DELIRIUM X TREMENS

Belo Dunum, Echoes from the past

2011 - Punishment 18 Records

A CURA DI
RAFFAELLA BONO
08/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Belluno, città dalle origini antichissime, fondata in età pre-romana, intorno al 220 a.C. e diventata successivamente un territorio sottomesso al controllo dell'Impero. “Belum”, come veniva chiamata dai Romani, ha vissuto una storia particolare, essendo essa situata in un territorio di confine assoggettato a diverse forze politiche e imperiali nel corso del'ultimo Millennio. Dalle popolazioni celtiche che vi si insediarono prima dei romani, fino alla conquista pacifica di quest'ultimi, fino al plurisecolare dominio della Repubblica  di Venezia (1404-1797) e dei francesi.  La "Città Splendente" (traduzione dell'antico celtico Belo Dunum)è stata un crocevia di varie tradizioni e culture europee fino a diventare un luogo con una sua identità ben distinta. Centro nevralgico dello scontro fra italiani e austriaci negli anni della Prima Guerra Mondiale, Belluno è stato teatro di eventi quali la morte di Arturo Dell'Oro, pilota morto eroicamente in combattimento durante la Guerra (a lui è intitolato l'aeroporto cittadino) e l'anno della fame iniziato il 24 ottobre 1917. Questa piccola città di frontiera ha dato i natali ad una delle più belle realtà del panorama Metal italiano, i Delirium X Tremens. Attivi sin dal 1998,si affacciano sul mercato discografico nel 2003 con la pubblicazione di "Cyberhuman", mini-cd registrato ai Majestic Studios di Scorzè (Venezia). Il primo full- lenght ufficiale arriva però nel 2007 e si intitola "CreHated From No_Thing", lavoro con il quale il gruppo inizia il suo sodalizio con la Punishment 18 Records. Quest’ultimo è comunque lontanissimo anni luce da ciò che i nostri invece hanno fatto uscire nel 2011, ossia "Belo Dunum (Echoes From The Past)". I Delirium di “CreHated..” propongono un Death Metal classico senza inserzioni Folk e reminiscenze epiche come invece possiamo notare nell'ultima uscita. E le tematiche (che in “Belo…” diventato il vero fiore all'occhiello) non presentato originalità ma anzi seguono i classici schemi del genere, la fantascienza e la follia umana. Vicende a cui siamo ormai abituati da anni. Andiamo comunque a scoprire ed analizzare l'evoluzione tematica e stilistica dei veneti con la consueta recensione track by track della loro ultima uscita:



"Belo Dunum (Echoes From The Past) è uscito nel 2011 per conto della Punishment 18 Records e presenta peculiarità abbastanza singolari per la scena Death Metal odierna. I nostri si approcciano alla musica in una maniera tutta personale, in poche parole hanno saputo trasmettere la cultura di montagna sottoforma di echi sonori, attraverso l'introduzione di elementi quali cori alpini (il brano "Artiglieria Alpina"),strumenti quali fisarmonica e flauto (l'ultima parte del disco riguardante la vicenda del Vajont) ed effetti esterni come il caso della track "33 Days Of Pontificate" in cui troviamo campane e salmodie in un contesto puramente estremo. La vera innovazione però sono le tematiche affrontate dal gruppo. Tematiche che non scadono nel banale, che ci fanno riflettere sulla nostra storia passata ma anche recente e  sulla nostra identità di italiani. Il fatto che vengano trattate vicende come quella di Giovanni Paolo I (Papa Luciani) e il disastro del Vajont, ci fanno capire come, per una volta tanto, il Metal abbia assunto un ruolo strettamente collegato al proprio contesto storico. Il Metal diventa il giudice dei nostri tempi, sempre attento a ciò che succede intorno a noi e quindi per farlo non prende spunto dalle solite "minestre" che leggiamo di solito nei testi scritti di molti gruppi della scena (mitologia nordica,paranormale,film gore etc...), ma anzi ripesca a piene mani da storie reali e crude,  parafrasate a puro scopo artistico ma che servono a confrontarci con quello che abbiamo davanti ogni giorno. Dai testi alla musica quasi rivoluzionati fino alla riproposizione di un Artwork nuovo, il quale rappresenta il gruppo vestito con abiti tradizionali di montagna, quasi a sottolineare la presa di posizione dei nostri, fieri delle loro origini alpine. La track