DEMONS & WIZARDS

Demons & Wizards

1999 - Steamhammer

A CURA DI
FABRIZIO GIOSUÈ
08/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il 1998 ha visto la definitiva consacrazione a livello internazionale di due gruppi del mondo heavy, ovvero Blind Guardian e Iced Earth. Le band non necessitano certo di presentazioni, ad oggi sono due colossi - i primi soprattutto, in verità - dell'heavy metal mondiale, ma venti anni fa le cose stavano in maniera diversa. I tedeschi Blind Guardian erano sulla cresta dell'onda per la pubblicazione dei due capolavori Imaginations From The Other Side (1995) e Nightfall In Middle Earth del 1998, stesso anno di Something Wicked This Way Comes, lavoro che ha permesso agli americani Iced Earth di farsi conoscere anche al grande pubblico europeo. In realtà, le due formazioni erano già in attività da diversi anni e anche i lavori pubblicati prima di quelli appena citati sono assolutamente meritevoli di attenzioni e di complimenti, ma è proprio nel 1998 che le sorti dei due gruppi iniziano realmente a cambiare. Non che il successo sia arrivato tutto insieme nel più classico dei modi, ovvero con un super singolo che riesca a sfondare e a raggiungere un gran numero di persone che per vari motivi, altrimenti, quella musica non l'avrebbe mai ascoltato, ma nel più "romantico" aumento di popolarità grazie a una serie di full-length di buona/ottima fattura rilasciati negli anni precedenti che hanno permesso ai Blind Guardian e agli Iced Earth di seminare il successo che poi hanno iniziato a raccogliere nel nuovo millennio. Attenzione però, non si parla ovviamente di successo in termini di milioni di copie vendute o tantomeno di limousine cariche di champagne e groupie utilizzate per gli spostamenti del tour, basti pensare che le due band hanno suonato sullo stesso palco del meneghino Gods Of Metal nel giugno 1998 in orari oggi improbabili: Matt Barlow e soci sono saliti sullo stage all'ora di pranzo, seguiti intorno alle 14 da Kürsh e soci. E non era la prima volta che le band suonavano insieme: alcuni tour a inizio anni '90 e diversi festival hanno fatto sì che Jon Schaffer, chitarrista, compositore e leader degli Iced Earth, e Hansi Kürsh, voce e per anni anche basso dei Blind Guardian, stringessero una sana amicizia che li porterà, alle porte del nuovo millennio, a creare una nuova band e dare sfogo alla propria creatività. Così, nella primavera del 1997, nascono i Demons & Wizards (leggenda vuole che sia stata la moglie di Schaffer a suggerire il nome Demons And Angels, per poi essere cambiato di lì a poco), nome che ricorda da vicino l'ottimo album del 1972 degli Uriah Heep. L'intenzione è quella di unire i due stili delle band madri, ovvero un incrocio tra power metal e cori epici con il tipico riffing assassino di Schaffer, magari scrivendo canzoni dalla struttura semplice ma dal grande impatto. Il risultato è l'omonimo disco rilasciato dalla Steamhammer, dalla durata di cinquantadue minuti suddivisi in dodici canzoni, inclusi intro e outro. Il resto della formazione prevede il martello pneumatico Mark Prator alla batteria (e che in carriera vanta album e collaborazioni con Skid Row, Fish e White Lion, oltre che con gli Iced Earth), e Jim Morris alla chitarra solista, noto soprattutto per aver prodotto alcuni dei capolavori di Morbid Angel, Death, Crimson Glory, Savatage e Deicide, tra i tanti. Dunque, tutto è pronto per iniziare, allora immergiamoci nel mondo dei Demoni e degli Stregoni, assaporandone ogni passaggio.

Rites Of Passage

Apre il disco un classico intro strumentale di breve durata - cinquantatré secondi - che ricorda vagamente una marcia militare dalle tinte macabre: il mood è oscuro, la chitarra suona poche ma intense note, Il titolo Rites Of Passage (Riti di Passaggio) è decisamente azzeccato, considerando quello che arriverà da qui a breve.

