DEMOLITION HAMMER

Time Bomb

1994 - Century Media

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
21/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Siamo nel 1994, e la parabola del thrash, seppur lungi dall'essersi del tutto esaurita, è decisamente nella sua fase discendente. Dopo aver brillato fulgido come un astro nel cielo, tale genere viene gradualmente rimpiazzato nei gusti del metalhead medio da altri generi, sorti nell'arco degli ultimi anni come funghi. Dal death metal al più intransigente black metal (quello "seconda ondata" per intenderci, dato che l'altro, il black "prima ondata" è addirittura antecedente al thrash. Per fugare ogni dubbio si veda il primo disco dei Venom, targato 1981, due anni prima di "Kill'Em All" dei Metallica), passando per il grindcore. Molti musicisti thrash decidono dunque di cambiare pelle, rinnovarsi, per non finire definitivamente sepolti dalla concorrenza. Emergono dunque generi quali il post thrash e il groove metal, degnamente rappresentati dai Prong, dai Pantera (che compiono una mossa "trasversale" passando dal power metal al groove) e dai più "recenti" Grip Inc e Meshuggah. Ma non solo. Per molti gruppi la parola d'ordine sembra essere "cambiare o morire", dunque pur di non venir schiacciati dalla concorrenza, fatta di gruppi appartenenti a generi metallici sempre più spinti ed estremi, decidono di cambiare, e adeguare il proprio vecchio thrash ai tempi che corrono (perchè, lo sottolineo nel caso che non si fosse capito, generi come il groove sono figli "diretti" del thrash). Tra i tanti gruppi di cui si potrebbe parlare, ho scelto oggi un gruppo newyorkese, ormai sciolto, e un album, il loro ultimo album, indicativo del discorso di cui sopra. Dunque, bando ai convenevoli: vi do il benvenuto nella parabola distruttiva dei thrashers newyorkesi Demolition Hammer. Parabola durata ben poco dato che si è sviluppata nell'arco di tre demo ("Skull Fracturing Nightmare" del 1988, "Necrology" del 1989 ed "Epidemic of Violence" del 1992) e tre album, "Tortured Existence" del 1990, l'omonimo della terza demo "Epidemic of Violence", uscito nello stesso anno del "fratellino minore" e l'ultimo "Time Bomb", del 1994, album di cui a breve vi darò un quantomeno esauriente spaccato.  Ho iniziato dicendo che la loro parabola è durata alquanto poco e la causa che contribuì a dare un definitivo stop al gruppo fu un incidente: nel 1996 il batterista Vinny Daze (Vincent Civitano) morì avvelenato dopo essersi cibato di un pesce palla, alimento assai prelibato ma difficilissimo da preparare e cucinare, proprio per l'altissima dose di veleno concentrato nel corpo della creatura marina. L'incidente mise il sigillo definitivo su una band che sicuramente avrebbe avuto ancora tanto da dire, tanta violenza esplosiva da tirar fuori dal proverbiale cilindro, ne è la prova il loro ultimo album, "Time Bomb" appunto, come suggerisce il titolo una bomba a tempo, un album si dilaniante, ma non quanto una baionetta, bensi pregno di una violenza repressa destinata ad esplodere nei giusti momenti in faccia all'ascoltatore incauto. Tempi non sparati, ma dal gusto più quadrato. Tempi monolitici, meccanici, dotati di un flavour quantomeno modernista nelle ritmiche che si tendono e si rilassano, si fiondano a gran velocità in avanti per poi ritrarsi nuovamente in tempi ragionati. Troviamo, in questo particolare episodio, il combo newyorkese ridotto ormai ad un "power trio": rimangono Steve Reynolds (basso, voce) e Derek Skyes (chitarra), subentra alle pelli Alex Marquez, che prende il posto di Daze comunque fuoriuscito dalla band, assieme a James Reilly (chitarra - voce), anch'egli non più della partita.



