Deep Purple

Machine Head

1971 - EMI Uk

A CURA DI
LORENZO MORTAI
29/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Ci è capitato di dirlo svariate volte nel corso di questi mesi ed anni, esistono dischi della storia musicale che sono imprescindibili da almeno un ascolto, o se non altro da un distratto tentativo di esso. Tuttavia, alcuni sono l’equivalente di un pezzo di storia da tenere fra le mani, come se aveste in mano un antico capitello corinzio, o appendeste in casa un quadro del 1500. Ci sono dischi che non sono dischi, sono opere viventi formate da note invece che da colori o marmi pregiati,  dischi che negli anni ancora la gente ascolta e ascolterà per molte generazioni, dischi che la storia non la fanno, l’hanno inventata. Forse vi sembrerà che le mie parole siano troppo entusiaste o sentite, essendo io fan della band “generatrice” di questo capolavoro, ma per come la vedo io, al di là dei gusti e delle opinioni personali, esistono, nella musica, punti fissi da cui non ci si può esimere, o almeno, si può dire “non mi piace”, solo dopo esserci obbligatoriamente passati in mezzo. Per iniziare con cura a sezionare questo lavoro però, dobbiamo prima fare un passo indietro, e parlare della sua genesi: nel 1971 viene pubblicato "Fireball", secondo album della formazione Mark II dei Deep Purple (nonché la più celebre), un disco davvero ben costruito, unendo fra loro Rock, Country e Blues (tradizioni proprie di tutti i membri del gruppo), fu un vero successo, e brani come la title track o "Demon’s Eye" tutt’ora vengono riproposte in tanti concerti. Blackmore e soci però, ancora inebriati del successo avuto con la palla di fuoco, decisero che la rotta da seguire dovesse essere più tortuosa e ardua, decisero che era il momento di dedicarsi all’Hard Rock più intricato ed elaborato. Poco dopo il tour annesso al disco, i Purple si trasferirono a Montreux, in Svizzera, luogo dove hanno preso vita vari dischi di band celebri, fra cui i Queen. Entrarono nuovamente in sala prove dunque, convinti che quello che ne fosse venuto fuori sarebbe stato un disco quasi perfetto, senza sbavature o momenti di stanca, e ci riuscirono; nel 1972 infatti, in una strana mattina del 25 Marzo, sugli scaffali dei negozi di dischi apparve un topic nuovo, dal nome accattivante e strano al tempo stesso, "Machine Head".



 



