DEICIDE

Till Death Do Us Part

2008 - Earache Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
08/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Dopo una ripartenza ad alti livelli, con "The Stench of Redemption", i Deicide si danno da fare per mantenere il loro status di band pilastro della scena Death. Il disco viene presentato e diffuso in pompa magna,  con numerosi concerti  e tour intrapresi, giusto per dimostrare ai fan che la malefica creatura di Benton è ancora in piedi, viva e vegeta. Dopo soli due anni, poi, i Nostri tirano fuori un nuovo album, continuando a proseguire dritti per la loro strada, caricando a testa bassa: il 2008 è infatti l'anno di "Till Death Do Us Part", sempre licenziato dalla specializzata "Earache Records". Proprio questo era uno degli anni in cui la "Earache..", assieme ad altre etichette, sperimentava una larga diffusione di digital releases; situazione la quale avveniva spesso con il rilascio di EP o live albums, da rendere disponibili attraverso noti stores, ad esempio I-Tunes. Con questo album, chiaramente, la sola digital release non poteva bastare; contrariamente a quanto successe per i due EP precedenti, ovvero "The Stench of Redemption 666 EP" e "Doomsday L.A.", immessi solamente sul circuito del download digitale, abbiamo dunque una versione in CD ed anche quella in vinile. Parlando tecnicamente di questo "Till Death..", possiamo poi ed immediatamente notare che il duo Benton-Ashem ha accentrato ulteriormente il controllo del gruppo: Steve Ashem è produttore, ed oltre a suonare la batteria e svolgere gran parte del lavoro di composizione si prende anche il compito di suonare la chitarra ritmica (perfino quella solista, in determinati brani); Glen Benton, non da meno, oltre ad essere cantante e bassista, si occupa della produzione, supervisione di missaggio e mastering, nonché dei testi. I neo arrivati chitarristi, Jack Owen e Ralph Santolla, vengono invece relegati ai margini; sebbene nel precedente album la loro impronta si fosse fatta sentire, ed anche più che bene. Ad Owen non rimane che suonare in quattro brani, mentre Santolla viene estromesso dalla formazione ed appare solo come "ospite" pur suonando in nove brani (scelta forse dovuta al fatto che Santolla, in quegli anni, aveva iniziato a suonare in maniera stabile con gli Obituary). Insomma, Benton ed Asheim, reduci da un'esperienza poco soddisfacente coi fratelli Hoffman, decidono di non rischiare e di mettere bene le cose in chiaro: sono loro due ad avere in mano le redini di tutto. Possiamo immaginare che, per forza di cose, l'album non trarrà molto beneficio da un'ottica del genere, e che forse questa scelta sia stata forse un po' troppo azzardata. Vista soprattutto la qualità dell'apporto, nel lavoro precedente, di quei due chitarristi; i quali hanno saputo dimostrare quanto fossero in grado di dare ai Deicide, in termini di qualità. Ma i due "frontmen" si dimostrano testardi, pur volendo fare le cose in grande: lo dimostra la durata dell'album, eccezionalmente generosa. Una carriera lunghissima, quella dei Deicide, ed in quasi un ventennio di brutalità non si era mai visto un album di quaranta minuti uscire dalle loro corde; altro elemento, questo, che incuriosisce. La stessa grafica dell'album mostra che ci sono altri cambiamenti in atto: viene utilizzata un'opera di Hans Baldung (1485-1545), o meglio due. In copertina, infatti, abbiamo una porzione di Death and the Maiden (1518 circa), olio su pannello di legno, il quale ci mostra una scena grottesca in cui una fanciulla si volta per ricevere il bacio del suo amante ed è sgomenta di orrore nello scoprire, dietro di lei, una figura scheletrica - la Morte - che la stava sorreggendo in modo gentile ma al contempo fermo, per trattenerla abbastanza da darle quel bacio che ha tutto l'aspetto di un morso fatale. E' un'immagine allegorica nella quale viene esplicato un concetto fondamentale: la fanciulla, la bellezza, la Vanità, la giovinezza.. momenti transitori ed effimeri, perché la Morte raggiunge tutti. La stessa scena infatti è un cimitero, e la donna sta in piedi vicino a quella che si rivelerà essere la sua pietra tombale. La bellezza e l'erotismo dispensato dalla figura femminile contrastano amaramente col viso contorto, grottesco, atteggiato in una posa che vuole significare orrore ma anche morte; la Morte invece ha una presa ferma e decisa, una mano sorregge il volto, mentre l'altra sembra volersi conficcare nel fianco. Anche nel retro del CD c'è un'opera di Baldung, si tratta di Three Ages of the Woman and the Death (1510), un'opera nella quale questo maestro sperimentava ancora. Anche questa opera va inserita nel filone allegorico, è evidente: questo olio su pannello di legno ci mostra le tre età della donna e la Morte, quindi i personaggi sono gli stessi dell'altra immagine. L'allegoria, in questo caso, è più immediata: mentre l'Infante si preoccupa del mondo circostante in continua esplorazione, la Fanciulla si cura solo di sé (è la stessa Vanità che si vede nell'altro dipinto), la Vecchia è l'unica consapevole della presenza della Morte e cerca infatti di scansarne la mano ossuta che regge la fatale clessidra sopra la testa della fanciulla ignara. Ciò che colpisce è la marcata differenza tra il macabro e l'erotico, il bello ed il brutto: la Vanità, ancora protagonista, ha occhi soltanto per sé e non si cura, non si rende conto di ciò che accade attorno a lei. Una volta dato conto di queste allegorie appare ancora più strana la scelta dei Deicide, che forse si sono semplicemente accodati ad un trend estetico molto in voga nel periodo; oppure, stando anche al titolo scelto, vogliono semplicemente sottolineare il fatto che nulla è indissolubile o eterno perché, prima o poi, arriva la Morte a porre fine a tutte le cose. In tutta questa filosofia che ci porterebbe a rivalutare enormemente la portata, anche concettuale, di questo lavoro, si inserisce anche (per fortuna e purtroppo) "la tamarrata": una toppa con la faccia cattiva di Benton e la scritta "Glen Benton for President" riportano il gruppo in basso, ma proprio basso.. il ché non guasta, visto che è là che sta l'inferno!

