DESECRATOR

Live Til Death

2011 - High Voltage Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
10/01/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il 2011 non è certamente stato un anno felice per il thrash metal, almeno per quanto riguarda le icone degli inarrivabili anni ottanta: prima gli Anthrax di Scott Ian con "Worship Music", poi i Megadeth di Dave Mustaine con "Th1rt3en" ed i Metallica con un nuovo, a mio avviso scialbo, ep hanno dimostrato di avere ormai le pile scariche, partorendo release quasi prive di idee. Il discorso è ben diverso invece per le band emergenti, quelle appartenenti all'ambiente underground. Solo per citarne uno, gli Evile con "Five Serpent's Teeth" hanno invece dato una scossa alla scena, producendo un buon album, magari non rivoluzionario, ma suonato come dio comanda e soprattutto di grande impatto sonoro. E poi ci sono loro, questi Desecrator, provenienti dalle lontane terre dell'Australia, con questo "Live Til Death", un full lenght rilasciato sotto la High Voltage Records che va certamente eletto come uno dei dischi thrash più interessanti del 2011, e senza ombra di dubbio una delle rivelazioni dell'anno. Ma vediamo un pò di ripercorrere la loro, sin qui breve storia, una storia iniziata appena qualche anno fa, quando Riley Strong (voce - chitarra), Luke Anticevic (chitarra), Mano Lygnos (basso) e Matthew Woolhouse (batteria) decidono di formare questo combo, che inizia a suonare in alcuni noti locali della loro città natale, Melbourne (o, come l'hanno soprannominata loro, Hellbourne). Proprio durante alcune tappe, registrano un ep di live (cosa abbastanza inusuale) intitolato proprio "Desecrator", con all'interno cinque brani (inseriti poi anche in Live Til Death). Grazie a questa release cominciano a farsi un nome nell'underground della grande ed affascinante metropoli australiana, riuscendosi a guadagnare la possibilità di partire per un tour prima con i connazionali In Malice's Wake e, soprattutto, con i Forbidden, ed in seguito anche con la più grande icona del thrash vecchia scuola del paese dei canguri, i Mortal Sin.