L'album si apre con un'intro senza titolo, in cui si sente una voce maschile che parte tranquilla per poi esplodere con degli eloquenti "FUCK YOU". E' il preambolo ad un pezzo roboante, il primo vero e proprio del lotto, "Under The Table", che come ho suggerito poche righe fa segue lo schema dei tempi rilassati alternati a parti maggiormente tirate. La voce di Reynold è un'apocalisse, dotata di una rabbia unica, e incastonato in questi pattern di "violenza calcolata" sembra veramente una belva scatenata, un brano pronto ad esplodere per travolgerci con la sua carica di violenza sonora. Lo stile del cantato è potente, agguerrito, e rievoca vagamente le modalità brutali di un Jens Kidman. La formula è chiara sin dall'inizio: un thrash dai connotati moderni aggressivo e sferragliante. Il brano si apre con un riff monotono e compatto: niente di trascendentale a onor del vero. L'impatto iniziale è modesto nella sua fredda esibizione di violenza, e proseguendo si può notare come il tutto anneghi in un mare di piattume. Il riff viene reiterato più e più volte, inframezzato da parti decisamente calme che danno maggiore risalto all'ugola hardcoreggiante del singer. E non bastano sicuramente vocals filtrate piazzate qua e la per dare splendore a qualcosa che malauguratamente stenta a decollare. Non un brano malvagio, assolutamente, ma c'è ben poco da ricordare. A livello lirico siamo di fronte ad un testo di protesta, forse, contro la polizia o le forze dell’ordine in generale. Più nello specifico, il termine “Sotto Banco” indica azioni criminose abilmente celate alla vista di tutti, un po’ come quando, a scuola, ci si scambiava i famosi “bigliettini” con su scritte le risposte alle domande dei compiti in classe. L’espressione deriva in larga parte dai primi e buffi tentativi di “imbrogliare” compiuti ai tempi della scuola, ma ha assunto, nel corso degli anni, una connotazione assai più dura e sinistra. Ormai questa espressione indica la corruzione, lo scambio di tangenti con le quali i criminali praticamente “comprano” la loro libertà, attività che sono viste come una sorta di tradimento nei riguardi dei cittadini, che invece devono subire arroganze e prepotenze da parte degli uomini in divisa, i quali non arrestare chi veramente se lo meriterebbe perché comprati e corrotti ("Giochi di Potere./ Racket./Criminali./ Estorsori./ Doppiogiochisti./ Punizioni? NESSUNA!!/ Hanno la licenza di tradirci,/ nessuno ha le palle per fermare tutto questo,/ oltre la legge, per il loro profitto personale./ Corrotti per servire, proteggere ed insabbiare tutto."). La seconda traccia, "Power Struggle" non cambia di molto le carte in tavola (ma stavolta il pezzo è più interessante). Pochi evocativi ricami di chitarra fungono da preambolo ad una parte (dai venti secondi in su) dal sapore quasi sludge. Un suono paludoso, terroso e strascicato di chitarra che si divincola putrida nel pattern sonoro alimentata nella giusta misura da una dosata batteria. L' introduzione strumentale, abbastanza lunga dato che si trascina come un qualcosa di pesante ed agonizzante per un minuto e quaranta circa, ci trasporta verso una parte pregna di violenza calcolata, con una chitarra che rantola riff dal sapore meccanico, spezzati ed ossessivi, ben amalgamati con lo sferragliante clangore della batteria. Il vocalist fa la sua comparsa poco dopo, attraverso parole forti e concise. Notiamo che anche stavolta vi è una ripetizione sino all'ossessione di un riff portante, ma complice la maggiore varietà strutturale e l'introduzione interessantissima (che dimostra come i Demolition Hammer non siano solo dei semplici “picchiatori”) il brano riesce a suscitare maggiore interesse. Parlando di varietà strutturale vengono in mente sparuti break in cui i tempi si fanno meno serrati (ma ugualmente claustrofobici) prima di darci nuovamente in pasto al riffone monocorde e squadrato di cui sopra. E certe altre parti, come al subentrare del terzo minuto, quando emerge un riff che sembra tagliato in maniera grossolana, ancor più monotono, brutale, viscerale. Il pezzo è senza dubbio tra i preferiti del sottoscritto, anche e soprattutto per quella lunga introduzione che, non so per quale oscura ragione, mi ricorda l'asfissia sonora degli Acid Bath (gruppo tendenzialmente