DEICIDE

When Satan Lives

1998 - Roadrunner Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
05/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nel 1998 i Deicide decidono che è arrivata l'ora di tirare fuori il primo live album, "When Satan Lives", pubblicato dalla Roadrunner Records. Un disco che arriva, infatti, all'indomani di "Serpents of the Light", quarto album in studio: scelta strategica e nient'affatto casuale, in quanto sia l'etichetta sia il gruppo accettò di buon grado l'idea di fornire al pubblico una testimonianza su disco di quanto i Deicide erano effettivamente in grado di fare, sul palco. La prima cosa che salta all'occhio è che la tracklist, questa volta, non è impostata sulla tipica durata di trenta minuti, come negli album in studio. Abbiamo la bellezza di cinquanta minuti blasfemi, come giustamente ci si aspetterebbe da un live. Registrato nella "The House of Blues"di Chicago nell'Ottobre del 1998, constatiamo quanto i nostri fossero lontani dalla calda Florida, anche se la loro terra d'origine è stata comunque chiamata in causa, visto ce il prodotto finito è stato missato ai "Morrisound Recording" di Tampa. Per quanto riguarda la formazione, essa rimane invariata: Glen Benton alla voce e basso, Steve Asheim alla batteria, alle chitarre i fratelli Brian ed Eric Hoffman (i nomi citati in ordine alfabetico, sia mai qualcuno se la prenda, visto che i due ci tengono a precisare sempre che entrambe sono chitarre guida; non vorremmo metterci in mezzo ad una sana rivalità fraterna!). Fatte le dovute premesse, c'è da ricordare l'ovvio: il carattere dei Deicide, specialmente di Glen Benton, non è proprio conciliante; anzi, diremmo proprio il contrario, il gruppo è incazzoso sia nella musica sia nella vita di tutti i giorni. La misantropia non aiuta di certo ad instaurare un intenso dialogo col pubblico, si sa, ed in tal proposito ci sono stati degli episodi che la dicono lunga, circa il discorso che stiamo facendo. Durante il tour intrapreso per "Once Upon the Cross", ad esempio, dopo circa un quarto d'ora di concerto, un tale del pubblico sputò addosso a Benton e quindi i Deicide decisero di abbandonare il palco. A parte gli episodi eclatanti come questo, la normalità è che il concerto duri sicuramente meno di cinquanta minuti, per via di diversi motivi: Benton, anche per via del fatto che suona il basso mentre canta, è un frontman carente sul palco da diversi punti di vista; si limita a stare impalato e sbavare sul microfono, senza tanti complimenti, col risultato che il pubblico difficilmente riesca a sentirsi coinvolto. Aggiungiamoci anche il fatto che tutte le sovra incisioni vocali, che sono decisive negli album in studio, non possono aversi live.. ed il risultato è quello che è. In questa recensione ci soffermeremo sulla resa dei brani, considerando che li abbiamo già esaminati in modo approfondito nelle recensioni degli album; c'è da dire che la tracklist contiene brani presi quasi esclusivamente dagli ultimi due, "Deicide" e "Legion" sono decisamente sacrificati (con grande disappunto dei soliti del "a me piacciono solo i primi due album", cosa che si verifica puntualmente con ogni gruppo), ma è anche comprensibile che il gruppo voglia presentarsi nella propria veste più attuale. La veste grafica segue la migliore tradizione, mostrandoci il gruppo sul palco, tutto molto scuro, colori rossi e caldi, tutti i volti bassi che ricordano quanto il dialogo col pubblico sia carente coi Deicide - anche se pure questo aspetto, se preso bene, potrebbe essere un elemento vincente per costruire l'immagine del gruppo (di certo è meglio di chi si spaccia per misantropo e poi sul palco fa il "piacione", ci vuole anche coerenza) - ma rende anche l'idea dell'oscurità dell'immagine proposta. E' abbastanza interessante notare che l'immagine più spesso associata a questo live non è affatto la copertina (ad ulteriore dimostrazione di quanto sia poco incisiva la presenza del gruppo sul palco) ma un bel dipinto che è contenuto nel retro del libretto interno, che quindi si può vedere solo dopo aver aperto il cofanetto. Non sorprende che sia rimasta impressa: è una bella grafica tratta da un dipinto ad olio ad opera dello stesso artista che ha dipinto la copertina di "Serpents of the Light" (si tratta di Nizin R. Lopez). Il dipinto raffigura il corpo straziato di Gesù, in braccio a Maria, la composizione e la scelta degli abiti bianchi sono tutti chiari richiami alla celebre opera di Michelangelo, "La Pietà"; in questo dipinto vi è però una caricatura grottesca e violenta di quel che in fondo "La Pietà" è: le ferite di Gesù sprizzano sangue, il volto di Maria è contratto in una smorfia rabbiosa, la mano sinistra (che nell'opera originale è aperta e rivolta verso l'alto, in un gesto si supplica e disperazione allo stesso tempo) è munita di lunghi e minacciosi artigli; all'altezza del seno sinistro un volto demoniaco appare dalla veste della Madonna, nel sottofondo altri schizzi di sangue e, più in alto, le zanne della Bestia pronte a lambire la composizione. Non sorprende che questa grafica sia rimasta impressa: sia per il richiamo alla celebre opera di Michelangelo (della quale se ne giova anche in via indiretta per tutto lo studio dell'immagine che sta dietro), sia per l'ovvia blasfemia che trasuda da questa caricatura cattiva.

