DEICIDE

To Hell With God

2011 - Century Media Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
18/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Abbiamo già discusso dei trascorsi burrascosi del gruppo, ai quali seguì un'inevitabile scissione che in un colpo solo portò via dai Deicide i fratelli Hoffman; successivamente, quasi a farlo di proposito, le vicissitudini sentimentali di un Benton ridotto ai minimi termini. Il frontman dovette infatti e contemporaneamente affrontare un tremendo divorzio con la moglie, con tanto di lite per l'affidamento del figlio. Una particolare fase della vita portò all'album precedente a questo, un disco in cui, per una volta tanto, a Dio vennero risparmiate tutte le bestemmie pronunciate dal buon Glenn. Il quale le reindirizzò, per forza di cose e con ferocia inaudita, tutte contro la ex moglie. Col presente album, "To Hell with God" (2011) pubblicato dalla "Century Media Records", le bestemmie tornano però a colpire il loro tradizionale destinatario, rendendo nuovamente i Deicide l'incubo dei cattolici e dei credenti in generale. Numerose le edizioni, per arrivare a coprire il mercato di tutto il mondo, ma anche i formati sono i più disparati, con tanto di edizioni limitate per stuzzicare i collezionisti più esigenti. Considerando che il precedente album è del 2008 sono passati un po' di anni; nei primi tempi il gruppo non faceva attendere molto prima di sfornare nuova brutalità, trend "infranto" nel nuovo millennio, il quale conosce (ed ormai lo abbiamo capito) sempre più frenate di questo tipo. Di certo per via dei  problemi personali di Benton e del fresco cambio di line up, situazioni che se sommate non rendevano certo le cose facili; anche per un gruppo dalla certa fama e dalla rodata esperienza come i Deicide. E sempre parlando di line-up, ricordiamo la formazione presente su questo "To Hell.."Glen Benton alla voce e basso, Steve Asheim alla batteria, Jack Owen e Ralph Santolla (che adesso torna ufficialmente in formazione Deicide dopo aver chiuso la collaborazione con gli Obituary) alle chitarre. Un ensemble di certo iperattivo, il quale mostrava le sue abilità anche fuori dal cerchio del Deicidio, mentre la band era momentaneamente ai box. Mentre Benton e Santolla si godevano un po' di riposo (l'uno dopo tutte le sue vicissitudini, l'altro perché anche gli Obituary decisero di restare fermi) Asheim non restava con le mani in mano ed approfittava del periodo di pausa per dedicarsi al Black Metal con gli Order of Ennead, suonando batteria, piano e chitarra classica; Owen invece si dedicava ad un EP Death Metal coi Grave Descent che poi non pubblicheranno nient'altro. Con questa uscita, quindi, i Nostri tornano ad essere i cari, veri e solidi Deicide, mediante un disco prodotto (come i precedenti due) in combo fra Benton e Asheim, i quali hanno cercato di tirar fuori dal cilindro quella violenza / rabbia primordiale da sempre trademark del combo americano, unita però ad una particolare ricercatezza tecnica e sonora, la quale metteremo in luce nel track by track. Lavoro nel cui ha messo il suo "zampino" di Mark Lewis, addetto all'engineering, al mastering ed alle sessioni di registrazione, non senza aiutare i due musicisti in fase di produzione. Lewis che, lo ricordiamo, all'epoca aveva già avuto esperienze con gruppi come Death Angel, DevilDriver e Kataklysm.  Quello che colpisce immediatamente, di "To Hell.." è senza dubbio la grafica: curatissima e realizzata con estrema perizia. La copertina è opera dei Grim Twins, uno studio grafico mandato avanti da Alexander "Kwaadnar" Balinets ed Eugene "jOnny" Postebaylo, un duo che Benton va a pescare nientemeno che in Kazakistan. Il concetto nonché la direzione artistica sono stati appannaggio di Benton, come possiamo facilmente immaginare osservando attentamente il concept generale. Nella grafica si può infatti vedere vedere un colle dal quale Gesù si erge come un profeta, probabilmente per raccontare una sua parabola e fare proseliti; però, ad osservarlo, c'è una moltitudine, una schiera immensa, di scheletri con armi tribali, che si avvicina a lui con fare poco amichevole. L'armata di scheletri porta con sé anche picche con delle testa infilzate, risultato delle precedenti razzie. Alcuni di quegli scheletri si avvicinano minacciosamente ed allungano le braccia per ghermire un Gesù in una posa di benedizione, che con le braccia alzate sembrerebbe invocare qualche potere divino per poter fare qualcosa, magari riuscire a scamparla da un massacro annunciato. Conoscendo Benton, possiamo comunque immaginare che pregare proprio non gli servirà. Varie sfumature di rosso e giallo, colori caldissimi che suggeriscono un incendio ed un ambiente da inferno in Terra; davvero un bel lavoro: in alto a sinistra il logo del gruppo, con delle sfumature che riprendono i colori della grafica, in basso il titolo con un effetto quasi tridimensionale per renderlo più evidente.