Heaven Denies

La prima canzone dei Demons & Wizards, sicuramente una delle più famose e meglio riuscite del gruppo, è posta all'inizio del disco, una presentazione a petto pieno di quello che due menti del genere hanno la capacità di creare. L'impatto è dei più incoraggianti: il riffing di Schaffer è quello dei migliori Iced Earth, la batteria segue le trame della sei corde pur non disdegnando accelerazioni di doppia cassa in via solitaria, fino a quando entra in scena Hansi Kürsh e tutto sembra essere perfetto tanto da funzionare alla grande. Il ritornello oscuro e infestato da spettri apocalittici mostra i muscoli, e in un attimo è facilmente memorizzato: "Deadlands, Wastelands - Darkness will cover my mind and oblivion shall reign" (Terre morte, Terre perdute - Le tenebre copriranno la mia mente e regnerà l'oblio). La canzone scorre che è una meraviglia fino al minuto 3.00, quando a sorpresa la distorsione svanisce e i restanti due giri di lancetta si trasformano in una canzone acustica di rara malinconia. Le poche note dell'arpeggio sono seppellite dai cori liturgici "Spiritus Santus" (Spirito Santo) con il volume che piano piano svanisce lasciando in lontananza un urlo a malapena udibile, ma che fa ghiacciare il sangue nelle vene: "Eternal Hell" (Inferno eterno) sembra non dare speranza, un urlo quasi soffocato eppure così sicuro e drammatico. Heaven Denies (Il paradiso nega), almeno nella prima parte, quella elettrica, per intenderci, è esattamente quello che ci si aspettava da una band come i Demons & Wizards, ovvero roboante heavy/power metal in grado di esaltare gli amanti dei Blind Guardian e degli Iced Earth.

Poor Man's Crusade

La seconda traccia di "Demons & Wizards" è l'ottima Poor Man's Crusade (La crociata dell'uomo povero), dal titolo alquanto esplicativo, visto il tema storico trattato, musicalmente vicina agli Iced Earth più massicci e cantata con grande convinzione dal vigoroso Kürsh. Il testo è diretto, non ci sono fronzoli, poiché parla di come un uomo, per salvare la propria anima dalle fiamme dell'inferno, abbia deciso di unirsi alla crociata per liberare la città santa di Gerusalemme dagli infedeli: "Jerusalem is waiting for you to rise once again. So we will slaughter in the name of Christ", recita il ritornello, ovvero "Gerusalemme ti sta aspettando per risorgere ancora una volta. Quindi massacreremo nel nome di Cristo". La storia racconta che nel 1096 partì la prima crociata proprio per liberare la Terra Santa dai musulmani e dagli ebrei, con l'obiettivo finale di conquistare Gerusalemme, città sacra, fondamentale per il culto religioso, al fine di restituirla al cristianesimo, cosa che si avverò nel 1099 con un prezzo pagato caro in termini di vite umane. Come cantato dai Demons & Wizards, fu un vero massacro e le cronache raccontano di come gli uomini camminassero con il sangue che arrivava fino alle ginocchia. Il vocalist Kürsh tocca acuti che dal vivo non è mai stato in grado di riprodurre, ma l'intensità del suo cantato, seppur modellata egregiamente in studio, è di grande bellezza e la canzone, chiaramente, ne guadagna molto, così come sono azzeccati quei brevi momenti "mistici" che portano l'ascoltatore direttamente indietro nel tempo, in mezzo alla storia, dritto all'XI secolo, tra l'eccitazione di fare qualcosa di epico e giusto, almeno per la mentalità occidentale dell'epoca e per la paura di quel che si trova ad affrontare (Nemici? Mostri? Fame? Sole torrido?) una volta arrivati a destinazione.

Fiddler On The Green

L'arpeggio che apre Fiddler On The Green (Il violinista sul verde) è molto arioso e in contrasto con quanto sentito fino a questo momento all'interno del dischetto. Gli accordi della chitarra acustica che seguono l'introduzione arpeggiata sono della stessa natura delicata, ma poco dopo il primo minuto sembra arrivare il momento dell'esplosione elettrica. Esplosione che però non avviene grazie a una gradita finta (quando si ha a che fare con musicisti esperti queste piccole finezze sono quasi all'ordine del giorno), perciò si prosegue con tonalità acustiche davvero avvolgenti e vocals piuttosto tranquille, nella migliore tradizione Blind Guardian, almeno i Guardian più morbidi, quelli delle fenomenali ballate folk. Se guardate attentamente la copertina dell'album in questione, potete capire facilmente chi è il violinista della canzone: la cover vede la Morte e il bambino triste ("the fiddler on the green and the sad boy", come dice il verso) sono uno davanti l'altro, e la mietitrice si chiede se non abbia portato con sé il bambino troppo presto ("I took him too early"). Con un'immagine del genere il brano non può che essere malinconico e delicato, suonato con sentimento, perché cerca di evidenziare la tristezza e la crudeltà della vita, specialmente quando rapisce un'esistenza così giovane e innocente. Il momento elettrico arriva, ma giunge tardi, proprio quando mancano due minuti alla fine della canzone; la scelta si rivela per certo vincente perché la lunga attesa (e che bella attesa!) viene ripagata con centoquaranta secondi che si amalgamano perfettamente con quanto suonato in precedenza. Non ci sono riff veloci e pattern di batteria estremi, ma pochi giri di chitarra che ricalcano quanto fatto dalla sei corde acustica e che portando a conclusione un gran bel pezzo, uno di quelli che da solo vale l'acquisto del cd.

