DEFTONES

Ohms

2020 - Reprise Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
08/02/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Saturo di soluzioni, impregnato del classico detto del "tutto sentito" o "è stato tutto scritto", l'alternative metal nel cuore del 2020 non vive di certo un bel momento, come del resto del genere. Le virate semplicistiche come metalcore o qualsivoglia elemento commercializzato di questa frangia musicale nata agli inizi dei novanta, sta sempre più faticando. Quando una band storica ritorna però non può non nascere una curiosità mista ad una leggera tensione lungo la schiena; a maggior ragione se la band che tratteremo è considerata la punta massima del genere e inserita in un percorso musicale ottimamente ispirato (certificato dal grande livello toccato negli ultimi dischi). Quando ti chiami Deftones sei sicuro di avere dietro di te un marchio, un tipo di suono, uno stilema imprescindibile e al contempo irriproducibile. A qualunque gruppo sventurato che voglia provare a imitare la band di Sacramento dico un sonoro "lasciate perdere": sarà per il clima sonoro organolettico e preciso a cui siamo altamente abituati, o per il muro di suono che ha contraddistinto la band americana negli ultimi tre lavori, ma è completamente inutile cercare una band con un suono simile. Motivo per cui il ritorno del colosso dell'alternative mondiale non può destare tantissima curiosità e, seguendo l'ottimo andamento delle recenti pubblicazioni, anche una vorace e dissacrante voglia di aprire e riempire di ascolti una nuova proposta: in poche non possiamo non sperare in un qualcosa di positivo conoscendo molto bene il passato recente del combo. Raramente gli americani hanno deluso o variato le aspettative che si erano imposti su di esse, e nonostante abbiano infarcito la loro proposta con nuovi luminosi stili, il moniker è essenzialmente sempre lo stesso: dagli incastri armonici, squillanti e atletici della chitarra di Stephen Carpenter, fino ai ruggiti vocali di Chino Moreno, che sfilano, anzi sfumano, in scream che ti strizzano il cuore e la mente. Prima di partire in questa discussione sulla nuova fatica della carovana californiana, c'è da dire che l'ultimo platter "Gore" del 2016 aveva marchiato a fuoco un ottavo album in studio con non poche qualità, estremamente immesse nei canali più intrinsechi del sound. La più importante di queste qualità, meritevole di essere messa in risalto perché l'ha incontreremo anche in questo lavoro, è l'accavallamento vincente del duo basso-chitarra, che come incudini riescono a premere non disdicendo  spiragli melodici, sempre ben accompagnati e valorizzati da Sergio Vega alle keyboards, colui che dona quel notevole ambiente post, in cui il frontman Moreno si può muovere decisamente come vuole; danzando liberamente e lasciandosi travolgere dalle armonie a tratti pesanti mentre in altre estremamente riflessive (in questo caso è bene far riemergere ciò che "Phantom Bride", tratta da "Gore", ci disse spudoratamente negli ultimi minuti, in cui una sezione ritmica ampiamente impregnata di melodie angeliche e vaporose cambiò volto negli ultimi secondi). I Deftones nel 2020 vivono un nuovo periodo compositivo che ovviamente non va a stravolgere completamente il modo di comporre ma ha fatto rendere conto alla band di poter essere all'altezza di osare, utilizzando perché no anche meno melodie aggressive (classica caratteristica nei primi anni della formazione), ma più fragorose, tese ad allacciarsi con le emozioni di chi ascolta la band. Ohms, ottavo disco della band, risultato da non sottovalutare, si inserisce in tutto questo discorso, ri-accoglie tra le proprie fila l'ex produttore Terry Date (assente dal 2008) che ravviva i pezzi facendo capire quanto la sua mano possa essere decisiva per il loro sound. Durante l'ascolto cercheremo di analizzare anche i testi, è sempre interessante notare come stia procedendo l'evoluzione di Chino Moreno, uno che ha sempre curato l'aspetto estetico delle cose in cui lavora.

