DEEP PURPLE

Made in Japan

1972 - Emi Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
16/01/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Quando si sente nominare “Made in Japan” dei Deep Purple, qualsiasi persona, appassionata o meno, sa che si discute di una pietra miliare della musica. Considerato il migliore disco live della storia del rock sia dalla critica che dal pubblico, non è solo un concentrato delle canzoni migliori targate DP, ma è un vero e proprio compendio di vite, aneddoti e storie dentro alle storie che nel loro intreccio ci presentano la band britannica nel loro momento di massima grazia: correva l'anno 1972. Dato che mi accingo a parlare di un live che ripropone i loro maggiori successi, ritengo utile inquadrare correttamente il contesto che determinò il successo epico dei DP, tanto per iniziare... Chi son i Deep Purple all'inizio degli anni Settanta? In quale contesto/mercato musical si stanno facendo strada? E soprattutto: qual è quel quid che permette loro di raggiungere la popolarità estrema? Non bisogna certo scordare che gli anni Settanta furono la golden era del rock per l'Inghilterra che si ritrova ad essere la patria fertile di alcune delle band più famose al mondo:Led Zeppelin, Black Sabbath. Siamo ancora in piena ondata post '68 e la rivoluzione culturale investe ogni settore : in ambito politico rappresentò la ricerca di una nuova moralità contro i valori borghesi e clericali, mentre l'ambito musicale veniva considerato un ottimo canale per esprimere inquietudine, ribellione, provocazioni. Il pubblico che ascolta musica rock in questi anni è l'erede di questo contesto, stanco dei canoni imposti dalla società, se già aveva accolto con gioia l'ondata leggera del rock n roll, ora diventa più esigente e ricerca libertà di espressione e sperimentazione, di cui si fa portatore negli States il genio di Jimi Hendrix. Ma catapultiamoci in Inghilterra. Mentre tra il 1969 e il 1971 i Led Zeppelin col loro stanno completando la loro splendida omonima saga di quattro dischi e raggiungendo la celebrità estrema, i Black Sabbath escono con un sound più heavy e pubblicano anche il loro omonimo biglietto da visita e il capolavoro di Paranoid, strappando consensi senza fatica. I Deep Purple invece nel 1969 non hanno ancora una formazione consolidata e il loro disco omonimo manca di verve e di identità. A tessere le trame dietro alle quinte sono l' organista Jon Lord ed il chitarrista Ritchie Blackmore, ma non convince il tiro di Nick Simper al basso e Rod Evans alla voce: alla forte sinergia Hammond-chitarra fa eco la mancanza di creatività della band a quattro, ed il risultato non poteva che essere modesto. Lord e Blackmore intuiscono che per entrare a fare parte dei big è necessario rivedere le fondamenta dei DP: vengono estromessi così Simper ed Evans, ed entrano rispettivamente Roger Glover e Ian Gillan. La scelta si rivela azzeccata fin dalle prime esibizioni,  tale line-up  resterà poi  nota come Mark II: Glover è un bassista dallo stile sobrio, in grado di assorbire con solidità le lunghe fughe solistiche che i due leader amano proporre dal vivo, mentre Gillan è un interprete di gran talento nonché un valido frontman. Così assestata, band diventa una vera e propria "macchina da concerti", testimoniata da roventi bootleg ancora oggi di facile reperibilità.Il triennio tra il 1970-1972 consacra i Deep Purple nell'olimpo del rock, escono dischi che mostrano la progressiva evoluzione nel sound : se In rock era volutamente ruvido e grezzo, nel successivo Fireball compaiono tracce con intenzioni psichedeliche e con Machine Head si conferma la solidità del gruppo, talentuoso ed energico ma sempre fruibile, che si potrebbe riassumere in quel famosissimo immortale riff di “Smoke on the Water”. A questo punto la casa discografica Emi Records propone ai britannici , ormai famosi worldwide, 3 concerti nella terra nipponica dove raccoglievano di mese in mese le maggiori vendite. L'idea era quella di un tour con date ad Osaka e Tokyo. Si racconta che Blackmore era all'inizio un po' scettico sulla possibilità di registrare un live coi migliori pezzi proprio in Giappone, e sapendo quanto esigente era il pubblico disse ad una testata inglese : “ The Japanese do not just like rock, they love perfection” (I giapponesi non amano solo il rock, loro amano la perfezione). Alla fine si concorda la tournée:3 concerti in 3 giorni. La scelta si rivela azzeccata : furono delle serate a dir poco magiche quelle in terra nipponica, nelle quali i cinque musicisti trovarono un affiatamento e una coesione che non seppero, per loro stessa ammissione, mai più ripetere. Questo live “Made in Japan “ è si un saggio della lor bravura tecnica,ma soprattutto è il manifesto di una band che è riuscita a conglobare in un live tutto quello che un appassionato ricerca: atmosfere magiche, vortici di emozioni, energia pura ...insomma un'alchimia perfetta ,travolgente e parimenti impossibile da ricreare. “Made in Japan” è un disco che raccoglie sette capolavori targati Deep Purple, anche se bisogna dire che in una release postuma più recente del 1998 son presenti altre tre canzoni live prese sempre da quel tour, cioè Black Night, Speed King e la cover Lucille. Ultima nota prima di addentrarci nella recensione: la registrazione, tra miti e leggende. Si narra che in questo disco non ci siano state sovraincisioni, che tutta la carica di quelle esibizioni venne registrata e pubblicata così com'era, motivo per il quale venne definito da Roger Glover “il disco più onesto della storia del rock “ e motivo per cui invece parte della critica affondò il coltello: non si potevano ammettere certe imperfezioni da una band di quel calibro. In realtà , io credo che un live intenso sia un condensato equo di bravura e difetti, ed è proprio quel mix a renderlo unico e irripetibile. Ad ogni modo ora è tempo di addentrarci nel vortice di Made in Japan.



