DEICIDE

Serpents of the Light

1997 - Roadrunner Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
08/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Passano due anni dal precedente album ed i Deicide tornano a bestemmiare con "Serpents of the Light" (1997), ancora con la Roadrunner Records. Anche questa volta si tratta di un album dalla durata poco generosa, appena mezz'ora di brutalità, ma speriamo che questa volta - reduci dall'esperienza del precedente album - gli artisti abbiano capito che non è il caso di "allungare" i mezzi rallentando il metronomo e, in ogni caso, che è meglio farsi trovare con abbastanza materiale in studio di registrazione. La formazione non cambia di una virgola ed il quartetto si dimostra affiatato: Glen Benton al basso e voce, i fratelli Eric e Brian Hoffman entrambi chitarristi ed infine Steve Ashem alla batteria. Realizzato sia in CD che in cassetta, sin dalla prima edizione, il lavoro si fregia di un artwork che, in qualche modo, segue quanto iniziato col controverso artwork del precedente album; anche se l'autore è diverso, infatti, si tratta ancora di una raffigurazione blasfema di Gesù, questa volta però lo stile è meno realistico ed il soggetto più concettuale. Il lavoro di Nizin R. Lopez ha tutta l'aria di un dipinto, o comunque tecnica mista con un dipinto alla base, raffigura Gesù con una maschera molto chiara, con un'espressione che indica sofferenza, da dietro questa maschera però spunta una lingua biforcuta da rettile, che esce dalla bocca. Questo concetto espresso dalla maschera è appunto il fatto che questo travestimento da agnello sacrificale sofferente non nasconde altro che un rettile, la stessa cosa avviene con le mani: mentre nell'aria, visibili dall'osservatore che si pone di fronte alla figura di Gesù, fluttuano delle mani giunte in preghiera; dalla Bibbia, aperta, fuoriesce una mano aggressiva che tenta di ghermire il lettore, una mano ricoperta di spine e di insetti infestanti. Quello che emerge, concettualmente, da questa grafica è la dualità tra la rappresentazione candida della fede e la sua natura pericolosa e violenta, da qui anche il titolo dell'album: serpenti della luce, che si riferisce proprio agli esseri del Cielo che ostentano una parvenza di amore solo per poter perpetrare indisturbati i loro atti di prevaricazione nei confronti degli ingenui fedeli. A tal proposito è utile ricordare un testo molto forte che Benton ha scritto contro i preti pedofili, nel precedente album. Quello che vale la pena di notare è che, dopo un inizio con testi che si limitavano esclusivamente ad inneggiare a Satana ed alla distruzione del mondo e di tutto ciò che è sacro, in questa nuova fase stanno prendendo sempre più spazio dei testi che si concentrano nello smascherare l'ipocrisia della fede cristiana, mettendone a nudo tutte le contraddizioni; insomma dopo un inizio di opposizione violenta questa nuova fase è un'opposizione che si manifesta in modo più ragionato, più acuto. Inutile illudersi: Glen Benton sfoggia ancora la croce inversa marchiata in fronte, anche se pare di capire che nel complesso tutti i membri del gruppo non siano agghindati da simboli satanici ed esoterici come capitava in altre foto precedenti, sembrerebbe che in questa foto si siano presentati in una veste più pacata invece. Analizzando l'evoluzione delle copertine appare evidente questo fenomeno: da un inizio in cui le copertine ed i testi inneggiavano a Satana, una fase centrale dedicata ad una grottesca e violenta caricatura di Gesù, per arrivare a questa copertina in cui la caricatura diventa satirica a tutti gli effetti.

