titolo dell'album, un font normalissimo ma che, tutto sommato, nel caos generale del disegno ci sta bene. Ovviamente del contesto musicale c'è poco da anticipare: ne abbiamo avuto un assaggio prima e nulla è cambiato; lyrics occulte e profane, suoni crudi e violenti e soprattutto, velocità e prepotenza nel songwriting. Il mixaggio ed il mastering sono migliorati ed adesso, nonostante i pestoni "elefanteschi" di Tommy, non abbiamo particolari sbalzi di volume e non si sentono quelle pecche esecutive presenti in "Sentence Of Death". Bene, tutti pronti? E allora partiamo con la recensione traccia per traccia, miei fieri baluardi del Metallo della Morte. 



La prima canzone che ci viene servita è "Invincible Force", che parte con un bel riffing selvaggio ed un acuto violentissimo di "Schmier". La traccia è un susseguirsi di velocità e ossa che si rompono dato l'inevitabile movimento martellante della testa. La struttura lineare la fa risultare una canzone direttissima, abbiamo un cambio di riff solamente dopo l'intermezzo di batteria che apre la ritmica che continuerà anche sotto la prima sezione del solo. Qui il tempo rallenta leggermente ma non preoccupatevi, perché a partire dal secondo segmento solistico, i tempi tornano a salire. Poi per concludere, ci si riallaccia alla ritmica principale che chiuderà la canzone. Il testo, ovviamente, parla di una forza del male invincibile, una forza di odio eterno che non lascia nessuna speranza di sopravvivenza, che incarna la fine dell'umanità. Contro questo potere niente e nessuno, divinità comprese, può far niente per salvare le vittime di questa forza inarrestabile. Essi sono destinati ad agonizzare in pozze di sangue con le carni lacerate, maledicendo il giorno della loro nascita.  Senza indugio ci viene sbattuta in faccia "Death Trap". Main riff da "toxic waltz" delirante e violento, intermezzi selvaggi e potenti, soli con un elevato mordente e tempistiche che riescono a farci sbattere le teste contro i muri più vicini, come se fossimo nel videoclip di "Balls To The Wall" dei maestosi Accept. La struttura compositiva della canzone, la rende totalmente pogabile, un "circle pit" estremo che non viene mai interrotto, nonostante gli intermezzi nella seconda metà della traccia. Del testo ne vogliamo parlare? Sabba infernali in notti senza stelle, dove le streghe ballano intorno ai focolari, i lupi ululano ad una Luna rosso sangue ed i predicatori del demonio, compiono empi sacrifici. Il tutto visto dalla prospettiva di un non molto accorto individuo che, disturbando il rituale svoltosi in un cimitero abbandonato, dovrà essere punito con la morte. Classici sabati sera con gli amici, insomma. Dopo "Death Trap", in riproduzione troviamo "The Ritual". Canzone dalla stesura particolare, i riffs hanno una varietà maggiore rispetto a ciò che abbiamo sentito finora. I bpm calano un po' ma non pensiate di essere al sicuro, niente e nessuno lo sono in questo album. Il solo è lungo ma sempre molto aggressivo, anche sotto moduli che possono d'are l'apparenza di melodia. La track in se è più lineare rispetto a quella precedente, cosa che comunque non pesa per nulla, anche perché, insomma: noi vogliamo farci del male sotto il palco! Detto questo, voglio proporre una scommessa; indovinate un po' di cosa parla il testo di "The Ritual". Immagino abbiate già risposto con una poco velata nota di ironia. Non l'avrei mai detto, ma "The Ritual" parla proprio di ritualistiche sataniche. Sacerdoti del male che uccidono neonati tingendo neri altari di sangue innocente, figli di satana e presagi di morte nei templi del demonio, questo è il corto ma esauriente testo della canzone. Una imponente introduzione di batteria apre "Tormentor", un titolo classico per sfuriate classiche. Come si può definire questa canzone? Furente, implacabile, spietata? Sarebbe ancora poco. Mike esegue dei riff di chitarra velocissimi mentre la batteria di Tony sfonda a testa bassa qualsiasi cosa, con un "tu-pa-tu-pa" servito su di un tappeto di doppio pedale continuo. La cattiveria la fa indiscutibilmente da padrone, accentuata all'inverosimile dalla voce acidissima di Schmier. Se riuscite a mantenere integre le ossa, credo stiate ascoltando altro. Come ci si divertiva, da bambini? Sicuramente in maniera innocente, magari andando in bicicletta. Cosa c'entra? C'entra eccome. Difatti "Tormentor" parla proprio di "innocenti divertimenti" infantili quali decapitazioni a danni di topi e uccellini. Un bambino strano, che non tocca giocattoli ma si diverte in altri modi, un male che cresce dentro di lui e che lo porta a gioire solo quando può tormentare ed uccidere esseri viventi. Un "talento" che Satana non può non apprezzare ed aiutare a coltivare. Fra le mura domestiche, infatti, egli accresce la sua indole fino ad arrivare a sezionare esseri umani. Era meglio farsi male in bici, dopo tutto. Arrivati sin qui, ci si parano davanti le ultime quattro canzoni dell'album, una difesa quasi impossibile da sormontare. I quattro assi in questione prologano con la famosa "Bestial Invasion".  