Deep Purple

Come Taste the Band

1975 - EMI

A CURA DI
LORENZO MORTAI
17/02/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Definire in un solo termine la musica dei Deep Purple è un’impresa praticamente impossibile; se anche infatti qualcuno potessee avvicinarsi ad un termine che li possa definire appieno, arriverà subito qualcun altro che si sarà ricordato di un’altra cosa che i Purple hanno fatto all’interno della musica. Ciò che invece risulta essere semplice ed immediato, è definire il loro peso nella storia, e soprattutto la grandezza del loro contributo alla causa del Rock, e della sua matrice più cattiva ovviamente, l’Hard Rock. Dopo quella triade iniziale con Rod Evans alla voce (per i meno aficionados mi riferisco a Shades Of Deep Purple, Book of Taliesyn e Deep Purple), il genio compositivo di sua eminenza Ritchie Blackmore, cadde sul far entrare nella formazione un nuovo membro, lui, il mito, Mr Ian Gillan, al microfono. Da quel momento la leggenda iniziò a prendere vita di fronte ai loro ed ai nostri occhi, da In Rock del 1970 (e fino ad oggi) i Deep Purple hanno cavalcato l’onda del successo, suonando una ingente quantità di generi diversi, contaminando il loro sound ogni volta che si passava da un Mark ad un altro con quel qualcosa in più, che anche se apparentemente non piaceva ai fan storici, non faceva altro alla fine che riportarli con sé nell’abisso purpureo. Oggi sono qui per parlarvi infatti di una di quelle produzioni “non comprese da subito dai fan” della discografia, e sarà un viaggio che difficilmente scorderete; ma, come in ogni storia che si rispetti, ci vuole un incipit: Tutto inizia nel 1973, quando i Deep Purple avevano appena affrontato una delle loro prime crisi interne; Ritchie Blackmore, personalità di spicco del gruppo (oltre che fondatore), ma al tempo stesso uomo dal carattere non facile da sopportare, non se la intendeva assolutamente con Ian Gillan (per disquisizioni incentrate probabilmente sul fatto che entrambi si ritenevano “Galli”, con un pollaio solo da condividere). Dopo la registrazione di Who Do we Think We Are nel 1973 (non uno dei dischi migliori del gruppo, ma comunque un ottimo disco), le tensioni erano così forti che all’ultima data del tour ad Osaka, Gillan (seguito poco dopo da Glover) se ne andò dal gruppo, dicendo che non poteva più convivere con un uomo come Blackmore. Occorreva dunque trovare un sostituto al microfono, e Ritchie fece cadere il suo occhio critico verso un giovane talento, che negli anni seguenti avrebbe poi fondato i Whitesnake, il signor David Coverdale. Con David alla voce, il sound del gruppo mutò ulteriormente, aggiungendo ritmiche Boogie, Soul e Funk, ed il gruppo pubblicò due dischi di grande successo ed impatto sul pubblico, Burn e Stormbringer. Nel 1975 però, Ritchie, stanco forse del progetto da egli stesso messo in piedi, decise di abbandonare la formazione per dedicarsi ad altro (e quell’ “altro” si chiamano Rainbow); Coverdale e Glenn Huges (bassista sostituto di Glover) presero in mano le redini del gruppo, e chiamarono a raccolta un loro giovane amico a sostituire Blackmore; era statunitense, e si chiamava Tommy Bolin. Da quel sodalizio del 1975 prese vita l’argomento della recensione odierna, uno dei dischi apparentemente più controversi della storia dei Deep Purple, il suo nome è Come Taste the Band. Già il titolo del disco sembrava voler dire al pubblico “Ok, abbiamo perso Blackmore, abbiamo perso anche Gillan e Glover per la strada, dunque non siamo più i Purple di Machine Head o In Rock; tuttavia tu, o fan storico della band, perché non ci dai un’altra possibilità, e provi se ti possiamo ancora stupire?”. Un intricato e ritmico intro di tastiere ci spalanca le porte dell’album, accogliendoci a braccia aperte con Comin’ Home: la voce di Coverdale (aiutata, anche se solo in questa occasione, da quella dello stesso Bolin) è esattamente come noi la conosciamo, graffiata e dal ritmo molto caldo e soul, influenzata sicuramente dall’ R’n B e dalla musica afroamericana in generale. La canzone in maniera molto semplice ci parla di un ragazzo che il Rock’n Roll lo ha nel sangue fin da piccolo, che ha inseguito come tanti insieme a lui la strada del successo e della musica, facendo ciò che egli sentiva dentro di sé. Purtroppo la storia ha dovuto interrompersi bruscamente, e la nostra Rockstar (come afferma anche egli nel testo) dolorosamente ha dovuto ritirarsi, spezzando il proprio cuore, ma conservando la propria vita; tuttavia, nonostante il dolore, il nostro