Serpents of the Light

Possiamo cominciare l'ascolto proprio con "Serpents of the Light (Serpenti della luce)", un salto indietro nel tempo che riporta le influenze Thrash sin dalle prime stoppate, ancora una volta il basso è protagonista con un suono ben pompato, i tempi del blast sono velocissimi ed i riff di chitarra affilati come rasoi. La produzione è più scarna, si sentono anche i rumori delle corde che sferragliano, entra in gioco la voce in un tripudio di bestialità estrema corale, caotico e confusionario, salta fuori il classico riff vincente alla Deicide con una metrica che abbiamo notato nel precedente album e che noteremo ancora nel successivo. Ritmo incisivo, cadenzato sul rullante, torna in gioco anche lo scream che rinforza alcuni passaggi aggiungendosi al growl. Le parti sono indovinate, ritmate ma veloci, un risultato che si riesce ad ottenere grazie al groove ed alle stoppate. Si riprende col riff principale cui segue un assolo, note legate e lente che finiscono in un fischio per poi passare ad una parte veloce in sweep, si torna alla strofa brutale che si conclude con un growl profondo e poi, in coro, il titolo del pezzo cui segue il ritornello. Una parte insistente, un inno violento e blasfemo, il coro è fatto coi growl che sono sempre cupi, mentre l'accompagnamento rimane un blast con plettrata alternata; la violenza è costante dunque. Nel ritornello, ma in tutto il pezzo in generale, colpisce il fatto che la voce se la prenda spesso comoda marcando con lentezza gli accenti, mentre tutti gli strumenti si lanciano in parti frenetiche; in questo modo il gruppo fa una sintesi tra la velocità spaventosa degli esordi ed i massiccio groove dell'album precedente. Successivamente una fase strumentale che mette in risalto la plettrata alternata delle chitarre, poi ancora un'altra strofa, cadenzata, ostinata e culminante in un growl profondo cui segue una stoppata. Come già detto questo pezzo è la sintesi tra le origini e quanto raggiunto col precedente album, gli strumenti questa volta non sono frenati dal calo di metronomo e possono esprimersi in tutta la caotica velocità che desiderano; il gruppo è innegabilmente maturato e sta confermando la propria identità con questo pezzo che, oltre ad essere la titletrack, sottolinea il marchio stilistico dei Deicide ancora una volta. Nel testo si inneggia alla liberazione dal gioco della fede: libera da Dio l'intelligenza ha finalmente vinto, possiamo seguire il nostro istinto e vivere come preferiamo. Non più implorare pietà a dei ladri, questi ladri non possono raggiungerci, ci possiamo vedere attraverso; in questo passaggio Benton si riferisce proprio alla immaterialità di Dio e dei santi in generale che attraverso la menzogna dei credenti riescono ad influire sulle nostre vite pur non esistendo. Poi incita a lasciare fuori dalla nostra vita gli insegnamenti di Cristo, di denunciare Suo Padre, di smascherarlo, devono morire questi serpenti della luce! In questa parte emerge chiaramente tutto il concept che abbiamo delineato esaminando la copertina: gli insegnamenti ed il Cristo stesso sono frutto di una vile mascherata messa in atto per ingannarci e distoglierci dal vero volto di questi esseri che non sono altro che dei serpenti. Il testo prosegue, dice che ormai siamo tutti compatti ora che il Dio serpente se n'è andato, possiamo finalmente impugnare le briglie della nostra vita e sbarazzarci anche del Figlio: stando sotto la Bibbia ereditiamo solamente inganno, ma ponendoci al di sopra potremo finalmente far luce su molti aspetti della vita che ci erano nascosti/proibiti ingiustamente. Possiamo di nuovo assaporare il piacere della vita, adesso sappiamo che la pietà del Cielo è solo una menzogna, i serpenti della luce dovranno tornare a nascondersi nel loro buco e lasciarci in pace, sono solamente dei parassiti schifosi, delle spine nel Paradiso, vengono cacciati via dalla vita umana, siamo liberi da Gesù Cristo. In questo testo si conferma la nuova linea adottata da Benton: i testi non sono più delle bestemmie violente che hanno solamente il gusto della profanazione, sono più sottili, delle inneggianti contestazioni con le quali si cerca di rivelare l'inganno della fede e gli effetti negativi che questa ha nella società. Con questo testo i Deicide gridano, ancora una volta, il loro odio verso la fede cristiana ed i suoi insegnamenti, ma lo fanno con delle critiche aspre che sembrano mirare a fare proseliti, che incoraggiano l'ascoltatore a "ribellarsi" a questo giogo.

Bastard of Christ

Abbiamo appena finito di notare quanto fosse più pacato e ragionevole Benton che arriva "Bastard of Christ (Bastardo di Cristo)" a smentirmi clamorosamente: un pezzo dal testo feroce e blasfemo oltre ogni (ben poco) limite che fino ad ora aveva avuto il gruppo. Il testo inizia dicendo che il bastardo della croce continua imperterrito a spaventare la gente predicando sulla sua venuta, tutta una serie di scritture, parole contorte per provocare l'estasi nel suo Dio che è così grande. Poi augura la morte a tutti i bastardi di Cristo, i suoi seguaci: si è fottuto da solo per salvarci, mettendosi a morte, gesto da masochista folle; le sua parole vanno contro la verità ma vengono profetizzate comunque. I suoi fedeli cercano di ridare vita al libro della finzione, con blasfemia ed ingordigia per ingannarci tutti, si posizionano in formazione da battaglia, appendono la puttana alla croce (un riferimento alla caccia alle streghe ma anche, più in generale, alla visione patriarcale che vede il peccato carnale incentrato nella donna); pazzi blasfemi col cuore colmo di odio, gli augura la morte, si fotta il loro Cristo. Torna ancora a rivolgersi ai credenti che scendono a compromessi per il proprio dio, cercano una verità che non troveranno mai perché le scritture offrono davvero pochissimi riferimenti cui appoggiarsi, il signore ride di loro. Chi pensano che salverà il loro Dio? Si capirà alla fine, si dichiara nemico della croce, le parole della fede diffondono inganno, morirà per la sua religione, per la merda sacra, il pacifista. Alla fine non otterrà niente, non vincerà niente: la visione sacra, in punto di morte, sarà che tutto diventa buio, si smette di respirare, si muore e poi non c'è un fottuto niente. Un testo aggressivo che cerca di smontare tutte le convinzioni religiose con rabbia inaudita, si accanisce proprio col nodo fondamentale di ogni religione: quello che succede dopo la morte. E' proprio questa ignoranza/paura di ciò che segue la morte, intuisce e sostiene Benton, ad alimentare la fede nelle religioni che poi portano la gente a vivere una vita contro la propria natura, contro ogni logica e spesso anche contro le proprie aspirazioni, per inseguire un qualcosa che non esiste. Stoppate iniziali, plettrata alternata e poi una tempesta di colpi alla batteria, specie sui piatti; poi un interessante botta e risposta tra chitarra solitaria ed il resto degli strumenti. La voce irrompe con un coro bestiale in growl, la strofa si svolge in un continuo alternarsi di voce solista e coro, che nel testo sono spesso domanda e risposta; si svolge tutto velocemente e quindi il coro in cui si augura la morte a Cristo, segue una veloce parte di chitarra che doppia il riff con una tonalità più alta. Sfuriata strumentale con abbondanza di blast al rullante, parte una nuova strofa con qualche picco al basso, botta e risposta vocale in un continuo inseguimento di riff frenetici, nel coro di risposta alla strofa si nota un crescendo di scream esasperato che culmina nel finale quando arriva il ritornello blasfemo, accompagnato dall'inizio di un assolo dal sapore slayerano, si riprende con la strofa e con la successiva variazione strumentale, ecco che segue un ennesimo blast e riprende un'altra strofa con rinnovata furia empia, questa volta la strofa si prolunga ripetendosi, culmina in una serie ostinata di botta e risposta corali e quindi, con un blast, arriva la stoppata finale che conclude il brano. Si tratta di un pezzo breve e veloce, come da migliore tradizione Deicide, le parti corali si prestano a diventare inni blasfemi e sono molto chiare e scandite, contrastano con la caotica velocità della base.