Un ritmo di chitarra ritmato e continuo pian piano esplode in un crescendo sempre più forte, mentre gli acuti della voce di Gillan si fanno sempre più alti e arrivano a toccare picchi raggiungibili da pochi, in questo modo ci vengono aperte le porte di Machine Head, e della sua regina, lei, "Highway Star(Stella della Strada); considerato un brano con uno dei migliori assoli di chitarra mai scritti, Highway Star è una corsa folle a bordo di una corazzata macchina da guerra, guidata da un pilota pazzoide e follemente innamorato della velocità. Egli ci descrive quanto la sua macchina non potrà mai perdere, quanto essa sia stata forgiata con metallo proveniente direttamente dall’inferno, e la simbiosi che si crea fra pilota e mezzo rasenta il gemellaggio genetico. Ogni singolo pistone, biella, albero a camme del mezzo, è in perfetta armonia con i pensieri del pilota, e noi, ignari passeggeri di questa folle corsa, assistiamo ai suoi deliri mentre il contagiri impazzisce e tenta quasi di uscire dal suo quadrante; la voce del pilota è ovviamente rappresentata dalla qualità poliedrica di Gillan, che qui, per tutti e sei i minuti dell’ascolto, si barcamena fra toni lineari e le sue ormai famose sessioni di acuto entrate nella storia di questa musica. Non dimentichiamoci però di chi ha dato vita alla vera e propria magia del brano, colui senza il quale Gillan, LordPaice e Glover sarebbero solo enormi musicisti, ma senza quel “qualcosa” in più: parliamo ovviamente di Mr Blackmore: la sua capacità di elaborare riff e ritmi che sono costantemente impregnati tanto delle tradizioni blues americane (progetti suoi come i "Rainbow" ne sono un esempio lampante), ma inaciditi e resi più cattive e fameliche dalle linee di Hard Rock, è una peculiarità propria a pochi musicisti, anche se nei Deep Purple certamente ciò che rendeva magico il loro sound, non era  ogni membro preso da sé, ma il suono d’insieme che ne veniva fuori, quel connubio di chitarre, acuti, tastiere e batteria che ancora oggi stupisce ad ogni ascolto. Highway Star è entrata nella leggenda come una delle più grandi canzoni Hard Rock mai scritte, non esiste né un momento di stanca all’interno del brano, ne una parte in cui il sound perda di verve o ecletticità, è un immenso mosaico di suoni, e se si cerca di estrapolarli singolarmente, si scopre che le linee che lo compongono sono davvero tante, comprese le sessioni di basso suonate da Glover, che apparentemente sembra ricoprire soltanto il ruolo di “tappeto musicale”, così come la batteria di Paice, innalzata dalle tradizioni Jazz del batterista stesso, ci martella le orecchie come un tamburo da guerra con il suo ritmo incessante. Le contaminazioni presenti in Machine Head sono molteplici, e fra le tante trovano anche spazio sessioni che ricordano quasi un blues/Funk anni 70, ritmi che impregnano la seconda traccia, "Maybe I’m a Leo" (Forse sono del Leone); il brano gioca particolarmente su un gioco di parole, mettendo a confronto il segno zodiacale, con la consueta trasposizione dell’animale ad una persona ritenuta solitamente forte e territoriale. L’uomo del brano si interroga su chi sia egli veramente, e su come mai ha lasciato andare una certa persona dalla sua vita, persona che ormai non rivedrà mai più; egli nel corso del loro rapporto troppo spesso si è fatto trascinare dalle sue bestiali emozioni, ha dovuto essere crudele e spietato, finchè la mano di lei non ha lasciato la presa e ha deciso di esplorare il mondo. La solitudine che ne consegue porta il nostro Leone/Lion (facendo leva sul gioco di parole), a disperarsi per la perdita della persona che gli era vicino, e a rimettere in discussione ogni singolo frammento della sua vita, chiedendosi fondamentalmente se lui sia più Leone da Zodiaco, o leonesco di carattere. Il brano è , come accennato all’inizio, un mix fra venature Funk e riff Blues, le parti in cui il nostro Leone sciorina sulla sua esistenza, vengono affidate al ritmo sincopato del Funk, rappresentato dalla chitarra e dalla batteria (con un pregno tappeto di tastiera), mentre i riff Blues, eseguiti quasi come risposta morbida e al tempo stesso tagliente come una lama ai ragionamenti del protagonista, vedono la chitarra di Blackmore come regina assoluta dell’intero ascolto, così gravida di tecnica e significato. Rende Machine Head ulteriormente un grande disco anche la consapevolezza durante l’ascolto che i brani sono stati scritti da tutti i membri della formazione, un vero e proprio group work che non lascia niente al caso, e forse è proprio questo che lo rende così unico; fino ad allora infatti, i Purple erano stati sempre una delle classiche line-up Rock che poneva all’interno di un intero disco brani scritti da due/tre membri per volta (anche se la mano di Blackmore cadeva quasi sempre sul mixaggio e la resa finale), durante le sessioni di Montreux invece, si creò quell’insolita magia (la quale nella storia dei Purple non è mai durata molto, considerando la ormai famosa diatriba fra Gillan e Blackmore) che portò ogni singolo componente a creare un tassello di ogni brano della tracklist, dando il suo personale tocco e contributo al suono d’insieme. Quanti di voi sognano di ritirarsi in un ipotetico eremo, lontano da tutto e da tutti? Beh, forse cambierete idea dopo aver ascoltato le parole dell’uomo protagonista del brano successivo, "Pictures of Home" (Immagini di Casa); qui si ritorna all’Hard Rock made in England più classico che ci sia, interponendo ad esso l’intro di batteria Jazz firmato Paice, il quale, pur durando meno di un minuto, già ci fa pregustare quel senso di infinito che proveremo per tutto il brano. Chi la fa da padrone in questo pezzo è sicuramente il duo chitarra/tastiera, Lord e Blackmore, inossidabili compagni musicali per quasi tutta la storia dei Deep Purple, e soprattutto granitici musicisti capaci di creare una giungla di suoni degna dell’Amazzonia più nera e sconosciuta. Ci viene presentato qui (con voce molto lineare e pulita per tutto l’ascolto) un uomo che, di sua spontanea iniziativa, ha deciso di abbandonare la civiltà, e dedicare la sua vita alla solitudine e al pensiero. Egli, citando il testo, vive “Con il vuoto, le aquile e la neve”, auto-incoronatosi ormai da tempo re di quel luogo, inizia però a capire che in realtà egli è sovrano del nulla, imperatore di qualcosa labile come la nebbia che compare su l’acqua la mattina presto. La sempre più pressante consapevolezza del suo stato, lo portano a pensare che in realtà egli non sarebbe mai dovuto partire da casa, non avrebbe mai dovuto lasciare le quattro mura che così caldamente lo accoglievano ad ogni suo ritorno, certo, egli ora è sovrano indiscusso della propria vita, ma, riprendendo sempre le sue parole, “Non v’è alcuna venerazione, dove hanno nascosto il mio trono?”