The Beginning of the End

Ma iniziamo l'esame dell'album, si comincia con "The Beginning of the End (L'inizio della fine)", un brano strumentale; un lungo fade-in di chitarra, armonici e fischi acuti, poi i suoni si fanno più cupi e minacciosi, appare la batteria lenta ma movimentata sulle variazioni e fill, arpeggi malefici, il pezzo è un crescendo di malvagità che sembra sempre sul punto di scoppiare. Blast di cassa che accelera, poi si calma ed iniziano delle brevi raffiche ben mirate, l'atmosfera si infiamma, il basso è relegato in un angolo, una chitarra si lancia in melodie vagamente orientaleggianti, molta tecnica e buon gusto sulle scelte melodiche e le variazioni nel tema. Ancora un crescendo che aumenta in intensità, la batteria si lancia in un nuovo blast preciso, si sfocia in plettrate lente e cadenzate, ogni tanto qualche raffica di cassa o rullante, ruggisce la chitarra e lancia un nuovo assolo, più potente e vorticoso sulle melodie, si cambia accordo e si continua con l'assolo che ogni tanto si arresta per poi rilasciare una nuova scarica di violenza squillante, vibrata e graffiante. Si torna al riff principale, con incursioni di cassa che viene pannata da un lato all'altro, poi il ritmo tace e c'è solo un intreccio di melodia di chitarre.  