Blood On My Hands

Alla quinta traccia in scaletta arriva Blood On My Hands (Sangue sulle mie mani), primo mezzo filler del disco, un brano un po' claudicante sotto vari aspetti. La canzone in sé non è neanche brutta, ma semplicemente sottotono rispetto a quanto sentito fino a questo momento. L'inizio è affidato alla più classica e scontata cavalcata in stile heavy metal, mentre le strofe sono affidate a riff dal forte sapore Iced Earth, ma anche questi non particolarmente ispirati. Il bridge porta al buon ritornello, che parla di rituali ancestrali e di pratiche spiritiche: "By the ancient spirits' rites, the old ghosts proclaim their rights. - Still they're lost in time" (Da riti degli antichi spiriti, i vecchi fantasmi proclamano i loro diritti - Essi sono ancora persi nel tempo), che inoltre è la cosa migliore della canzone, anche se è troppo poco per arrivare al livello delle prime canzoni. Nella seconda parte del brano c'è la novità delle twin guitars (e senza chitarra d'accompagnamento in sottofondo) come nei migliori Iron Maiden e Judas Priest - entrambi i gruppi grandi fonti d'ispirazione per Schaffer, come del resto è intuibile in Tribute To The Gods, cd degli Iced Earth pubblicato nel 2002 e contenente solamente cover di band hard&heavy - ed è un bel sentire che porta un po' di freschezza a un songwriting poco ispirato e che rischia di bloccarsi sui soliti schemi nel giro di poche canzoni. Purtroppo l'esperimento verrà ripetuto solamente in Gallows Pole, lasciando le restanti composizioni senza un'arma vincente, la stessa che, se utilizzata con criterio e buon gusto, avrebbe potuto dare uno slancio ancora migliore al disco e giovare alle singole composizioni. Un vero peccato per questo limiti compositivo.

Path Of Glory

Sulle montagne russe degli umori musicali dei Demons & Wizards non si sa mai cosa aspettarsi dalla traccia successiva, e perciò anche questa volta la sorpresa è grande e, fortunatamente, piacevole. Path Of Glory (Sentiero di gloria) è un asciutto heavy metal tradizionale dai toni positivi e dalle splendide aperture melodiche realizzate dalla chitarra acustica di Schaffer, strumento che in questo progetto riveste un ruolo di primaria importanza. I riff sono piuttosto semplici ma veramente efficaci, debitori degli anni gloriosi del rock duro ma con la gradita aggiunta della giusta quantità di distorsione metallica moderna. Senza girarci intorno, Path Of Glory sembra una versione pesante di quanto fatto da Jack Bruce, Eric Clapton e Ginger Baker, ovvero gli immortali Cream, che non a caso sono coverizzati proprio in questo album con la bonus-track della famosissima e storica White Room. Anche l'assolo di Jim Morris suona retrò e nasce dall'amore sconfinato del chitarrista/produttore per l'hard rock degli anni '70; nelle interviste di presentazione del disco/progetto, infatti, viene spesso raccontato ai reporter della comune passione dei musicisti per il grande rock d'annata, spiegando come e in che misura quella musica dei decenni passati abbia influenzato e quindi modificato l'approccio dei Demons & Wizards per la realizzazione del disco. Nel testo si parla dell'ultimo momento della vita, quell'istante preciso situato tra la vita e la morte, il respiro ultimo che lascia spazio all'oblio, e tutte le paure e i ricordi che si ripercorrono in poche frazioni di secondo, persino le preghiere recitate: "In un mondo di sogni infranti, depresso e per me ossessivo". In quel frangente nel quale il sangue che scorre caldo unendosi all'ultimo glaciale respiro.