sludge, anche se dotati di uno spettro sonoro più ampio). Sarà per il clima soffocante che si viene a creare, o per qualche strano meccanismo scattato nella mia sensibilità da degustatore musicale, a dire il vero non saprei spiegarvi... Del resto, sul piano testuale ci troviamo di fronte ad un altro testo di protesta che stavolta sembra prendere di mira la politica. Con le loro sporche mosse, fra cui la più importante, quella di dividere noi persone normali con mille pretesti per scatenare guerre interne, i politici riescono a governare per anni e anni indisturbati, con il solo ed unico obiettivo di curare i propri interessi e di riuscire a fare sempre più soldi, non accontentandosi di quelli che già sono riusciti a rubarci. La loro ingordigia non conosce limiti e poco gli importa delle leggi. Finché ci manterranno divisi, nessuno potrà accorgersi delle loro infrazioni. ("Il piano principale:/ nessun compromesso, DIVIDI E CONQUISTA!/ Controllo completo,/ tattiche subdole./ Destinato a comandare./ Piano strategico per attaccare,/ Lotta per il Potere!/ L’opposizione crolla!/ Controllo completo,/ completo."). Il tutto è tirato fuori dalle fauci di Reynolds in maniera molto laconica (e dando maggior spazio alla riflessione dell'ascoltatore). Arriviamo quindi alla terza traccia, "Mindrot". I ritmi partono brutali e diretti con un botta e risposta tra chitarra e batteria dal sapore groove metal che si incanalano in un devastante mitragliamento metallico che può ricordare a qualcuno certi frangenti di brani di Meshugghiana memoria (anche se li si gioca con tempi dispari e strutture sezionate matematicamente e ricomposte in puzzle sonori cangianti nella loro aggressività). Le vocals di Reynols subentrano quasi al ventesimo secondo, esplodendo con rabbia cieca, ed a quasi un minuto possiamo udire una bellissima quanto breve parte strumentale (dieci secondi circa) meccanica e ripetitiva, ipnotica nel suo incedere. Il pezzo continua così in un affresco devastante dotato di un'incredibile carica, strisciando inesorabile come una slavina di brandelli metallici in continuo avanzamento verso il povero ascoltatore. Da menzionare, in questa colata lavica l' accelerazione verso i due minuti e otto, capace di evocare palesemente l'idea di un autentico bombardamento sonico. Il pattern si mantiene abbastanza monocromo e terribilmente claustrofobico. Al solito è sciorinato un riff che avanza brutale come un convoglio di panzer, che ad intervalli viene oscurato da sapienti cambi di tempo. Molto tetra la parte centrale (dai due minuti e venti circa): brutale sicuramente ma soffocante come un'insopportabile cappa plumbea. Stavolta si vagheggia di corruzione mentale e avvelenamento cerebrale. Il testo gioca difatti con oscuri concetti: questa volta è proprio la mente umana ad essere presa di mira. Il tutto sembrerebbe descrivere, metaforicamente parlando, quel che accade nel nostro cervello quando chi ci governa cerca di infiltrare nelle nostre teste le proprie bugie ed inganni. E’ come se fossimo forzati ad assorbire tutto quel “veleno”, come se qualcuno trasferisse di forza quei dati nei nostri cervelli. A quel punto, una volta completato il trasferimento e la totale manipolazione della nostra testa, non ci resta altro da fare che soccombere e convivere con il  cervello completamente “lavato” ("Opinioni ostili si insinuano nella tua testa,/ corrompono la tua mente,/ Sottomissione mentale,/ tentano di avvelenarti,/ il tuo cervello è pieno (di veleno, ndr)./ Cancrena Mentale!/ Inganno psichico,/ Intelletto imbrogliato,/ il cranio preme."). Senza via di scampo, ridotti a dei burattini nelle mani del potente di turno, il quale conosce milleuno tranelli nei quali farci cadere senza nemmeno farci accorgere di quel che accade. Il quarto brano, con un titolo dal flavour carcerario, "Bread And Water", mantiene in qualche maniera le promesse di ciò che lascia intendere. Il pezzo in questione, inaugurato da pochi rintocchi batteristici vede il subentrare, a pochi secondi dall' inizio (sei, più o meno) del singer che con la sua sorda voce inizia a declamare il terribile testo. Il brano inizia così a snodarsi verso ritmiche che si concedono solo a tratti ad accelerazioni devastanti, mantenendosi perlopiù su tempi