Till Death Do Us Part

 Così parte "Till Death Do Us Part (Finché morte non ci separi)", riffoni pesanti, cadenzati, non senza qualche melodia decadente, un growl gutturale e spietato che riempie il sound, scream diabolici qua e là, una bestialità infernale e poi la strofa, pestata ed imponente, funestata da un growl animalesco. L'equalizzazione del growl lo rende quasi ovattato, un suono che sa di claustrofobico, cavernoso e profondo, presto arrivano i cori in scream; una parte ossessiva con ritmi cadenzati, più crudi, un pestaggio ostinato. Se nel precedente album c'erano state variazioni molto melodiche qua non c'è neanche l'ombra di cose del genere: violenza senza compromessi. Plettrate alternate portano l'ombra del Black, innestandola in suoni da Death/Brutal gutturale, la velocità della cassa aumenta, il rullante accentua ogni battuta che pesta di brutto, il basso è veloce ma in secondo piano rispetto alla chitarra ritmica. Si torna allo stile di prima, con l'assolo i chitarristi si concedono qualche variante melodica, simile a quelle del pezzo precedente, con evoluzioni melodiche e qualche squillo finale; variazioni nel tema con momenti di alta tecnica, entrambe le chitarre eseguono all'unisono una parte che poi si trasforma ed imita una nota marcia funebre, quasi una pantomima violenta, poi si riprende con la strofa spietata. La voce irrompe con tutta la potenza del coro, poi la cadenza si fa più trascinata, ultime battute ed il pezzo si conclude: sono tornati i Deicide brutali e cavernosi che non ne vogliono sapere niente di melodia, il pezzo funziona bene e non potrà che soddisfare i fan di vecchia data del gruppo. Il testo si rivolge a qualcuno che Benton deve odiare davvero molto, intrappolato nelle sue stesse menzogne, ora che è evidente a tutti che non merita di essere creduto, viene torturato a morte e si finisce col compromesso. La verità può essere rivelata a tutti, il malato velo di ipocrisia sollevato, adesso questi piange davanti a Dio perché verrà punito per essersi preso gioco di tutti; adesso sarà punito per tutte le cose che ha fatto a lui. Adesso si vendicherà su di lui, lo torturerà fino ad ucciderlo ed a quel punto, da morto, se lo potrà prendere Dio; si approfittava degli altri, abbindolandoli, ma adesso questi sono tornati per punirlo mentre lui cerca di fuggire via dai suoi errori passati. Finché morte non li separi, lo torturerà fino a mandarlo in cielo, i suoi sacri giuramenti vengono infranti, è in combutta col male e verrà dimenticato anche da Dio. Potrà chiamare chi vuole in suo aiuto, non farà alcuna differenza, si farà soltanto male da solo con la sua inutile vita di merda, la ricerca del piacere lo ha condannato ad una morte definitiva, non troverà mai pace; conoscerà la pietà, la perdita, l'abbandono e la sofferenza. Vivrà per sempre all'ombra di chi non può adorare, verrà in un incubo in cui tutti i suoi sogni non saranno mai realizzati e li vedrà sempre sfumare davanti a lui. Ora la luce mostra ciò che lui è veramente, adesso se ne va per sempre dal suo cuore. C'è chi vede in questo testo uno schiaffo ai fratelli Hoffman; col precedente album i Deicide si sono appoggiati molto ai nuovi chitarristi, col risultato che l'album suonava poco Deicide (pur essendo un capolavoro!). Col presente album, invece, il ruolo dei nuovi chitarristi è decisamente ridimensionato, Benton si riprende il ruolo primario alla voce e torna anche lo stile classico del gruppo con una musica composta prevalentemente dalla coppia originaria: Benton ed Asheim vogliono mostrare che, da soli, possono essere più "Deicide" di quanto non lo fossero coi fratelli Hoffman. Da un lato è chiaro che gli interventi dei fratelli (perfettamente in sintonia dal vivo) negli album lasciassero qualcosa a desiderare, specialmente nell'ultimo periodo in cui si erano un po' lasciati andare alle comodità sforzandosi poco per il gruppo. Questo testo, ad essere maliziosi, sembrerebbe dedicato a loro? invece Benton chiarisce che è dedicato alla ex moglie: dopo la separazione c'è stata una lunga battaglia legale per poter avere la custodia del figlio. La moglie ha cercato di vincere l'affidamento del bambino facendo leva sul fatto che Benton ha questi atteggiamenti da satanico, questa vita eccessiva ed estrema, che non sarebbe stata salutare per il figlio; Benton è molto provato dalla vicenda, ad un certo punto pensa anche di abbandonare la musica, poi vince l'affidamento (cosa che desta molte ironie sul fatto che, se la moglie prestava meno garanzie di Benton, doveva essere sul serio il mostro che lui descrive!) del figlio e crea questo album (forse il meno apprezzato) come fosse un urlo liberatorio. Da sottolineare anche il titolo "finché morte non ci separi" che è la frase recitata dal prete quando ci si sposa, alla fine delle promesse scambiate dai due coniugi. Il riferimento alla ex moglie è plateale!  

Hate of All Hatreds

"Hate of All Hatreds (L'odio di tutti gli odi)" ha un testo che sembra proseguire lo stesso concetto: odiata fino alla fine dei tempi, desiderando una morte che troverà presto, metterà fine a questa farsa. Tutto ciò che è lei vale meno di lui, lei ha sangue nelle mani e bugie nel fiato, tutto ciò che lei ha corrotto è sparito e non ha più alcun valore. Tutti gioiranno nel giorno della sua morte, non mancherà a nessuno, non avrà mai niente e non troverà mai pace. Non importa dove andrà, niente in questo mondo la salverà dal vuoto e dal dolore nel quale è sprofondata; lei non ha più cuore, è morto, ma non succederà di nuovo perché lui le augura una pestilenza che possa seguirla per sempre fino a quando lui la vedrà morire. Una coscienza che sanguinerà sempre, non otterrà mai niente dalla vita, piena di ingordigia, i legami di sangue sono troncati e finiscono di esistere, le sue trame di bugie diventano una corda circolare con la quale lei si impiccherà a morte. Alla fine tutte le verità verranno a galla, lei verrà spogliata del suo trono che non avrà alcun valore, le rimarrà solo il suo odio. Adesso lei se ne va via da sola, in una vita di disgrazie, giù per un cammino dove l'attende solo la morte. Non il solito pezzo romantico insomma! Un carico di odio sconfinato riversato senza pietà e con un rancore avvelenato. Stoppate violente, plettrate serrate e poi una scarica di violenza che porta un growl gutturale inarrestabile che continua ad infierire sull'ascoltatore ad alta velocità in una strofa infinita; la variazione si fa più gutturale e poi viene accompagnata da cori in scream. Plettrate alternate malefiche, un'indole quasi Black, la batteria non ha pace e continua a pestare un blast inarrestabile, il rullante riesce anche ad accelerare ulteriormente per dare degli accenti. Si torna alla strofa iniziale che si arricchisce di scream e poi prolunga i growl per creare un qualcosa di annichilente. Stoppate e quindi la violenza diventa un tripudio di pelli che pestano, il tempo si dimezza ma la cassa non la smette di pestare veloce, rallentamento ma la voce è ancora animalesca, una brutalità straziante e primitiva, le chitarre eseguono plettrate quasi melodiche, altre stoppate e quindi un ascolto che potrebbe sembrare un Thrash neoclassico, altro assolo con rincorsa a plettrate veloci e poi via verso gli acuti sui quali effettua intricate evoluzioni, di nuovo la strofa animalesca e quindi il pezzo si conclude. Una botta bestiale! 