Winter Of Souls

Questo è il primo dei due brani presi direttamente dagli archivi dei Purgatory, band di metà anni '80 che vedeva Schaffer alla guida e che ha pubblicato solo nel 2018 un EP di vecchi brani, pezzi che nel 1988 sono diventati a tutti gli effetti degli Iced Earth. La cosa si sente immediatamente, perché per quanto si sia cercato in studio di creare un prodotto omogeneo e dal marchio facilmente riconoscibile, è palese fin dal primo ascolto che Winter Of Souls (Inverno delle anime) è una canzone appartenuta un altro gruppo e a un'altra formazione. Il brano è discreto, i fraseggi sono interessanti, originali e abbastanza particolari, ma facilmente ricollegabili al primo e unico demo degli Iced Earth (avete presente "Enter The Realms" del 1989?). A completare il quadro delle differenze, l'arpeggio: se fino a questo punto l'indirizzo delle chitarre acustiche è sempre stato verso la malinconia, qui l'arpeggio suona in maniera completamente diversa. Winter Of Souls, quindi, pur essendo un discreto - e nulla più! - pezzo heavy metal, non ha nulla a che spartire con il resto dell'album, se non con la "sorella di ripescaggio" Tear Down The Wall. Anche in questo caso il ritornello è l'unica parte che sembra poter risollevare un po' le sorti di una canzone nata debole e che non sarebbe mancata all'acquirente se messa fuori dalla tracklist. "Haunted by the lust of my father. - Revenge is mine and down falls the kingdom. - Conceived of his greed and a harsh reality", che tradotto diventa: "Ossessionato dalla lussuria di mio padre - La vendetta è mia e il regno cadrà. - Concepito dalla sua avidità e dalla dura realtà", parole dure, soprattutto se a pronunciarle è un figlio, erede al trono, ai danni di suo padre, re meschino, avido e edonista, che ha costruito il proprio regno sul sacrificio umano e sui beni materialistici.

The Whistler

Canzone dai molteplici colori, The Whistler (inteso come persona che fischietta) è un brano costruito per dare l'impressione di essere perennemente in crescita, grazie a una dinamica tutta sua, agile e spensierata. Si passa quindi dal classico arpeggio iniziale, cupo e con una sorta di amara rassegnazione, come specificato nel testo ("Beloved mother, there is no guilt in what I have done. - It's far too late to turn it back, to turn it back", ovvero "Amata madre, non c'è colpa in quello che ho fatto. - È troppo tardi per tornare indietro, per tornare indietro"), agli accordi pieni e in distorsione con la batteria che sale di giri fino al terzo minuto, cioè quando il tempo si ferma bruscamente (Now you know the fear / Ora conosci la paura) per ripartire con un pachidermico e gustoso giro di sei corde che si fa guidare da Mark Prator al drumkit, il quale aumenta i colpi con grande classe (e sicuramente divertimento!) ogni volta che gli è possibile, fino a giungere al finale sfumato, che però non convince pienamente. Il testo è a metà tra una parabola religiosa e una visione: "All your children went astray. - Pay the price for ignorance. - Praise the glorious race of rats. - One by one they'll join their dance", che in italiano suona circa così "Tutti i tuoi figli sono andati fuori strada (nel senso di direzione sbagliata, nda). - Paga il prezzo per l'ignoranza. - Lodate la gloriosa corsa dei topi. - A uno a uno si uniranno al loro ballo". Il crudo testo ha visto la luce venti anni fa, ma ancora oggi è più che attuale, una cosa che fa venire i brividi, perché evidenzia la nostra situazione sociale, dove imperversano maleducazione, inciviltà e ignoranza, e dove il popolo si ammassa in strada come una schiera di ratti usciti dalle fogne.