To Hell with God

L'album comincia con la titletrack "To Hell with God (Vada all'inferno Dio)". Stoppate assassine, un sound più aperto ed una produzione cristallina, il pezzo inizia con atmosfere più in linea coi tempi: niente suono marcio ed ovattato, ma precisione chirurgica e suoni curatissimi, con prevalenza di frequenze medie. Tempi frenetici, una batteria che rinuncia al blast preferendo scariche ben assestate ed assillanti, la voce (anche un po' effettata a dirla tutta) oltre ad essere meno gutturale è anche più "pulita", tanto che si riesce a leggere meglio quella base di melodia che esce fuori dal growl. Nette influenze Deathcore si leggono in un bridge insolitamente melodico per i Deicide, insomma il gruppo vuole innovarsi. Nel testo si parla di missionari di morte che percorrono il globo in lungo e in largo, mascherati da predicatori di pace portando la parola di Dio e della Chiesa. In realtà non accettano compromessi: o si crede nel loro dio oppure la morte. Ma che vada all'inferno Dio e tutto quello che ha portato, prosegue il testo; alziamo i calici in onore della blasfemia per poi pisciare sull'altare di Dio. I servi di quel dio che sta in cielo se ne fregano di come vanno le cose al mondo, di noi tutti. Possiamo abbandonarci alla tentazione perché tanto dio ci ha dimenticati, possiamo vivere nella dannazione invece che nella continua paura. Colpi ben cadenzati e la voce diventa più cavernosa, il tradizionale growl di Benton, accompagnato da un basso che sferraglia malevolo, poi si torna ad un riffing più tipico del gruppo, con scream di rinforzo; si passa quindi ad un Brutal moderno, con melodie che fanno da intarsi ad una solida struttura monolitica. Si tratta di un dio che manda avanti la propria dottrina per mezzo di un libro disgustoso per far sì che, coloro che gli credono, siano vincolati al suo volere; annienterà ogni protesta attuando il suo piano perfetto. Satana, però, insiste e continua ad essere vivo, continua ad essere l'alternativa alla tirannia e continua ad insinuare il dubbio, ecco che si sollevano ancora una volta i calici in suo onore, non ce ne facciamo nulla del perdono di Dio, che vada all'inferno! Altre stoppate, il basso ha un bel posto nel sound e rimane sempre chiaramente presente, nonostante le due chitarre, si riprende con la strofa che viene ripetuta con qualche variazione e poi può decollare un assolo fatto di scale, bending ad effetto, tecnicismi neoclassici, un lungo assolo virtuoso da Technical Death Metal ad alti livelli. Di nuovo con il ritornello, preceduto da bridge melodico, poi una lunga serie di scream condiscono la ripetizione di questo refrain prima dell'inizio di un nuovo assolo, questa volta più melodico e dal retrogusto Progressive Death; un assolo che continua e sfuma nel finale.

Save Your

"Save Your (Risparmiatelo)" è un pezzo il cui testo gira attorno a questo gioco di parole creato mediante le parole dell'espressione "save your", usata propriamente per dire "risparmiatelo, tienitelo per te" ma in questo caso anche - grazie all'assonanza della pronuncia - per indicare "saviour" (ossia il Salvatore). Quindi si invoca il padre della morte e salvatore del peccato, elementi che impongono la loro presa sul genere umano. Si crea un'occasione per noi tutti, che potremo dire facilmente "no" allo spettro di dio (in inglese lo Spirito Santo si chiama Holy Ghost, ghost è il termine che comunemente indica il fantasma. Ecco quindi il senso di questo ennesimo gioco di parole blasfemo), perso nello splendore dell'odio. Stoppate dal gusto Thrash e poi sfuriata bestiale con un riffing tagliente ed ecco che inizia un pezzo molto diverso dal precedente, carico della ferocia Old School, accentuata da una vocalità sguaiata e grezza. Le chitarre sono davvero ineccepibili nella loro precisione, nel passaggio successivo sfoderano una dinamica decrescente con una specie di glissando, mentre le bacchette continuano a tempestare di colpi le pelli. Ancora un gioco di parole in cui "Salvatore e Dio" si legge anche come "Risparmiatelo e Dio", non ha bisogno del loro amore perché vuole seguire il diavolo dove gli pare, il Salvatore è stato sconfitto in croce e dimenticato da Dio, è morto in croce per aver detto una bugia. Essendo morto Dio, Satana può sorgere, ormai la pietra è stata lanciata e non ha senso tirare indietro la mano: il paradiso arretra e Satana conquista il trono. Altro gioco di parola con "save your and self" (che si legge come "Saviour and self", Salvatore e stesso, ma anche come "Save yourself", ossia salva te stesso), c'è la morte nell'ombra di Dio e nella ricchezza, si agitano in agonia in croce, proprio come Lui rimarranno appesi fino alla morte. Si passa quindi ad un Brutal gutturale, dal blast tirato, quasi in stile Suffocation/Vader, con voce prolungata e poi intrusioni melodiche e distorte ad arricchire la bestialità. Un pestaggio continuo, lo scream si aggiunge al growl nei momenti più salienti, le chitarre si scambiano spesso i suoli, il riffing nella fase centrale è tagliente, quasi Thrash, poi una botta tecnica con tripudio di piatti ed una variante quasi Grind, quindi un assolo in stile Thrash cafone che presto si va virtuoso, pur mantenendo le vibrazioni malefiche, poi improvvisamente approda nel Technical Death. Serie di stoppate con ritmiche a sorpresa, poi si passa ad un tupa tupa da Thrash classico, cui segue una nuova serie di stoppate con finale improvviso. Cadono dalla croce, trascinati giù dai pesi sulle loro coscienze, non ci crede nessuno che sia stato Dio a volere la morte del proprio figlio; quello è stato un fallimento bello e buono invece, la dimostrazione del fatto che Dio sta perdendo presa sull'uomo ed è quindi giunto il momento di ribellarsi a lui.