When Satan Rules His World

Iniziamo l'ascolto dell'album con "When Satan Rules His World (Quando Satana domina il proprio mondo)", all'inizio il gruppo viene presentato da un Benton invasato, parte il riffone con tutta la cattiveria possibile, uno scream iniziale e quindi il pezzo continua con un groove trascinante. Il growl è profondo, il basso puntuale, ogni tanto la voce sfocia in uno scream, la timbrica ed alcune scelte del sound si avvicinano a quello dei Cannibal Corpse, tranne che per le brevissime parentesi che strizzano l'occhio al Black, oppure per i fugaci passaggi in scream dal sapore vagamente Grindcore. Alto il rumore del rullante, mentre la cassa non è molto incisiva, l'apporto dei chitarristi è fondamentale, sono in perfetta sincronia, quando uno si slaccia per l'assolo l'altro copre perfettamente. Fischi e parti graffiate alla chitarra, tempeste di colpi alla batteria, il basso passa leggermente sotto tono per permettere a Benton di concentrarsi alla voce. Il pezzo ha reso davvero bene, il pubblico è entusiasta ed il gruppo è carico di violenza. Niente da dire sulla qualità di registrazione che è ottima, traspare la preparazione del gruppo e ne esce fuori un sound degno di uno studio album. Con un testo che inneggia al dominio di Satana ed al massacro dei cristiani questo brano è l'idea per rompere il ghiaccio; pestilenze, uccisioni di massa e Satana sfida Dio stesso che è costretto a soccombere. Non dimentichiamo che durante quel tour (probabilmente anche in questa data) Benton si presentava sul palco con armatura borchiata ed un look decisamente Black, è innegabile una certa influenza di quel tipo.

Blame It on God

Arriva "Blame It on God (Dai la colpa a Dio)", tratto dall'ultimo (all'epoca) album, che viene presentato in uno scream tirato, acclamato dal pubblico, colpi al charleston e poi inizia un devastante blast di rullante, che poi si sposta sulla cassa, accompagnato dai riff veloci delle chitarre all'unisono, il basso pesta ma non ha un alto volume. La voce è un growl basso che ben si mescola con le sonorità cupe del basso e della cassa. Gli accenti evidenziati dal rullante vengono ripresi dalla voce, che talvolta si esprime in scream; assolo melodico di chitarra che si installa nel blast che non ha mai smesso di devastare. Si riprende con un'altra strofa compatta, il gruppo è una macchina che macina riff ed i cambi di tempo scorrono fluidi e senza la minima sbavatura. La voce si concede delle variazioni in scream nei finali per aumentare il macello, di tanto in tanto in tanto si sente l'urlo della folla, del tutto coperto da un rullante indemoniato. Sul finale il boato può esplodere, mentre delle dita scorrono su un manico, c'è un po' di pausa tra un pezzo e l'altro nonostante sia appena l'inizio del concerto: non c'è dubbio sul fatto che questi pezzi richiedono una certa prestanza fisica e tecnica, che comporta sforzo, magari c'è necessità di andare in economia (visto che la scaletta si prospetta lunga) ma c'è da dire che non si risparmiano affatto. Sarà perché è recente, sarà perché il gruppo è ben preparato, ma il pezzo ha avuto una resa esemplare: una macchina bellica che viene piazzata sul palco al solo scopo di emanare distruzione. In questo testo si precisa come la colpa di tutti i mali che affliggono il mondo è da dare unicamente a Dio, che punisce noi perché altri gli hanno ucciso il Figlio (che Lui ha appositamente mandato affinché fosse ucciso); una serie inspiegabile di contraddizioni che si ripercuotono su di noi. Dio non interviene coi suoi angeli quando c'è da salvarci, quando c'è da evitare catastrofi, a quanto pare interviene solo per fare miracoli insulsi.

Bastard of Christ

L'escalation blasfema non si arresta con l'ingresso di "Bastard of Christ (Bastardo di Cristo)", un brano che Benton presenta spesso (anche in questo caso) al plurale, pronunciando quindi "Bastards of Christ" in accordo col ritornello del pezzo che si riferisce appunto ai fedeli di Cristo. Il testo riguarda proprio i fedeli, che vengono definiti come dei bastardi contorti che non fanno altro che predicare la fine, che strumentalizzare le scritture per il proprio tornaconto, per ingannare gli ingenui in modo da soddisfare la propria ingordigia ed avidità. Si conclude dicendo un eloquente "no grazie" a tutti questi inviti a credere, preferendo la libertà di decidere ciò che è meglio per sé senza essere vincolati a scritture obsolete ed oscure. Presentato con una voce più scura, stoppate, serie di plettrate serrate, poi un blast animalesco, altra stoppata e botta e risposta tra chitarre e batteria, esplosioni di violenza, la voce irrompe minacciosa con un growl profondo e ritmato. Variazione melodica alle chitarre, altro assalto malefico. Tutto quello che si sente è blasfemo, il ritmo si accende, si infuoca, tutto il cantato è in growl con una dinamica crescente nelle parti più veloci con gli accenti che raddoppiano di colpo. Uno scream preannuncia un assolo, fatto di plettrate veloci e melodie graffianti che si spengono velocemente; si torna alla breve strofa, ritornello blasfemo ed un nuovo blast inarrestabile, delle chitarre con un'andatura Thrash veloce (del resto si tratta di un pezzo dei primi caotici album). L'esecuzione è precisa e meticolosa, il tupa tupa al rullante ci fa ascoltare i Deicide degli esordi, il pubblico apprezza e si produce in una lunga serie di applausi e fischi di incoraggiamento; le sonorità caotiche rievocati dai primi due album (che in questo live sono un po' sacrificati) non mancano mai di coinvolgere il pubblico dedito al massacro più ignorante.