In the Eyes of God

Passiamo allora a "In the Eyes of God (Agli occhi di Dio)", con un testo che finalmente non si accanisce contro la ex moglie e prende di mira il vecchio nemico giurato di Benton: Dio. Egli cade dal cielo verso la cattiva reputazione, bandito dal regno mortale ed immortale; diventa profeta per mezzo del figlio, rinuncia alla luce sacra del paradiso per venire al mondo e fare una fine infame, ignorando la sorte del figlio condannato a morte. Agli occhi di Dio Cristo ha fallito. Colpa di un angelo che non ha pietà e non è stato capace di aiutare Gesù, la sua spada è stata inutile per difendere i suoi benedetti. Un tempo di tormento inizierà, sarà un assedio che colpirà il paradiso, eliminerà la vita, divorerà le menzogne del Cristo codardo, mentre Dio muore. Davanti ai suoi occhi morirà. Nel testo il protagonista non è sempre Dio o Gesù, a volte è un terzo che potrebbe essere la ex moglie come nei precedenti brani. Si parla di una disfatta totale, allontanandosi dal cammino di Dio, un esilio verso una morte solitaria e dimenticata; una menzogna ed un tradimento perpetrati agli occhi di Dio che quindi emanerà una sentenza di condanna dell'anima, agli occhi di Dio sarà disprezzata e mal vista. Un testo che si presta a molteplici interpretazioni, passaggi carichi di un astio tale che spesso sono solo un elenco di maledizioni sconnesse in cui non è molto chiaro chi sia il soggetto. Si parte con un feroce blast al rullante, una chitarra a plettrata alternata doppiata presto da un'altra, tempi velocissimi e disumani, il rullante riesce a stento a star dietro a questo assalto furioso, ci si mettono anche stacchi ai tom. Stoppata al volo e quindi il tempo si dimezza permettendo l'inizio di una strofa monolitica, un assalto bestiale massicciamente cadenzato al rullante che pesta fortissimo. La voce gutturale di Benton è lenta e precisa nei versi, il ritmo del riff è assillante ed ostinato, preciso e ripetitivo, alla fine una variazione lo fa diventare più veloce e gutturale. Una scarica di odio rafforzata da un coro di scream che si moltiplicano e continuano ad insistere fino alla nuova strofa, stacchi, stoppata e poi si riprende con una nuova strofa. La strofa che ne viene fuori è simile alla precedente, un assalto sfiancante che fa mancare il respiro, riff confezionati con precisione e senza parsimonia di velocità, un approccio tecnico e brutale; ancora la velocità con gli scream che si moltiplicano a dismisura mentre le chitarre si lasciano andare in variazioni quasi Black. Assalto strumentale, le chitarre prendono velocità, una si stacca ed alza la tonalità, poi la voce torna a farsi sentire, quindi parte un assolo vagamente neoclassico in cui entrambe le chitarre si danno da fare in un intricatissimo lavoro, il basso intanto impazza distorto su un tappeto di cassa. Ancora accenti alle chitarre e batteria veloce e statica, poi si raddoppiano i tempi ed ha inizio l'ultimo assalto cavernoso che si conclude poco dopo.