Tear Down The Wall

Sarebbe ingiusto parlare di uno scarto di Schaffer, ma la realtà è che si tratta di una composizione risalente al 1985, "resuscitata" dai Demons & Wizards per l'occasione, ovviamente rinfrescata con una mano di vernice nuova, quasi per giustificare questo secondo ripescaggio che puzza un po' di brano riempitivo. Ascoltando con attenzione l'inizio della canzone ci si rende conto piuttosto facilmente di quanto Tear Down The Wall (Abbatti il muro) suoni come i Purgatory o i primi Iced Earth. Tear Down The Wall richiama la frase di "The Trial" dei Pink Floyd, traccia contenuta nel capolavoro del 1979 "The Wall", ma è anche molto simile (c'è un "this" al posto del "the") alla storica frase pronunciata dal presidente degli Stati Uniti d'America Ronald Reagan nel 1987, in occasione della sua seconda visita a Berlino, una chiara esortazione a buttare giù il muro che divideva in due la Germania e l'Europa intera. Conoscendo il pensiero patriottico di Schaffer, uscito definitivamente anni dopo con il discusso album "The Glorious Burden" del 2004, non ci sarebbe da stupirsi di un tale collegamento. Come detto precedentemente, la prima parte suona anni '80 e i giri di chitarra sono piuttosto scontati, ma da un certo punto qualcosa cambia, lo stacco è netto, e l'accelerazione che segue (minuto 3:52) con tanto di breve assolo chitarristico è salutata come una gustosa variazione sul tema. Pochi secondi e tutto svanisce, regna il silenzio, e poche note portano alla conclusione un pezzo tutto sommato gradevole e che alla fine, grazie all'esperienza dei musicisti coinvolti, pur non gridando al miracolo, si è riusciti a far funzionare a dovere.

Gallows Pole

La rocciosa Gallows Pole (Palo della forca) si presenta con un inedito Kürsh dalla voce effettata, ma dopo pochi secondi si passa a un classico mid-tempo che risulta essere gradevole e nulla più. La seconda parte di Demons & Wizards è meno buona della prima, brani come Gallows Pole non aggiungono molto a livello musicale, anche se un carismatico brano del genere mancava in scaletta. Tutte le canzoni del disco sono in realtà datate al 1985 circa, anno in cui Schaffer incise su nastro una marea di brani - a detta sua oltre cinquanta! - per poi metterli nel cassetto e dimenticarsene per più di dieci anni. Una volta ritrovati i nastri e ascoltati con attenzione al fine di recuperare le cose migliori, riciclare i riff vincenti che facevano parte di canzoni mal riuscite con l'idea di utilizzare quel che di buono aveva creato anni addietro e avere così della nuova musica pronta. Una volta fatta questa operazione Jon passa i nastri all'amico Kürsh che si dichiara immediatamente entusiasta della musica e della possibilità di scrivere i testi per il progetto che da anni è in stand-by, aspettando il momento buono per dare vita ai Demons & Wizards. Chiaro, quindi, che con una premessa del genere sia facile incappare in un pezzo piuttosto anonimo come questo, non fatto male o insufficiente, per carità, ma senza un cuore pulsante, senza profondità emotiva, in vita, certo, ma senza anima se non nell'ultimo minuto, quando cioè, finalmente, i Demons & Wizards si lasciano andare senza paura e, per quanto sia un momento breve, sembra poter risollevare le sorti di una canzone che ha poco da dire.

My Last Sunrise

Dichiara Schaffer: "Eravamo in casa di Hansi, per suonare qualche canzone insieme, ci siamo resi conto che si era creata una certa chimica musicale. La prima canzone che abbiamo scritto insieme è stata My Last Sunrise". L'ultimo brano del disco è in realtà il primo composto dal power duo: curiosa, quindi, la posizione della traccia in scaletta. Con My Last Sunrise (La mia ultima alba) si parla di uno dei pezzi meglio riusciti del disco, anche se in realtà è al 100% un pezzo degli Iced Earth e adattato alla voce di Hansi Kürsh, ma se solo si prova a fare il giochino di immaginare Matt Barlow (voce superba che ha caratterizzato i migliori lavori degli Iced Earth) ci si rende facilmente conto che la verità non è molto distante da quanto appena scritto. In meno di cinque minuti c'è tutto il campionario dello Schaffer più ispirato e dinamico: arpeggi acustici, riff corposi per accompagnare la parte cantata, mitragliate di riff che da sempre contraddistinguono la band della Florida e gli stacchi perentori per spezzare la tensione o stupire l'ascoltatore non pronto a un determinato cambio. Detto della parte musicale, si può dire che il testo è cupo e privo di speranza, basta leggere le prime righe: "The lamb, the rose. They don't exist! - These are my last words, I need to rest. In fear and anger I'll lay down my head", ovvero "L'agnello, la rosa, non esistono! - Queste sono le mie ultime parole, ho bisogno di riposare. Nella paura e nella rabbia porrò la mia testa". Un finale cupo che parla di morte e di stanchezza terrena, francamente impensabile a inizio disco, che però riesce bene nell'intento di dare maggiore spessore a un concept/non concept che è stato trattato nel modo giusto, senza pericolosi intoppi (sempre dietro l'angolo) o scivoloni poco eleganti.