Witness of Death

Andiamo avanti con "Witness of Death (Testimone di morte)": notiamo come anche questa volta il pezzo cominci con delle stoppate, ed in questo caso il groove è ancora più marcato; tanto che sembra trattarsi di un Death'n'Roll alla Six Feet Under, con la batteria che si esibisce in stacchi fantasiosi, veloci e potenti, poi riff solitario di chitarra e la plettrata alternata prende il sopravvento, seguita da un coro in scream e growl, pieno di cattiveria. Il testo inizia, come da migliore tradizione, mandando "a fare in c.." la fede in Dio che molti provano e difendono, esortando poi questi personaggi a fissare a terra dove verrà uccisa la madre Maria, schiacciata sotto i piedi del Male. Vanno ad inneggiare a lui, a venerarlo, da tutte le parti del regno, ma una volta che si troveranno presso l'altare del Cristo rinnegato moriranno tutti. Il pezzo prende velocità sul rullante, poi si fa frenetico con uno scream ostinato, stoppata di colpo e quindi si sposta verso uno stile da Malevolent Creation, con prevalenza di Black, altra serie di stoppate e poi un blast di cassa assassino, le chitarre fanno un ottimo lavoro nello scambiarsi la guida del pezzo, poi si torna alle influenze vagamente Thrash con plettrate taglienti, mentre la voce si dà a timbri più chiari, ma ancora grattati. Serie di assoli spaventosi su un letto di rullante bestiale, le chitarre fanno susseguire assoli senza lasciare un attimo di respiro, prima una e poi l'altra, poi di nuovo una parte piena di stoppate. Si parla del fatto che il regno ha a capo lo schiavo frutto del loro incesto, un trono nel quale loro stanno in suo nome, nel nome di una favola detestabile, loro ci vogliono morti tutti, la religione vuole tenerci stretti fino alla morte. Rinnega poi la nascita di Cristo, si oppone alla sua pretesa di essere considerato figlio di Dio, in un sole in tramonto sarà tutto fatto e Dio sarà testimone di morte. Con buona probabilità il fatto che Dio sarà testimone di morte si riferisce all'atto della crocifissione, ma è anche facile far riferimento all'immagine in copertina che mostra un sole in tramonto e la figura di Cristo che sta per essere accerchiato da un'armata di non-morti. Il pezzo si conclude quindi con altre stoppate, dello stesso stile di quelle iniziali; una decisa ventata di freschezza nel sound dei Deicide. In questo pezzo più di altri si può sentire come funziona bene la commistione tra un Death Metal contemporaneo, fatto di virtuosismi alla chitarra e di contaminazioni Black essenziali per apportare l'elemento melodico, ed un Death Metal vecchia scuola in cui la contaminazione principale era il Thrash Metal che a limite poteva essere esasperato portando ad influenze Grind. Tutto ciò non va considerato come un revival, anzi: i Deicide sono stati protagonisti del Death Metal (Owen coi Cannibal Corpse) già da venti anni prima, quello che stanno facendo in questo album è dare più spazio ai chitarristi, specie Santolla, che apportano nuove idee.