Worthless Misery

 "Worthless Misery (Miseria senza alcun valore)" comincia con una specie di tempo tribale, timpano e cassa si fanno ben sentire, il basso pulsa malevolo, poi il blast si fa avanti per portare una scarica di velocità che viene alternata a pausa. Le chitarre sono dissonanti e distorte, il growl si  propone con calma e poi si trasforma in urli demoniaci quando le chitarre eseguono lunghi accordi all'unisono, di nuovo la strofa col growl gutturale, le chitarre sono dissonanti ma il growl prosegue e poi esplode in una serie di scream. Si accelera di nuovo ed il pezzo prende un ritmo frenetico: stacchi veloci, riff che si ripetono velocemente con acuti alla fine, variazioni continue, lo sferragliare del basso che accompagna questa furia omicida fatta musica. Si arriva al ritornello in cui si canta il titolo in coro, un botta e risposta fatto di cattiveria infernale, plettrate alternate e poi un pezzo tutto bombato, massiccio, una valanga che si ingrandisce ad ogni metro che percorre. Dopo un altro tribale pompato, variazioni melodiche alle chitarre che durano poco per lasciare spazio ad un altro assalto gutturale e bruto. Tonalità bassissime e cavernose escono fuori dalle fauci di Benton, velocità che si alterna a lunghi gutturali, è un'esplosione disumana di rabbia. Parte l'assole in uno stile che può essere da Technical Thrash, passaggi veloci ma virtuosi e mai sbavati, salti acuti movimentano l'assolo che si muove su scale ascendenti e discendenti fino a farci perdere l'orientamento, specie quando si accoda l'altra chitarra. Riparte la strofa, un carico di malvagità che ci viene sbattuto in faccia senza complimenti, una carriolata di odio che ci sommerge fino a quando non arriva un altro tribale a darci fiato ed il pezzo si conclude con una stoppata. Se col precedente pezzo c'era stato qualche dubbio, in questo non c'è alcun dubbio che sia dedicato alla ex moglie: comincia col dire che lei per lui è stata una miseria senza valore, la sua promessa una menzogna, colta nell'inganno, intrappolata, strappata dall'uno (qui forse si riferisce al figlio) per sua volontà ed adesso dovrà far fronte al dolore da sola. Per loro (padre e figlio) è come se fosse morta, la vita per lei sarà all'inferno! E' fatta e lei ha perso davanti agli occhi di tutto il mondo, la rabbia alla vista della sua pazzia; lei ha pianto a Dio ma lui le ha voltato le spalle, ha permesso a tutti di vedere invece quello che lei è realmente e quindi nessun compromesso e nessuna difesa cambierà le sorti finali. Privata del diritto di intervenire (nell'educazione del figlio) e di avere voce in capitolo, fatti che rendono evidente la sconfitta, condannata all'inferno per tutti coloro che hanno sofferto per la sua ipocrisia. Cercava di farsi scudo con le parole della Bibbia, ha invece ottenuto ciò che più temeva: per loro è morta ed ora inizieranno una nuova vita, perfetta, senza di lei. Lei dovrebbe solo impiccarsi con ogni parola che ha frainteso, la sua stupidità ha solamente decretato la vittoria di lui. Lei non ha alcun valore per lui, per loro, neanche nella morte troverà pace; non le resta altro che affrontare la cosa, è stata colta nell'atto ed ha perso. Adesso lei rifiuta di riconoscere la sconfitta, di ammettere di avere torto, ma lei è un'inutile pazza, rovinata dall'ingordigia e dalle menzogne ipocrite, adesso pagherà per i suoi peccati, mentre lui avrà la vittoria. Un testo che gira e rigira il dito sulla piaga come fosse un trapano!  

Severed Ties

"Severed Ties (Legami spezzati)" inizia con un blast furioso, plettrate alternate che si sovrappongono in continue evoluzioni, una lunga parte strumentale e poi le chitarre eseguono parti melodiche mentre la sezione ritmica non accenna a rallentare, un crescendo di intensità e gli accenti si fanno più pressanti e poi finalmente parte la strofa con una voce che sputa veleno con un growl gutturale ed infervorato. Tempi prevedibili, statici, ma molto veloci e strapieni di fill alla batteria, poi una chitarra lancia un assolo molto lento e ragionato, che sa quando graffiare, quindi parte un'altra strofa funestata da una batteria minacciosa. La voce è indemoniata, mangia le parole e le sputa con rabbia inaudita, sul finale prolunga e lancia una nuova parte strumentale che macina tutto con velocità prima di cambiare più volte tonalità in una specie di continua fuga brutale. Altro assolo che parte fischiando acuto, passaggi veloci sugli acuti snocciolati con noncuranza, poi di nuovo un fischio finale ed arriva un'altra prevedibile strofa, si va così avanti ed il pezzo si conclude. Se fino ad ora la fantasia era stata sufficiente, con questo pezzo c'è solo brutalità che rischia di diventare ripetitiva. Il testo, nemmeno a dirlo, infierisce ancora: la tradizione di Dio viene minacciata, nel bel mezzo di una guerra, con un verdetto giusto che colpisce una persona abietta e spregevole. Mentre lui pronuncia la distruzione, usando la verità come la spada (questa immagine di Glen Benton come paladino della verità e della giustizia fa anche un po' sorridere..) come lui sapeva sarebbe accaduto, visto che c'erano molti segnali a dimostrare la mala fede di lei. Lei aveva fatto delle promesse, sancite, ma non ha saputo mantenervi fede ed ora si troverà a morire da sola, soffrendo per ciò che ha fatto ai suoi, per aver distrutto un'innocenza. Da questa storia lei non ha tratto nient'altro che un coltello nel petto, dimenticata perfino da colui al quale ha dato la vita, come ripicca e disprezzo per ciò che lei ha fatto. Lui si schiera dalla parte di Satana, ecco perché non è stato sconfitto ed ha vinto, lei invece può soltanto implorare pietà per il male fatto ai suoi cari che adesso l'hanno abbandonata e staranno benissimo senza di lei. Spogliata di ogni ambizione, come risultato di questa clamorosa sconfitta e perdita, tutti i legami (anche di sangue) tra loro vengono spezzati e ridotti in brandelli. Una bestia promiscua è lei, loro vengono separati ed ogni cosa che li legava è distrutta, adesso può solamente pregare il suo Dio miserabile, invano perché lui non le presterà alcun ascolto. Nessuno si schiererà dalla parte di lei: non il suo Dio, non la legge; lei verrà devastata da lui che difenderà il proprio sangue (il figlio) da lei, disegnando confini di battaglia e continuando a combattere per distruggerla. Quanto odio? il riferimento alla promiscuità di lei, il fatto che lei - ingannatrice e promiscua - si schierava contro di lui per via del suo satanismo quando invece era lei stessa, per prima, a non seguire i dettami del cristianesimo è l'esempio lampante di quell'ipocrisia dei credenti che Benton ha da sempre descritto nei propri testi.