Children of the Underworld

Ignoranza a bustate anche in "Children of the Underworld (Figli dell'oltretomba)", altro brano tratto da "Once upon the Cross", nel quale però il nome è riportato come "They Are the Children of the Underworld". Il pezzo viene presentato come il precedente, parte bello carico, stoppata improvvisa e poi si continua con un Thrash caotico spinto ad alta velocità, distorsione e plettrate assassine, chitarre all'unisono anche nelle variazioni, il sound si fa più cupo col growl di Benton; velocità smorzata solo da variazioni ritmiche, gli accenti si spostano per rendere il riffing variegato. La velocità resta media per permettere di lanciare un assalto subito dopo, con un blast di cassa e rullante, plettrate a cascata e poi un growl che si prolunga mente il tupa tupa della batteria si sporca col suono metallico dei piatti. Il gruppo rallenta, poi riprende con più decisione, ancora la voce che aggredisce in modo insistente, altre variazioni melodiche arricchite di colpi al ride, altro ritornello che si trasforma in una sfuriata piena di colpi, poi sfocia tutto in un assolo veloce ed ignorante alla Kerry King, bello graffiato e fischiante. Serie di stoppate ed il pezzo si conclude con soddisfazione del pubblico; non brillante, non tanto per l'esecuzione ma per il pezzo in sé che non è gran ché paragonato ai precedenti, ma probabilmente ha permesso al gruppo di tirare un po' il fiato, visto che i tempi sono facilmente gestibili e le sfuriate non si prolungano per molto. Si cala di blasfemia col testo, che si concentra sulle divinità mitologiche dell'oltretomba, citazioni di divinità mesopotamiche, si parla di piaghe e sofferenze ed i sette demoni vengono scagliati sulla terra per portarvi la distruzione per punire gli uomini, colpevoli di disturbare col loro baccano. Un pezzo che esula dal concept satanico che ha l'intero live.

Serpents of the Light

Non poteva mancare "Serpents of the Light (Serpenti della luce)", tratto dall'omonimo album pubblicato appena un anno prima, il riff iniziale è immediatamente riconoscibile, stoppate e poi un blast di rullante che non lascia scampo. Alcune sbavature ai velocissimi riff di chitarra ed entra in gioco il growl demoniaco di Benton, che tradisce un po' di fatica a mantenere le note più profonde ma si riprende bene nella parte più veloce e caratteristica che è nella strofa. Le chitarre fanno un ottimo lavoro, si mescolano talmente bene che è difficile distinguerle, poi la variazione melodica con dei temi orientaleggianti, vibrati, con sprazzi di velocità quasi neoclassica, di nuovo la strofa violenta con una profusione di botte sulle pelli. La batteria si spende sui tom facendo il macello, rallentamento e la parte diventa più trascinata nella ripetizione della strofa, il macello inizia a diventare scostumatamente pesante, monolitico, qualcosa di irruento. Il suono si impone per pesantezza, le parti non vengono proposte a velocità eccessiva per evitare di fare danni, il pezzo si conclude poco dopo con uno stacco all'unisono e gli applausi del pubblico. Questo è il primo brano in cui si sente qualche indecisione esecutiva ma del resto sono cose che si perdonano: dopo aver fatto un pezzo meno impegnativo il gruppo si cimenta in un brano che dà del filo da torcere, il gruppo si toglie dagli impicci semplicemente marcando di più gli accenti e giocando sul groove, piuttosto che sulla velocità precisa al metronomo, così cadenzando di più anche a discapito della velocità ma con un notevole guadagno nella precisione e coinvolgimento ritmico. Il testo è un inno all'ateismo, al rinunciare ai falsi insegnamenti di una fede ipocrita, a smascherare il serpente che si cela dietro un volto angelico, poi augura la morte a tutti i fedeli. Con lo stesso spirito invita tutti quanti quei fedeli serpenti a tornare nei loro buchi e smetterla di manipolare il mondo con le loro bugie, con la loro avidità e smania di controllo, con la loro debolezza spacciata per virtù, un travestimento che sarà smascherato.

Dead but Dreaming

"Dead but Dreaming (Morto ma sognante)" viene da "Legion" (1992), un album che viene citato solo con questo pezzo (ma ce ne sarebbero stati tanti di bei pezzi da potervi pescare). Presentazione accolta con entusiasmo, plettrate feroci e scale discendenti, stoppate ad effetto ed una bella serie di botte di ritmo accompagnate da stacchi, la voce si alterna tra scream e growl bello potente. Una bestialità inaudita: questo pezzo suona molto meglio in questo live che nell'album stesso, merito del fatto che Benton qua ha optato per una voce più profonda ed un basso più spinto, mentre le chitarre sono più cupe. Le parti in scream vengono risaltate per quanto si distinguono dal growl, è un assalto senza sosta, plettrate cupe e cattive che volentieri sforano nel Brutal, batteria che non smette di pestare, alterna botte di rullante e stacchi, poi una chitarra solitaria mentre l'altra stoppa per dare il via ad un nuovo assalto con un blast frenetico. Furia gutturale in un crescendo di cavernosa cattiveria, variazioni alla chitarre che portano un ritmo brutale ed inarrestabile, altre stoppate, accelerazione finale e quindi parte un assolo veloce accompagnato da una batteria statica sul tempo ma con molte variazioni sul rullante, mentre ancora la chitarra ruggisce c'è una stoppata improvvisa che chiude il pezzo. Quello che c'è da notare in questo pezzo è che col sound costruito anni dopo quel pezzo ha una veste del tutto rinnovata e fa la sua porca figura: i suoni più cupi, la voce più gutturale nel growl, sono tutti aspetti che trasformano il pezzo dandogli una nuova identità ancora più bella. C'è da dire che la stessa cosa non succede coi pezzi di "Serpents of the Light", che puntano su una produzione più grezza (complice anche la fretta) e sonorità più medio-alte, ma stiamo anticipando le conclusioni? Un pezzo che non soffre della mancanza delle voci sovrapposte, ha un suo perché nell'attenzione per il ritmo. Un altro pezzo con riferimenti mitologici, che a volte sconfinano nell'esoterico, un viaggio alla ricerca dell'arte con un sottofondo mistico e riferimenti alle sette Chiese d'Oriente citate nell'Apocalisse di Giovanni. Un testo più ragionato insomma, che si allinea a quanto già detto riguardo a Children of the Underworld. Una fase superata dai Deicide di questo live che hanno deciso di tornare ai temi più blasfemi e cattivi (ai quali per altro non hanno mai rinunciato).