ragazzo è ugualmente contento, perché sa bene di avere in ogni caso un posto nel mondo che egli può chiamare casa. Prima di continuare con la recensione, è bene fare un piccolo ma significativo excursus sul vero protagonista del disco, il giovane Bolin e la sua chitarra: Tommy Bolin non venne affatto accolto bene dal pubblico storico del gruppo, che lo additavano quasi come straniero (egli era l’unico statunitense in un gruppo storico inglese),  e non solo per la nazionalità, ma anche per lo stile musicale. Bolin infatti era un chitarrista Funk, decisamente non in linea col sound classico dei Deep Purple, che erano improntati sul Rock; non a caso, molti fan dell’epoca inizialmente disprezzarono il suono che era venuto fuori da quel sodalizio, in più, Bolin veniva da sessioni musicali con Billy Cobham, noto percussionista Jazz Panamense. Insieme a Cobham, Bolin aveva pubblicato Spectrum, in cui dava fondo a tutta la sua abilità come chitarrista Jazz; va da sè dunque che chiamarlo a suonare in Come Taste the Band, influenzò il sound nel gruppo non solo nella contaminazione con parti Funk, ma anche nella sperimentazione data dall'esperienza Jazz accumulata da Bolin, sperimentazione che decisamente non era in linea con il sound naturale del gruppo. Tuttavia, il giovane Tommy seppe conquistare il mondo,  soprattutto con la sua anima gentile e disponibile (era forse una delle poche rockstar che ogni volta che potevano, si “facevano di gente”, se mi passate il termine, invece di escludersi dal mondo e volere un po’ di privacy);  nonostante questa sua apertura però, egli era anche un ragazzo dal carattere fragile e sensibile, che finì suo malgrado per essere soggiogato da persone che volevano semplicemente sfruttarlo (e che lo portarono alla rovina con l’eroina ), storia oscura che terminò con la sua morte per overdose nel 1976. Nonostante la sua breve vita comunque, Bolin è riuscito a realizzare parte del suo sogno, infiammare il mondo con la sua musica e la sua voglia di suonare incontrollabile, che riuscì anche a fare breccia negli iniziali gelidi cuori degli inglesi che da sempre ascoltavano i Purple. Contaminazioni Funk dunque grazie al talento di Tommy, contaminazioni che si sentono molto bene nel secondo brano, Lady Luck. Il pezzo è breve ma al tempo stesso straborda di ritmiche complesse e celebrali; la chitarra di Tommy oscilla come un pendolo perfetto fra movimenti sincopati, e assoli che si rifanno al sound che i Purple avevano in In Rock (loro primo vero disco Hard Rock), quelle scale infinite di note così frizzanti ed acide, che sicuramente non volevano sostituire il talento di Blackmore, ma piuttosto omaggiare il suo genio, e soprattutto la creatura da lui plasmata. Il brano ci racconta attraverso gli occhi di un uomo che faticosamente si trascina attraverso le pieghe della vita, la visione di una donna bellissima (Lady Fortuna appunto), che si para di fronte ai suoi occhi con la promessa di salvarlo da sé stesso e da ciò che lo circonda; l’uomo, estasiato dalla visione, non può fare altro che accasciarsi ai piedi della donna, chiedendo disperatamente aiuto e protezione, dopo una vita passata ad arrancare. Slot numero tre è occupato da Gettin’ Tighter; il brano a differenza dei due precedenti, contiene sempre gli accenni Funk di Bolin, ma è più improntato su  una ritmica Blues, rendendolo una delle canzoni più belle dell’intero album. Tommy qui ci dimostra di essere un chitarrista poliedrico e che non si fa problemi a passare da un genere all’altro (non a caso, il Rock Blues, è più nelle corde di Coverdale, essendo questo il suo tipo di musica prediletto), tuttavia, dopo due minuti di ascolto, il genio compositivo di Bolin si scatena, e ci offre una sessione ritmica di Funk con i fiocchi, sincopate rocciose e taglienti attraversano la nostra mente, con altrettanto possenti partiture di basso suonate da Huges con grande maestria; questo minuto scarso di pura essenza Funk, fa da intermezzo gradito prima di tornare alla solita ritmica Blues che conclude il brano; il tutto è accentuato e coadiuvato dalla voce che qui passa da Coverdale a Huges, che, con il suo sound decisamente più alto del frontman, da al brano una marcia in più . Ciò che è stupefacende di Gettin’ Tighter, è l’intelligenza con cui Coverdale, Bolin e soci hanno composto la traccia; ci voleva un momento che spezzasse e stupisse, ed ecco che ci viene infilata apparentemente senza senso (ma credetemi, ascoltatevelo quattro o cinque volte, e vedrete che il senso lo ha eccome) quella sessione di