. E’ struggente e a tratti profondamente malinconico vedere la trasformazione del pensiero umano che viene presentata in questo brano, dall’ampia forza e determinazione dei primi passi verso una vita eremitica, alla profonda rassegnazione e dolore che si stagliano come aurore boreali sul finale, e quasi sentiamo nelle nostre orecchie il lamento dell’uomo, la consumazione lenta ed inesorabile della sua anima. Nella vita capita spesso di dire “gli amori vanno, gli amori vengono”, ma esistono storie che lasciano davvero il segno dentro il nostro petto, marchiato a fuoco come se fossimo un qualsiasi capo di bestiame, esistono storie che, anche dopo anni, ancora a ripensarci fanno salire quel senso di tristezza dentro di noi, come una ferita che non si è mai richiusa del tutto. Di questo e in generale degli amori infranti tratta la quarta track, "Nevef Before(Mai Prima); la storia che ci si para davanti agli occhi è delle più classiche da romanzo rosa, un uomo, una donna, lei se ne va, lui rimane solo: il dolore che l’uomo prova è pari solo alla sua solitudine, straziante e costante nel suo petto la sofferenza scava come un verme famelico fin dentro la sua anima, insinuandosi come una tenia assetata di serenità. Egli si rivolge all’amico fidato, tendendo la mano per cercare aiuto, per far fronte a questo dolore mai provato fino a quel momento, per  non cadere nel profondo baratro dell’autocommiserazione, un solo gesto cambierebbe la sua vita. Pur magari essendo stata la storia una delle più normali che possano avvenire fra un uomo ed una donna, l’uomo si è reso conto dell’importanza di lei solo dopo averla persa, solo dopo che i suoi occhi non incroceranno mai più quelli del nostro protagonista, solo dopo che le sue labbra non sfioreranno più quelle di lui, e questo strano mix di sentimenti a metà fra la tristezza e l’irrazionalità pura, vengono accompagnati da un ritmo Hard Rock davvero di elevata fattura, così classicamente anni ’70 da togliere il fiato ogni secondo che passa, e qui ad elevarsi particolarmente è il basso di Glover, lasciato in alcuni punti a far le veci di tutto il gruppo, ed in altri ad accompagnare, pur riservandosi un posto di riguardo all’interno della canzone. Nello stesso momento in cui, nel 1971, i Purple si trovavano a Montreux per registrare Machine Head, una sera capitò in quella parte di Svizzera anche sua maestà Frank Zappa, re della musica sperimentale e dell’ecletticità sonora, insieme alla sua band "Mothers Of Invention"; tennero un concerto nel casinò di Montreux, e durante l’esibizione, un razzo segnaletico sparato da uno spettatore troppo euforico, finì per provocare un incendio che distrusse l’intero complesso di edifici (riaperti poi solo nel 1975). I Deep Purple assisterono a tutta la scena dalla camera del loro albergo, e Roger Glover in particolare rimase colpito dalla nube di fumo e fiamme che si stagliarono nel cielo e sull’acqua del lago di Ginevra, da cui poi, qualche giorno dopo il disastro, ne scaturì un sogno che raccontò agli altri componenti. Blackmore e Lord rimasero talmente colpiti dal sogno del loro compagno di musica, che decisero di trasformare quelle parole in melodia. Fu così che venne concepita "Smoke On the Water" (Fumo sull’Acqua), probabilmente una delle canzoni più famose sia dei Deep Purple stessi, ma anche del Rock anni 70 in generale; la struttura del brano è relativamente semplice, si tratta infatti di una melodia in “modo dorico”, formata da quattro accordi di blues, che la rendono tanto facile quanto accattivante (il ritmo poi, nel corso del brano, viene riproposto dal John Lord con il suo organo Hammond, collegato ad un amplificatore distorto che genera un suono molto simile a quello della chitarra). Con la semplicità degli accordi, i Purple ci raccontano la loro visione del disastro in cui fu coinvolto Zappa, raccontando anche la mirabolante impresa di “Funky Claude”, all’anagrafe Claude Nobs, direttore del Montreux Jazz Festival (evento in cui suonava Zappa), che aiutò molte persone ad uscire dalle fiamme. Ciò che rende unica questa canzone è l’estrema semplicità del ritmo, la linearità con cui viene proposto, esso non è in realtà niente di così intricato (come invece accade in altri brani dell’album), ma è un ritmo che entra direttamente nelle viscere della testa, e si insinua li, latente e paziente, pronto a ritornare fuori ogni volta che sentiamo gli accordi di base. E’ in realtà una canzone, pur semplice nella melodia, pregna di significato; le sensazioni di ogni singolo membro del gruppo vengono descritte con cura quasi maniacale, così come le scene che si sono parate davanti ai loro occhi assistendo al disastro, ci pare quasi di essere li accanto a loro di fronte a quella finestra, mentre vediamo le fiamme che diabolicamente imperversano su ciocchi di legno e cemento ormai anneriti dal fumo e dal calore, mentre assistiamo alla caduta del palazzo così come guarderemo un ormai stanco e non più indomito gigante accasciarsi a terra e perire con lo sguardo rivolto verso il cielo. Se la semplicità è propria di Smoke On the Water, di estrazione invece nettamente più Progressive è "Lazy" (Pigro), che occupa la sesta posizione: si comincia con un lugubre e martellante intro di organo elettrico, i ritmi sono apparentemente calmi e pacati, finché non iniziamo a sentire grancasse di batteria che vengono colpite con sempre più crescente forza, e un blueseggiante riff di chitarra che, partendo dal tono più basso della scala di udito umano, man mano arde come una fiamma impazzita, fino a deflagrare in un ritmo degno dell’Electric blues più classico, da Buddy Guy a Clapton. Tuttavia, il brano certamente non si ferma qui, la sessione strumentale dura quasi più di quella vocale, che si limita ad inveire contro chi, ormai troppo stanco per vivere, non ha neanche la forza per alzarsi dal letto, si scaglia contro chi ormai considera la vita solo come un peso da portare sulle spalle, e non come una pianta sempreverde da coltivare con cura e gentilezza. Il preambolo musicale è in realtà formato da parole che non sono scritte nella nostra lingua, ma in quella dei pentagrammi; sentiamo infatti questo ritmo così crescente che quasi ci fa da subito pensare al turbinio di pensieri negativi che possono albergare nella mente di chi sta pian piano abbandonando ogni forma di esistenza. Di gran rilievo anche la sessione di armonica suonata direttamente dalla bocca di Gillan, che dona quel pizzico di Country Blues (lascito del disco precedente) all’intero brano , così come le sessioni chitarristiche di Blackmore ricordano, anche se vengono incorporate da una più ampia ricerca dei suoni, i ritmi che avevamo sentito in dischi come Fireball o In Rock. Per chiudere in bellezza un disco così ben costruito, e soprattutto dopo aver esplorato quasi ogni sensazione dell’animo umano, dalla voglia di sensazioni forti agli amori infranti, dalla stanchezza di vita alla voglia di tornare ad essa, non potevamo esimerci anche dalla voglia di esplorare lo spazio; occupa infatti l’ultimo slot di Machine Head "Space Truckin’" (Camion Spaziale), in cui ritornano prepotentemente i ritmi sentiti in Pictures e Highway, quell’unione fra progressivo e Hard Rock tanto cara a noi (e a loro). Veniamo catapultati in un mondo fantastico fatto di viaggi interstellari e carichi da trasportare, fatto di feste e bagordi su Venere, e atmosfere degne del miglior Blade Runner: il ritmo di fondo della canzone è incessante e ripetitivo, atto quasi a farci sentire come in assenza di gravità nello spazio cosmico, in cui nessun suono viene udito dalle nostre orecchie, boati di silenzio che quasi mettono paura. In mezzo a tutto questo silenzio assordante però, troviamo i temi che sono stati propri della prima traccia dell’album, ovvero la voglia di velocità e di viaggiare ininterrotti attraverso terre inesplorate, una degna e saggia conclusione di un lavoro memorabile.