Genesis

Diamo inizio alle danze con uno dei singoli che hanno spianato la strada commerciale di Ohms. Genesis è una già chiara dichiarazione d'intenti, lo si intuisce dalle note di chitarra che accompagnano i battiti del nostro cuore mentre siamo in attesa dello svolgersi della traccia. Carpenter dimostra di essere un chitarrista dal grande intuito, l'introduzione riporta i Deftones nel passato, ma non mancano riferimento shoegaze che volteggiano con la loro leggiadra. Dopo un minuto esatto Genesis entra nel vivo con l'ingresso delle vocals di Chino Moreno, lo avevamo lasciato al discreto Gore ma il cantante di Sacramento non dà cenni di vecchiaia o di cedimento. Le sue urla, marchio di fabbrica della band, ci scaraventano in terre lontano, solo le pennate di Stephen Carpenter ci fanno compagnia in un contesto sonoro già dal forte appeal cinematico. La danza dei Deftones non da solo spazio all'acidume di Chino ma anche al suo clean, estremamente levigato e raffinato, molto vincente se accorpato al muro della otto corde di Carpenter. Genesis è un inno all'equilibrio, una probabile allusione che la stessa band ha ritrovato tornando con lo storico produttore Terry Date? Molto probabile, l'affinità all'interno del gruppo è un altro parametro di giudizio fondamentale del successo, è riuscita a rimanere intatta nonostante la morte di Chi Cheng. L'equilibrio strumentale viene anche cementificato dai colpi di Abe Cunnigham, altro musicista che ha nel cuore gli anni 90', mentre il basso di Sergio Vega mostra atletismi di tutto rispetto. Si evince tantissima passione in ogni suo tocco, come si evince un gusto unico anche nel chorus. "Climbing out of the ashes / Turning time inside out / We're miles beyond the sound" (Mi arrampico dalle ceneri / Rovescio il tempo / Siamo miglia oltre il suono) urla Moreno con tutto il fiato in corpo, mentre il cuore sonoro di Genesis pulsa con grinta. È scontato porre un paragone con White Pony, certo sono passati venti anni ma la tensione e le vibrazioni di quel disco viaggiano ancora nelle corde di Ohms. Una pecca da un lato, ma dall'altro assaporiamo le gesta immortali di un gruppo che nel bene e nel male ha fatto la storia. Cavalcando il mainstream senza mai snaturare la propria natura di base, fatta di tanta, tantissima qualità.

Ceremony

Dei Deftones più esistenzialismi si materializzano nella seconda traccia Ceremony (Cerimonia). Un titolo tutt'altro che positivo, qui il gruppo di Sacramento spolvera quell'animo antico, tipicamente hardcore negli intenti. Dove la vita è difficile, dura in ogni suo momento. E per Chino tutto il nostro cammina è un'illusione, una farsa di grandi proporzioni che ha il nulla come obiettivo. Sembra leggere il testo do un gruppo sfiduciato che suona in cantina per pura passione, invece sono i Deftones, band ormai che può avvallersi dell'appellativo di storica. Ancora una volta c'è la chitarra di Carpenter ha porci la mano, ma non è la solita grintosa plettrata a romperci i timpani, una leggerissima pizzicata si miscela al crooning di Chino. Il brano, come abbiamo detto, non fa sperare in nulla di buono dal punto di vista tematico, lo conferma anche il video ufficiale composto da immagini che si alternano in un mare di colori scuri. Poi arriva il riff, questa volta molto più cadenzato rispetto al solito, molto oscuro ma meno "violento" nel suo modo di irrompere nella struttura della canzone. La cerimonia prosegue anche nel post refrain, si sente molto il basso di Vega pungere le zone morte di quando Chino rifiata. Non mancano assoli, spalmati intelligentemente quando il cantato è più flebile, anche Cunnigham disegna riff di batteria molto interessanti nella loro semplicità. Ma non aspettatevi una canzone dimessa e rancorosa. Il motore deftonesiano si erge anche in questo episodio, non nel refrain ma nelle strofe successive. "So I'm leaving you tonight / It's not fun here anymore / I'll be joining the parade / Of the ghosts who came before / Before leaving you complete, no surprise / With one kiss, one caress, ooh" (Quindi ti lascio stanotte / Non è più divertente qui / Mi unirò alla parata / Dei fantasmi che sono venuti prima / Prima di lasciarti completo, nessuna sorpresa/ Con un bacio, una carezza, ooh), dice Chino alla sua fidanzata prima di abbandonarla e unirsi ai fantasmi, che lo perseguitano giorno e notte. Non un solo secondo di libertà per la mente del protagonista, che è pronto addirittura a baciare per un'ultima volta la sua ragazza per sfuggire all'ingordigia della vita. Il brano procede spedito nell'ultimo minuto, appena la strumentazione torna leggera e radiosa come nei primi minuti.