quadrati, oscuri, pesanti, claustrofobici. Le uniche significative accelerazioni sono piazzate dopo alcune parti "di preambolo", striscianti e melmose: dopo i suddetti frangenti ci si apre a modeste accelerazioni (si rimane su tempi medi fondamentalmente, quindi non aspettatevi ipercinesi parossistiche). L' impatto di tale pezzo è simile a quello di un macigno che vi piomba sullo stomaco, soffocandovi. Quando poi il cantante urla "Bread and wateeeeer..." con la sua voce strozzata, un brivido sale sulla schiena (da notare una vaga somiglianza con il ritornello di "Slaughtered" dei Pantera). Degno di nota anche l' inserimento chitarristico a 2 min e 11, un ricamo veloce, ipnotico, circolare che inizia a serpeggiare tra le strutture massiccie del brano. Un contesto musicale dunque che tende a tessere trame in grado di “intrappolare” l’ascoltatore, di ingabbiarlo e costringerlo a subire un ascolto ridondante e massiccio, in grado sicuramente di “fare del male” nel senso figurato del termine, proprio per la pesantezza dinnanzi la quale ci troviamo. Musica, inoltre, che va letteralmente a braccetto con le liriche che la cesellano: il brano in questione, infatti, tratta dell' incarceramento di un uomo dovuto ad un presunto omicidio commesso, e lo fa come al solito attraverso le laconiche parole del singer, che con il suo modo di narrare, fatto di frasi brevi e concise, ci butta letteralmente in faccia un testo diretto e duro in cui risuonano le tristi eco della condanna a morte. Un testo forse criptico ma in generale contro la vita di chi è forse ingiustamente detenuto. L’uomo viene condannato a morte ma la sua sentenza che comunque non viene ancora eseguita (in America possono passare degli anni, fra la condanna e l’esecuzione) e nel frattempo è accusato dagli altri detenuti di essere uno spione (amico ed informatore dei secondini). Per questo verrà punito nel peggiore dei modi (mediante uno stupro) e quindi, pur di non soccombere, decide di farla finita. Ci si ricollega al brano numero due: gli innocenti devono soccombere ad un inferno fisico e psicologico mentre i potenti la faranno sempre franca. ("Commettere un omicidio è il primo traguardo./ L’arma è sparita,/ era premeditato./ Una vittima ridotta in cenere,/ così a bruciapelo,/ psicopatico omicida,/ un caldo bagno di sangue."). "Missing 5/7/89", il quinto brano viene aperto da secchi colpi di batteria e da un riff sordo e monocromatico. Presto si inserisce Reynolds che con la sua solita voce strozzata colma di un'infinita rabbia inizia a declamare tonante parole su di un uomo imprigionato, trattato come un sub-umano, reso una sorta di rifiuto. Il pezzo si protrae come una sorta di marcia, quadrato e soffocante, screziato cronometricamente dal riff di apertura, destinato a sfregiare in maniera continua il tessuto sonoro roboante, quasi “caustico”, che aggiunge abbastanza effettistica a quel che è il contesto generale, proprio per rendere il tutto ancor più “destabilizzante”. L' atmosfera respirata è difatti de umanizzante a dir poco, spersonalizzata, “meccanicamente” deviata. Sparuti frangenti giocati su note ed atmosfere differenti spezzano qua e la l'intensità del brano (all'approssimarsi del minuto, ad esempio, o verso il minuto e trenta, quando viene infilato un interessante, sibilante assolo di chitarra) e qui sorge il dubbio, se la scelta di inserire parti più rilassate sia una scelta azzeccata o meno. Non intaccare la compattezza del brano con escamotages ormai abusati poteva andare ugualmente bene (il brano non ne avrebbe risentito, immagino) ma i nostri decidono di allentare la tensione qui e là. Con un risultato non pessimo ma neanche del tutto vincente. Un pezzo, dunque, che vince ma non convince del tutto, forse si potevano sfruttare meglio alcuni particolari spunti, non del tutto “esplosi” ed esplosivi, comunque. Arriviamo dunque alla parte testuale. La presenza di una data e di una scomparsa (“missing”) possono erroneamente far pensare ad un fatto di cronaca, anche se leggendo le lyrics e ricercando in giro non si trovano particolari storie circa la data e le parole del testo. Esso è molto criptico, difatti, incentrato su una violenza assai splatter – gore, tipica di molti b-movies a tema “prison”, ovvero ambientati in un penitenziario o comunque in