Blame It on God

Andiamo avanti con "Blame It on God (Dai la colpa a Dio)", brano che è ancora più breve del precedente e si presenta con una serie di stoppate mentre le bacchette si scontrano, dopo una partenza che sa di Thrash, presto seguita da un blast di cassa e quindi da riff a plettrata alternata e brutale. La melodia si legge bene nelle plettrate, in un crescendo di tonalità, parte la strofa cantata e lo stile dei Deicide si fa sentire ancora una volta: plettrate e cassa veloci, ma cadenzate con gli accenti in linea con la parte vocale lenta e gutturale. Poi si accelera e quindi la voce diventa un coro veloce che duetta con una voce che parte all'assalto, il ritornello si ripete quindi con rabbia, ancora una volta si tratta di un inno orecchiabile nella sua brutale blasfemia, sembra quasi incitare ad unirsi al grido di ribellione blasfema. Quindi segue un assolo melodico, dal sapore vagamente progressive anche per via dei tempi lenti ed esecuzione ragionata, la successiva fase strumentale prosegue il riff del ritornello e poi, ad un certo punto, sfodera un blast di rullante che fa da preludio alla nuova strofa, ancora cantata con rabbia, poi accelerata e quindi si arriva immediatamente al ritornello. Ancora con la strofa brevissima e quindi ritornello a seguire, che dura la metà del tempo e viene ripetuto solo una volta, ancora una volta la sfuriata strumentale e questa volta il blast di rullante si prende tutto il tempo prima della conclusione del pezzo. La fantasia in questo brano è ridotta all'osso: il gruppo attinge da uno schema ormai prevedibile, ma non è un problema visto che i Deicide sono apprezzati esattamente per questo; unico elemento che si discosta è proprio l'assolo che sorprende per la sua melodica lentezza, quando ci si sarebbe aspettati un'altra sfuriata caotica e velocissima sugli acuti. Il testo esordisce dicendo che Dio è la ragione per la quale viviamo in un continuo sgomento, assistendo al suo volere che fa soffrire il nostro mondo; questo perché se noi non crediamo alle sue profezie dovremmo aspettarci l'inferno dopo la morte. Eppure a condannarci all'inferno sarebbe proprio quello che ha mandato a morte il proprio Figlio e che poi se la prende con gli uomini per avere eseguito una condanna che era già prevista nel disegno divino (in questo concetto è presente un'infinita serie di questioni che riempirebbero una biblioteca se affrontate con la doverosa attenzione; in questa sede basti pensare all'assurdità di un Dio che condanna l'uomo per aver fatto ciò che lo stesso dio "voleva" ed aveva previsto che fosse fatto: è questo il punto di Benton). Allo stesso modo il desiderio carnale è sorto nell'uomo sin da tempi remoti eppure chi vi indulge commette un peccato per il quale deve essere punito. Il testo arriva dunque al punto principale: tutte queste contraddizioni nella religione e nei dogmi che la compongono sono stati predisposti al solo scopo di confonderci, ingannarci con una facciata di benevola santità per poi causare la nostra sofferenza in modo subdolo. Torna ancora alla mente l'immagine di copertina in cui il volto di Cristo, in realtà squamoso e viscido, è coperto da una maschera bianca di candore. Quindi il ritornello esorta a prendercela con Dio, che ci ha creati, ed a non lasciarci andare a questa spirale del peccatore che ci porta a prendercela con noi stessi per aver fatto cose che sono nella nostra natura fare. Il Signore della salvezza continua a guardare da un'altra parte, forse è lui che vuole che questo modo vada in pezzi, non ha mantenuto la promessa di creare il paradiso in Terra con il sacrificio del figlio: lui è quello che ha mandato il figlio a morire e noi siamo quelli che si sono presi la colpa. Il finale va oltre: dice che il fatto che Satana vive e può imperversare sulla Terra è dovuto esattamente a Dio, che non fa nulla per impedirlo (quando invece potrebbe). Un testo davvero molto interessante, carico di risentimento.