Urantia

Un riffone sequenziato ci prende di soprassalto nella terza traccia Urantia, titolo che a che fare con un noto libro spirituale-filosofico pubblicato a Chicago negli anni 20' del secolo scorso. Un titolo, che nel caso dei Deftones, si trasforma in un inno all'atto amoroso occasionale, in cui a più tratti viene ripresa la scena del letto e del comodino dove lei ha posato le sue cose. Chino ha bevuto e non ricorda nulla, ma le sigarette, la borsa e i trucchi accendono in lui i ricordi di una grande nottata. I Deftones si destreggiano con una strumentazione ben definita, in cui il charleston di Cunnigham e il basso di Vega si insinuano tra le note di Carpenter. Un discreto muro sonoro che fa da corollario ai ricordi di un Moreno leggermente frastornato. Lei era lì, distesa su quel letto, pronta ad abbracciarlo. Il posacenere bruciava ancora in un misto di nostalgia e sentimento. Entrato in azione Chino, la traccia muta d'aspetto diventando molto più morbida, pur mantenendo i propri parametri stilistici fatti di chitarra e basso. Il ritmo quasi cibernetico di Urantia tentenna solo a ridosso del chorus, in cui riemergono le tastiere e il vocione angelico di Moreno. Sarà forse l'ispirazione, ma il cantante di Sacramento non sbaglia una nota, cavalcano i consueti riff di chitarra e di basso, mentre danza su quel palco controllato da chissà quale forza extra-corporea Urantia è macchiata da ricordi, di quella classica notte amorosa dopo una sbronza post festa da amici. Insomma, un tema giovanile tipicamente made in Usa, molto abusato dalla band che qui pecca purtroppo di ripetizione tematica. Ma ciò che conta è il tessuto strumentale, e quello si che colpisce nel suo semplice modo di prostrarsi. Il brano nel suo appeal commerciale riesce a mantenere un groove molto interessante, tra il basso scottante e la componente elettronica finale che sa molto di trip hop. Il solito mix di suoni deftonesiano non perde di qualità nemmeno in Urantia, una delle tracce più facilmente assimilabili di tutto il lotto ma non per questo secondare dal punto di vista dell'arrangiamento e del gusto.