Conviction

"Conviction (Convinzione)" sembra voler raccontare la stessa storia, racconta di un giorno di morte sulla croce dell'inganno, impura di piacere, da portare come testimonianza a Lui, al messia, quasi mostrandogli quanto futili siano le sue credenze; la morte sta chiamando Cristo, un sacrificio umano in nome di una convinzione, un credo, di un Dio che non esiste. Cristo morirà, quindi, senza fare alcuna differenza finirà in mezzo ai morti e l'odio continuerà a dilagare nel mondo perché non c'è alcun dio e quel suicidio è stato totalmente inutile. Scala discendente dal sapore Thrash, stoppate di basso che poi crea un ritmo che si stacca dalle chitarre, bestialità immane alla batteria che diventa una marcia di morte che frantuma le ossa, la voce entra in gioco come un cupo growl, non troppo gutturale e pieno di frequenze medie, lo scream interviene per sottolineare alcune parole, poi il growl si prolunga accompagnato da plettrate alternate colme di odio e violenza. I piatti la fanno da padrone nel lavoro della batteria, con un ride cristallino, le chitarre scorrono lisce ed i passaggi si susseguono in maniera naturale, con dinamiche sempre cangianti ed almeno una chitarra (spesso quella di Owen) che si occupa di scandire il ritmo con plettrate ben marcate. Anche in questa fase si sentono influenze da vecchia scuola, quella vecchia scuola del Death Metal alla quale i Deicide non hanno mai aderito (preferendo, come sappiamo, concentrarsi sulla velocità per poi tracciare, assieme ad altri gruppi, le linee fondamentali del Brutal). Nel testo si continua a dire che, in realtà, l'opera di Gesù era una diavoleria: i miracoli non erano altro che una trappola del demonio, per attirare i creduloni, ma adesso sta appeso in croce ed affoga col proprio sangue; in dio vero si sarebbe preso un proiettile per amore del figlio invece Gesù muore in croce e finalmente non ci saranno più le sue stronzate. Tutte le perversioni vengono confessate, l'incantesimo di Gesù si dissolve ed ora tutti possono vedere coi propri occhi il suo fallimento e la portata delle sue menzogne: colto in fallo, mortificato nel disgusto, mentre si dilettava nella sua religione falsa, ormai perduta. Il ritornello è una serie di botta e risposta, che descrive proprio la parte in cui Gesù è in croce e si strozza col proprio sangue, di colpo parte un assolo fatto di suoni pulitissimi, una cascata di virtuosismo che ci tira addosso un Technical Death Metal certosino in un assolo che non vuole mai finire, suoni acuti che si fanno sempre più intricati fino a sfociare in un fischio, altro ritornello in cui si racconta di come Gesù sia appeso in croce, inutilmente, ed una volta morto la smetterà con le sue stronzate, serie di stoppate finali e quindi il pezzo si conclude. 

Empowered by Blasphemy

Distruggere i raccolti, iniziare ad uccidere, niente può fermare quello che loro chiamano "volontà divina", è così che inizia "Empowered by Blasphemy (Sostenuto dalla blasfemia)", un brano in cui si raccontano le malefatte perpetrate in nome della fede e, di conseguenza, il fatto che una reazione violenta sia per questo autorizzata ed inevitabile. Adesso si respirano miasmi venefici (forse la puzza di zolfo?), portati in terra dai serpenti di Satana che tornano dal fuoco, che uccidono gli agnelli ed impediscono i riti facendo scorrere fiumi rossi di sangue. Stoppate, ovviamente, alternate a scariche di cassa, riff potenti e sincopati, la voce oscilla tra growl e scream, sempre cangiante ed espressiva, poi viene lanciato un riff quasi Black/Thrash che poi si sfoga in un blast di cassa e plettrata alternata prolungata. Un pezzo che tiene sempre alta l'attenzione, sempre feroce, alternando fasi ritmate a parti più lineari e distese, il ritmo resta sempre incalzante in un continuo pulsare; l'assolo non si fa attendere e scatta quindi un momento solistico da Thrash ignorante e cafone, una strafottente serie di acuti e fischi, col rumore delle dita che scorrono sul manico, si interrompe e riprende per poi dare inizio ad una nuova fase brutale. Si sollevano i cancelli dell'inferno (un termine, sollevare, che fa pensare al cancello di una gabbia per animali feroci), i cristiani vengono massacrati e divorati nell'impeto della rabbia mentre il loro signore cade sotto i colpi delle lame; bestie infernali senza anima sputano fuoco sulle anime benedette. Satana invia le sue schiere demoniache per correggere gli errori, è la fine del mondo ed il sangue cristiano viene versato a cascate; svegliato dalla profezia porge l'altra guancia solo per poi bere il proprio sangue che scorre dalle ferite lasciate dalla corona di spine. L'assolo assassino riprende, come se non si fosse mai fermato, le chitarre si alternano in una devastazione totale, poi stoppate e quindi si riprende col ritmo della strofa in un nuovo sfogo brutale e blasfemo, un botta e risposta continuo e poi un blast finale che non lascia fiato; in quest'ultima fase, dopo aver strappato via il suo cuore ed urlato che non pregherà mai, manda ripetutamente a fare in culo qualsiasi cosa esista di sacro, poi urla che sono tutte bugie: Dio non esiste, i fedeli sono soltanto delle prede, degli stupidi che si fanno gabbare a morte, non ci crederà mai nella loro religione. Si conclude così un altro pezzo, bello tirato e massacrante, in uno stile che - a differenza di altri pezzi dell'album - sembra più tipico dei Deicide; quello che colpisce del brano, però, è la sfilza di assoli devastanti piazzata in tutta la fase centrale in un continuo di violenza. Un altro pezzo breve, ma efficace.