Slave to the Cross

Si ritorna al blasfemo con "Slave to the Cross (Schiavo della croce)", il pubblico è ancora bello carico, viene presentato il pezzo che entra in gioco lentamente con un solo in sweep, che si interrompe e poi si ripete, la parte iniziale spacca ed è molto ritmata, il rullante regge l'impalcatura con colpi fermi e precisi, la voce accusa un po' di stanchezza e molla senza prolungare molto. Tutto è preciso, parte un assalto veloce e tutto raddoppia, poi di nuovo si rallenta con plettrate alternate, la batteria gioca molto sui piatti, il basso segue la linea delle chitarre senza essere molto ritmico, lo stile è quasi Black e poi diventa quasi Grindcore quando growl ed uno scream secco si alternano velocemente. Assolo melodico e veloce, virtuoso, che si spegne presto per lasciare spazio al solo dell'altra chitarra che si mantiene su coordinate simili. Altro ritornello e quindi la variazione veloce della strofa, il pezzo procede come un carro armato, il gruppo è compatto ed il risultato si può solo apprezzare; di nuovo la parte che alterna velocemente e quindi il finale che lascia il pubblico più che soddisfatto, in un lungo applauso. Nel testo si descrive quanto sia assurdo spargere sangue per difendere la bugia del proprio Dio, nella convinzione di ottenere la purificazione uccidendo i miscredenti, sono schiavi della croce che commettono genocidi, omicidi di massa inseguendo ideali vuoti e contraddittori, il regno della croce ha ucciso più persone del cancro, si chiede quando si fermerà questa infezione mortale. Con questo pezzo il gruppo solleva nuovamente la testa, dopo qualche esecuzione sbavata riprende la concentrazione e non sbaglia una virgola; sarà che si tratta di un pezzo del nuovo album oppure perché i tempi non sono poi velocissimi.

Lunatic of God's Creation

Adesso un pezzo che ha fatto la storia dei Deicide, "Lunatic of God's Creation (Pazzo creato da Dio)" tratto dall'album d'esordio del quale è l'opener. Viene precisato nella presentazione che si torna indietro al primo album, il riff iniziale è una bomba che si abbatte sul pubblico, le influenze Thrash sono evidenti ed i riff velocissimi, col growl profondo il pezzo rende davvero bene, la batteria pesta senza pietà, i riff si fanno a plettrata alternata quando la voce passa allo scream per un attimo. Ancora un rullante prepotente, si continua a fare il macello, tempi forti uno dietro l'altro vengono accentuati coi piatti, continui stacchi di batteria, la melodia passa da una chitarra all'altra cambiando tonalità. Riff solitario di chitarra acclamato dal pubblico esultante, scarica di plettrate maligne, si raddoppia il blast alla cassa e quindi il carro armato riprende la sua lenta marcia. La voce alterna growl e scream, dando segni di stanchezza ma senza risparmiarsi nella violenza e nel grattato brutale. La batteria continua a pestare, il suono di cassa è davvero ben curato e di presenza, ancora un altro ritornello con uno scream sfiatato, altre parti gutturali ed il pezzo si conclude lasciando il pubblico più che soddisfatto. Un altro esempio di come un brano dei primi tempi abbia cambiato veste grazie al nuovo approccio: si leggono le radici Thrash nel riffing di chitarra, ma il lavoro di batteria (un blast continuo, molto più preciso rispetto alla registrazione originale), il growl gutturale ed una sonorità più cupa sono tutti elementi che fanno la differenza e fanno suonare "Brutal" quelle parti. Ricorderete che il pezzo si riferisce a Charles Manson, nel coro inneggia al pazzo della creazione di Dio, a non opporre resistenza ed ascoltare le voci della devastazione. Il senso del testo sta proprio nel fatto che anche i pazzi ed i malvagi sono delle creature di Dio, di qui si potrebbe aprire tutto il dibattito teologico sul fatto che Dio desideri che il male avvenga (un po' quanto teorizzato nell'apologia di Giuda che lo rende uno "strumento di Dio"), discussione che non possiamo approfondire in questa sede.