Error

Distorsioni a valanga prendono forma in un brano dal titolo inusuale di Error, errore. Un flusso di decibel si accorpa nei primi minuti, mentre le corde di Carpenter diventano di fuoco. La rabbia chitarristica dell'axeman californiano concede al brano un'ottima base su cui partire e impostare la propria musicalità, fatta di groove e di leggerezza, dove trova spazio anche il basso di Sergio Vega.  I decibel del Marshall non impediscono ai Deftones di concedere al proprio comparto una bella dose di melodia, dolcificata dalle vocals di Chino Moreno, ancor più a comando della band in questa quarta traccia. Error fa riferimento ovviamente all'errore, ma riferito all'amore. il rendersi conto di aver scelto la persona sbagliata ci permette di capire che in questo mondo è meglio non fidarsi di nessuno, nemmeno della persona che sembra più affine alla nostra personalità. Nel ritornello la voce di Moreno si libera ancora di più, toccando livelli performativi di indiscusso lavoro, mentre un ruolo non secondario viene giocato dalle tastiere che danno quel tocco di eleganza in più. Quella che sembrava una traccia orma spedita verso un finale simile rispetto alla struttura centrale, si trasforma in un esercizio di tecnico davvero ben riuscito. Guidato dal gusto tecnico di Carpenter, che rispetto al precedente Gore ha avuto più libertà di proporre e comporre le proprie idee musicali. Tra l'atmosfera sognante simil-shoegaze e i rintocchi di Cunnigham, la chitarra disegna le giuste soluzioni, accorpandosi alla fragranza di un Chino Moreno discretamente in forma. Successivamente intervengono alcuni breakdown chitarristici, trademark della band, che accompagnano il tessuto vocale verso un nuovo sentiero fatto di riff e nostalgia. Un muro sonoro forse non proprio innovativo ma comunque molto interessante dal punto della costruzione dell'atmosfera, peculiarità ben nota della band statunitense. Il finale è caratterizzato dalla ripetizione delle sequenze chitarristiche di pochi secondi fa, mentre Moreno sguinzaglia il proprio animo sognante tra riverberi e delusione. Si delusione, derivata dal fatto di aver ad una persona che si è mostrata l'esatto contrario. L'errore è ancora vivo in noi ma non è il momento di gettare la spugna e i Deftones con la loro grinta ce lo ricordano.

The Spell of Mathematics

Se proprio vogliamo trovare cha traccia che ha avuto più seguito sin dall'uscita di Ohms allora dobbiamo scegliere "The Spell of Mathematics" (L'incantesimo della matematica). I motivi? L'equilibrio di ogni componente strumentale e l'armonia tra le vocals e il tappeto di chitarra. Rispetto alle tracce analizzate precedentemente notiamo una pulsione strumentale molto più accentuata, che solo ora esplode in tutta la sua forza. Chino, da professionista esemplare, doma le corde di nylon e stila la propria timbrica, che ricorda il giovane cantante dei primi anni di attività. Il nucleo sonoro del brano esplode subito senza tentennare fin troppo. È la forza dei Deftones di colpire immediatamente il proprio ascoltatore, adottando scelte strumentali in grado di intrattenere. Poi ci sono ovviamente i tempi di Chino Moreno che non solo concede il brio necessario alla traccia ma permette di trasformarla in una piccola opera d'arte dove è ancora l'amore a primeggiare. Questa volta è un amore visto sotto un'ottica positiva, è l'elemento salvifico che ci permette di sorridere. È il porto sicuro in cui ci rifugiamo quando siamo soli e sconsolati. "I believe your love / Has placed its spell on me /And I believe your love / Is the only thing needed to survive" (Credo nel tuo amore / Ha messo il suo incantesimo su di me / E credo nel tuo amore / È l'unica cosa necessaria per sopravvivere). Chino non usa giri di parole per la gioia di provare tutto ciò, anzi è sorpreso di provare ancora sincero amore. era convinto di essere maturato fino a mettere da parte le stupidate amorose, ma invece nonostante la maturità nutre ancora quel nobile sentimento. La bellezza di "The Spell of Mathematichs" si ode nella parte finale in cui la componente strumentale non smette di fare faville, riuscendo a valorizzare anche i momenti in cui Chino Moreno non canta. Alla fine della corsa, non possiamo non considerare veramente eccezionali questi cinque minuti e ventisette secondi. Non ci aspettavamo dei Deftones così abili nel maneggiare la propria arte. Anzi i timori di non trovare tracce del genere in Ohms erano elevati, ma ancora una volta la band americana è riuscita a sorprenderci.