Angels of Hell

Abbiamo superato la prima metà della tracklist, ci inoltriamo ancora più in fondo nel baratro infernale con "Angels of Hell (Angeli dell'inferno)" che si presenta con un suono caldo, plettrate di chitarra dannatamente Thrash, l'altra chitarra si unisce e poi lancia l'assolo che viene seguito da una batteria che fracassa le pelli, il basso rimbalza feroce, la voce non si fa aspettare troppo ed irrompe, forte di tonalità medie ed attacco potente, con una seconda linea vocale in scream ad aumentare la ferocia di alcune frasi. Un pezzo molto ritmato quindi, nell'inizio, che in qualche modo sembra volerci restituire i Deicide di venti anni prima, concentrati sulla velocità ed influenze Grind, anche se con questo pezzo la velocità non è forsennata, perché si preferisce investire sulla precisione e sul ritmo, sul groove. Raffiche di cassa, un frullatore demoniaco, si prolunga la plettrata di chitarra in una accordo, poi profusione di tom e rullante e quindi si torna alla devastazione all'insegna dell'old school più intransigente; tupa tupa scostumato al rullante, riffoni strafottenti ma precisi, poi plettrate alternate portano in auge i migliori anni del nuovo millennio per poi arrivare al Technical Death Metal contemporaneo con un assolo virtuoso, pulito e chirurgico: nel giro di pochi secondi ci scorre davanti la storia del Death Metal! Gli angeli infernali hanno un compito ben preciso: rimuovere Dio ed il suo pensiero, scacciarlo dal suo trono nei cieli e riprendere la Terra che spetta di diritto alle schiere demoniache. Uccideranno, verseranno il sangue dei preti infilandoli in bocca alla Bestia, li costringeranno in ginocchio, non potranno più credere nel loro dio, i demoni infernali guardano Cristo che trascina, sconfitto, la sua croce giù nell'abisso. Ecco che il figlio di Dio cammina per i regni della blasfemia, come un'ombra nella notte è il figlio sacrificale di Dio, insignificante, mandato in suffragio universale per mondare l'uomo dei peccati di Eva, ma non per aiutare l'uomo a comprendere la propria natura. La bestialità del pezzo riprende con un riff cadenzato, bestiale e con riff ben scanditi per permettere alla brutalità vocale di fare tutto il suo lavoro indisturbata, lo stile dei Deicide è ben forte in questo passaggio, nel finale un accordo e poi i piatti sfumano nel silenzio conclusivo. Gli angeli dell'inferno porteranno la distruzione, senza alcuna pietà si faranno strumento della potenza di Satana per abbattersi sull'ingannevole Dio ed i suoi sporchi fedeli. C'è una rivelazione adesso, che tiene tutta quella gente per le palle: il regno di Dio è finito, la Sua parola si è ormai dissolta: con Gesù destinato alla croce, alla sofferenza, al supplizio finale e - come epilogo - ad un triste tumulo. Brano ricco di cattiveria, alcuni dei precedenti pezzi, pur essendo davvero buoni, mostravano qualche incertezza dal punto di vista compositivo (stiamo parlando di quattro musicisti con fiocchi e controfiocchi, teniamo bene a mente, è un album che dal punto di vista esecutivo è impeccabile), non tanto per la validità dei passaggi, tutti azzeccati, ma tanto per il fatto che alcune volte in tutta quella commistione di stili sembra perdere il filo. Questo brano mostra una direzione ideale in cui il vecchio ed il nuovo si fondono mantenendo un equilibrio che consente a tutti i membri di esprimersi al meglio delle proprie (enormi) capacità.