iniziale "I Was" (Io ero) narra ciò che l'eroe alpino, protagonista dell'opera dai nostri presentata, avrà da raccontare. Ci troviamo di fronte ad un brano introduttivo che in termini musicali è strutturato su ritmiche tipicamente Death Metal in cui il gruppo introduce (e questa è la prima vera differenza con il lavoro precedente) strumenti Folk e cori epici, così da sottolineare già da subito, la nuova strada intrapresa dai bellunesi. Il testo scritto è raccontato in prima persona dal protagonista, che narra la sua storia personale, dalla guerra combattuta contro gli austriaci ("Ho combattuto per la patria/Sotto la regia bandiera tricolore") fino ai suoi primi anni di vita ("Quando sono nato non esisteva nulla/ Nessuna delle cose che avete ora"). Lo spirito dell'eroe (morto in trincea) passa poi a narrare le leggende della sua terra e magicamente viene citato il titolo del vecchio disco dei veneti "CreHated..." ("Ho visto il nuovo probabile Messia/Ucciso dai servi dell'ambizione/Ho visto un pazzo vestito da scienziato/Modificare organismi, CreHated From Nothing"). I due dischi sono collegati in qualche maniera: nonostante il gruppo abbia preso un'altra via, è come se non si fosse dimenticato del proprio passato. E questo tema riguardante la memoria lo ritroveremo in tutti testi dell'opera. La memoria è il filo logico che unisce le varie parti del disco, essa apre e chiude il sipario. Chi ha questo disco si sarà accorto che nel booklet sono stati messi sia i testi in inglese sia in italiano, un chiaro segno di cosa abbiamo fra le mani e cioè una vera e propria opera musicale Metal che dà importanza assoluta al songwriting. I testi sono  quindi fondamentali per capire ciò che i nostri vogliono decantare con la loro musica. Il secondo brano, "Teveròn (The Spleeping Giant)" ( Teveròn,Il Gigante Che Dorme), parte in quarta con ritmiche ossessive e  pulsanti. Il cantato Growl di Alberto Da Rech non dà tregua, presentandosi quasi come un lamento o peggio un urlo di paura verso qualcosa di minaccioso. Se andiamo ad analizzare il testo, troveremo molte analogie tra la storia antica e recente di Belluno: in “Teveron” si narra l’antica leggenda locale riguardante l'orrore che incombe sulle terre bellunesi e sulla potenza maligna delle streghe, le quali hanno portato la carestia e la morte ("Le streghe accovacciate accanto al filatoio /Tessono trame contorte/Istruiscono eserciti famelici, per saziare i loro appetiti /Ghermiscono bambini, maledicendoli per sempre"). Teveron, il gigante che dorme (e cioè la montagna), è l'unica salvezza da questo orrore ("Risvegliati Teveron e salva le nostre anime"). Parlando di tempi un po’ più recenti, questa leggenda la possiamo interpretare come la vicenda che Belluno ha vissuto durante gli anni della Prima Guerra Mondiale e più precisamente nel 1917, con la disfatta di Caporetto e l'anno della fame, in cui la città venne saccheggiata dagli austriaci diventando poi un punto strategico per i fatti successivi sia alla vicenda di Caporetto, sia alla celeberrima Battaglia del Piave (23 maggio 1918). Il blast-beat del bravo  Thomas Lorenzi getta le basi per il brano successivo "The Legend Of Cazha Selvarega" (La leggenda di Caza Selvarega). I nostri ribadiscono le loro radici estreme, al di là degli inserti Folk:  il gruppo bellunese rimane ancorato alla proposta musicale di base e  ciò che possiamo qui ascoltare è un Death vecchio stampo che ripesca a piene mani dalla tradizione svedese. Il songwriting è egregio e leggendo il testo del brano, troviamo un'altra vecchia leggenda locale che i nostri hanno rivisitato in chiave personale.  