Oblivious to Evil

"Oblivious to Evil (Ignaro del male)" tratta temi più o meno simili e viene dall'album d'esordio come il precedente brano, in questo caso il male viene invocato, si compiono sacrifici rituali per richiamare le forze del male, la progenie del male, affinché si abbatta sulla Terra e vi porti la distruzione. Chiede di poter raggiungere i demoni all'inferno e così liberarsi da quei fastidiosi angeli condannati a scomparire, perché Dio è morto. Se nel pezzo precedente il male era considerato come il volere di un Dio sadico, adesso quello stesso Dio è morto e quindi conviene decisamente allearsi alle forze infernali e prendere parte alla loro opera di sterminio. Colpi ai piatti, le chitarre si spendono in plettrate serrate in stile decisamente Death, profusione di colpi e voce che si impone sul sound, serie di stoppate e quindi si accende un ritmo coinvolgente che costringe al headbanging più furioso, variazioni con accelerazioni che sanno di Grindcore, il growl si prolunga e si alterna ad uno scream acuto e selvaggio. Il ritmo decolla, le parti diventano velocissimi e la voce fatica a star dietro, il testo viene sbiascicato con violenza, quindi parte una serie di assoli alla Slayer, i tempi si fanno molto tecnici e caotici, le due chitarre si alternano nel rovesciare catene di note in furiose melodie graffianti. Di nuovo con la strofa il tempo si fa massiccio, i piatti accompagnano l'avanzata di questo gigante di pietra, il monolite fa tremare la terra con un blast di cassa costante che accelera a fine riff. Quindi il pubblico esplode in un applauso appena il brano si conclude con una stoppata improvvisa. Una bella prova che dà nuova vista ad un brano che era molto bello anche nella sua concezione originale, ma che così diventa davvero molto più esplosivo. Siamo arrivati più o meno a metà concerto, il gruppo deve essere stato consapevole della necessità di mantenere questa carica e questa concentrazione per un'altra metà, anche perché il pubblico è ingordo e non ne vuole sapere di calmarsi.

Once upon the Cross

Ecco che il gruppo dà in pasto alla folla un altro pezzo di quelli che incitano alla brutalità collettiva: l'irriverente "Once upon the Cross (C'era una volta, sulla Croce..)". Direttamente le stoppate cadenzate, il growl che va a tempo degli accenti e poi si scatena il riff massiccio di chitarre e di un basso furioso, il growl inizia ad essere insistente in un crescendo dinamico che sfocia nella strofa gutturale ed ostinata. Colpi secchi di rullante che poi raddoppiano in modo brutale, un botta e risposta tra batteria e chitarre, il basso fa il suo sporco lavoro senza mai emergere troppo, la voce è ben piazzata e spinge che è una bellezza. Riff a plettrata alternata si alternano a fasi a riff cadenzati ed incisivi, ben ritmati, le parti strumentali sono lunghe e danno modo ai musicisti di sfogare e di mettere in mostra le proprie abilità, specie quelle dl batterista. Altra ripetizione della struttura a partire dal crescendo dinamico, botta e risposta che sfocia nello scream animalesco che dà il via ad un assolo in sweep melodico che viene raddoppiato e sostenuto dall'altra chitarra, finisce in un ruggito finale e raschiato sul manico, ultimi colpi di voce ed il pubblico ringrazia sonoramente. Un pezzo tipicamente Brutal, poche le influenze Thrash mentre quelle Black sono ben mescolate al resto, l'uso dello scream si limita ad una particina, il gruppo è compatto ed il pezzo rende bene anche se la carica del gruppo va diminuendo: l'esecuzione è ineccepibile, però manca la furia notata nei primi brani. Nel testo si racconta delle tentazioni che Gesù riceve da Satana, l'invito a mangiare del frutto proibito, poi la fine ignobile in croce: una sofferenza inutile e stupida. Nell'agonia della sofferenza sacrificale Gesù si rivolge al Padre supplicandolo, chiedendo il perché di tutto ciò, in questo testo l'episodio si legge come un trionfo del Male, come una profezia assurda che si esaurisce con la morte di quello che doveva essere il Messia e liberatore dei popoli.

Believe the Lie

Tempo sui piatti ed inizia "Believe the Lie (Credi alla menzogna)", tratto dall'ultimo album, riff riconoscibile dalle prime note in un caos di tom, stoppate e tutto il gruppo fa una pausa ad effetto, la voce irrompe sin dall'inizio portando un growl cavernoso che prende la carica per sfogarsi nella fase successiva che accelera, il volume della voce diminuisce (o si è allontanato dal microfono nella foga oppure ha avuto un giustificabile calo di fiato). Ancora stop'n'go ad effetto, la brutalità è aumentata a dismisura da queste pause ad effetto che dimostrano l'affiatamento del gruppo e quanto questi pezzi siano stati ben curati in sala prove. Lo stile è decisamente Brutal, il sound quindi esalta i toni medio-bassi e la presenza della cassa che devasta con un blast continuo. Parte strumentale con cavalcata che macina tutto, poi solo non tanto veloce ma elaborato che raddoppia all'improvviso, altro scatto di voce con una brutalità cadenzata, distruzione ai tom che continuano a pestare implacabili, altre pause ad effetto, un massacro bestiale che ha un ultimo sfogo rabbioso prima di arrivare ad un finale fatto di colpi di basso poderosi che si mettono sopra ad una struttura di batteria fenomenale, instancabile. Un pezzo tosto, qualcosa che è rischioso fare dopo metà della scaletta, ma i Deicide dimostrano di essere pronti e ci danno dentro, il risultato si sente dall'acclamazione del pubblico che non manca di sottolineare il particolare gradimento. Un altro testo contro i cristiani, ciechi ipocriti che non troveranno mai quello che la loro folle fantasia gli promette. Da buoni cristiani dovrebbero togliersi la vita, raggiungere il prima possibile il loro Dio falso con una fede che decide il nostro suicidio sottoponendolo al capriccio del fato; un odio incontrollabile quello verso i cristiani e la loro ipocrisia.