L'intro di apre con un vero e proprio cavallo di battaglia del gruppo, la veloce e grintosa "Highway Star", primo singolo estratto di “Machine Head”. Si tratta di un brano molto conosciuto soprattutto nei suoi sali-scendi melodici e nelle sue repentine sferzate e cambi di intensità sonori e vocali. Bastano le prime note dell’hammond di Jon Lord a esaltare il pubblico, che assiste ad un’esecuzione pressoché perfetta, che mette in luce la grandissima facilità con la quale il gruppo si lascia andare a improvvisazioni folli e quasi disarmanti. In questo pezzo si incastrano tre stili diversi: Lord col suo solo di Hammond si fa lustro delle sue influenze classiche e del suo diploma in conservatorio , Paice alle pelli orchestra ogni ritmo sostenuto e mai banale mentre Blackmore è pronto a sfoggiare la sua mano veloce e dotata nel solo verso metà del pezzo. Siamo circa a 4 minuti e mezzo, eccovi l'apocalisse secondo Blackmore: prima un lavoro magistrale sul tremolo, poi un vero e proprio solo che mette in luce l’estro e la genialità di un artista considerato tutt'oggi uno dei massimi guitar hero della storia. Nota di merito anche al frontman, capace sia di cavalcare l'onda sonora di chitarra e basso che di irrompere con stridenti acuti che hanno il sapore del rock graffiante vecchio stampo, che si intrufola nei momenti inattesi. Curiosità: si dice che il brano venne scritto in viaggio, precisamente nel tourbus che usava la band per sposarsi da una città all'altra, in effetti tutto il testo si gioca sulla comparazione tra motori e donne...Che fanno sentire high. Si raffredda l'atmosfera con la successiva “Child in Time”, altro pezzo famosissimo qua riproposto in una versione estesa con die minuti in più. "Child In Time" è pura poesia in musica, dal testo, alle parti vocali, alle melodie. Prima parte lenta, con le strofe non solo cantate ma interpretate da Gillan in modo commovente. Del resto questa pezzo è nato dalla volontà dei DP di denunciare le ragazze vittime di stupri, quindi non deve sorprendere la passione di Gillan nella timbrica. Il cantato prosegue con un paio di vocalizzazioni per poi sfociare nell’impressionante serie di acuti lancinanti, che resero famosi Ian Gillan, "Child In Time" e i Deep Purple; al minuto 2.50, dopo le rullate di Ian Paice, Gillan si supera, raggiungendo livelli stratosferici con la sua voce e facendo crescere il pathos del pezzo in maniera sconvolgente. Subito dopo la canzone prevede una batteria coadiuvata da organo, chitarra e basso, in un riff micidiale il quale verrà ripreso da un numero spropositato di band in futuro. Un grande lavoro al basso da parte di Roger Glover, assiste il successivo assolo di Blackmore. Da sottolineare l’improvvisazione poiché in studio Ritchie ci coinvolge con altri fraseggi, diversi da questa versione leggendaria di "Made In Japan". Al termine, nuovamente la strofa cantata, supportata dal ritmo lento e cadenzato della batteria e delle tastiere e poi ancora gli acuti liberatori di Gillan che non sembra manifestare nessun segno di cedimento. I cinque membri si scatenano nel finale, con una conclusione in crescendo, fatta da ritmi sincopati, da brividi.Dodici minuti di vera goduria musicale. La successiva è non solo la canzone più famosa dei Deep Purple ma anche uno dei brani rock più famosi in assoluto, "Smoke On The Water". Ancora una volta allungata per una riproposizione live spettacolare, la canzone si caratterizza per il suo riff grandioso, targato Ritchie Blackmore. Impeccabili tutti i componenti a partire dal Man in Black, letteralmente scatenato nell’assolo. La canzone si articola poi con il solo di Jon Lord, che spreme il suo organo, dando battaglia con il riff dell’elettrica di Ritchie. Se questi tre primi capolavori hanno reso luce soprattutto al Gillan, Blackmore e Lord, il quarto pezzo mette in vetrina il virtuosismo e il talento di Ian Paice alla batteria che esegue un solo di più di sette minuti con una precisione e una pulizia di esecuzione a dire poco incredibile. In effetti siamo già giunti a circa mezzora di concerto ed un break melodico era necessario per preparare il giusto humus per la successiva “Strange Kind Of A Woman" che parte subito con il suono caldo e pulito della chitarra ben sostenuto dalla ritmica della batteria. Sarà proprio questa cadenza a caratterizzare l'intero incedere rockeggiante del pezzo, grazie anche a rallentamenti in cui il vocalist mostra ancora una volta la sua bravura nell’utilizzo della voce. Sopraggiungono fantastiche improvvisazioni