This Is Hell We're In

"This Is Hell We're In (Questo è l'inferno in cui siamo dentro)" è la naturale prosecuzione concettuale del bel testo precedentemente analizzato: dopo aver raccontato che Dio non ha mantenuto la promessa di portare il Paradiso in Terra, con il sacrificio del Figlio; in questo testo si parla di quello che è in realtà in questa Terra: l'Inferno. La vita è una corsa contro la morte (già un inizio deciso!) e questo è il concetto che esprime in un modo inaspettatamente poetico - ma anche crudo e diretto come sa essere Benton - ciò che succede nella nostra esistenza: ad ogni rimorso si accorcia, arrivati alla morte finalmente il corpo non può soffrire più ed ecco che entrano in gioco i tormenti dello spirito per spaventare la gente anche di cosa accadrà dopo la morte. Nel ritornello dice che siamo in un inferno in cui non vuole rimanere, vuole passare oltre, non vuole restare ancora a soffrire qua. Avvolto nel dubbio, soccombendo alla depressione più oscura, attendendo l'ora della morte col filo della vita che sarà spezzato a secondi, ecco che in questo momento giura di non credere a nulla che non abbia visto coi propri occhi, in modo da abbandonare questa vita serenamente e senza pensieri sui tormenti infernali dell'anima. In questo testo Benton prende la cosa che - se ne parlava prima - ha portato più fedeli al cristianesimo e la ribalta: se è proprio la paura della morte a far sì che la gente soffra durante la vita, allora offre la soluzione di non credere alle punizioni dopo la morte, in modo da vivere serenamente la vita (e la morte). La vita in questo mondo ha molto provato la sua mente, sottoposta a continue sofferenze, dunque ormai è diventato un suo desiderio accomiatarsi da questa vita il prima possibile; insomma qualcosa in questo testo fa pensare al suicidio. L'inizio del pezzo sembra quasi Black, con la plettrata alternata e blast di rullante, tonalità acute, poi la strofa si rivela essere la stessa identica metrica ascoltata un sacco di altre volte nei pezzi dei Deicide: sia in questo che in altri album, è un copione che si ripete: plettrata alternata cadenzata con accenti all'unisono con una voce gutturale ma vivace nel ritmo, tutto culmina in un punto in cui parte il coro più lento e marcato.  Già sentito un sacco di volte, ma vale ancora la pena di sentirlo in altre salse, la brutalità che emana da questa formula è innegabile; fischi arricchiscono la parte strumentale, variazione di accordi e la voce continua in velocità, poi fase strumentale con blast al rullante, stacchi, variazioni sui piatti e tempeste sui tom. Le chitarre si danno da fare ma il basso rimane piuttosto statico, anche se veloce, ancora una strofa invariata, la rabbia è tanta, poi parte il ritornello in un botta e risposta tra voce solista e coro, come da copione, su una base a plettrata alternata. Una chitarra si lancia andare in un assolo velocissimo e melodico, una lunga serie di note taglienti che si susseguono con virtuosa malvagità, nel finale l'accordo viene lasciato lungo, su un tappeto di cassa, e c'è un fade-out, cosa che avviene raramente coi Deicide.

I Am No One

Siamo a metà con "I Am No One (Sono nessuno)", l'inizio è Death Metal con terzine e ritmo alla doppia cassa, variazione lenta con coro immediato, i colpi della cassa si fanno più veloci mentre la voce si fa più insistente e si aggiunge anche uno scream. Il pezzo va avanti e la plettrata alternata si stabilizza in un riff abbastanza semplice sul quale si instaura una voce che procede ostinata in un ritmo moderato, ancora una lunga parentesi strumentale che ripete lo stesso riff, le plettrate si fanno poi di nuovo serrate e si ripete la struttura già descritta. Qualche fischio durante il coro per aumentare la violenza, crescendo di dinamica e di brutalità, poi ecco che arriva un assolo particolarmente tecnico che alterna momenti lenti e guizzi veloci, l'altra chitarra quindi interviene e si concede una sfuriata veloce che culmina in un fischio, quindi le chitarre all'unisono propongono un brevissimo intervento melodico. Riprende la parte strumentale, cui seguono le plettrate alternate, anche la batteria rispecchia la stessa dinamica con una struttura piuttosto prevedibile, il basso emerge di tanto in tanto, specie durante le poche stoppate e cambi di riff. Il pezzo non è granché: prevedibile, ripetitivo, allungato e con un riffing banale? a bilanciare questa situazione ci pensa un assolo che è forse il migliore dell'album, anche perché si tratta di una tripletta variegata e ben piazzata. Quello che sorprende è anche che il pezzo è pure più lungo degli altri, con questo pezzo è successa la stessa cosa accaduta nel precedente album: il tempo di metronomo era troppo basso, col risultato che la batteria non dà il meglio di sé, il riffing sembra banale e la struttura ripetitiva, senza alcuna variazione, sa di scontato (anche per merito delle lunghe quanto inutili fasi strumentali che ripetono lo stesso riff senza la voce). Nel testo è Lucifero che parla, presentandosi come quello sbagliato, quello dimenticato, caduto dalla grazia divina, il disgraziato che sta in mezzo ai dannati, la ciste nell'Agnello di Dio. Manda a farsi fottere la religione con le mani coperte di sangue, dimenticato l'uomo vengono costruiti imperi basati sull'ingordigia; un redentore che va a puttane e si appropria dei beni dei poveri. Lui (Lucifero) è nessuno, ma senza la sua oscurità la luce non avrebbe senso: è proprio il male la ragione per la quale Dio siede sul suo trono luminoso, per poi scendere in Terra e mostrarci tutta la sua grazia divina. Ancora una volta torna il concetto che è proprio il male la ragione del successo della fede cristiana, un concetto che non ricorre casualmente considerando che l'ultima affermazione delle nove "regole" sataniche è "Satan has been the best friend the Church has ever had, as He has kept it in business all these years!" (Satana è stato il miglior amico che la Chiesa abbia mai avuto, perché l'ha tenuta in affari per tutti questi anni!); insomma se in una prima fase il credo di Benton sembrava essere un satanismo violento e di natura Luciferiana, in questa fase si sposta per un satanismo più filosofico, moderato, che sfocia in quello che alcuni definiscono (a ragion veduta) come un ateismo estremo. La Chiesa si arricchisce quando succedono le tragedie ed è arrivata l'ora che il loro dio si prenda tutte le responsabilità; per fortuna questo testo è molto interessante ed offre gli spunti piacevoli che non arrivano dalla musica.