Pompeji

Dei Deftones più old school ci vengono presentati nella ipnotica Pompeij, le cui vibrazioni valgono da sole il prezzo del biglietto. Se nei primi secondi scrutiamo una salsedine post rock, col passare dei secondi la potenza heavy della strumentazione fuoriesce violentemente. Morbidezza e violenza. L'aurea scatenata dal gruppo è fascinosa e mai copre la strumentazione a tratti veramente aggressiva. L'amalgama sonoro è il solito trademark del gruppo: la chitarrona di Stephen Carpenter giostra dei riff al vetriolo, prima di diventare dolciastra e tranquilla, appena accoglie il tappeto vocale del nostro Chino Moreno. Lo yin e lo yang deftonsiano mettono in risalto le sonorità di questa Pompeij, ma di cosa parla questa traccia dotata di un titolo così particolare? Il tema trattato è la vita vista da una prospettiva impregnata di solitudine. Una vita sprecata? No, per Chino vale la pena vivere anche soli con se stessi, con la propria personalità che non ha necessità di conformarsi per riuscire ad andare avanti. Delle pause di sintetizzatori intervengono lungo il corredo della traccia, che traina una insolita critica contro la figura di Gesù Cristo visto ingenuamente come il creatore (Jesus Christ, you watch us fail / We raise our glasses and drink in hell). Moreno utilizza la metafora della torre per descrivere il luogo solitario dentro noi stessi, dove noi ci confrontiamo lottando con le nostre paure. La traccia nasconde una possente inquietudine, che forse viene mascherata dall'ariosità dei sintetizzatori. È proprio Chino che ci permette di evidenziare tale caratteristica, in grado di allontanare un po gli americani dai temi più frivoli e scontati; al secondo trenta del terzo minuto invece avviene una insolita variata di stile: basta basso, chitarra e batteria, Chino è in silenzio in compagnia dei synth di Delgado. Il clima minimalista ci accompagna per ben due minuti, fino a farci lacrimare gli occhi, a dimostrazione che non occorrono chissà quali giravolte strumentali o acrobazie vocali per descrivere l'inquietudine che vive dentro il nostro essere. Dei Deftones così intimisti forse non ce li aspettavamo, soprattutto in questo punto strategico del disco, ma di fatto i quattro di Sacramento non vogliono smettere di colpire il proprio pubblico.

This Link Is Dead

Un testo polemico si proietta dinanzi a noi. Come un fulmine, come una saetta in un campo di grano, le prime parole di "This Link is Dead" (questo legame è morto) ci rendono inermi di fronte alle scelte tempistiche della composizione. Molto compatta, ricca di dinamiche, puntigliosa quanto serve. La chitarra di Stephen Carpenter è la torcia che ci permette di esplorare la spelonca, mentre l'ugola caustica di Chino Moreno ci accompagna con un sottofondo da thriller movie. I Deftones mostrano quindi una faccia più aggressiva del solito, adottando delle liriche scritte a sentimento, forse conseguenti ad una giornata no di uno dei membri. Forse di Chino, come sempre la vera anima della band capace di influenzarla in ogni sua attività. Come detto è sempre la linea di chitarra di Carpenter a definire il tragitto, che col passare dei secondi non disdegna grammi di hardcore e punte di disperazione emocore. La proposta musicale del quintetto è come sempre variegata e sfuggente in ogni nostro tentativo di inchiodarla in una definizione, ma appena Moreno inizia a cantare il mare si tranquillizza. La traccia diventa omogenea e sicura, il basso che prima era incerto di impianta su binari sicuri, allo stesso modo la batteria diventa sempre più magistrale. The Link is Dead è rabbia allo stato puro, in cui il protagonista prima manda al diavolo il suo interlocutore e poi lo rassicura di stare bene. Poi ancora odio e rancore, in un mare magnum filtrato di sensazioni ed emozioni, un caleidoscopio di pulsioni che sono descritte dalle chitarre e dai synth. Carpenter addolcisce la presa quando può ma Chino è indemoniato e non conosce sosta. Non si può non accompagnarlo con una chitarra forte e decisa, nemmeno nel ritornello (differente rispetto al canonico), dove il nostro cantante si ferma nella sua furente corsa e prende qualche secondo per respirare aria pulita. Si odono nella composizione anche battiti di scratch dei piatti di Frank Delgado a ricordare che i Deftones hanno pur sempre gli stessi strumenti degli anni d'oro. Non sono cambiati di un millimetro, e la violenza condensata di questa The Link is Dead si tocca veramente con mano.