di Blackmore, alternate alle strofe, che mettono in luce la singolarità di questo artista delle sei corde, sempre intriso di blues nei suoi riff.Verso i cinque minuti il tutto rallenta, Ian Paice dà il sottofondo ritmico, Blackmore ci esalta con la sua estemporaneità. Entra in scena Ian Gillan che risponde alle note di Ritchie con altrettante vocalizzazioni atte ad imitare in modo sbalorditivo la chitarra. Si scatena una vera e propria sfida tra i due: Blackmore inventa, Gillan imita. Quest’ultimo ci fa notare come non serva usare una chitarra per riprodurre un suono del genere; si arriva persino al punto di non riconoscere quale sia lo strumento e quale la voce, cosa che, riflettendo un istante, ci rendiamo conto essere inconcepibile. Curioso che furono proprio i DP ad introdurre questo tipo di duetti nei live che poi verranno ripresi anche da molti gruppi successivi , affascinati dall'effetto live di questa combinazione. "Lazy" invece parte in crescendo, con all’inizio soltanto l’improvvisazione del tastierista e organista Jon Lord, che utilizza egregiamente la distorsione del synth, alternandola al classico suono pulito. Lord termina ed entra Blackmore con l’esecuzione di poche note; la canzone stenta a decollare e proietta l'ascoltatore in una sorta di limbo emotivo inecerto. Si attende fino al quarto minuto, quando il celeberrimo riff di Lazy esplode con tutta la sua vena rock seguito dalle solite improvvisazioni fino al cantato di Gillan che, dopo poche strofe, estrae la sua armonica a bocca e contribuisce a dare alla canzone quel favoloso gusto country. E' un pezzo che si scosta dai precedenti, è fresco dinamico ma non troppo elaborato, è una matrice di blues, di clichè classici tutti incastonati dall'uso leggero del charleston. Il giusto pezzo per stemperare gli animi incendiati dal pezzo precedente. Siamo pronti al gran finale con i venti minuti dell' imponente “Space Truckin’. Si nota subito come l’ugola di Gillian riesca ad essere aggressiva e tagliente anche dopo un ora di concerto, deliziandoci con una grande interpretazione, sentita e d’impatto. Nel break centrale i musicisti rivelano tutta la loro vena psichedelica e riescono a creare con un effettistica molto curata dei suoni proprio spaziali, terminando in maniera incendiaria lo show. Una doverosa parentesi sul suon degli Hammond di Lord, che caratterizzarono un’epoca e che a tutt’oggi nessuna tastiera digitale moderna è riuscita ad avvicinare in fascino e potenza. Ad ogni modo, tutti gli strumenti partecipano attivamente, vuoi in modo frenetico e istintivo, vuoi con una minuziosa elaborazione del suono “puro” e ricercato, oppure con distorsioni che creeranno, attorno alla figura della band inglese, lo pseudonimo di “band più rumorosa del rock”. E non mi riferisco a rumore in senso dispregiativo, ma a rumore come alchimia di suoni e voce che raggiungono una coesione inedita e letale.Come accennavo nell'introduzione, nella versione di Made in Japan pubblicata 1998 troviamo anche altri tre brani che vennero suonati nella terra nipponica ma che non fanno parte della versione del 1972: Black Night, Speed King e Lucille. "Black Night" faceva parte degli album d'esordio della band inglese, ma è solo in questi anni che verrà riproposta sempre dal vivo e sarà in grado di incendiare qualsiasi palco: la partitura relativamente semplice accompagnata da un ritmo incalzante e da un refrain fruibilissimo la rendono un pezzo pieno di verve, che martella in testa senza alcuna difficoltà. Si tratta senza dubbio di uno dei pezzi più famosi non solo nella storia dei DP ma anche della storia del rock in generale. "Speed King" invece, considerata l'inarrivabile successo di In rock, viene riproposta qui in una versione più dinamica e veloce anche se a mio avviso questo pezzo rende di più nella versione in studio. Nella versione del 1998 si decide di pubblicare anche “Lucille” , una cover di Little Richard, cantautore rock and roll degli anni sessanta diventuto famoso per le versioni coverizzate del suo pezzo piuttosto che per l'originale. Si tratta in definitiva di un pezzo leggero, che porta in se oltre al rock n roll, tracce marcate di blues e del country. Probabilmente nel 1972 è stata inserita nella scaletta perché serviva a stemperare il pathos creato da canzoni impegnative come Child in Time. Inutile anche qui dire che Blackmore mostra un talento incredibile nella versatilità di stili, mentre la presenza solida di Ian è l'appoggio perfetto per il tapping al basso di Roger.