stanze atte a detenere persone condannate a subire torture o in molti casi esperimenti. Una sorta di vigilante si diverte ad infierire con ogni tipo di mezzo a sua disposizione contro una vittima ormai preda del dolore e del sadismo del suo aguzzino, il quale prova piacere nell’osservare le lesioni che riesce ad infierire sul detenuto – cavia. Egli si erge quasi a giudice supremo, intento a dispensare dolore proprio perché, forse, il prigioniero in qualche modo se lo merita. Oltre che ad un vigilante, verrebbe da pensare alla triste figura di Mengele, medico delle SS, tristemente noto per degli esperimenti circa il dolore, esperimenti terribili esercitati sulle sue vittime senza ausilio di anestetici (“La morte è la tua continua richiesta.. ma l’assoluzione ti viene negata! Resisti al dolore, soccombi alla tua punizione. Vieni grottescamente mutilato!” [...]“Tumefazioni ed ascessi, la tua incarcerazione, un vigilante maniaco. E’ intento a distruggere la tua carne, la sua passione per la violenza e la sofferenza sono insaziabili”). Il sesto pezzo, "Waste", si apre con un riff-motosega, molto violento, screziato da pochi decisi rintocchi batteristici. Verso il decimo secondo subentra, vacuo come un fuoco fatuo, come i miasmi provenienti da un qualche abisso ove domina l’oscurità più totale, un evocativo riff, molto atmosferico e tetro. La batteria continua lugubre a picchettare sullo sfondo, sferragliante come catene atte a strusciare su di una superficie dura. Quasi allo scoccare del trentesimo secondo fa la sua comparsa il vocalist, e vediamo come i ritmi si assestino su tempi serrati: al momento della declamazione di "Master-Deceit", riemerge sullo sfondo il tetro riff già apparso in precedenza, accompagnato da una batteria più veloce, furiosa. Il pezzo si mantiene in toto su coordinate molto violente, con la batteria e il basso ben accompagnati dal digrignamento sordo di Reynolds, che affrescano uno scenario sonoro  a dir poco bestiale e disumano. Al solito notiamo che i riff messi in campo non sono eccessivi: vi è un utilizzo abbastanza monomaniacale di pochi giri di chitarra dosati, ma anche qui non subentra l'elemento noia data la capacità del brano di riuscire con pochi elementi (alcuni striminziti riff e la voce animalesca del singer) di fare comunque presa. Da menzionare, in un affresco ancora una volta monocromo e torbido il frangente che va dai due minuti e quaranta in poi, in continua crescita in termini di intensità. Frangente che subisce un micro-stop all'approssimarsi del terzo minuto per ripartire poi furioso come una bestia selvaggia. Questa volta i nostri decidono di declamare la disfatta di un uomo, distrutto da droghe e alcool, trasformato in un relitto umano. Del resto, il testo fa riferimento, ed è facile capirlo, alla tossicodipendenza. I Demolition Hammer si pongono in maniera assai polemica dinnanzi a tale problematica, giudicando in malo modo chi arriva a farsi corrompere dalle sostanze stupefacenti, divenendone totalmente schiavo. Per loro, una persona del genere è appunto uno spreco su gambe, una persona ingrata che non ha saputo apprezzare quanto di bello ha avuto in vita, un vero e proprio rifiuto della società, che non contribuendo attivamente alla vita e al sostentamento di questa pretende comunque di essere mantenuto mediante programmi di recupero mal funzionanti e privi di una vera efficacia. Il tossicodipendente è, infatti, totalmente assuefatto dal suo mondo, e non può tornare indietro, in nessun modo o maniera ("Barbiturici ed alcool distruggono le tue vene, come una palla demolitrice. Anfetamine e Narcotici”[...]“Patetico spreco di vita, supplichi come un cane affamato ma rubi come una donnola, succhia sangue, eccesso, animale. Ti meriti di morire”). "Unidentified" prende il via cupa, oscura nel suo tetro incedere. Reynolds fa la sua comparsa al dodicesimo secondo, stavolta per narrarci di un (metaforico?) futuro deumanizzato, tra carni sintetiche e fusioni uomo-macchina. Testo che si addice egregiamente alla tipologia di musica proposta, come già ampiamente accennato deumanizzata, dal flavour sintetico e cibernetico, priva di respiro umano (Facile tirare le somme sentendo il vocalist declamare "Merging man and machine/synthetized/impact breaks your neck/like a