DEFTONES

Leathers

2012 - Reprise Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
09/01/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Di scogli i Deftones ne hanno affrontati un bel po lungo il loro ventennio di attività: inizi ottimi ma non eccezionali, poi il successo planetario e il dominio incontrastato di classifiche, tutto questo fino al periodo di buio alla soglia del 2006, in gran parte eliminato dal vigoroso risultato di "Diamond Eyes" di quattro anni dopo. Gli occhi di diamante, appunto, della band americana non avevano mai smesso di sprigionare una luce ricca di potenza che attraverso una strana forza riusciva ad incunearsi in ogni brano e in ogni sezione armonica, dotando ad ogni prodotto musicale una bellezza oserei dire ardentemente poetica. La potenza che stiamo trattando fu quella che nel 2010 fece capire a gran parte della critica che la creatura alternativa aveva sin troppi assi nella manica, grazie ad armonie e composizioni che da sole mettevano una grossa pietra sopra il periodo di "Saturday Night Wrist" che di sicurò mostro il collettivo a stelle e strisce in difficoltà. Ma i grandi, come si sa, sono grandi proprio perchè sono in grado di rialzarsi e combattere. La formazione aveva anche finalmente raggiunto una stabilità interna, grazie ad un Sergio Vega che oramai già si sentiva parte integrante del collettivo californiano, e, partendo da qui, non si può non sottolineare l'ottimo impatto che ha avuto la nuova produzione durante il rilascio e la promozione del precedente disco, assolutamente impeccabile sotto ogni punto di vista. Quindi da come stiamo narrando i Deftones erano semplicemente tornati a far faville dimostrando il loro immane talento nel continuare a collezionare successi, ma non bisognava ancora festeggiare dato che ora il compito della band era semplicemente confermarsi portando a casa un nuovo risultato. Risultato che doveva incontrare la stessa soglia di ispirazione che aveva suscitato il precedente. All'alba del 2012, la conferma di produzione ed etichetta, che quasi mettevano in risalto l'ottima aria di collaborazione creatasi tra ambe le parti, e il seguito successo di vendite del precedente full-lenght, non potevano non immettere in canali di concentrazione il quartetto che assolutamente non desiderava scendere di qualità ma confermarsi come sempre. Era quasi plausibile che una nuova caduta di stile sarebbe stata altamente letale non solo per la sopravvivenza stessa della band ma anche per un'intera fascia musicale. Ma allontaniamoci da questo quadro quasi apocalittico e concentriamoci sull'assaggio del nuovo disco targato Deftones, "Koi No Yokan" ("presentimento d'amore" in lingua giapponese). Possiamo subito dire che se esistesse un premio per originalità dei titoli, i Deftones di sicuro vincerebbero migliaia di premi: la grandezza di un combo si vede anche da questi piccoli dettagli che sono a loro modo essenziali per capire meglio il messaggio artistico che il musicista (o meglio i musicisti) vuole gettarci addosso. Un titolo questo arcano, quasi criptico e volutamente difficoltoso da interpretare. Un telegramma che la band aveva la necessità di spedire nel cuore di ogni amante della musica, che nella sua universalità è ciò che dà vita ad ogni forma vivente posta sulla faccia della terra. "Koi No Yokan" si presenta cosi', è un chiaro monito, ricco di una dolce e quasi intoccabile sensibilità che ebbe incontro la maestria dei nostri nell'essere incasellato nel primo singolo promozionale, "Leathers": proprio in questo senso fu il brano prescelto per essere un singolo, proprio perché aveva tutti gli ingredienti che sarebbero stati di fondamentale importanza nell'interpretazione del disco. Allora, dopo anni di dischi la maturità era giunta a livelli ottimali, e la preziosa attitudine dei nostri di amalgamare differenti estrazioni sonore in un unico pentolone armonico, non sfigurerà nemmeno in questo singolo che darà sfogo alla innumerevole destrezza dei nostri di compiere passi da guizzo sonoro ad un altro.