Not as Long as We Both Shall Live

Possiamo andare avanti, ancora immersi nell'odio più nero, con "Not as Long as We Both Shall Live (Fintanto che vivremo entrambi)" che, continuando ad inveire, ci mostra che forse la causa degli album da mezz'ora era semplicemente la mancanza di ispirazione nelle bestemmie da mandare a Dio; perché invece con la ex moglie questa mancanza di ispirazione non c'è, neanche minimamente, quindi si sono totalizzati quei quaranta minuti abbondanti senza neanche troppa fatica (e con testi lunghissimi!). Il titolo vuole ricordare a quella donna che fintanto che entrambi vivranno lui non smetterà mai di odiarla e non dimenticherà mai quello che lei ha fatto, la pietà non riempirà mai il suo cuore che non potrà mai perdonare niente, ma, anzi, attende di celebrare il giorno in cui lei morirà. Lei non potrà mai riparare ciò che ha fatto, lei non vedrà mai la luce nella quale brillerà il figlio, questo sarà sempre un vuoto nel cuore che lei si porterà dietro per tutta la vita. La taglia in due e la polverizza, pietoso agnello traditore e disgustoso, la guarda dall'alto con occhi di disprezzo mentre lei non può far altro che morire. Le augura il male finché avrà vita, inchiodata al muro e bestemmiando nel nome di Lucifero, lacrima pus infetto dalle sue ferite sanguinanti, vuota e fottuta per sempre, vivrà nel rifiuto e nella solitudine per il resto dei suoi giorni fino a quando lui ballerà sulla sua tomba. Fintanto che avranno vita il figlio che lei ha generato non la perdonerà mai, l'arroganza di lei sarà la sua fine, è sopraffatta da un senso di perdita, un segno di croce indica il posto in cui lei dovrà stare per sempre. Un inizio con dei riff abbastanza regolari che presto raddoppiano in una scarica di plettrate, batteria statica e growl che interviene in modo prevedibile, variazioni al basso e chitarra ritmica portano tonalità cupe, il growl è raddoppiato dallo scream, poi interviene una malevola chitarra solista mentre la batteria esegue un blast alla cassa. Altra strofa, identica ma con testo diverso, stacchi e fill di batteria, qualche variazione di chitarra a plettrata alternata e quindi una scarica di una bestialità immane, velocità e rullante devastante, Benton sta vomitando tutto l'idio senza ritegno, poi un veloce assolo sporcato più volte e grattato, un altro assolo ovattato e malevolo, ricorda un sound cattivo alla Slayer, poi squillo acuto ed uno scream di sofferenza, altro assolo melodico e lento, il growl si ripropone con calma e si torna alla strofa iniziale senza fretta, si raddoppia di scream. Si continua con un assolo, sul quale all'inizio c'è anche la voce, che si libera e diventa più virtuoso sul finale; ancora la strofa, un pestare costante del ritmo forsennato quando si ripete la parte veloce, Benton sembra un invasato che non si dà pace. Altro assolo e sinfonia alle chitarre, velocità nelle plettrate e virtuosismo maledetto, un bell'intreccio anche ben tecnico, congeniato alla perfezione nei passaggi più neoclassici con variazioni in cui le due chitarre si cedono il passo a vicenda ed a volte vanno all'unisono. Un lungo brano, la ripetitività delle strofe è stata abbondantemente stemperata con assoli fantasiosi e sempre nuovi. 