L'estremizzazione sul piano musicale si riflette sul testo che narra questa volta delle anime dannate dei cacciatori ("Latrati maledetti che infestavano la vallata / Di infiniti echi maligni /Un branco di cani neri infernali"/" Guidati dal Demone della Caccia / Con i suoi occhi di un rosso infernale /Perseguitavano le anime dei peccatori") La presenza di due lingue, italiano e inglese, accentua significativamente il testo. Il ritornello viene cantato in lingua madre e tutto il resto viene lasciato all'inglese. Il quarto brano, "Artiglieria Alpina", è il pezzo simbolo del gruppo, il brano che delinea il profilo patriottico dei Delirium X Tremens e che si presenta come un brano innovativo e assolutamente fuori dalla norma. Un coro alpino introduce il pezzo, cosa che io personalmente non ho mai sentito e che mi ha letteralmente stupito: "Al comando dei nostri ufficiali,Combatteremo fucile alla mano, difenderemo il suolo italiano, onore Alpino nella storia vivrà." Ci troviamo di fronte ad un brano Death Metal, ma escludendo il fatto che viene cantato tutto in lingua madre (sulla quale i Delirium hanno saputo gestire al meglio l'uso dell'Italiano, troppe volte usato male), la caratteristica principale è la presenza di cori alpini nella parte ritornello. L'orrore della trincea e il freddo pungente che solo l'artiglieria alpina è in grado di sopportare ("Tra le rocce e i crepacci /Dove solo l'Alpino può resistere nel gelo / Costante e Mortale") si mischiano alla morte e al sangue versato della Grande Guerra ("In lontananza sento un coro /Son le voci dei caduti che ci dan forza"/"Siamo gli Alpini che fan la guerra / Tra le lacrime e il sangue"). La musica è violenta, l'ascoltatore si ritrova immerso in un vortice di follia claustrofobica dove non può né scappare né reagire, incapace di pensare di fronte a così tanto orrore. Incredibile la performace vocale di Da Rech, della sezione ritmica  Matteo De Mori / Thomas Lorenzi (rispettivamente basso e batteria) e dell'unico chitarrista Fabio Della Lucia, capace di impartire refrain minacciosi e assolutamente in sintonia con il cantato. Lo strumentale "The Guardian" (Il Guardiano) fa da collante fra le due parti del disco. Una track introdotta da un arpeggio di chitarra e che continua con refrain roboanti e rocciosi, quasi Groove o quasi Thrash. I Delirium X Tremens vogliono anche rappresentare pezzi recenti di storia italiana come ad esempio la storia di Albino Luciani, ossia Giovanni Paolo I (1912-1978), pontefice bellunese che muore solo dopo trenta giorni dalla sua elezione. Vicenda decantata dal gruppo in "33 Days Of Pontificate (VATICAN INC)" (33 Giorni di Pontificato). Come ho già sottolineato in precedenza, il vero cavallo di battaglia sono le tematiche. La storia di Papa Luciani è lo specchio di una realtà italiana che conosciamo bene, di cui sentiamo parlare ogni santo giorni e che dobbiamo farci i conti, direttamente o indirettamente.  Tematiche alle quali il Metal specialmente dovrebbe interessarsi molto di più e non rimanere ancorato alle solite minestre che leggiamo da anni. Su questo aspetto i bellunesi non a caso sono stati definiti una delle migliori realtà estreme sulla penisola, e io non posso che approvare. Analizzando il testo troviamo attacchi espliciti a Luciani che incarna la Chiesa ("Era stato eletto per mano di uomini bugiardi sulla Terra / Un fantoccio come chi lo aveva preceduto Sul trono della vergogna") e alla Mafia, istituzioni da sempre legate fra di loro e quindi viste come regno di bugie ("Un regno di squali e menzogne sulla croce"). Testo cantato in inglese ma con un passaggio in latino, verso la metà del brano, che viene modificato conformandosi al messaggio che i bellunesi vogliono lanciare: "Nunzio vobis gadium magnum! Habemus Victimam, Cardinalem Albinum Luciani." Ovviamente è molto chiaro il messaggio, e per chi non sapesse di storia italiana contemporanea, la parola "Victimam" (Vittima) si riferisce al fatto che Luciani,  morto per infarto il 23 settembre 1978, sia in realtà stato assassinato da alcuni cardinali per conto di Cosa Nostra, contrari alle innovazioni attuate durante il suo breve pontificato. Insomma, una morte a sfondo politico. Se questo è il testo, la musica ancora si presenta brutale, veloce e schietta e troviamo anche contrasti con alcuni elementi introdotti dal gruppo come l'iniziale rintocco di campane e la salmodia che sfocia poi in un violentissmo Death Metal. La successiva "An Old Dusty Dream" (Un vecchio sogno polveroso) si presenta come una sorta di preludio a ciò  che verrà ampliamente narrato nell'ultima parte del disco. Il sogno premonitore del protagonista che intravede un vecchio in fondo alla valle ("C'è un vecchio che mi guarda in fondo a quella valle/ In quella buia casa impolverata"),questo