Al nascere del mattino, mentre l'umanità ancora dorme, si odono nell'aria ruggiti, provenienti da una sovrannaturale nebbia.  Fulmini, tuoni, una tempesta infernale imperversa sulla Terra e quando la nebbia si dirada.. il male. Un'invasione bestiale, Satana prendendo il comando, detta legge sugli uomini e non c'è più nessun Dio per cui pregare, solo un nuovo signore a cui obbedire. La canzone sembra uscita da uno dei più luridi e violenti gironi infernali: caotica nel suo riffing estremamente veloce che non si ferma neanche per un istante. La traccia perfetta per coloro che vivono in un eterno limbo di devastazione musicale, una canzone che, insieme ad altre di quest'album, andrà a divenire un inno del Thrash Tedesco ed Europeo. Tutto in questa track è letale: dall'introduzione spasmodica alle strofe principali piene di passaggi massacranti, dal "bestial invasion!" urlato direttamente in faccia nel ritornello al solo eseguito chirurgicamente. "Bestial Invasion" è sicuramente un biglietto da visita eccellente per una band che all'epoca era appena agli inizi della propria carriera. Proseguendo nel nostro viaggio, un altro inno ma non da cantare: la strumentale "Thrash Attack", preannuncia un'apocalisse di pestoni sonori già dai primissimi secondi di ascolto. Dal punto di vista musicale, la traccia è molto più dettagliata rispetto alle precedenti. La struttura si interseca un po' di più, i riff sono molteplici e vengono snocciolati egregiamente in 2 minuti e 56 secondi di pura aggressività. Nonostante sia la canzone più corta, è di sicuro sul podio fra le tracce che rimangono marchiate a fuoco nel cervello dopo il primo ascolto. Letteralmente impossibile mantenere fermo tutto il corpo quando parte "Thrash Attack", specialmente se siete cultori di generi estremi. Successivamente alla strumentale, abbiamo "Antichrist" e come al solito, parliamo di cose brutte. In un mondo dove l'umanità è finita ed essa si nutre solo di spazzatura, i sacerdoti predicano carità basata sull'idiozia di una fede fasulla. Il diavolo è una presenza tangibile e domina il mondo e come incarnazione dell'inferno in Terra, i Destruction usano il secondo conflitto mondiale, una metafora di malvagità assoluta che delinea una linea politica abbastanza chiara, convalidata ancora di più dalle parti successive del testo. Un invito agli sciocchi a guardarsi intorno, ad aprire gli occhi sui massacri e sulle guerre di cui è pieno questo mondo. Nere forze si alleeranno per ripulire il pianeta dalle false dottrine, non ci saranno più divinità, preti e papi. La scelta fra inferno e paradiso è illusoria, quindi meglio servire il reale padrone o egli potrebbe decidere di distruggerci. Anche "Antichrist" parte con una breve intro di batteria, per poi sfociare in un groove malevolo e contorto. Dopo pochi riff però si ritorna su velocità sostenute adatte a spappolarsi qualsiasi organo vitale. Mike ci propone delle sezioni solistiche molto rapide e d'impatto, questa volta sempre sulle stesse ritmiche di base. Col secondo solo si va inoltre a chiudere la canzone. Bene, siamo arrivati alla fine dei questo tetro cammino. I saluti finali sono compito di "Black Death" e dei suoi 7 minuti e 39 secondi. L'imponente track non si distacca dalla coerente linea argomentativa dell'album e riprendendo un po' "Bestial Invasion" ed "Invincible Force", ci va a narrare delle falangi demoniache che attraversano i cancelli degli inferi, per portare il comando di Satana sul mondo. Questi messaggeri della morte nera, veloci ed implacabili, tormentano le masse. Nessuno è al sicuro dalla sentenza delle armate della morte e nessuno lotta per difendere la propria vita, poiché tutto è inutile e mentre il maestro dell'Ade ride, i predicatori sono già condannati. Devo ammettere che "Black Death" è una delle mie tracce preferite: il riffing è più particolareggiato ed il principale è puro spettacolo. La canzone continua a dipanarsi fra riff cantati con la solita cattiveria acida di Schmier, che però qui è meno chiaro, per via di alcuni strani cali di volume. L'intersecarsi fra parti strumentali e cantate rende la canzone leggerissima nonostante la durata, inoltre essendo varia ma costante, non annoia nemmeno un istante. Il ritornello è una melodia che possiede la mente e la trascina in un pozzo, fatto di violenza assatanata e incontrollabili istinti primitivi di distruzione. Nonostante non sia presente il solo, non ne si sente del tutto la mancanza, in fondo, siamo stati letteralmente "viziati" di moduli solistici fino alla canzone prima, un po' di tregua non guasta ed alleggerisce ulteriormente la canzone. 