Slave to the Cross

"Slave to the Cross (Schiavo della croce)" inizia con tempi lenti, stoppate ed un insert abbastanza Progressive Death che si ripete per più volte, poi si riprende col copione che ripropone lo stesso riff per l'ennesima volta: la metrica della strofa cantata da Glen Benton è praticamente una cosa che non cambia mai da un pezzo all'altro. La fantasia non sarà il suo forte (e va detto che anche i chitarristi si attengono alla cosa) però la brutalità ce la mette tutta: la voce pesta assieme al rullante e sputa con violenza le parole marcando sulle sillabe in corrispondenza degli accenti. A sorpresa il ritornello che segue la strofa, pur essendo un ovvio coro, non segue il classico schema: anzi è un rallentamento notevole con accordo aperto, questa soluzione propone una gradita alternativa che sveglia ascoltatore dal torpore del quale era rimasto preda in questo trio di pezzi prima ascoltati. Il coro di voci si compone di growl gutturali e scream, il rallentato è piacevole da ascoltare in tutta la sua malvagità che lascia trasparire influenze Black che ben si inseriscono. Poi la sfuriata e la fantasia ritorna in casa Deicide: rincorsa e quindi una parte Brutal con blast e voce che diventa più cupa e poi si porta in tonalità medio alte, pur mantenendo il growl, il ritornello viene riproposto velocizzato di molto e sembra sfociare in un Grind Death, poi plettrate velocissime sulle quali si inseriscono ben due assoli piuttosto melodici, un pezzo che sorprende, ancora una volta il ritornello con rabbia inaudita. Stoppata e poi la violenza riprende con velocità e furia, impatto garantito, plettrate alternate, il basso fa un ottimo lavoro ed emerge spesso, caldo e rotondo, la strofa di per sé è molto bella da seguire tanto che potrebbe essere essa stessa un altro ritornello, poi riprende il ritornello veloce accolto da un macello alle pelli, il pezzo finisce quindi nel pieno della barbarie. Un pezzo interessante questo, che ci fa cogliere un barlume di quei Deicide caotici dei primi tempi con queste influenze Grind: il pezzo è abbastanza lungo per gli standard del gruppo, ma non annoia affatto, anzi la concentrazione nell'ascolto resta alta dall'inizio alla fine, merito delle molte variazioni e sorprese che arrivano durante l'ascolto. Questo pezzo si rivolge chiaramente ai fedeli, che versano il sangue nel nome della propria fede (tema sempre tristemente attuale questo), ne diffondono il messaggio e l'inganno, omicidio inaudito, uno stupro che viene benedetto dai preti; questa fede viaggia verso nuovi mondi resi schiavi a questo Dio (come non pensare alle amare vicende della colonizzazione americana?), le loro culture distrutte e poi questi popoli sono stati lasciati a marcire nell'indigenza. Per convertire alla croce vengono uccisi quelli che non si convertono, chi non viene ucciso diventa invece schiavo della croce: vengono divise le masse, c'è l'inquisizione genocida, uniti dalla religione devastano questo mondo, il regno della croce ha ucciso più persone del cancro. Con queste riflessioni circa le torture inflitte in nome della fede il testo si conclude lasciando più di una nota amara.

Creatures of Habit

"Creatures of Habit (Creature dell'apparenza)" torna al concept principale: habit si può tradurre sia come abito sia come abitudine, termini dalla radice comune che descrivono le due facce di un'unica medaglia, che è l'apparenza, sia essa relativa al contesto estetico che quello comportamentale. Già il titolo in sé è eloquente circa gli intenti del testo che inizia chiedendo cosa pensiamo di ottenere a questo mondo, chiede perché siamo convinti che otterremo mai qualcosa gratis, perché le vite non valgono niente a meno che non ci sia del profitto da ricavare. Sono creature dell'apparenza e sono sempre le stesse stronzate, occhio per occhio ed un applauso quando moriranno, doppie facce si dividono per ottenere il controllo mentre sono tutti delle pedine solitarie in questo mondo. Il mondo sta diventando un luogo di ingordigia per colpa di queste persone dell'apparenza, cercano di imporsi su chiunque, fanno finta di essere brave persone solo per curare i propri interessi ma lui ha aperto gli occhi e quindi non avrà alcun rispetto per la loro razza. In questo testi si parla quindi dell'ipocrita perbenismo che permea la figura di chi, sotto sotto, pensa solo a curare i propri interessi e realizzare i propri profitti mascherando di moralità la propria ingordigia. Il brano si presenta con plettrata alternata ed un blast alla cassa quasi tribale, cadenzato al massimo in stile tipicamente Death, dopo qualche variazione ritmica parte la strofa con un cantato altrettanto cadenzato, in growl, diretto e secco, variazione nel riff e voce che va più veloce e fa delle pause in cui si può sviluppare meglio il riff per poi diventare più grave. Assalto in stile Death/Thrash aiutato da parti corali più animalesche ed old school, il ritmo è essenziale in questo pezzo che trascina a dovere. Si riprende con la strofa, arriva la variazione che questa volta viene accompagnata da lontani fischi vibrati alle chitarre che duettano con la voce durante le pause, altre sfuriata con influenze Thrash ed il tempo si fa più veloce, plettrate serrate e la botta è servita, c'è anche un momento in cui lo scream si aggiunge al coro creando un qualcosa di Grind, dopo una fase strumentale il pezzo si conclude. Il pezzo non è malaccio ma forse ha lo stesso problema di "I Am No One": il metronomo troppo basso, immagino che avrebbe reso molto meglio con più velocità anche perché la doppia cassa poteva fare certamente di più. Ne esce fuori un pezzo più tranquillo degli altri, con più spunti positivi che si pongono in chiave Death/Thrash old school, il modo di suonare è preciso e puntuale e forse manca proprio quel caos furioso dei Deicide prima maniera.