Radiant City

"Radiant City" -città radiante- si apre subito con un riff introduttivo catchy e dinamico. Le corde di Carpenter brillano introducendo le vocals di Moreno, che a loro volta spalleggiano le incisioni di batteria di Abe Cunnigham. Come un mare in tempeste la città radiante sbatte contro gli scogli, distruggendo e al contempo modellando tutto ciò che tocca. La dinamica della composizione colpisce in primis per la stesura chitarristica ideata per appoggiarsi alle tastiere di Frank Delgado. Queste ultime introducono il chorus, il più arioso di tutto il disco, dove la melodia di Moreno raggiunge il suo picco emozionale. Le urla gracchianti del nostro permettono al tappeto di chitarre di alleggerire la propria foga. Tale forza si sposa alla perfezione con le liriche del brano, che hanno a che fare con temi come confusioni e insoddisfazione. "C'è qualcosa dentro questo / Confusione che affrontiamo / Ci meravigliamo in silenzio /Mentre il tempo passa"", così Chino Moreno ad inizio brano spiegando le intenzioni riposte in questo brano. Il silenzio è atipico, il tempo passa inesorabile e noi invecchiamo domandandoci il perché di molte cose. E le risposte che ci facciamo sono spesso inconcludenti. Da qui nasce l'inquietudine del ritornello, dove Chino sembra prendersela contro quell'entità che lo ha voluto vivo: "Nessuno vivo mi ha portato qui / Niente di quello che ho provato ha sostituito i tuoi trucchi"; è uno schiaffo morale contro chi considera la vita un dono? Probabilmente i Deftones lasciano intendere questo, anche se non lo dicono in maniera esplicita come è nel loro stile. Il brano nei frammenti finali raccoglie il meglio delle proprie qualità e le riassembla creando un terreno melodico altamente sopraffino, dove viene valorizzata al cento per cento la voce di Moreno. Mai come ora il cantante sembra muoversi all'unisono con tutto il gruppo, certificando una rinnovata alleanza con i suoi compagni di band. Molte erano state le critiche al cantante per essere attivo in più fronti, con più band, ma brani come Radiant City dimostrano che l'amalgama deftonsiano è sinonimo di successo. Ohms, dunque, non smette di sorprenderci con brani eccezionali e perfettamente coerenti col corredo genomico della band di Sacramento.