 



Poco da fare, se siete fan dell’Hard Rock, questo è un disco da sentire tutto d’un fiato, senza pause o riflessioni, premete Play sul vostro impianto stereo, alzate il volume al massimo, e viaggiate anche voi nell’universo di Blackmore e soci. Machine Head è un album che ha cambiato la storia della musica, e ne ha scritta una personale molto importante, ha insegnato al mondo intero cosa voglia dire lavorare in gruppo saldi e compatti al fine di dare vita ad una chimera che sembrava irraggiungibile, ed ha soprattutto dimostrato a tutti cosa voglia dire veramente suonare Hard Rock, non semplicemente comporre riff elettrici e acidi come limoni, ma unire la consueta cattività della musica del Diavolo, alla ricerca e all’ingegneria musicale più complessa, inserendo parti provenienti da vari generi. Perché alla fine lo spirito degli anni ’70 era questo, dare vita sempre a qualcosa di nuovo e mai sentito, (un sentimento che al giorno d’oggi va man mano sempre più svanendo), suonare con e per il pubblico prima che per sé stessi, dare alla luce qualcosa che, negli anni seguenti viene ricordato ancora da molte e molte persone. Se dunque, come me, siete fan del profondo purpureo, ovviamente questo dovrà essere il vostro primo acquisto riguardante questa formazione, vi aspetto, intanto io accendo il motore e faccio rombare i pistoni del mio bolide, attendendo che qualcuno monti in sella con me per percorrere la strada verso le stelle. 


1) Highway Star
2) Maybe I'm A Leo
3) Pictures of Home
4) Never Before
5) Smoke On The Water
6) Lazy
7) Space Truckin'

correlati