Believe the Lie

Passiamo a "Believe the Lie (Credi alla menzogna)" che inizia dicendo che era ora che morissero per la loro religione, adesso possono andare dal loro Dio ed andare via da questo posto, facendo un favore a chi ci resta. Chi crede alla bugia divina farà meglio a prepararsi a morire quando meno se l'aspetta, sono menti disperate che hanno perso ogni contatto con la realtà e pensano al mondo di Cristo, un mondo di fantasia. Credono che saranno da Lui una volta morti e quindi si astengono per tutta la vita in modo da guadagnare il paradiso; ciechi ipocriti che non troveranno mai quello che la loro folle fantasia gli promette. Da buoni cristiani dovrebbero togliersi la vita, raggiungere il prima possibile il loro Dio falso, il libro di Dio è solo una favola, si sono fatti ipnotizzare dalla luce del serpente, con una fede che decide il nostro suicidio sottoponendolo al capriccio del fato. Chi crede nella bugia viene lavato da tutti i peccati, una vita che vale una religione (quella di Cristo), pregate per il dio morto nella mangiatoia. Un testo carico di risentimento, provocatorio: Benton si scaglia contro i credenti incitandoli a praticare con tutto lo zelo possibile la loro religione togliendosi di mezzo e lasciando più spazio a chi la vita la vuole vivere senza farsi condizionare dalla falsità della fede. Tempo lento, cassa e timpano, i riff si fanno più veloci con plettrata alternata, stoppate totali mentre la voce più gutturale possibile scandisce una lenta litania, ad un certo punto il ritmo si accende a cambia lo schema metrico con dei riff incalzando ma ancora non troppo veloci. Variazioni strumentali alle chitarre, il basso emerge a tratti, riprende quindi la parte iniziale con le stoppate, che si traduce in un botta e risposta tra voce solista e coro, interrotta dalle stoppate; altro momento strumentale con scarica di colpi a rullante e ride, ad un certo punto il riff si fa statico e può intervenire un assolo che la prende larga: da un inizio calmo sfodera poi una veloce scarica di melodie. Quindi si riprende con il riff con le stoppate, questo momento offre una bella variazione rispetto allo stile presente complessivamente nell'album, le scariche di blast che ne seguono sono molto belle e proprio durante un blast il pezzo si conclude improvvisamente. Il pezzo non dura molto, è piuttosto breve, ma è privo di riempitivi ed intrattiene fino alla fine; particolarmente positivi i cambi di riff e ritmo che rendono il pezzo più variegato e la violenza continua a sorprendere per tutta la breve durata.

The Truth Above

Ancora più breve è "The Truth Above (La verità superiore)", stoppate iniziali con una chitarra in accordi e l'altra in plettrata alternata, presto si scatena il blast della batteria col basso veloce, quindi inizia una rincorsa strumentale e le influenze Black saltano fuori in una parte che sa di ritornello con la voce in coro, incalzante, poi la voce solista in growl si impone con delle parti lente e regolari, durante il blast appare un assolo molto forte di chitarra, con vibrati e fischi melodici ad alti livelli. Un pezzo d'assalto che riporta la furia nella musica dei Deicide, c'è ancora la precisione che ormai caratterizza gli ultimi lavori del gruppo, ma le sfuriate veloci a batteria e basso ogni tanto riappaiono in pezzi come questo. In questo brano il nuovo stile ed il vecchio si fondono: non c'è nessun coro in scream, il suono di chitarra è piuttosto caldo, eppure c'è un barlume di quel che è stato. Serie di stoppate e riprende il blast con tempeste di piatti, il ritmo si calma e poi riprende l'assalto, ancora una volta la strofa che si presenta con la stessa irruenza di un ritornello inneggiante, la chitarra ha una plettrata calda, poi la parte con un growl insistente e continuato. Altro assolo, altrettanto melodico e vagamente neoclassico in alcuni passaggi, il basso fa qualche passaggio sulle corde alte che svetta nel sound, delle stoppate finali concludono questo pezzo. In definitiva un pezzo che ci voleva, specie in questa fase dell'album, per riportare un po' di caotica ignoranza alle orecchie dell'ascoltatore, gli assoli e la precisione generale comunque dimostrano la maturità dei musicisti. Nel testo si parla della venuta di creature da un lontano passato che ritornano in Terra, provengono da una verità superiore che non conosce il loro Cristo, che lo nega, che disfa il Suo dominio, che spezza l'illusione di Dio. Privati della fede vivremo nella razionalità, mettendoci al passo con questo mondo in cui viviamo e riuscendo a percepirlo come effettivamente è. La verità a venire distruggerà la storia di Dio, non siamo di questa Terra ma siamo il risultato di una ricerca: i cristiani vengono perseguitati e si assiste alla fine dell'era di Dio. Siamo parte di ciò che sono loro, quindi è stata data una risposta alla creazione della vita. Questo passaggio può sembrare abbastanza oscuro (in effetti lo è) ma potrei azzardare una spiegazione supponendo che Benton fosse a conoscenza delle teorie di Zecharia Sitchin (nelle quali potrebbe essersi imbattuto visto che le teorie di Sitchin si basano sulla mitologia mesopotamica e derivate, delle quali Benton aveva sicuramente contezza come testimoniato da alcuni testi più che circostanziati) secondo il quale - in un riassunto barbaramente generico - esisteva un dodicesimo pianeta nel sistema solare (oltre Nettuno) chiamato Nibiru nel quale dimorava una razza extraterreste tecnologicamente molto avanzata. Questi extraterresti avrebbero condotto degli esperimenti genetici su alcuni umani per trarne una nuova razza (questa teoria deriva dall'enorme differenza tra l'homo erectus e l'homo sapiens, spiegandola dicendo che questa evoluzione è stata dovuta all'incrocio con geni extraterrestri) per farli lavorare per loro nella raccolta di oro, essenziale per l'atmosfera di Nibiru, questi extraterrestri che nei testi mesopotamici sarebbero stati poi chiamati Annunaki, mentre nel libro della Genesi vengono chiamati Nephilim "Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell'antichità, uomini famosi." (C.E.I. Genesi 6,1-4), questa razza sarebbe scesa in; da qui tutta la ricerca sull'archeologia mitologica volta a trovare delle stranezze nelle opere d'arte antiche che facessero pensare a dischi volanti e cose del genere, poi le stravaganti teorie sull'uso delle piramidi. Questa spiegazione potrebbe dare un indizio, sia pure vago, circa il significato da attribuire al testo di Benton.