Trick or Betrayed

Si torna indietro di un album appena inizia "Trick or Betrayed (Uno scherzo o traditi)", questa volta Benton presenta il pezzo, tra gli applausi di un pubblico ormai assetato di sangue, le chitarre iniziano a fare il loro massacro con plettrate pesanti accompagnate da una cassa potente. Il rullante pesta assieme agli accenti della voce che raddoppiano il ritmo, ancora una volta alternanza di parti lente e veloci che sfocia in una cavalcata accompagnata da un rullante malefico. La voce si trasforma in uno scream malvagio e quindi altra cavalcata strumentale, si rallenta e poi parte un assolo melodico e graffiato, sporcato da un'esecuzione che vuole esaltare la cattiveria. Si torna alla strofa, il rullante pesta forte, un batterista indemoniato che non perde un colpo, stacchi precisi e puliti, puntuali. Di nuovo lo scream ed altra sfuriata bestiale, velocità ad alti livelli ed il pezzo si conclude in fretta, con un sospiro demoniaco di Benton che riprende fiato dopo averci dato dentro come un dannato. Un pezzo breve, che in questa sede viene portato a folle velocità per appagare il pubblico desideroso di brutalità. In questo pezzo si parla ancora della Passione di Cristo, ma si racconta l'episodio iniziale, quello del processo, quando Gesù viene interrogato e gli viene chiesto se si ritiene il Messia. I fedeli giocano sporco, sono una razza di traditori, ci raccontano tutta questa storia della crocifissione e della vita di uno che non è mai esistito per sostenere la loro religione assurda e quindi viene da chiedersi se ci vogliono prendere per il culo oppure abbindolarci. Ad un certo punto invita al satanismo, capace di illuminare veramente ed allontanare dalle bugie cristiane.

Behind the Light Thou Shall Rise

"Behind the Light Thou Shall Rise (Dietro la luce tu sorgerai)" è contenuto nello stesso album, viene presentato con rabbia, il tempo e quindi partenza senza troppi indugi, il basso suona veloce, una chitarra si libera e fa un riff solitario che poi viene ripreso da tutto il gruppo ed arricchito dai tempi forti sottolineati dalla batteria. La voce si sposta su sonorità più medie ed incisive (già dalla presentazione si capiva), per poi sfociare nello scream a fine strofa. Ancora un momento strumentale, una sfuriata che poi prende una piega cadenzata e porta ad un'altra strofa, ben ritmata e pestata, le chitarre hanno una plettrata alternata calda e feroce, la batteria pesta sul ride e mantiene ancora il blast di cassa. Altra fase strumentale con rullante costante e stacchi, di nuovo la chitarra da sola inizia il riff che viene seguito da tutti gli altri, è un continuo preciso, assolo vibrante e graffiato, scala ascendente seguita dall'assolo dell'altra chitarra, ancora ascendente e legato in distorsioni psichedeliche. Altra sfuriata che mette in mostra le capacità di batteria e basso, furia omicida tradotta in blast su rullante e cassa, continui stacchi e passaggi sui tom e quindi il finale di colpo. In questo pezzo la voce svolge un ruolo marginale, sono gli strumenti che si danno maggiormente da fare ed in questa fase del concerto si può immaginare come faccia comodo a Benton riposare un po' la voce. Nel breve testo si parla di uno sbudellamento sacrificale, dedicato al Signore e Padrone Lucifero, che presto camminerà sulla terrà per schiavizzare i cristiani; riprenderà possesso di ciò che è suo di diritto ed inizierà il suo regno di terrore e massacro. 

Deicide

Quando sembrava che i primi tempi del gruppo fossero destinati ad essere totalmente trascurati, arriva "Deicide (Deicidio)", che non poteva mancare in questo concerto celebrativo della carriera della band. Inizia con le plettrate ben scandite e ritmate, stacchi di rullante che caricano la situazione e spianano la strada per la furia che sta per incombere, rallentamento, riff Thrash veloce in solitaria e poi il gruppo riprende la marcia, cadenze e colpi fermi di basso. La cassa non va in blast ma si concede stacchi veloci e ben mirati, poi parte il blast che stende un tappeto basso sul ritmo, growl e scream si alternano in una violenza criminale con un botta e risposta. Stoppata e quindi interviene una variazione, ancora le radici Thrash che si vanno sentire in modo distinto, parte un nuovo assalto che col growl gutturale ha un bel sound brutale, plettrate serrate, altra stoppata, leggera melodia alla chitarra e si riprende con frenetici riff che salgono e scendono la scala. Si carica un assolo veloce e graffiante, la melodia è vorticosa e coinvolgente, ricorda gli Slayer, la musica è veloce e cattiva, la fase strumentale è tempestata di colpi di rullante. Altra pausa ed impatto improvviso con un colpo all'unisono, riprende la strofa che macina riff con blast ed accenti pesanti che con lo scream cambiano tonalità e si alternano con violenza. Ancora una parentesi strumentale e quindi lo stacco finale, il boato del pubblico è particolarmente infiammato e la registrazione gli dà ampio spazio con lunghi secondi di durata. Un pezzo che è un inno alle origini del gruppo, cui deve anche il nome tra l'altro; l'influenza Slayer si vede ed è ovvia in un periodo in cui gli Slayer erano unanimemente considerati la cosa più violenta che si potesse ascoltare, il faro per gli estremisti in genere. Un testo che pretende indipendenza dalle leggi della fede, l'uccisione di Gesù vista come un atto di liberazione da una schiavitù morale, la servitù è spezzata quando il figlio del tiranno sul trono divino viene ucciso. Sacrificato in croce ha fallito, morendo inutilmente, fermato, crede davvero di essere morto per ripulire il mondo dal peccato ma è solamente accecato da una fede stupida: in realtà è stata una morte vana che ha favorito il Male, nessuna risurrezione seguirà. Un testo che rappresenta al meglio il fulcro della tematica del gruppo: una blasfemia che non è tanto un mero gusto dissacratorio ma è una forma di ribellione, un culto di Satana visto come culto della ribellione dalle regole e dalla schiavitù imposta dal credo e specialmente dai fedeli di un credo che sta molto stretto agli spiriti liberi che vogliono perseguire la propria strada senza vincoli morali.