Hang in Agony Until You're Dead

Neanche "Hang in Agony Until You're Dead (Stai appeso in agonia fino a quando sei morto)" ha peli sulla lingua, insomma se nel precedente album è stata l'ex moglie l'oggetto di tutte le maledizioni di Benton, adesso quest'ultimo torna a rivolgere la propria rabbia contro i tradizionali nemici, con tanto di interessi! All'inizio c'è quasi un'invocazione a benedire tutti i cuori, anche quelli dei nemici, mentre le voci del comando lo guidano verso la croce, un destino che non è affatto la Sua volontà, perché lo porterà solo alla morte. Plettrata alternata, scandita da botte al basso, poi tupa tupa di rullante, quindi una furiosa serie di plettrate, scariche malefiche con influenze Black che si piazzano in un Brutal più nello stile dei Deicide. La voce di Benton si attesta ancora su tonalità medie, preferendo presenza ed attacco, anche il basso del resto sferraglia nelle note alte ed emerge meglio - una cosa strana se pensiamo al tradizionale suono cupo generalmente associato al gruppo - dopo un'altra stoppata si susseguono veloci plettrate alternate, da Technical Death Metal, con interessanti variazioni al basso, che portano controtempi, la batteria si pone al centro, come un direttore, spostando gli accenti da una parte all'altra. A sorpresa, all'inizio dei due terzi del brano, c'è un tribale alle pelli in cui una chitarra esegue parti da Thrash, seguita a ruota dalla seconda chitarra che fa da rinforzo e rende più elaborata la parte, la batteria continua a pestare, il basso la asseconda, la melodia emerge gradualmente e poi, con rullata, si apre il ritornello, con un pestaggio e coro di scream e growl. Crede di aver lavato via tutti i nostri peccati in croce, è morto da solo come un cane senza ottenere nulla, un urlo blasfemo: la morte è l'unica certezza, non ci sono altre "verità" da apprendere. Uccidersi in modo gratuito, non ha senso: Satana non gli farebbe mai fare stronzate simili, guardare Gesù sanguinare in croce non ha alcun significato, non può dare nessun insegnamento tranne quello che, ad avere fede in Dio, si fa quella fine miserabile. Parte un assolo melodico, ben piazzato e poi più veloce, con evoluzioni vibranti, si torna alla bestialità che augura la morte all'umanità, plettrate alternate, un rullante che si abbatte in modo ossessivo, poi il basso romba potente per dare inizio ad un altro riff in cui scream e growl si alternano in un'orda demoniaca di voci estreme: il Salvatore è un nemico dell'umanità, brutalizzato e lasciato appeso a morire dissanguato, pestato; un Dio di morte è quello che manda il suo scarto di figlio a morire in questo modo. Sul finale la voce si fa di nuovo gutturale mentre delle scale discendenti portano il caos, la batteria mantiene un blast di cassa e piatti, poi si passa ad un ritmo più moderato e pestato, quindi un assalto di chitarra e pausa a sorpresa che conclude il brano.

Servant of the Enemy

Procediamo con "Servant of the Enemy (Servi del nemico)", che porta con sé un'altra dose di blasfemia, questa volta concentrandosi sui fedeli, un po' trascurati nei precedenti testi. Adesso nella sua mente si prefigura un'immagine nuova, mai vista, un'immagine di vendetta e sangue che scorre, si tratta del sangue dei fedeli del figlio di Dio. La stessa rabbia furiosa si trasferisce nella musica, si inizia con un violento stacco di batteria che diventa presto un blast di cassa, plettrate veloce che ci riportano ai primi Deicide, quindi ancora velocità con riff che creano una cacofonia infernale mentre la batteria sembra suonata da un criminale invasato: un pestaggio straziante, un basso stabile ma veloce, la voce che infierisce senza pietà alternando lunghe strofe in growl cadenzato e poi botta e risposta in growl e scream, come da migliore tradizione Deicide. Un pezzo che troverà certamente la soddisfazione dei nostalgici dei primi album del gruppo, niente compromessi ed una velocità estenuante, a ribaltare la situazione arriva l'assolo che - a differenza del cafone bordello alla Slayer - ci porta delle note frenetiche, squillanti, ma ben ordinate che si concedono veloci scale prima di lanciare una nuova parte stracarica di bestiale potenza, in cui la batteria continua la scarica di blast. Si passa ad atmosfere da Technical Death Metal, con tempi veloci, riff di chitarra puliti e distorti che si uniscono per portare la devastazione con influenze quasi neoclassiche. Rinnega la Bibbia, libro di sangue, adesso è il turno dei servi del nemico - che si sono divertiti a sterminare popoli - di pagare le amare conseguenze e di morire. Prima di dormire prega che nessuno abbia la sua anima, se morirà prima di svegliarsi preferisce che il loro Signore si tenga alla larga da lui e dalla sua anima, non vuole essere guidato né salvato, brama il tormento infernale che lo attenderà. Il Dio tiranno scaglia calamità sul mondo, manda piogge infuocate per costringere i popoli a conformarsi alla sua legge, ma non si conformerà, non lui. Lungo momento solistico in cui risalta il virtuosismo dei chitarristi, poi il ruggito di Benton che riporta la violenza più cruda e spazza via la melodia, di nuovo scariche di velocità col basso che inizia a sparare dei colpi a raffica, distinguendosi, dopo una variazione della strofa parte un assolo più ribelle, fatto di vibrazioni stridule e malefiche, quindi la voce di Benton che continua a ripetere "die!" (morite!) come un invasato, insistendo, quindi una stoppata finale e si conclude questo assalto. Non ha niente da temere, lui è avvezzo alla morte, che è quasi una cosa cara per lui, quindi non si piegherà al loro dio mentre loro moriranno e si faranno una bella abbuffata coi fallimenti del loro amato figlio di Dio.