Father Baker's

Arriviamo quindi a "Father Baker's (Da Padre Baker)" stoppate violente, con prevalenza di basso, il riff è tempestato di colpi alla cassa e prosegue malefico in plettrata alternata, la strofa è subito accattivante ed è il risultato di un botta e risposta tra voce solista e coro mentre le chitarre si mantengono frenetiche nelle plettrate serrate. Un assolo improvviso e melodico snocciola veloci note, l'effetto da l'eco giusta per renderlo un assolo Progressive e tecnico che contrasta con la base pestata e feroce, dopo altre frasi riparte l'assolo che continua la melodia, altro breve intervento vocale e l'assolo continua come se nulla fosse, un bel momento chitarristico. Quindi si riprende con la brutalità con un passaggio strumentale in cui il basso rallenta e così si fa meglio sentire in tutta la sua imponenza, il riff si fa cupo e quindi si riprende con la strofa gutturale e tempestata di colpi di cassa, il riff è insistente ed ha una natura Brutal. Si riprende con la parte iniziale con delle innegabili influenze Thrash, col botta e risposta, quindi un nuovo assolo che si prende più spazio e sviluppa momenti di Progressive Death, anche questa volta l'assolo si articola in tre momenti importanti che terminano con un fischio e sono accompagnati da tutta la monolitica brutalità della chitarra ritmica. Gli assoli sono certamente il momento più importante e sfizioso del pezzo, lo stile brutale offre anche una gradita variante rispetto a tutto il resto di quanto abbiamo ascoltato e forse questo è uno dei pezzi più significativi dell'album. La struttura si ripete ancora una volta, con la stessa cattiveria e brutalità, con le chitarre che prendono molto spazio nella violenza del riff, calde e pompate, fino ad finale. In questo brano la voce è sempre al pieno delle capacità, i cori sono pochi e lo stile musicale sembra anche avvicinarsi leggermente a quello dei Cannibal Corpse nei passaggi più Brutal, mentre torna ad essere quello dei Deicide in quelli ad influenze Black (primo periodo dei Deicide) o Thrash (secondo periodo del gruppo che approfondisce il groove e la tecnica). Il testo si riferisce a Padre Baker, molto conosciuto negli U.S.A. per la sua attività che, da imprenditore, lo ha poi portato a prendere i voti e fare una carriera sacerdotale durante la quale ha sempre avuto cura di istituire fondazioni e costruire ospedali per poveri e specialmente bambini orfani; durante questa attività la raccolta dei fondi era essenziale, così come l'educazione di quelli che poi sarebbero stati chiamati i "ragazzi di Baker". Siamo nella New York del 1880 e si tratta di un orfanotrofio, ma col tempo la fondazione è sopravvissuta ed attualmente dà impiego a più di mille operatori che si prendono cura dei bisogni di adulti e bambini nell'ovest di New York. Il titolo "Da Padre Baker" sembra quindi individuare questi luoghi, questi orfanotrofi e collegi di varia natura; il testo inizia dicendo che si tratta di un luogo di agonia in cui i bambini sono legati con delle cinture ed attaccati dalle suore, o credono in Dio oppure verranno pestati a morte. Il testo insomma evoca quella situazione descritta molto spesso parlando di orfanotrofi e suore in cui le punizioni corporali sono all'ordine del giorno, accompagnate da un sadico fanatismo religioso. Bisogna lavorare per guadagnarsi il proprio posto (infatti i bambini in quei centri nel 1800 lavoravano) e non c'è tempo per dormire, gli tocca conoscere ogni verso della Bibbia altrimenti verranno lasciati a morire di sete, devono pentirsi di essere nati e tutto questo grazie a Dio. La storia vuole che Padre Baker abbia trovato, lungo un fiume nei pressi di New York, i resti delle ossa di molti infanti abbandonati dalle madri - forse il frutto di relazioni incestuose, in ogni caso figli indesiderati o per i quali era impossibile provvedere al mantenimento, di certo nel povero 1800 di New York non c'era molta cura per i metodi contraccettivi - e quindi decise di creare l'orfanotrofio in cui dare un posto in cui vivere a questi bambini, educandoli da subito al lavoro ed al credo cristiano. Da Padre Baker il dolore è divino e sei fortunato se ne esci vivo, questo è il terrore nel quale vivono i bambini, il Padre è in attesa di punirli perché hanno sbagliato e faranno bene a capire subito come si devono comportare altrimenti moriranno. Vivendo in questa tortura senza nessuno con cui confidarsi, senza una vera famiglia presso la quale rifugiarsi, l'innocenza viene persa con la rabbia con la quale il Padre infierisce sui bambini; o si pentiranno davanti a Dio o moriranno. Tenuti dentro una gabbia, umiliati in tanti modi fino a quando il Padre non otterrà la confessione dei peccati, frustati senza pietà e lasciati a sanguinare ed infine a raggiungere Dio. Un testo molto crudo che in qualche modo riprende un testo del precedente album che si scagliava contro i preti pedofili.