Father Baker's

"Father Baker's (Da padre Baker)" invece è l'ultimo pezzo dell'ultimo album, quindi si passa dall'inizio alla fine della discografia del gruppo in pochi secondi, colpi di piatto, subito l'irruenza di un blast e plettrate alternate massicce: si coglie molto la differenza stilistica tra i due pezzi, affiancati. Lo stile è più tecnico e brutale, anche se meno veloce (apparentemente). Cadenze brutali, sweep picking inseriti nella strofa come una perla, altra esplosione e parte il ritornello interrotto da un'altra perla in sweep; questa alternanza si ripropone e spacca di brutto. Poi è la sezione ritmica che si mette in mostra con un basso in bella vista. Di nuovo la strofa, potente e gutturale, rende meglio qua che nell'album (dove i suoni bassi erano un po' sottotono), assalto veloce, plettrate serrate, a metà tra Thrash e Brutal, la batteria si spende in stacchi veloci al rullante e poi parte un assolo di violenta melodia alla chitarra, brevemente interrotto da un bridge e poi prosegue come se nulla fosse; insomma questa parte sostituisce il solo in sweep di prima e lo fa in una modalità vagamente Technical Death. Altra bestialità gutturale con la strofa che si ripropone invariata, stacchi di batteria su un letto di cassa, ostinato growl gutturale e neanche l'ombra di uno cream in tutto il pezzo. Un brano più tecnico ma anche più monotono, fatta eccezione per i momenti solistici alle chitarre. Il testo inizia dicendo che si tratta di un luogo di agonia in cui i bambini sono legati con delle cinture ed attaccati dalle suore, o credono in Dio oppure verranno pestati a morte. Padre Baker infatti teneva un orfanotrofio e Benton, con una buona dose di immaginazione, descrive i trattamenti disumani cui erano sottoposti i bambini obbligati a spaccarsi la schiena di lavoro e puniti se non conoscevano alla perfezione la Bibbia. Da Padre Baker il dolore è divino e sei fortunato se ne esci vivo, questo è il terrore nel quale vivono gli orfanelli, il Padre è in attesa di punirli perché hanno sbagliato e faranno bene a capire subito come si devono comportare altrimenti moriranno.

Dead by Dawn

Torniamo al primo album con "Dead by Dawn (Uccisi dall'alba)", che riprende la trama del celebre film "The Evil Dead" (1981) che ruota attorno alla scoperta del Necronomicon, per poi invocare dei demoni che - in questo testo - vengono intesi in chiave satanica. In effetti nel primo album c'erano più citazioni esoteriche e più atmosfera horror, fattori che col tempo sono andati scemando fino a quasi scomparire per concentrarsi sulla ribellione. Rituali satanici, oscure evocazioni e sacrifici, questo è il tema del pezzo che comincia con una presentazione in scream, tempo sui piatti e furia omicida sin dalle prime battute. Stoppata e riff di chitarra solitaria, serie di massicci colpi cadenzati, gli strumenti vanno all'unisono e non hanno perso la compattezza neanche a pochi minuti dalla fine del concerto. Assolo cattivo che parte con fischio e continua con una lunga successione di note, il growl è cupo e spacca tutto col suo ingresso, riffoni Thrash/Death pesanti, massicci, scream e growl si alternano con precisione, qualche imprecisione negli stacchi di rullante, si cambia di ritmo e poi stoppata improvvisa. Si ripete la struttura, con delle stoppate che lanciano il ritornello che si ripete in tutta la sua ferocia gutturale che sa molto di Brutal, il ritornello è insistente e massacrante, porta ad un riff in plettrata alternata che cambia di continuo e viene stoppato un sacco di volte, altro assalto in scream e poi un vorticoso assolo distorto e vibrato, melodie maligne che si spengono lasciando il posto alla cavernosa voce di Benton che riprende con una variazione della strofa. Il rullante pesta malefico, variazioni di cassa, il basso costante e preciso, growl e scream continuano ad alternarsi, lo scream diventa indemoniato, acuto e strozzato. Il pubblico non può che apprezzare.