twig/integrate..").Le urla strozzate di Reynolds accompagnano passo passo una texture sonora massiccia, pesantissima vergata da una chitarra fautrice di riff sordi e monolitici, a cui si accoda una batteria precisa, compatta, mai sopra le righe. L' effetto generato è quello di una  potente marcia trionfale fiera nel suo incedere, che prosegue lenta ed inesorabile come il fato. E sprezzante avanza imperterrita, forte della sua struttura quadrata e compatta, regalandoci verso il minuto e trenta un breve arazzo strumentale "meccanico" e triturante, deflagrando subito dopo in concomitanza del ritorno del vocalist che con la sua ugola frastornante inizia a declamare "Obsessed with power/and destroyed by speed/abuse of power/melting man and machine...". Strutturalmente il brano non presenta grande varietà a livello ritmico accontentandosi di adagiarsi su una struttura straniante abbastanza ripetitiva ma godibile. La pochezza a livello di riff è comunque compensata da una rara capacità di creare in maniera credibile un clima di strangolamento graduale, una metaforica discesa in illusori abissi in cui l'essere umano finisce per perdere per gradi ciò che resta della sua umanità. Il testo, come già accennato, imbastito di rimandi cibernetici, futuribili e deumanizzanti, risulta tra i più affascinanti e al contempo, tra i più criptici dell'intero disco. Sembra si parli di uno strano ibrido mezzo uomo e mezzo macchina creato mediante uno strano esperimento, almeno questo è ciò che traspare dalle lyrics. Si parla di esplosioni ed intossicazioni, forse, metaforicamente parlando, l’uomo è stato tramutato in “macchina” per salvargli la vita dopo un terribile incidente, anche se il risultato della trasformazione lascia intendere che la morte sarebbe stato forse un esito più benevolo e dignitoso ("Schegge di vetro riempiono l’aria, ossa fracassate, odore di benzina, fumo e sangue”[...]“Si fondono uomo e macchina, sintetizzati”[...]“Un tempo eri umano, ora si piacevolmente distorto. Un grottesco, stranissimo ritratto”). "Blowtorch" parte in quarta con l'immediato subentrare del vocalist che con furia iconoclasta trivella le orecchie del pavido ascoltatore con parole di fuoco "A Vulture/titanic/rubber bullet panic/forced revolution/put a bullet in me...". I ritmi sono striscianti, meccanici, come quelli di un qualcosa in agguato, pronto a saltar fuori da un momento all'altro. La struttura del pezzo, innegabilmente deflagrante, si sviluppa in una marcia ossessiva, putrescente quanto sintetica. La chitarra ci stordisce con i suoi riff spiazzanti, accompagnata come al solito dall'egregio pattern batteristico di Alex Marquez. Il brano si mantiene in toto su coordinate sorde, torbide e monocromatiche, gestite come sempre attraverso pochi riff ripetuti sino allo sfinimento. Non si evincono significativi cambi a livello strutturale (il che può essere un bene come un male) tranne poche sparute parti in cui alcune interessanti variazioni determinano sparute zolle dissimili, atte a creare un pizzico più di varietà. Ad esempio verso il minuto e quaranta, quando le nostre orecchie si scontrano con una parte ancora meccanica e ripetitiva, ma differente da quanto sentito sino a questo momento. Molto violenta, nel complessivo. A spezzare il retrogusto deumanizzato della texture sonora ci pensa un egregio solo guitar verso i due minuti e venticinque, quasi fosse un raggio di luce che squarcia la coltre della notte, un soffio di aria vitale che ci libera da un’atmosfera pesante ed ossessiva, una sana boccata d’aria fresca dopo tanto incedere di gusto prettamente “nero” e strozzato. Un momento comunque non destinato a durare troppo, faagocitato dalle bestiali fauci del vocalist, riemerso per condurre con rabbia implacabile il pezzo verso la sua inesorabile fine. Anche qui ci troviamo dinnanzi ad un testo assai criptico, ma tuttavia più chiaro del precedente. La presenza di molti aspetti possono in qualche modo far pensare ad una sanguinosa rivolta civile, sedata con la forza dai militari e dai poliziotti. Indizi come i “proiettili di gomma” (munizioni dei cosiddetti Baton Gun, fucili antisommossa utilizzati dalla polizia per non uccidere i manifestanti ma comunque per disperderli), il continuo ripetere la parola “rivoluzione” ed ingenerale il clima di violenza che si instaura durante una sanguinosa rivolta ci fanno pensare che le lyrics siano proprio incentrate su un argomento di questo tipo. ("Panico per via dei proiettili di gomma, questa rivoluzione forzata mi ha fatto beccare una pallottola”[...]