Purtroppo però, tutto ha una fine, anche "Infernal Overkill" e noi cari maniaci dell'estremo, vi siamo infine giunti. Adesso, però, è il momento di fare un discorso un po' più serio ed accorato. Chiunque abbia un certo tipo di attitudine dovrebbe essere affezionato a quest'album. I Destruction hanno segnato una grande svolta (come già detto nella recensione precedente), hanno osato ed hanno raggiunto un livello superiore. Chiunque potrebbe benissimo arrivare da voi e dirvi: "è un album pessimo, banale, stupido, ridicolo nel suo essere satanista a tutti i costi", e quel qualcuno non potrebbe essere più in errore di così. L'attitudine è qualcosa che non si compra, che non si paga né si da via. Chiunque critichi questo album per qualche sbavatura tecnica o perché è "monotono", fa semplicemente parte di un mondo che non può capirci né capire questo LP. Tutta la rabbia e la violenza che quei ragazzi avevano, e che ancora noi oggi abbiamo, sono soltanto il culmine di un senso di ricerca dell'estremo musicale, perché a noi piace così, anzi noi AMIAMO che sia così. Perché ce l'abbiamo con tutti o con nessuno, perché anche loro ce l'avevano con tutti e con nessuno e va bene così. Questo disco è un passo avanti, un'evoluzione, un gradino in più sulla scala musicale per noi che pur ascoltando concentrati di odio, nichilismo, misantropia e di tutte le più basse e nefande malefatte, riusciamo a commuoverci guardando "Il Gigante Di Ferro" (dannato Kent Mansley!) e ad essere uniti ed amici, senza che qualcuno o qualcosa ci imponga una moralità, un'etica, un modo di fare. Tutti noi dovremmo avere un legame con certi lavori, che siano eclettici come "Individual Tought Patterns" dei Death, o che siano devastanti e brutali come "Enjoy The Violence" dei Massacre. E' tempo ora di dare un giudizio critico: la produzione è buonissima per i tempi che correvano, i suoni sono marcissimi e questo compromette un po' il corpo delle canzoni a volte, qualche imprecisione e qualche calo di voce sono evidenti, però quest'album, alla faccia di tutti i detrattori "ad ogni costo", si merita un dannato 10! Capolavoro che vince a mani basse, pur rimanendo assolutamente oggettivi ed imparziali, perché la perfezione  non esiste e ciò che è stato fatto concretamente è molto più importante della tecnica e delle produzioni e, come già detto, tutto ciò che rappresenta una nota negativa è tranquillamente trascurabile all'ascolto. In più data la coerenza ferrea di questo lavoro, l'artwork particolare ed una composizione eccellente, non ci sono scuse: voto massimo ed attitudine massima aggiungerei. Alla prossima recensione, nefaste creature che divorano carogne di sentimenti e cose belle, dal vostro Black Wolf è tutto.


1) Invincible Force
2) Death Trap
3) The Ritual
4) Tormentor
5) Bestial Invasion
6) Thrash Attack (instrumental)
7) Antichrist
8) Black Death

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