vecchio sta a simboleggiare l'incubo che sta per compiersi e che travolgerà il protagonista ("Guardando in cima alle Dolomiti/Affila i suoi rossi coltelli/E attende paziente l'ora in cui ci uniremo”). Il fiume rosso citato nel testo,chiaramente rimanda  alle vittime del disatro, incapaci di sfuggire all'onda d'acqua causata dalla frana assassina ("Il fiume rosso mi insegue/In quella strada verticale/Quella strada che fa paura/ Quella strada che non ha la fine"). La track si snoda fra suggestioni quasi epiche (vedi l'introduzione del flauto e di vocalismi folk) e sfuriate estreme. La rappresentazione del disastro del Vajont già qui anticipata occuperà dunque l’ultima parte del disco, tre brani che uniti formano una sorta di lunga suite commemorativa dedicata alle popolazioni e ai comuni spazzati via da uno dei disastri ambientali più drammatici della nostra storia.  Si comincia con "Life Before Nothing" (La vita prima del nulla),il preludio al disastro. Il testo punta il dito contro i colpevoli, coloro (i vertici della S.A.D.E., “Società Adriatica di Elettricità”) che hanno dato vita al progetto della diga assassina ("Costruirete l'opera definitiva, nessuno può fermarvi/Raggiungete il vostro obbiettivo,calpestando chiunque"/"Sarà una strada lastricata di sangue"). Il lamento di Da Rech unito ai cori e ai refrain suggestivi di Della Lucia creano un'atmosfera sonora quasi da incubo, quasi a dire: "I giochi sono fatti, ormai non possiamo più fare niente". La seconda parte intitolata "Scream Of 2000 Screams "(L'Urlo di 2000 urla) viene introdotta da una parte con testo in dialetto bellunese ("Longaron no la ghe n'è pì/ Strazhiàda dai lament de chi che'l ha pers tut"). La morte e la distruzione regnano indiscusse ormai e ci ritroviamo dinnanzi ad una desolazione terrificante ("Cadaveri ovunque, occhi prosciugati"/" Mani disperate che cercano un filo di vita / Tra acqua e fango/ La distruzione annunciata è avvenuta "). La musica diventa ancora più estrema, il blast-Beat di Lorenzi si fa più ossessivo e sopra ad esso si fa strada un timido flauto. Come ho detto all'inizio della recensione, qui la memoria è un elemento fondamentale, impegnata in ogni singola parola e nota del disco. Si chiude quindi con "The Memory", un track strumentale  di pochi secondi costruita su un giro di chitarra e su un flauto che sommessamente suona per ricordare le quasi 2000 vittime del disastro. Il testo, esistente e riportato nel libretto, non viene cantato e dice ciò: "This is the memory of the dead, this is the tribute of the ones who cannot tell to live have been alive, Silence, Memory, The memory of the dead." (“Questa è la memoria dei morti, questo è il tributo di coloro che non possono dire di vivere e sono stati vivi. Silenzio, Memoria, la Memoria dei Morti”).



Lo dico molto schiettamente: una delle più interessanti band che io abbia mai ascoltato. Ne ho consumati tanti di dischi Metal e più nello specifico dischi estremi, ma mai mi era capitato di trovarmi davanti ad un gruppo del genere. Una realtà che ha saputo in maniera egregia rivoluzionare il concetto stesso di Death Metal. La qualità è altissima e  non soltanto sul piano musicale (anche se si dimostrano dei veri e propri professionisti a livello compositivo e tecnico) ma sopratutto se si parla delle tematiche affrontate. Il Metal incontra la Storia e quest'ultima si lega alla cultura locale e tradizionale. Non si parla di zombie, di morte, di vichinghi, né tantomeno di alieni: i bellunesi hanno riportato la tradizione della loro terra in musica e non è una cosa da poco. Concludo con questa frase che ho estrapolato dal booklet, un aforisma di Mauro Corona (scultore e alpinista): "Vivere è come scolpire e fare musica: occorre togliere, tirar via il superfluo per vedere dentro. La montagna insegna anche questo. Far capire al buon orecchio, che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di trovarla con gli interessi.


1) I Was
2) Teveròn (The Sleeping Giant)
3) The Legend Of Cazhà Selvàrega
4) Artiglieria Alpina
5) The Guardian
6) 33 Days Of Pontificate
(Vatican Inc.)
7) An Old Dusty Dream
(Vajont 9 Ottobre '63)
8) Life Before Nothing
9) Scream Of 2000 Screams
10) The Memory