Sacrificial Suicide

Il brano che chiude questo concerto è "Sacrificial Suicide (Suicidio sacrificale)", altro brano tratto dal primo album, tempi lenti, lunga plettrata alternata iniziale sfumata dai piatti, poi il ritmo si accende, si infiamma con una vena Thrash, un rullante costante che poi prende sempre più libertà. Il ritmo si fa più complesso e poi si regolarizza in copi gutturali ed ostinati, la voce ed il ritmo si fondono creando assalti che alternano growl e scream, accordo rallentato, stoppata, altro assalto che porta la velocità a nuove altezze, nuovo assalto in un Thrash/Death tecnico, caotico, con melodie furiose. Variazione improvvisa ed il pezzo diventa una marcia marziale, colpi di pelli scandiscono tempi di morte accentuati dal growl, poi assolo ignorante in stile Slayer, che poi prende una piega più virtuosa e veloce con scale ascendenti e discendenti che culminano in un fischio. La voce non si risparmia, si spende in scream invasati e growl gutturali, altra strofa, bridge, cattiveria a palati e poi l'accordo si prolunga, Benton urla ancora una volta ed il pezzo si conclude con una stoppata, il pubblico scandisce il nome del gruppo, assolutamente soddisfatto vuole tributare ai Deicide l'omaggio più ambito da ogni gruppo. Le urla del pubblico continuano e si spengono lentamente. Il pezzo in realtà non è tanto corto, però ripete spesso le stesse parti che sono dei riff lunghi ma veloci perché ripetuti tante volte o ripresi dopo pochissimo tempo. Nel testo il sacrificio di Cristo viene visto come un suicidio inutile, il crocifisso è un simbolo di sterilità, di vuoto, Satana invece è l'angelo dell'abisso, degno di adorazione. Il suicidio andrebbe tributato a lui, lui sì che sarebbe degno di questo gesto ed accoglierebbe l'anima del proprio adepto in una dimensione di potere, trasformandolo in un dio, votato alla distruzione di tutto ciò che è sacro e vivente. Infine il sacrificio e l'invocazione a Satana affinché lo prenda e lo porti con sé. 

Conclusioni

Tirando le somme, ci troviamo dinnanzi ad un concerto memorabile: i Deicide in questo live danno prova di grande capacità tecnica, e nonostante le doti da frontman di Benton lascino un po' a desiderare (non è di certo un "piacione" od uno personaggio capace di arruffianarsi il pubblico), il Nostro spende come un dannato sul palco, e questo basta. A testa bassa, nel vero senso del termine, il gruppo si fa strada verso le orecchie del pubblico con colpi precisi, esecuzione compatta e simultanea, settata per abbattere ogni ostacolo. Niente sorrisi e complimenti: sana brutalità scagliata senza tanti giri di parole, sana violenza regalata ad un pubblico di scalmanati che rimane pienamente soddisfatto e non manca mai di farlo notare. Grande assente il secondo album "Legion", citato solo una volta, pur essendo quello un lavoro che tanto ha dato al gruppo in termini artistici ma anche di popolarità tra gli estremisti del genere; questo è davvero un peccato, perché quei pezzi, ripresi in questa nuova veste, avrebbero fatto davvero la differenza. La nuova veste che hanno assunto i numerosi brani tratti da "Deicide", infatti, gli ha letteralmente donato una nuova vita. si è ripetuto diverse volte nel corso della recensione: la resa sonora di questo live è davvero impeccabile, supera la qualità della registrazione del primo album in studio ad esempio. Oltre a questo c'è l'innegabile dato della maturità acquisita dal gruppo, con l'esperienza e con la crescita artistica; i brani non sono stati rivisitati o aggiornati però, attenzione, l'unica differenza sta nel fatto di averli proposti con un sound più caldo (mentre nella sede originale avevano quel sound più tagliente tipico del Thrash/Black primo periodo) che enfatizza la cassa, assieme ad un growl gutturale, più profondo. Anche i pezzi dell'ultimo album, registrato un po' di fretta, fanno sicuramente una bella figura, grazie all'adozione di queste sonorità cupe. L'esecuzione è stata ammirevole: poche sbavature in quasi un'ora di concerto, a questi livelli tecnici e di velocità, non è una cosa da poco. Questa esibizione ci restituisce i Deicide in tutta la loro violenza ribelle, il rapporto col pubblico è basato sulla condivisione di questo spirito di blasfema ribellione e rivendicazione della propria libertà. Un live che ha il merito di farci ascoltare vecchi pezzi in una nuova veste gradita, ma anche quello di donarci una prima e tangibile prova registrata di cosa sappia effettivamente fare questo gruppo in sede live: in una parola, il macello. Passeranno due anni prima che il gruppo torni in studio per sfornare un nuovo lavoro, questo momento è infatti una lunga raccolta, fatta di tour a destra e sinistra, in cui il gruppo è forte di quattro album belli tosti dai quali pescare pezzi brutali da schiaffare addosso al pubblico scalmanato. Un concerto generoso quello ripreso da questo album, anche se è vero che non tutte le date sono state così ricche di brani e non in tutte le occasioni è stata dimostrata dal gruppo la stessa grinta: il carattere introverso di Benton era cosa nota già da allora (nonostante ogni tanto sul palco si lasciasse andare in scherzi, quando si svegliava bene). Considerato che l'attività del gruppo è iniziata nel 1987 circa, sotto il nome di Amon, realizzando pezzi che poi sono in larga parte confluiti nell'album d'esordio, questo live ha una indubbia funzione celebrativa del primo decennio blasfemo di questa formazione che - sebbene con alti e bassi che in futuro porteranno a dissidi insanabili - è rimasta compatta per davvero tantissimi anni. Una bella prova ed una consona celebrazione per un decennio di brutalità. 

1) When Satan Rules His World
2) Blame It on God
3) Bastard of Christ
4) Children of the Underworld
5) Serpents of the Light
6) Dead but Dreaming
7) Slave to the Cross
8) Lunatic of God's Creation
9) Oblivious to Evil
10) Once upon the Cross
11) Believe the Lie
12) Trick or Betrayed
13) Behind the Light Thou Shall Rise
14) Deicide
15) Father Baker's
16) Dead by Dawn
17) Sacrificial Suicide
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