In the Darkness You Go

Se nel precedente brano i fedeli morivano adesso: "In the Darkness You Go (Nell'oscurità voi andate)"; il titolo già mostra in maniera eloquente (per la seconda volta) che i Deicide hanno preferito, in questo lavoro, collegare logicamente alcuni brani in modo da meglio sviluppare determinati concetti. La musica irrompe come una marcia, tempi ben cadenzati e plettrate veloci anche se la batteria non si spinge più di tanto, preferendo colpire i piatti dando l'impressione di un Death Metal tecnico e ben massiccio, piazzato sulla potenza e sul groove. Il pestaggio prosegue, poi la voce esordisce con tonalità scure e lente, ben scandite, i tempi restano moderati con qualche sprazzo di furia a scariche improvvise, poi lo sfogo con tempi più sostenuti e scream di risposta che portano la devastazione. Un sound decisamente diverso rispetto al precedente brano: questa volta si punta più sull'impatto che sulla velocità e gli effetti sono altrettanto positivi. La connessione col precedente brano si limita al testo, in parte: i giorni sono ormai contati e tutto il putrido che riempie la Terra sprofonderà nell'abisso, raggiungendo così le fiamme di Belial, passando attraverso i cancelli della negazione. Il concetto di negazione affiancato a quello di Belial può essere anche più profondo della semplice esigenza che risiede nell'assonanza tra Belial e denial, questo perché stando alla definizione che di Belial, angelo caduto al pari di Lucifero, danno i rotoli del Mar Morto abbiamo che questi va associato al concetto di ostilità, vista anche come resistenza e rifiuto appunto (spesso con riferimento alla dottrina, difatti è associato spesso alla menzogna pare che il suo nome derivi da un qualche dio pagano della foresta siriaco, che aveva un'assonanza con l'ebreo ????????????, bliya'al, che significava un qualcosa di senza valore, appellativo usato anche per infedeli e criminali). Le anime raccolte in questo luogo di tribolazione soffriranno per l'eternità, fino alla fine dei tempi, con le memorie di ciò che hanno fatto in vita a tormentarli. La dannazione è resa bene dalla vocalità ossessiva che spesso si fa aiutare dallo scream, i riff ostinati sono un continuo tormento che si abbatte sulle anime, tempi lenti ma decisamente brutali, poi una variazione vagamente melodica con cori che si arricchiscono di voci ad ogni passaggio per diventare infine un assolo pulito ed epico, accompagnato da solenni accordi di chitarra, quindi come una fiammata scatta la chitarra solista per riversarci delle scale incandescenti fatte di note pulite, spettacolari ma al contempo letali. Nella vita quelle anime hanno seguito la luce nel terrore ma adesso sono distrutte, private perfino del loro nome e seviziate, nell'oscurità possono cogliere i segni che stanno attorno a loro, segni che dimostrano che Dio è morto; in vita supplicavano Dio ma adesso che appartengono a Satana dovranno supplicare lui. Un brano che funziona e coinvolge.

How Can You Call Yourself a God

Giungiamo a "How Can You Call Yourself a God (Come puoi definirti un dio)", le dita scorrono sulla tastiera, poi tempi moderati ed un assolo Progressive ad aprire il pezzo che poi si fa pieno di stoppate continue ed ancora melodie, stoppata e riff cafone e quindi si riprende con la devastazione. Ecco, in questo caso il distacco tra la melodia degli assoli e la strofa che è arrivata di seguito è un po' azzardato: fare una stoppata non autorizza certo a riprendere il pezzo stravolgendo gratuitamente tutto quanto! L'impressione è quella di un'introduzione melodica - fuori da qualsiasi stile Deicide - cui segue una stoppata che fa partire un pezzo totalmente nuovo e slegato da quell'introduzione. Il pezzo continua con un'alternanza tra blast furiosi e pestaggio animalesco al rullante, la voce segue una metrica classica da Deicide mentre una chitarra esegue delle melodie veloci, con plettrate alternate che contrastano col resto e gli aggiungo spessore. Il testo si scaglia contro la religione, definendola una cosa piena di merda, si rivolge direttamente a Dio dicendo che il suo mito è solo la maschera per nascondere il terrore nei confronti del signore che sta sotto. "Dio è solo una bugia", ripete con furia. Coro e poi un lungo assolo che parte con una rincorsa per poi riversare una serie interminabile di note virtuose, tanto da ricordare l'intro, ridestando le stesse perplessità quando si riprende con la bestialità. Ogni volta che c'è il rischio di perdere una vita umana questo Dio non si fa mai vivo e non c'è verso di trovarlo da nessuna parte, come si può definire Dio qualcosa del genere? Sacre parole di giorni ormai passati, che portano avanti una visione di morte, ci lascia nella catastrofe senza muovere un dito però pretende che ringraziamo per l'inutile sacrificio del figlio. Di nuovo tempi velocissimi ed un assalto tremendo mentre si scaglia contro Dio ripetendo allo stremo quella domanda con tono di accusa, poi un altro assolo decisamente melodico, sostenuto da una raffica di colpi alla batteria che passano da rullante a tom mentre la chitarra continua a squillare e, rapida, ad eseguire un mucchio di note sviluppando melodie dal sapore tecnico e neoclassico che poi si accentua nell'intreccio con l'altra chitarra che viene prolungato, mentre la batteria sfuma sui piatti in un lungo finale.