Headless

Dream pop e psichedelia innescano una miscela dal sapore vincente in Headless (senza testa), altro brano da dieci e lode che campeggia in questo Ohms. Gli arpeggi dreamy, che sembrano provenire dagli studi di Ivo Watts-Russel della 4AD, non smontano il però l'impalcatura più metal del gruppo. Evidenziata dalla chitarra sanguigna di Carpenter che si sgranchisce a dovere prima di affondare i colpi. Chino Moreno invece, a differenza degli altri episodi descritti, parte subito a mille con il suo cantato, con i suoi toni fortemente sognanti. In "Headless" (Senza testa), il cantante americano disegna una nuova goduriosa prova al microfono, non bastavano i picchi già conquistati in precedenza: Chino vuole sempre di più. Il tessuto vocale viene valorizzate dal lavoro discreto degli strumenti, che si "aprono", anzi si liberano, nel ritornello. Catchy, rassicurante e vibrante, il refrain di Headless è quello che ci aspetta dai Deftones. Ottima anche qui la prova di Carpenter, che invece di impadronirsi della scena rimane in disparte cercando di creare la costruzione armonica più idonea alle tonalità del brano. Dal punto di vista lirico, vengono affrontate tematiche esistenzialiste, un caso eccezionale per una band da sempre "poco intellettuale". Chino dialoga con un ipotetico interlocutore parlando di desiderio e dell'inutilità della vita. Proprio nel momento in cui fuoriesce la malinconia, ecco che Headless ci regala ancora stratificazione vocali degne di nota, opportunamente laccate dalla componente dream pop presente nel brano. L'intenzione era, probabilmente, quella di creare un classico pezzo-cuscinetto in cui valorizzare ancora la forza commerciale del disco, ma a conti fatti la canzone non nasconde tratti veramente strutturati. Tratti che squillano nei numerosi stop & go di Stephen e nell'alternanza rullante-grancassa di Cunnigham. A metà brano le vocals filtrate di Moreno si muovono come un le onde di un encefalogramma, la chitarra muta leggermente aspetto ma non disdegna un ritorno ai propri passi precedenti. Questa Headless nel finale ripropone l'amalgama musicale già testato, con nuove piroette di Cunnigham dietro le pelli e il basso di Sergio Vega, leggermente più nascosto rispetto alle altre tracce. Giunti alla traccia numero nove, ci sembra il modo perfetto per accompagnarsi alla composizione finale, alla title-track Ohms.

Ohms

Rimorso e non accettazione del presente. Sono questi i paletti tematici piantati dai Deftones nella loro title-track, messa curiosamente a fine album. L'introduzione non è cadenzata come negli altri episodi, ma è rigonfia di interessanti soluzioni, sia di chitarra che di batteria, in grado di viaggiare melodicamente senza fin troppo eccedere in manierismi semplificati. Stephen Carpenter e Sergio Vega collaborano al fine di dare vita ad una trama, che mette da parte la ripetizione di alcuni pattern per incidere ancora di più. Tale introduzione viene presa da Chino Moreno, dopo un rallentamento strumentale, che la trasforma nel suo habitat naturale, fatto di riverberi e sovraincisioni, di urla e schiamazzi. Moreno è come sempre l'elemento fondamentale che riesce a spingere sia la componente melodica che aggressiva degli americani. Come detto, le tematiche non sono del tutto serene o festaiole. Vengono evocate ombre del passato, la vita viene paragonata ad un mare in tempesta che non conosce tregue (We're surrounded / By debris of the past / And it's too late/ To cause a change in the tides / So we slip into / Our hopeless sea of regret / As I stare). Nemmeno un sorriso può cambiare questa situazione in cui il tempo mangia tutto, passato, presente e futuro. Tutto questo viene sputato dal frontman nel chorus, quella rabbia in testa esplode come una bomba ad orologeria; la nebbia del passato è ancora un'incudine pesante da sopportare, e noi da soli non ne siamo capaci. Potremo riunirci insieme per migliorare il nostro presente, ma il cinismo umano prima o poi prevarrà e tutto sarà inutile. Già, i Deftones con Ohms decantano l'inutilità di un'esistenza che ha il sapore della noia e l'odore della sofferenza. Siamo quindi lontano dai tempi di Around the Fur o White Pony in cui si celebrava la spensieratezza giovanile, ora si è grandi e maturi da percepire le cose come stanno. Musicalmente il brano prosegue, senza fin troppe sorprese, le soluzioni macinate all'inizio vengono riproposte a cadenza regolare, prima che ancora Chino torni a urlare a squarciagola per concludere tutta la composizione, e il disco intero, nel miglior modo possibile.