Leathers

Subito dopo il lancio di "Koi No Yokan", questo singolo si rivelò ancor di più una delle tracce portanti dell'intero platter, e godette fin da subito di una discreta fama soprattutto nei servizi di streaming. Il brano ricalca temi abbastanza indirizzati agli emarginati, a coloro che è come se vivessero in una gabbia illusoria: l'invito è sempre quello, cercare di fuoriuscire dagli schemi non lasciandosi influenzare da terzi. "Shedding your skin/ Showing your texture" (Liberarsi della tua pelle/Mostrando la tua consistenza) è il comandamento, il mantra del brano, il leitmotiv contenutistico che già nella seconda strofa ci invita a non cadere, a liberarci della nostra pelle (leather appunto), vista semplicemente come un involucro troppo "banale", incapace di descrivere la nostra vera essenza. Dobbiamo liberarcene e fare in modo che la gente ci conosca per quel che davvero siamo. Non è detto che ci apprezzerà, ma proprio per questo dobbiamo ancor di più farci valere, essendo quel che veramente vogliamo essere, senza condizionamenti. Una calma apparente circonda il brano, colorato da una nebbiosa coperta psichedelica con le timide tastiere di Frank Delgado che portano avanti la nave, questa fase di stand-by ritmico viene sconquassato dalle due chitarre che come pietra spaccano in due il brano: Chino ovviamente indossa i panni del guerriero e intona le prime frasi a mo' di urlo battagliero, non facendo altro che aumentare la temperatura. E mentre siamo abituati a queste tonalità aggressive, un netto taglio di atmosfera iniziato da un intruglio di melodia vocale ci avvolge, rendendoci partecipi nel seguire l'ugola di Chino, che sferza note le quali rendono caratteristico il ritornello di questa "Leathers". Il refrain ha mostrato un lato melodico dei nostri che noi ben conosciamo, ma siamo comunque rimasti spiazzati da tale mutamento canoro. Sembra passata un'ora ma siamo scarsamente alla metà del primo minuto, dove di nuovo assistiamo ad una ripresa della prima sezione: cantato furbo e malvagio, chitarre e batteria usurate al massimo, con il solo Sergio Vega che viene messo leggermente in disparte. Qualora crediate che il brano non riservi più sorprese, posso dirvi quanto vi sbagliate, e di grosso anche; dato che dopo aver esalato le ultime note pesanti, Moreno abbassa di tono, sfoderando un cantato che sfiora un parlato, tutto questo fino alla fine de secondo minuto. "Leathers" negli strascichi finali si mostra ancora potente e ipnotica, e praticamente tale situazione dura fino alla fine. Avrete notato sicuramente una potenza particolare in questo brano, chirurgico e allo stesso tempo ammaliante nelle sue note basse.

Conclusioni

"Leathers", come abbiamo detto nella introduzione, era un perfetto biglietto da visita per mostrare la nuova creatura discografica, che iniziava a scalciare al fine di emergere nella sua bellezza. E proprio il termine bellezza è perfetto per descrivere questo singolo appena analizzato, si comporta come gli altri impacchettati dai nostri, e mostrava un contingente in piena forma, affamato di proporre una nuova linea musicale, e, sebbene gli elementi stilistici presi siano sempre gli stessi, venivano costruiti per poi contorcersi secondo logiche ben precise, tese a formulare un ammasso sonoro pesante e attraente. Infatti proprio qui sta il talento principale di Moreno e compagni, ossia quello di mettere in perfetto equilibrio ogni specifico paletto musicale, al fine di generare sempre un sound fresco, in continua progressione e immobile solo in apparenza. "Koi No Yokan" quindi impone nelle nostre orecchie nuovi motivi con una rinnovata melodia floreale, intervallata soltanto da una ferrea attitudine strumentale, e "Leathers", da questo preciso punto di vista, ci mostra proprio ciò che l'intero platter sarà in grado di sfoderare. Melodia, estro stilistico, capacità di scrittura che ormai raccattano i lunghissimi anni di carriera che poche volte a vacillato, queste sono le ben consolidate caratteristiche del carrozzone californiano e l'obiettivo era confermare tutto ciò in un nuovo scrigno sonoro. Parlavamo in particolare del songwriting, ebbene questo singolo preso in esame oggi, si dimostra un gran successore del rotondo arazzo lirico di "Diamons Eyes"(tanto da sembrare un brano tratto da quel lavoro) ma c'è da dire che il quartetto non è nuovo in questo campo: i quattro hanno sempre mostrato una destrezza quasi unica nel muoversi e pitturare un quadro testuale composto da tasselli di liricismo che ben si collegavano con le radiose armonie e melodie, che forse a volte risultano leggermente pacchiane (dovute anche ad un assetto produttivo ampiamente potente e sfavillante nel valorizzare al massimo ogni cenno strumentale) ma mai eccessivamente indirizzate a costruire un appeal melodico fin troppo semplice con cui approcciarsi. Ecco, la "maestria" (passatemi il termine) è catalogabile anche secondo questa linea di ragionamento: proporre un sound che si mostra con un alone, anzi una maschera con su scritto "easy-listening", ma che invece nella sua essenza cela dietro di se una costruzione di innegabile valore. Tutto questo è un vero fiore all'occhiello che fa parte del Dna di pochissime band. In conclusione, i Deftones non potevano fare di meglio, regalare ai propri amati sostenitori un brano come "Leathers" certificava il l'ottimo andazzo della band californiana.

1) Leathers
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