Chant

Meno di cinquanta secondi di durata per l'outro Chant (Canto), commiato liturgico in lingua latina che porta a conclusione un disco gradevole, ma purtroppo pieno di alti e bassi. Considerando il tema trattato nei testi, il perenne scontro tra vita e morte, bianco e nero, suono della vita e silenzio eterno, la scelta di affidare l'ultimo minuto del disco a una traccia del genere denota ancor di più la precisione di tutte le persone che sono state coinvolte nel suo lavoro.

Conclusioni

Demons & Wizards doveva essere la perfetta unione tra i sound di Blind Guardian e Iced Earth e il risultato finale non va molto lontano dall'idea iniziale. La fregatura, se così si può dire, è che dai bardi tedeschi e dai possenti americani non sempre sono state prese le qualità migliori: l'epicità non manca e il riffing tritacarne è spesso presente, ma per entrambi gli elementi non si raggiungono nemmeno lontanamente i picchi dei gruppi principali. I cori (tutti cantati da Kürsh e non dal classico coro di professionisti) non fanno venire la pelle d'oca come nelle varie "The Script For My Requiem" e "Mirror Mirror", così come le parti chitarristiche, per quanto ultraprecise e taglienti, nulla hanno a che spartire con una "Angels Holocaust" o "The Last Laugh", tanto per citare un paio di titoli. Quale fosse la precisa idea della coppia Schaffer / Kürsh non è dato saperlo, quello che è noto è semplicemente che due amici di lunga data si sono ritrovati a strimpellare una chitarra in una stanza e da lì sono (ri)nate le canzoni. Il problema, forse, è solo delle persone che come me lo hanno acquistato appena uscito immaginando (sperando?) il perfetto mix tra Iced Earth e Blind Guardian all'apice della creatività, per poi ritrovandosi in mano "solamente" un album carino ma lontano dal capolavoro tanto sognato. Che poi, si può dire tranquillamente, Demons & Wizards è un disco discreto composto da tre-quattro brani eccellenti, circondato da una manciata di canzoni ben fatte ma che nelle band madri difficilmente avrebbero trovato spazio nella tracklist finale di un cd. Questo, però, è più un discorso da fan un po' amareggiato per come le cose sarebbero potute andare ma non sono andate, e Demons & Wizards sarebbe considerato un buon debutto di un gruppo dal futuro brillante se non fossero coinvolti i nomi altisonanti che ben conosciamo. D'altra parte, tutti gli aspetti sono curati con grande professionalità e produzione e artwork non hanno nulla da invidiare a nessuno. Jim Morris si è occupato delle fasi di registrazione e missaggio nei mesi di luglio e agosto 1999 nel classico Morrisound Studios, luogo che ha visto nascere autentici capolavori dell'heavy metal e del death, in particolare, con Schaffer e Kürsh a supervisionare il tutto. I suoni sono asciutti ma non privi di bassi, l'equalizzazione risalta le rapide note di chitarra e la sezione ritmica ne esce vincente grazie a dei suoni davvero potenti. Ma la cosa che maggiormente colpisce la prima volta che si prende in mano il cd, anzi, il digipak, e si apre la confezione, è l'immagine pop up che svetta con una certa dose d'ignoranza sul disco e sul booklet: l'immagine è la stessa della bella e fumettistica copertina realizzata da Travis Smith (Nevermore, Opeth, Death, Overkill ecc.), l'impatto a dir poco potente. Il libricino è ben illustrato e non mancano testi e le classiche informazioni tecniche. Ogni cosa di Demons & Wizards funziona a dovere e gli oltre cinquanta minuti di durata scorrono senza particolari intoppi. Le canzoni, seppur non memorabili, sono gradevoli e in alcuni punti accattivanti, ma tutto si scontra con il peso dei nomi che hanno dato vita al gruppo, ma come detto prima, liberando la mente da questa informazione, l'ascoltatore può godersi un buon disco di robusto heavy/power metal di stampo americano.

1) Rites Of Passage
2) Heaven Denies
3) Poor Man's Crusade
4) Fiddler On The Green
5) Blood On My Hands
6) Path Of Glory
7) Winter Of Souls
8) The Whistler
9) Tear Down The Wall
10) Gallows Pole
11) My Last Sunrise
12) Chant
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