“Realtà fatta di cieca oppressione, sagome in gesso di corpi, là fuori. La Sentenza per il vostro crimine”). Emerge come un gioiello, in questo contesto, la cover di "Mongoloid" dei grandissimi Devo, gruppo annoverato tra gli ispiratori del movimento new wave. La band di Akron (Ohio) divenuta famosa per le proprie performance,non a caso è omaggiata in questo contesto. Nella filosofia dei Devo (abbreviazione di De-evolution), l'umanità è destinata ad una involuzione: gli umani del nuovo mondo hanno un cromosoma in meno. La  loro musica è la musica del mondo in rovina. Un ottimo spunto per i Demolition Hammer, che prendono uno dei loro brani più rappresentativi (tratto da “Q. Are We Not Man. A. We Are Devo!”) per trasformarlo in una parossistica marcia putrescente che si addice perfettamente al contesto disumano di rovina e disgregazione decantato ed udibile tra i solchi del disco. La voce di Reynolds non è sarcastica, sardonica come quella di Mark Mothersbaugh: è molto più aggressiva de infuriata, un vero e proprio inferno che disperde l’ironia sulla quale il brano originale è incentrato. Una voce che assurge a perfetta incarnazione della decadenza, della distruzione del respiro vitale. Tonante come un lampo e accompagnata da strumenti che sembrano in realtà macchinari, macchinari intenti a dotare il brano di quel che alla fine è l'essenza del Thrash di quegli anni: ritmiche serrate, riff pesanti a tratti dilatati a tratti veloci, senza perdere però quel tocco tipico della "old school" americana che comunque ha caratterizzato la band dai suoi albori. Una cover dunque molto personale, infarcita di pura violenza della vecchia scuola, quella dei Demolition Hammer, che non concedono sconti nemmeno questa volta, decidendo di salire in cattedra e di parlare con la propria voce, senza filtri o ambasciatori. Il brano, di per se molto sarcastico, è sostanzialmente una canzone circa una persona con la sindrome di Down, la quale viene appunto apostrofata con il termine dispregiativo “mongoloide”. Tuttavia, la canzone non è affatto una specie di invettiva contro chi soffre di tale sindrome,tutt’altro. Si pone l’enfasi sulla negatività del termine proprio per far risaltare, al contempo, la  normalità di certe persone, che vivono allegre e spensierate come tutte, con i loro amici, il loro lavoro e la loro vita. Nulla gli è precluso, nonostante la società tenda a giudicarli e ad emarginarli, coniando appunto termini come il titolo della canzone. Disprezzo dettato unicamente dal pregiudizio e dall’ignoranza. ("Si, era un mongoloide, ma più felice di te e di me. Si, era un mongoloide, ma non ne era consapevole. Indossava un cappello, aveva un lavoro, faceva la spesa. Era un mongoloide ma ai suoi amici non importava. Era un mongoloide, ma lui non sapeva di esserlo”). Chiude in bellezza la title track, "Time Bomb", con i suoi giri di chitarra stirati nel primo minuto e quaranta (quindi sino a circa la metà del brano, considerando che il pezzo dura solo tre minuti e sedici), atmosferici, apocalittici, pregni di un sentore da "devastazione finale". Notiamo come ancora una volta il brano segua schemi già rodati (pochi riff meccanici e compressi a creare un'atmosfera plumbea e quasi futuribile), ma complice la lunga intro strumentale iniziale, il suddetto acquista maggiore spessore, elevandosi a uno dei brani simbolo del disco. E non è solo perchè c'è un'introduzione, peraltro lunga, che potrebbe fare la gioia di tanti metallari radical chic per i quali "se il brano picchia e basta non va bene", ma perché questa, davvero bella e piena di atmosfera, riesce ad intavolare nella giusta maniera la necessaria tensione prima dell'inesorabile esplosione varcata la soglia del minuto e quaranta. Oltrepassato questo momento, difatti,  i ritmi accelerano, diventano indiavolati, l'atmosfera diviene rossa, incandescente. Sykes rigurgita riff motosega a profusione e Marquez frusta la batteria come un dannato, pestandola così tanto che sembra volerle fare davvero del