In definitiva credo che quando si parli di “Made in Japan “ a chiunque venga in mente la versione del 1972 che in realtà racchiude i pezzi che più di tutti hanno il sapore dei Deep Purple della golden era: una miscela di creatività, energia, emozione e tecnica che rendono questo disco un evergreen . Il combo inglese è foriero di un nuovo modo di suonare rock, il cosiddetto rock onesto: quello che si dimostra unicamente nelle esibizioni live e nell'alchimia sempre nuova col pubblico. ‘Made in Japan’, quell’oggetto dorato che conteneva il riff più potente del mondo eseguito dal vivo, fece venire a tutti una gran voglia di andare ai concerti, o quanto meno di ascoltarli sui dischi “live” e credo sia questo il suo merito più grande. Grazie alle sue quattro facciate viniliche, la gente cominciò a pretendere il disco dal vivo (e non come oggi il trito brodo di greatest hits, rimasterizzati con una bonus track!). Concludendo, Made in Japan è un disco da possedere ad ogni costo, il miglior live di sempre. La speranza che qualche altro gruppo in futuro riesca in una tale impresa rimane viva in me, ma altrettanto salda è la consapevolezza che un capolavoro del genere sia una sorta di gemma immortale da conservare e a cui ispirarci. Inarrivabile.


1) Highway Star
2) Child in Time 
3) Smoke on the Water 
4) The Mule (drum solo)
5) Strange Kind of Woman 
6) Lazy
7) Space Truckin'

Versione Made in Japan 1998:

8) Black Night 
9) Speed King
10) Lucille 

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