Conclusioni

Abbiamo un album che mostra una crescita rispetto al precedente, intendiamoci: lo stile è lo stesso ed i cambiamenti sono davvero pochi, forse la crescita consiste proprio nell'aver consolidato il marchio. I pezzi funzionano ed i testi sono anche più maturi rispetto a quelli dei precedenti album, c'è sempre un attacco spietato contro la religione, ma adesso è fatto con razionalità e non con semplice rabbia. Si tratta di un attacco che a volte si fa satira, altre critica, altre ancora tenta di fare propaganda contraria, un attacco alla religione ed ai fedeli da più fronti e con diverse strategie che, spesso, prevedono appunto l'uso della ragione e di un sarcasmo crudo e diretto, tipico di Benton. In questo album il ruolo del basso risulta ridimensionato in favore delle chitarre che, oltre a concedersi numerosi assoli, sempre azzeccati e mai scontati (anzi a volte si discostano fin troppo rispetto alla base!), riescono a creare delle strutture che il più delle volte convincono. Musicalmente quello che forse non funziona è la ripetizione della stessa struttura per un sacco di pezzi, fantasia e Deicide non vanno d'accordo, tantomeno la varietà: molti pezzi sembrano delle fotocopie nel momento in cui la stessa metrica viene riciclata ed applicata ad un sacco di pezzi; anche se si prendono la briga di distanziarli un po' nella tracklist la cosa si capisce ugualmente considerando che la durata media di ogni pezzo sono tre minuti e la durata complessiva dell'album è mezz'ora. La batteria non è un continuo blast, ha perso un po' della sua irruenza alle pelli che dosa e sfrutta solo nelle parti che lo richiedono strettamente; l'approccio preferisce calcare piuttosto sui tempi forti ed aumentare l'impatto ed il groove con meno colpi meglio piazzati. Quello che davvero funziona molto bene di questo album sono i testi, la voce di Benton usa sempre meno lo scream ed i testi usano sempre meno la violenza blasfema, il concept di quest'album - l'abbiamo individuato più volte - è proprio la maschera di moralità con la quale Dio, ed i suoi fedeli, si coprono per nascondere le loro viscide sembianze da rettili. Ognuno si muove solamente per il proprio tornaconto personale anche se cerca di addolcire con una maschera di candore quelli che sono moventi ingordi ed egoistici. Questa luce ipnotica, emanata dalla Bibbia, è un miraggio che serve per distrarre gli incauti ed ignoranti per poi derubarli delle loro ricchezze, della loro libertà ed infine della loro stessa vita, tutto in nome di un capriccio chiamato fato. Nei testi si critica quindi il ricorso alle apparenze, il culto delle apparenze che ci allontana sempre di più dai fatti concreti e ci lascia là a pensare a quello che sembra, ci lascia là a speculare su concetti irrilevanti ed inesistenti che non dovrebbero avere alcuna influenza sulla nostra vita ed invece la rovinano. In questo album, inoltre, il Satanismo di Benton assume sempre più i contorni di un Satanismo razionalista, si invoca sempre in più frasi questo bisogno di razionalità che prima non si avvertiva leggendo i testi dei precedenti pezzi; in nessuno di questi testi possiamo leggere una lode a Lucifero, un'adorazione di Satana. In questi testi Satana viene trattato come lo spauracchio, invocato da un Dio tiranno e meschino, per spaventare i deboli di mente che, per paura delle pene infernali, si faranno infliggere delle pene grandissime in questa vita sopportando, stoicamente, in vista di un paradiso nella vita dopo la morte, una vile menzogna. Insomma a questo punto Satana è il migliore amico di Dio, fa parte dei suoi piani tant'è che l'Onnipotente lo lascia fare, pur potendoglisi opporre in maniera più efficace. In questo album i Deicide maturano: da un punto di vista di esecuzione e produzione il miglioramento è evidente, tutto è al suo posto e l'album suona alla grande, di fantasia poteva essercene di più ma in fin dei conti non è una pretesa che si può avere coi Deicide, coi testi invece Benton matura moltissimo, arrivando ad affrontare in un'ottica diversa la sua immutata avversione contro il cristianesimo.

1) Serpents of the Light
2) Bastard of Christ
3) Blame It on God
4) This Is Hell We're In
5) I Am No One
6) Slave to the Cross
7) Creatures of Habit
8) Believe the Lie
9) The Truth Above
10) Father Baker's
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