Angel of Agony

 "Angel of Agony (Angelo dell'agonia)" inizia con tutta la bestialità possibile, riff veloci e passaggi di rullante al limite, poi la voce di Benton arriva come prevedibile in uno slancio brutale, viene lasciato dello spazio ai riff che variano leggermente mantenendo intanto il tema del brano e poi eseguendo una scala che al culmine porta un assolo melodico veloce, poi un altro che si spegne in fretta e quindi fa spazio ad una strofa che arriva come una bastonata alle spalle. Lo scream raddoppia come prevedibile, assalto brutale senza sconti per nessuno, continua e prolunga il finale mentre gli strumenti non accennano a rallentare, continuano senza variazioni degne di nota e poi arriva una breve parte cantata che non porta niente di nuovo, il pezzo continua con poche idee mentre lo stesso riff viene spremuto fino all'osso, poi un assolo malefico ed acuto, ad alta velocità, ancora un'altra strofa uguale alle altre. La velocità resta alta, il rullante continua nel tupa tupa assassino, alternanza tra growl e scream, coro demoniaco, le chitarre si concedono un momento melodico in cui sviluppano la stessa dinamica del cantato mentre la batteria continua col blast di cassa. Un pezzo che si poteva fare meglio, decisamente, le idee c'erano anche (seppure molto simili a quelle di altri pezzi dell'album) ma erano poche per sostenere il minutaggio di questo brano. Nel testo si parla di dolore e sfiducia che colpisce i credenti, i cuori dei deboli, all'inizio sembra un testo vago ma poi torna a riferirsi alla ex moglie dicendo che è stata privata di diritti che credeva intoccabili, una volta svelati i suoi inganni. Il suo modo di fare angelico è stato smascherato dall'inferno, è un angelo che si è macchiato ed è stato quindi scacciato dal paradiso e scagliato nell'inferno a soffrire. Un angelo dell'agonia, infido, per affogare nella propria vanità da vittima innocente e vivere nella blasfemia; lei credeva di potergli togliere la vita ma si sbagliata, adesso sarà lei ad essere imprigionata nella sofferenza, confinata nel dolore eterno fino alla morte. Adesso lei soffrirà le pene che il Signore ha riservato a noi tutti, si farà una doccia di vergogna ed onta imperitura, andrà verso la morte da sola, dimenticata da tutti. Un pezzo che aggiunge poco, sia col testo che con la musica, a quanto già sentito in precedenza, un pezzo un po' fiacco che poteva anche fare a meno di esserci.

Horror in the Halls of Stone

Il pezzo più lungo è "Horror in the Halls of Stone (Orrore nelle sale di pietra)", che è anche quello che ha il testo più lungo. Una nemica giurata, fino alla morte, è morta per lui; sapete già a chi si riferisce.. uno spreco di luce, deve soltanto morire. La maledice, prende la sua vendetta, scioglie ogni legame; adesso anche il Dio di lei la vuole morta, assieme al resto del genere umano. Il grottesco fallimento di lei è così dannatamente divino, sconosciuta a questo mondo adesso è l'ora della sua morte. Così come l'idiota sulla croce, con la parola di Dio sconvolta, sono uniti nel decadimento e nella sconfitta; in questo punto manifesta talmente odio per la ex moglie da paragonarla a Gesù (un'offesa capitale per chiunque sappia quanto sia grande l'odio di Benton per Gesù?). L'ingordigia cristiana perde, cadono tutti nelle loro tombe, la parola di Dio viene contorta per gli interessi di questi avidi malfattori che però non riescono nel loro intento e perdono miseramente. Viene impalato ogni angelo, Cristo l'idiota, la pedina, lo stupido principe, la sua luce si spegne, è andata, adesso le croci bruciano, dissanguato nelle sale di pietra. Il regno del potere adesso è nelle loro mani, nell'ora in cui il Cielo viene distrutto e Gesù assassinato, c'è orrore nelle sale di pietra e Dio rimane in silenzio. Poi la frase "the end of eve" che può tradursi come "la fine dell'inizio" ma anche come "la fine di Eva", ed è su questa doppia interpretazione allusiva che gioca nel verso successivo quando aggiunge che la sua ipocrisia ha avuto fine e che perfino Dio l'ha dimenticata, negata dalla messa, la chiesa cristiana distrutta, a Gesù è impedito far ritorno e tutta la sua conoscenza viene bandita. In questo ultimo testo la ex moglie viene paragonata a Cristo quanto al fallimentare epilogo di tutte le menzogne, ma viene anche paragonata ad Eva (seppure con una leggera allusione) per via del tradimento cui segue una maledizione eterna. Il pezzo inizia lento, con molto groove ed uno stile diverso dagli altri, si avverte qualcosa alla Obituary anche nello scream iniziale di Benton che non è affatto nel suo stile, un rantolo dannato che poi si fa cavernoso ma non molto gutturale, più sporco. C'è qualcosa di vagamente Death'n'Roll nello stile di questo pezzo, il piatto sembra voler mimare una processione funebre e si fa ossessivo quando la voce ripete "die! die! die!" un sacco di volte. Si riprende con la strofa, poi una variazione melodica sulla quale Benton canta assecondando le note, violenza ma anche un senso di liberazione, un senso di vendetta compiuta. Una parte strumentale con un lungo stacco sui tom, il pezzo prende la rincorsa e si sfoga con un assalto veloce più nello stile classico dei Deicide, ritmi accentati e ben marcati, batteria che decolla e chitarre che non la smettono di infierire. Si accelera ulteriormente con un blast di cassa che si stoppa ad ogni fine riff, poi il pezzo prende stabilità in un crescendo continuo di intensità accompagnato ad una voce assillante, che poi diventa un coro che alterna growl e coro di growl e scream, mentre le chitarre fanno sentire plettrate alternate e poi acuti diabolici e fischianti. Piccolo solo di chitarra, di nuovo con l'assalto che riprende, il gutturale diventa la regola mentre il ritmoo si imbizzarrisce in un continuo pestare e stacchi di batteria sempre più frequenti, altro assolo con plettrate maligne, sempre più veloci ed acuti, fino ad un culmine in cui le chitarre si uniscono e poi si separano di modo che l'altra possa eseguire un altro solo, più Rock, lento e melodico ma graffiante e ruggente nei bassi. Coro violento, influenza Black carica di odio e disprezzo, tempi lenti ma massicci, compatti. Nel finale si ripete la strofa e la sua variante melodica fino alla conclusione.