Funk anni 70; ci voleva una ritmica che si incastrasse bene con il resto del disco, ma fosse comunque a sé stante, ed ecco che spuntano le Blue Note unite al Rock settantino. Il testo è chiaramente in linea con la (solo apparente) follia che dilaga nel brano; ci siamo persi nella notte più buia, ma possiamo comunque trovare la strada che ci riporti verso casa, basta saper svuotare la mente, concentrarsi, e la strada da seguire magicamente si parerà di fronte ai nostri occhi. L’accoppiata Coverdale/Bolin firma anche la traccia successiva, Dealer; qui pesantemente si ritorna al sound degli esordi made in Deep Purple, quelle chitarre Hard Rock così maestose ed eclettiche al tempo stesso (con giri di note pensati e mai banali), quasi scivolano verso ritmiche Hard’n Heavy in alcuni passaggi, regalandoci momenti di alta ingegneria musicale. Il brano ovviamente doveva avere un testo forte quanto la musica che lo accompagna, e qui Coverdale (con un ulteriore aiuto di Huges, che canta la parte centrale del pezzo) ci parla di persone che non dobbiamo cercare di fregare (il Dealer del titolo), persone che se proviamo soltanto a ingannare o fuorviare, ci pioveranno addosso con tutto il potere che possiedono, e cercheranno in ogni modo di distruggere i mattoni sui quali poggia la nostra vita.  Qualcuno ha detto che gli anni settanta non sono stati più importanti degli ottanta sul piano musicale, beh, personalmente (e badate bene che degli anni ottanta sono un grande estimatore ed ascoltatore, fra i miei generi prediletti c’è il Thrash Metal, giusto per chiarire il concetto), ho sempre pensato che nella decade 1969/1979, sia venuto fuori quanto di più meravigliosamente scritto, prodotto e suonato possa mai venire fuori dalle mani e dalle ugole di persone come me e voi, e la ragione di tutto questo è semplice: gli anni 80 sono stati gli anni dell’esagerazione quasi ad ogni costo in certi frangenti, in cui si è prodotta tanta musica buona, accostata però ad altrettanta meno buona, gli anni settanta invece (specialmente per quanto riguarda il Rock, l’Hard Rock, il Funk, il Prog) sono stati prolifici e mai banali sotto tutti i punti di vista, donandoci ogni volta musica che ha fatto e continua a fare tutt’ora, la storia. Parentesi personali a parte (siete ovviamente, e ripeto, ovviamente, liberi di pensarla come volete), il gruppo ci regala un altro brano che cerca di riportare in auge il sound degli esordi, I Need Love;  ci troviamo di fronte ad una delle canzoni più malinconiche di tutto il disco, con un testo oscuro e  a tratti quasi tristemente poetico. Un uomo ha da poco perso l’amore della sua vita, ella se ne è andata lasciando un vuoto incolmabile dentro di lui, vuoto che egli non riesce in alcuna maniera a riempire, se non cercando disperatamente altro amore girando per le strade e per i volti della gente, raccogliendo un barlume di quello che aveva vissuto prima della scomparsa di lei. Qui la voce di Coverdale alza il proprio tono di qualche gradino, proponendoci un cantato molto più altisonante ed incline con la sofferenza vissuta dal protagonista del pezzo, condito con le (a questo punto famose) sessioni di Tommy che si ripercuotono nei nostri cuori per tutti e quattro i minuti della canzone; i ritmi qui sono così classicamente anni 70, che è difficile non farsi prendere subito alla testa da questa traccia, tuttavia non mancano le contaminazioni Soul date dalla voce di David, e quelle Funk date dal basso di Huges e dalla chitarra, anche se qui cercano sempre di rimanere nell’ombra, quasi nascoste e pronte segretamente ad esplodere quando meno ce lo aspettiamo. Proseguendo nell’ordine troviamo un brano che forse è più in linea con ciò che David farà conoscere al mondo dopo la sua dipartita dai Purple, quando nel 1978 fonderà i Whitesnake, e darà vita ad una delle formazioni di punta del movimento Hair/Heavy Metal. Drifter ci parla di velocità, di vite vissute sempre col pedale dell’acceleratore premuto a più non posso, credendo di essere al di sopra di tutto e tutti; il piglio del pezzo qui assume quasi i toni a metà fra un Hard’n Heavy di inizio anni 80, ed una ballad proveniente dagli stessi anni (con un lungo assolo di chitarra centrale che ci fa letteralmente volare con la mente), permettendo a noi ascoltatori di muoverci liberamente fra questi due fuochi, scegliendo a quale dei due amiamo di più affiancarci. Torniamo ad occuparci di anni 70, questa volta assumendo toni ai limiti del Progressive, con Love Child: non poteva infatti mancare all’interno di un