Conclusioni

Abbiamo ascoltato un album particolarmente ricco di materiale, come sarebbe lecito aspettarsi da una band rimasta ferma per tre anni, a maggior ragione trattandosi dei Deicide. Un album che vuole mostrare quanto il gruppo abbia ancora da farci sentire ma che, in alcuni punti, rischia di mancare di compattezza e diventare un po' vago, saltando da un'influenza all'altra mediante passaggi forse troppo "scollegati", optando per soluzioni poco solide. In alcuni passaggi queste variazioni avvengono progressivamente, permettendo all'ascoltatore di cogliere le diverse sfumature e permettendo al riffing un'evoluzione sostenibile; in altri passaggi, invece, la cosa avviene un po' a crudo, con una stoppata e via a parare in qualcosa di completamente diverso. Questo espediente delle stoppate seguite da una continuazione completamente diversa, però, a volte può funzionare effettivamente bene: tiene in fin dei conti ben sveglio l'ascoltatore e lo sorprende, ma in altri casi è un lampante modo per collegare parti che hanno poco a che vedere l'una con l'altra. In questo album, se non altro emerge in modo clamoroso la bravura dei chitarristi, che non si lasciano sfuggire ogni occasione buona per piazzare assoli spaventosi in tanti stili diversi (spesso questi stili hanno poco a che vedere col resto del pezzo, però); Asheim alla batteria non è da meno e mostra quanto è versatile, Benton al basso emerge a sprazzi e non brilla certo, mentre alla voce - complice forse la produzione - non fa niente di eccezionale (rispetto a quello che sa fare ed ha fatto nei precedenti anni). La produzione, appunto, è l'elemento distintivo di questo lavoro: gli permette di avere un posto nel Death contemporaneo, assieme al Technical Death moderno, ma al tempo stesso priva il gruppo di quelle sonorità caratteristiche e, specialmente, comportano il fatto che il celebre growl gutturale sia stato sostituito da una vocalità estrema più anonima, se non fosse per le metriche tradizionali di Benton che si fanno sentire frequentemente. Una scelta sicuramente coraggiosa: permette di piazzare questo album nella vetrina assieme a lavori di gruppi contemporanei, permette uno sfoggio di tecnica non indifferente, consente una precisione nell'ascolto ammirevole ed allo stesso tempo mette in risalto tutte le melodie messe in gioco da Santolla ed Owen. Una svolta nei Deicide, che porta il gruppo in ambiti Technical Death Metal che a tratti strizza l'occhio a soluzioni old school, a tratti vira verso il melodico e Progressive altri verso il brutale. Spesso però, e lo ricordiamo, mostrando contorni indecisi. Un album che non ha di certo entusiasmato i fan storici del gruppo, oltraggiati da tutta questa melodia e da questo sound moderno e pulito; mentre non ha probabilmente conquistato tutti quei nuovi fan che si aspettava di accaparrare, perché se è vero che Owen e Santolla sono proprio ben piazzati con le nuove sonorità, Asheim si adatta egregiamente, ma Benton appare un po' fuori luogo e non riesce ad interpretare bene il ruolo del cantante da Technical Death moderno, rimanendo ancorato nello stile tradizionale che ha contribuito a delineare anni fa. Se nei venti anni scorsi Benton era stato il pezzo forte del gruppo, con questo album ed in queste condizioni, diventa il peso morto. I testi sono quell'elemento che, invece, mantiene viva la migliore tradizione Deicide, con bestemmie che si susseguono senza sosta, la novità sta forse nell'aver dato un carattere vagamente "epico" alla cosa, puntando sul collegamento logico dei testi di alcuni brani per tracciare una specie di trama che a volte viene seguita, altre abbandonata; un'occasione colta solo in parte insomma, ma intrigante. Un album che, in definitiva, ci offre una commistione pregevole di vecchia e nuova scuole del Death Metal, un qualcosa di inedito in casa Deicide ed una sfida che guarda al futuro; ancora un po' incerto in alcuni frangenti ma, nonostante questo, pur sempre un album che si può godere con brutale blasfemia, dall'inizio alla fine, con particolare apprezzamento per gli assoli di chitarra che (anche se a volte cozzano col resto) risultano davvero speciali.

1) To Hell with God
2) Save Your
3) Witness of Death
4) Conviction
5) Empowered by Blasphemy
6) Angels of Hell
7) Hang in Agony Until You're Dead
8) Servant of the Enemy
9) In the Darkness You Go
10) How Can You Call Yourself a God
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