The End of the Beginning

Siamo giunti alla fine con un brano, strumentale, di chiusura: "The End of the Beginning (La fine dell'inizio)". Un breve finale che parte in tutta l'aggressività possibile, con blast di rullante e plettrate imbestialite, una parte strumentale che dà sfogo alle chitarre e batteria, mentre il basso segue a ruota senza farsi notare. Fischi, un caos infernale e poi un lungo fade-out fanno concludere questo minuto di furia cieca, secondo di silenzio allungano considerevolmente la durata del pezzo che al netto supera di poco il minuto. Un saluto, più che altro, un tocco di furia piazzato all'ultimo della tracklist.

Conclusioni

Va precisato il fatto che quest'album, da un certo punto di vista, si configura come una sorta di "discorso a parte" per i Deicide: le vicende personali di Glen Benton con la ex moglie, la dura e spietata battaglia legale per ottenere l'affidamento esclusivo del figlio.. avvenimenti che per forza di cose hanno segnato non poco la vita personale ed artistica del cantante e bassista. Se in un primo momento questi pensava di mollare con la carriera musicale, o per mancanza di ispirazione oppure per intraprendere una vita più compatibile col giudizio dell'opinione pubblica, in un secondo momento non solo decide di continuare, ma anzi, di fare addirittura "di necessità virtù". Tutto l'odio accumulato diventa fonte d'ispirazione per tirare fuori dei testi avvelenati, trasudanti un odio abissale. Da un altro punto di vista l'album, dopo che il precedente aveva lasciato largo spazio ai chitarristi, segna il ritorno dei Deicide alle sonorità più tradizionali del gruppo, visto che Asheim prende in mano le redini della composizione, mentre Benton si prende più spazio con la voce. Un album che da un lato innova, nei testi, dall'altro ritorna al passato, con la musica. Il fatto che l'odio nei testi sia genuino e furioso non fa altro che rendere la prestazione canore di Benton più invasata e brutale, ogni strofa è un assalto ferino e carico di odio / rancore infiniti, alcune frasi e concetti sono pregni di malvagità ed astio, ed è davvero difficile ignorarli. Nonostante questo le scelte musicali tornano ad essere un po' fiacche, come del resto avveniva coi fratelli Hoffman ai quali probabilmente il duo Benton/Asheim voleva mollare un sonoro schiaffo, dicendo a chiare parole: "ce la facciamo benissimo anche senza di voi"; ma, in realtà, Owen e Santolla suonavano molto meglio quando venivano lasciati liberi di esprimere il loro stile. In questa sede i due nuovi chitarristi suonano molto bene, specie gli assoli (sui quali avranno avuto più libertà), ma nel resto o suona Asheim e quindi il chitarrista di turno è costretto ad intervenire su di una struttura già resa piatta, oppure lo ha composto Asheim e si torna sempre nel solito selciato, senza evadere. Intendiamoci: i pezzi, specie quelli della prima metà, spaccano e sono brutali tanto da convincere gli appassionati del Death più crudo; il guaio è che nella seconda metà questo impatto viene meno, si riduce nella ripetizione di schemi già ampiamente spesi nella prima metà, tanto che spesso si scade nel prevedibile. Forse i Deicide non sono fatti per creare album da quaranta minuti, le stesse idee spalmate su una durata ridotta avrebbero fatto certamente una migliore figura; mettere un assolo in mezzo non cambia il fatto che ripetere la stessa strofa per quattro o cinque volte, alla fine ammorba. Va bene l'impatto annichilente e la bruta ferocia, ma tutto questo, alla lunga, può stancare. Un album suonato in modo impeccabile, un songwriting un po' approssimativo e ripetitivo nel finale, dei testi ricolmi di risentimento verso la ex moglie con un concept - ben evidente in copertina - che vuole ricordare che la Vanità, che guarda solo a se stessa, prima o poi dovrà fare i conti con una Morte impietosa che la sorprenderà quando meno se l'aspetta. Per i Deicide, specie per Benton, questo album è uno sfogo, una rivalsa, un via!; segna un punto di ripartenza, nel quale si fa la scelta di riprendere lo stile tradizionale del gruppo ed accentrare sul duo Benton/Asheim il controllo dei Deicide. Il futuro ci mostrerà se la via intrapresa premierà questo gruppo storico.. per il momento, questo album risulta buono ma nulla di più.

1) The Beginning of the End
2) Till Death Do Us Part
3) Hate of All Hatreds
4) In the Eyes of God
5) Worthless Misery
6) Severed Ties
7) Not as Long as We Both Shall Live
8) Angel of Agony
9) Horror in the Halls of Stone
10) The End of the Beginning
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