Le registrazioni del full lenght avvengono invece durante un'esibizione al "The Arthouse" di Melbourne (uno dei locali più rinomati della zona che ora ha chiuso i battenti) sotto la produzione del teutonico Harris Johns (avvenuta al The Music Lab di Berlino), che in passato ha collaborato anche con leggende del thrash mondiale come Kreator, Sodom e Coroner. Andiamo ora a vedere la loro musica più da vicino: un thrash compatto, senza un attimo di respiro, suonato molto bene, con pochissime sbavature (cosa si potrebbe volere di più?), con alcune evidenti influenze della scuola statunitense (loro stessi definiscono lo stile come una rievocazione dei primi Testament e Dark Angel). Un sound fedelissimo alla vecchia scuola, ma al contempo digeribile facilmente anche dai neofiti, un connubio ideale capace di mettere d'accordo i fedelissimi degli anni ottanta ed i thrashers più moderni (un punto dove alcune band blasonate hanno fallito su tutta la linea). Devo dire che ancora prima dell'ascolto del disco (presentato per la prima volta al Cherry Bar, un altro locale di Melbourne nel quale si svolgono spesso concerti metal), mi aveva impressionato in modo particolare anche l'artworking, il quale raffigura un The Arthouse semidistrutto in mezzo ad una Melbourne "rasa al suolo". Quale sarà mai la causa? Senza ombra di dubbio, il primo missile sganciato dal caccia dei Desecrator, "Til Death", lascia veramente un segno indelebile, anche sulle nostre orecchie: il riff iniziale è abbastanza semplice ma di grande impatto, con la sezione ritmica sempre bene in vista a fianco delle chitarre. Per un minuto si prosegue sulla stessa linea, poi si sale ancora di livello con una parentesi da applausi, degna di una band thrash con i controc***i. Mai una pausa per riprendere fiato: una continuità disarmante nel pestare con violenza ogni singolo strumento. Il punto dove però si raggiunge il culmine è senza ombra di dubbio quando Strong e Anticevic ci danno la prova di saperci fare anche con la creatività, grazie ad un bellissimo assolo, uno dei migliori del lotto. Ma questo è solamente il preludio alla devastazione: poco dopo si viene accolti dalla brutale introduzione di "1800 Volts", un brano che promette benissimo già dal titolo, una colossale scarica elettrica che attraversa il nostro corpo, letteralmente annichilito dalla potenza e dallo stile con cui i quattro giovanissimi guerrieri ci travolgono. In primo piano soprattutto le sette corde, che si intrecciano per tutta la durata del pezzo con grande fluidità ed energia. La demolizione prosegue con "Bred, Fed, then Dead!", la quale parte rivelando un bel pattern eseguito da Woolhouse, qui protagonista di una prestazione di spessore sia per la continuità che per la precisione. Curioso anche il detto che hanno fatto circolare intorno al titolo del brano, spiegando che "Bred" rappresenta l'ideale secondo cui la musica dovrebbe essere in generale, più energica e potente; "Fed" è la loro "nutrizione", la fame con cui hanno voluto riportare in vita il thrash metal morto ("Dead"), con nuove intensità e famelicità. Woolhouse apre le danze per il brano successivo, quella "Little Jimmy Black" che grazie al suo gusto leggermente retrò non manca certamente di colpire gli affezionati della vecchia scuola. Ritmicamente è lievemente più tranquilla, anche se forse non è il miglior termine utilizzabile: verso la metà del pezzo assistiamo ad una esplosione improvvisa e devastante, il perfetto preludio alla sezione in cui un orgasmico assolo ci investirà nella sua completezza restando bene impresso nella mente. Un possente riff, fedelissimo all'old style, introduce "Slaughtered in Masses", a mio modo di vedere il brano più interessante fra tutti (non che gli altri sìano da meno): qui si che si vede la fantasia e l'ispirazione di questi quattro ragazzi, dei quali sentiremo sicuramente parlare spesso e bene in futuro; in particolare il pezzo colpisce per le sue sfumature, in alcuni tratti quasi al di fuori dei canoni del thrash, e per la ritmica delle chitarre, varie ma sempre di notevole impatto. A proposito di impatto sonoro, impossibile non citare nemmeno una volta l'aspetto canoro: Strong si dimostra non solo un validissimo chitarrista, ma anche di possedere ottime doti di vocalist, un tono ideale per questo genere musicale. A seguire troviamo "Serpents Return": ancora una volta siamo davanti ad un grande brano, nei classici toni di Live Til Death, ma questa volta ancora più sorprendente per quanto riguarda la sezione ritmica, che in questo caso si può finalmente sfogare in tutta la sua creatività. Poco dopo fa irruzione per l'ennesima volta l'accoppiata vincente Strong - Anticevic, protagonista di un epico duello, che si sviluppa sino alla conclusione del brano, in bello stile. La settima track è "Rotten Christ", nella quale abbiamo un'altra piacevole dimostrazione della capacità del quartetto, che proprio non sbaglia una singola nota od un tempo. In particolare, in questo caso, mi sento di elogiare particolarmente il drumming di Woolhouse, variegato e martellante, con diverse, precisissime rullate. Verso la metà un brusco cambiamento ritmico conferisce al pezzo una certa impronta più heavy, ed in seguito ad un riff con protagoniste assolute le chitarre in versione motoseghe. Un assolo vorticoso fa da spartiaque fra questo brano ed il successivo, quello con cui si conclude il disco: "Destroying God's Work" chiude in bellezza un disco ottimo, fra le rullate della batteria, i riff assassini delle chitarre ed il massiccio tappeto costituito dal basso. Ancora una volta assistiamo ad un deciso cambiamento ritmico poco prima della metà, e da qui in poi gli spunti positivi verranno un pò a mancare, ma del resto, dopo aver ascoltato quaranta minuti di thrash di altissima qualità, glielo si può anche perdonare. Bene, arrivati a questo punto la guerra può considerarsi conclusa, con un unico vincitore: questo giovane, promettentissimo quartetto colmo di talento, energia, freschezza, che andrebbe valorizzato al massimo. Questo è il thrash che le giovani menti come la mia e tante altre vorremmo sentire: non avendo vissuto nel periodo d'oro degli anni ottanta, mi sembra giusto che anche al giorno d'oggi ci sia la possibilità di rivivere quegli anni, che ormai non torneranno più, ma che alcune band possono farci rievocare. Ecco cosa mi piace dei Desecrator. Fra pochi giorni saranno protagonisti di un esibizione live insieme ad i Toxic Holocaust: sono sicuro che ne saranno un'ottima spalla (lo sarebbero per qualsiasi band thrash esistente sulla faccia della terra), e per il 2012 stanno organizzando anche alcune tappe in Europa. Con la speranza che il disco non finisca nel dimenticatoio, e che presto riescano a conquistarsi un contratto con una buona etichetta (vuoi che nemmeno una si accorga che questi hanno talento da vendere?), posso solamente dire che chi possiede una delle 666 copie realizzate, ne dovrebbe andare veramente fiero, perchè di dischi thrash come questo, al giorno d'oggi, ce ne sono veramente pochi. A mio modo di vedere, sentendo questo album, anche i canguri potrebbero mettersi a pogare. Concludendo, una loro citazione che mi è piaciuta moltissimo:

  << Qualcuno dice che il thrash è morto. Noi diciamo che il thrash è morto, e noi siamo la sua fottuta lapide >>.


1) Til Death
2) 1800 Volts
3) Bred, Fed, Then Dead!
4) Little Jimmy Black
5) Slaughtered in Masses
6) Serpents Return
7) Rotten Christ
8) Destroying God's Work

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