male. Reynolds espelle cieco odio da tutti i pori declamando un testo le cui fattezze sono simili a quelle di un pugno sferrato in pieno volto, il contesto torna nuovamente esagerato per fare in modo che il commiato sia d’eccezione ed indimenticabile. Di “Time Bomb” dobbiamo ricordare la violenza, l’oscurità, la Potenza, tutti gli elementi che hanno caratterizzato il disco devono riversarsi nel brano – cardine dell’intera tracklist, come coerenza impone. "Whitstand the punishment of all/Pressure tasted but never broke...". Come possiamo evincere da queste parole, il testo è un invettiva cieca, le sue trame si nutrono di odio lancinante. Si parla di aggressione, demolizione. Viene citata la bomba a tempo che da il titolo all' intera opera. Una bomba destinata ad esplodere in ritardo, come una società che esplode collassando sotto il peso del cieco potere il cui unico obiettivo è deumanizzare l'uomo riducendolo ad uno schiavo, un codice a barre, un numero. Analizzando con una certa accuratezza la parte lirica sembra quasi si tratti, inoltre, di un testo circa le ripercussioni che le esperienze di guerra possono avere sui militari (vengono usati diversi termini specifici come War – Guerra o Battle - Battaglia. Sono definiti “bombe ad orologeria” proprio perché, a contatto con tanto orrore, la loro psiche ne risulta terribilmente compromessa tanto da portarli pian piano verso un punto di rottura. Esploderanno proprio come delle bombe a tempo, totalmente in balia di esperienze traumatiche e terribili. In generale, come già detto, si può parlare anche di persone normali, arrivate al limite della sopportazione dopo tanti episodi negativi ("Testato, sotto pressione, ma non ti sei mai rotto. Vittima –una casualità della Guerra, sfregiato dalle battaglie, la bomba ad orologeria è detonata!”[...]“Aggressione, Compulsione, Autodistruzione… bomba ad orologeria!”).



Dunque, tirando le somme ci troviamo di fronte ad un parto riuscito, che, salvo certe ingenuità qui e là (i rallentamenti non sempre sono sapienti, il primo brano non è il massimo del coinvolgimento) contiene tutto quel che deve possedere in nuce un buon disco di thrash al passo con i tempi. Definirlo "essenziale" è quantomeno un azzardo: i dischi indimenticabili dei Demolition Hammer sono sicuramente altri e la loro fama si basa molto più saldamente sui loro esordi, su quei lavori che li hanno consarcati a vera e propria band di culto presso ogni appassionato di Thrash che si rispetti. Basti dire, circa il lavoro appena recensito, che comunque in tale panorama descritto nella intro (vari "sconvolgimenti" atti a rendere più moderno e contaminato il Thrash tutto) può avere il suo bel posticino d'onore. "Time Bomb" è un disco mordace, fatto di ritmiche meccanicamente brutalizzate e prive di respiro umano, composto da brani relativamente brevi (a parte la terza traccia "Power Struggle", della durata di cinque minuti, gli altri pezzi non superano mai i quattro minuti) ma sicuramente efficaci. Un album che olezza di soffocamento, di snaturamento dell'individualità pensante. Un album che sembra una metallica gabbia in cui l'uomo è libero solo di scegliere se essere schiacciato o andare incontro ad un salvifico suicidio. Dunque consigliamo l'acquisto in primis ai thrashers con un certo amore per sonorità più moderniste (vedasi post thrash e groove) e ai thrashers completisti. Alla restante frangia metallara posso dire di provare, quanto meno, ad ascoltare questo disco: non ci troviamo di fronte a uno dei dieci capolavori del thrash di tutti i tempi ma potrebbe ugualmente rivelarsi una gradita sorpresa, soprattutto per gli amanti di certe sonorità "tetre" che tanto hanno fatto la fortuna di molti gruppi, sia in campo estremo sia anche in campi più "leggeri". Un disco, quindi, che sdogana i limiti del genere e si pone come un qualcosa di facilmente assimilabile da una frangia di pubblico ben più ampia di quella più "purista" ed "oltranzista", se così vogliamo definire chi, visceralmente, è legato ad un determinato e ferreo modus operandi.


1) ...
2) Under the Table
3) Power Struggle
4) Mindrot 
5) Bread and Water
6) Missing: 5/7/89
7) Waste
8) Unidentified
9) Blowtorch
10) Mongoloid (Devo cover)
11) Time Bomb

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