Conclusioni

Come accennato nell'introduzione, Ohms non aggiunge niente alla discografia eccellente dei Deftones. Se da un lato un lavoro come questo non concede altro alla storia della band, è comunque una testimonianza sonora che non fa altro che confermare lo stato di salute degli americani, in grado ancora di dire la loro. Si riscontrano dei netti miglioramenti rispetto a "Gore" (2016), il primo è una più omogeneità degli arrangiamenti, che conferisce ai brani atmosfere molto più soft e meno elettriche. Da sottolineare è anche una scrematura dei suoni molto più dilatata e il lavoro più attento alle chitarre di Stephen Carpenter, molto più protagonista in sede compositiva rispetto agli anni passati. Il secondo punto a favore della band è il ritorno del produttore di fiducia Terry Date (White Zombie, Soundgarden, Pantera , Limp Bizkit e tanti altri). Non risulta strano udire un'armonia dei suoni così riuscita, che ricorda la band di Sacramento a cavallo tra i due secoli; è proprio Date l'elemento dei Deftones in più che dona equilibrio al mixaggio e al risultato finale. Le strategie alla consolle non snaturano le idee comunque ottime che stanno alla base delle dieci tracce musicali, fatte del classico binomio sensazionale del gruppo, violenza contro dolcezza, velocità che si scontra con le melodie catchy. In questo marasma è sempre Chino Moreno ad esibire il tesserino di artista, al giorno d'oggi si contano sulle dita di una mano personaggi musicali del calibro dell'ex skater californiano. E questo è un dato statistico importante che ci fa capire quanto sia fondamentale preservare per più tempo possibile la musica dei Deftones, testimone di anni ormai lontani ma che ancora fanno breccia nel cuore degli ascoltatori. Sia dei nostalgici della Generazione X, gli adolescenti degli anni 90', che i giovanissimi dei tempi moderni, forse fin troppo indaffarati a correre dietro alle nuove diavolerie tecnologiche, ma che hanno nella band di Sacramento un porto sicuro in cui difendersi. Presa con onore l'etichetta di gruppo testimone degli anni 90', del nu metal e di tutto il resto appresso, ai nostri non resta altro che continuare a suonare e a comporre. Ohms si inserisce in questa ottica: non bisogna giudicarlo come un disco innovativo perché non lo è, i Deftones hanno osato di più musicalmente in altri lavori, ma questo non toglie un giudizio comunque positivo. Di brano eccezionali ce sono a bizzeffe, "The Spell of Mathematics", "Headless," "Urantia" per fare tre nomi; i quattro brillano nel maneggiare le melodie e i refrain e nell'intavolare le giuste armonie, senza rinunciare al retrogusto mainstream che una band del genere utilizza sempre. Giunti all'alba del 2020, Ohms ci grida in faccia che è ancora possibile pubblicare dischi di alto livello, a maggior ragione in un periodo complesso come questo. Respiriamo aria pulita premendo play, udendo i tappeti sonori del gruppo americano, che nonostante i segni del tempo, non vuole smettere di aumentare i brani del proprio palmares. Infine, vi propongo una serie di domande che sono indirettamente collegate al nostro discorso. Quante band nate nella metà degli anni 90', quindi più di 25 anni fa, possono permettersi il lusso di pubblicare dischi di questa qualità? Quali e quanti artisti hanno le carte in regola per continuare a produrre qualità del genere? E ancora, quanti artisti riescono mantenere integra la propria identità nonostante i decenni, e le mode musicali (dato da non sottovalutare), che passano? Bene, indipendentemente dalle risposte, posso dirvi che in tutte queste domande i Deftones se ne escono sempre puliti, vincenti. Ohms è un disco che va ascoltato senza impegni, tenendo lontani i pregiudizi e assaporando ogni minuto di cui è composto.

1) Genesis
2) Ceremony
3) Urantia
4) Error
5) The Spell of Mathematics
6) Pompeji
7) This Link Is Dead
8) Radiant City
9) Headless
10) Ohms
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