disco targato Deep Purple, una canzone che riguardi monti fantastici e paesi inesplorati; per ovviare al problema, il gruppo ha pensato bene di unire riff di chitarra che si ripetono per tutta la durata dell’ascolto, ad un testo da romanzo cavalleresco quasi, che ci narra di universi, spazi sconfinati e cavalcate verso terre che sono oltre l’orizzonte. Ho detto toni ai limiti del Progressive, ed effettivamente il sottofondo di tastiera elettronica unita a varie sessioni di Hammond, donano al brano quel classico tocco di prestanza tipico dei brani Prog, conferendogli un piglio che sicuramente non è per tutte le orecchie, ma altrettanto sicuramente è una grande prova di talento musicale. Come non poteva mancare un brano simile a quello sopracitato, non poteva non essere presente anche una lunga e commovente ballad, c’era stata in In Rock (Child in Time), qui invece si chiama This Time Around Owned To “G”: brano più lungo di tutto il disco, This Time è un immenso calderone di suoni presi da tutto ciò che finora è stato detto nella produzione; abbiamo sessioni ricordanti il Prog, date ovviamente dalle tastiere e dall’Hammond, abbiamo riff che poggiano pienamente i piedi tanto sul Rock/Blues quanto sul Funk (ed in certi frangenti si spingono anche oltre, andando quasi a toccare l’Heavy), e abbiamo la sostituzione di nuovo fra Coverdale e Huges, anche se qui Glenn, forse per lasciare più libera espressione agli strumenti, fa diventare il suo canto più lineare e meno sforzato, ed inoltre non è neanche presente per tutta la traccia, ma accompagna il resto del gruppo soltanto per il primo tratto. Qui si parla di amore, quel tipo di amore che una persona trova una volta sola nella vita, quel tipo di amore che ti straccia l’interno del corpo, ma che ti fa anche battere il cuore come non mai, quel tipo di amore che ti fa dire ad ogni occasione possibile che preferiresti morire tu piuttosto che perdere la persona che hai accanto, quel tipo di amore che in fondo tutti noi cerchiamo e bramiamo come cani famelici, ma che ormai al giorno d’oggi sembra essere soltanto una linea tracciata sulla sabbia, tutti prima o poi abbiamo pensato di vederla, ma è bastato il passaggio di un’onda per farla sparire con la stessa velocità con cui è apparsa.  E dunque, dopo aver analizzato il mondo in tante forme ed argomenti diversi, i Deep Purple di Come  Taste the Band decidono di lasciarci andare proponendoci una vera e propria “quiete dopo la tempesta”, che porta il nome di You Keep on Moving. Brano lento e cadenzato, questa è la degna conclusione di un’opera (che viene quasi lasciata compiere a Huges, con il controcantato di Coverdale ad accompagnarlo) che, seppur non ha mai sfondato totalmente come il gruppo si aspettava, rimane ancora oggi molto apprezzata dai fan della formazione; il brano è una specie di lascito per noi ascoltatori, un saluto ed un ringraziamento per tutti coloro che ancora, dopo tutte le vicissitudini, le incomprensioni e i litigi, ancora si esaltavano al nome Deep Purple. La canzone è un lento trascinarsi verso un altro mondo, verso un luogo magico e fantastico in cui tutti noi ci ritroveremo prima o poi, e dove (riprendendo dal testo), danzeremo attraverso le stagioni verso un luogo in cui perfino gli angeli hanno paura di camminare. Che dire, una bella prova che attese all’epoca Coverdale e Huges, unici supersiti del Mark precedente, ma che con il loro talento seppero innanzitutto scegliere i componenti giusti per andare avanti (Bolin su tutti), seppero rinnovarsi senza però deludere (anche se non immediatamente) le aspettative dei fan storici; Come  Taste the Band è l’unica testimonianza dei Purple con questa formazione, ed è uno di quei dischi che i fan del gruppo stesso, ma anche chi apprezza semplicemente il Rock settantino, non deve lasciarsi scappare (lo stesso Gillan, in un’intervista, ammise di non aver mai sentito niente di Burn e Stormbringer, ma di essere rimasto estasiato da Come Taste the Band). Per quanto riguarda i nostri purpurei, beh, dopo la prova di Come  Taste e la scomparsa di Tommy, Ritchie Blackmore tornerà nel gruppo, dopo aver sciolto i Rainbow, richiamerà tutti i componenti della formazione originale, e darà vita a quello che sarà ricordato come uno dei momenti più alti del gruppo, momento che porta il nome di Perfect Strangers.


1) Comin' Home
2) Lady Luck
3) Gettin' Tighter
4) Dealer
5) I Need Love
6) Drifter
7) Love Child
8) This Time Around Owned to "G"
9) You Keep On Moving

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